Note della parola chiave

La Vergine Maria

Tema: Parole chiave principali e trasversali 🌟 · Pagina 6 di 32

Comfort di lettura

EMR 20.6-7

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

20.6 Dice Maria:

«Poco parlerĂČ perchĂ© sei molto stanca, povera figlia.

Richiamo unicamente la tua attenzione e quella di chi legge sulla abitudine costante di Giuseppe e mia di dare sempre il primo posto alla preghiera. Stanchezza, fretta, crucci, occupazioni erano cose che non impedivano la preghiera, ma anzi la aiutavano. Essa era sempre la regina delle nostre occupazioni. Il nostro ristoro, la nostra luce, la nostra speranza. Se nelle ore tristi era conforto, nelle ore felici era canto. Ma era sempre l’amica costante dell’anima nostra. Quella che ci staccava dalla Terra, dall’esilio, e che ci librava in alto verso il Cielo, la Patria.

Non io sola, che ormai avevo dentro a me Dio e non avevo che guardare il mio seno per adorare il Santo dei santi, ma anche Giuseppe si sentiva unito a Dio quando pregava, perchĂ© la nostra preghiera era adorazione vera di tutto l’essere, che si fondeva con Dio adorandolo ed essendone abbracciato.

E, guardate, neppure io, ormai avente in me l’Eterno, mi sono sentita esente dal riverente ossequio al Tempio. La santitĂ  piĂč alta non esime dal sentirsi un nulla rispetto a Dio e dal­l’umiliare questo nulla, poichĂ© Egli ce lo permette, in un continuo osanna alla sua gloria.

20.7 Siete deboli, poveri, difettosi? Invocate la santitĂ  del Signore: “Santo, Santo, Santo!”. Chiamatelo, questo Santo benedetto, sulla vostra miseria. Egli verrĂ  trasfondendovi la sua santitĂ . Siete santi e ricchi di meriti ai suoi occhi? Invocate ugualmente la santitĂ  del Signore. Essa, infinita, accrescerĂ  sempre piĂč la vostra. Gli angeli, esseri superiori alle debolezze dell’umanitĂ , non cessano un istante di cantare il loro “Sanctus”, e la loro bellezza soprannaturale si aumenta ad ogni invocare la santitĂ  del nostro Dio. Imitate gli angeli.

Non spogliatevi mai della protezione della preghiera, contro la quale si spuntano le armi di Satana, le malizie del mondo e gli appetiti della carne e le superbie della mente. Non deponete mai quest’arma, per la quale i Cieli si aprono e ne piovono grazie e benedizioni.

La Terra ha bisogno di un lavacro di preghiere per mondarsi dalle colpe che attirano i castighi di Dio. E, posto che pochi pregano, quei pochi devono pregare come fossero tanti. Moltiplicare le loro preghiere vive per fare di esse quella somma necessaria per ottenere grazia. Sono vive le preghiere quando sono condite di vero amore e di sacrificio.

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EMR 21

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Dettaglio

Titolo del capitolo : Visita a Elisabetta

Data della visione: sabato 1 aprile 1944

Calendario: domenica 24 marzo d.C.-5

Luogo (mappa) : Hebron

Ciclo: Nascita e infanzia di GesĂč

Sommario: Maria arriva a Hebron. Maria descrive il luogo, poi descrive piĂč specificamente l'arrivo della Vergine. Si ferma davanti a una casa abbastanza lussuosa, dove non manca nulla, e l'Immacolata cerca di far notare la sua presenza. Una vecchietta curiosa le presenta un campanello e la bombarda di domande. Fortunatamente arriva un servitore - probabilmente un giardiniere - e salva la Madre dai pettegolezzi. Maria entrĂČ rapidamente in casa dopo aver ringraziato la vecchietta. Il servo la accompagna all'interno e le racconta quello che Ăš successo nella casa: parla del parto di Elisabetta, ma anche del silenzio di Zaccaria, che non riesce piĂč a parlare. Cerca di chiamare sua moglie, Sara, che Ăš un'altra serva, ma invece arriva Elisabetta. Vede Maria, Maria vede Elisabetta ed entrambe corrono l'una verso l'altra. Si stringono in un caldo abbraccio ed Ăš allora che lo Spirito Santo avvolge Elisabetta. Il Precursore viene santificato e Giovanni Battista diventa senza macchia. Elisabetta e Maria pronunciano le parole del Vangelo e poi arriva Zaccaria, che perĂČ non Ăš a conoscenza dello stato spirituale di Maria. Chiede invece della Vergine e di Giuseppe, ed Elisabetta gli dice semplicemente che Ăš madre. Ma nessuno dei due disse altro.

Maria scrive poi di come ha ricevuto la visione e dichiara di aver visto Maria alla sepoltura di Cristo.

Contenuti del capitolo: 21,1: Attraverso le montagne della Giudea. 21,2: La ricca tenuta di Zaccaria a Hebron. 21,3: La strana campana e l'apertura del cancello. 21,4: Il vecchio Samuele dĂ  notizie di Zaccaria ed Elisabetta. 21,5: L'abbraccio di Elisabetta e Maria, l'illuminazione interiore, il Magnificat. 21.6: L'arrivo di Zaccaria. 21.7: Visioni secondo i suoi bisogni spirituali.

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EMR 21.2-4

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

21.2 Maria sale, sul suo ciuchino, per una strada abbastanza in buono stato, che deve essere la via maestra. Sale, perchĂ© il paese, dall’aspetto abbastanza ordinato, Ăš piĂč in alto. Il mio interno ammonitore mi dice: «Questo luogo Ăš Ebron». Lei mi parlava di Montana. Ma io non so cosa farci. A me viene indicato con questo nome. Non so se sia «Ebron» tutta la zona o «Ebron» il paese. Io sento cosĂŹ e dico cosĂŹ.

Ecco che Maria entra nel paese. Delle donne sulle porte — Ăš verso sera — osservano l’arrivo della forestiera e spettegolano fra di loro. La seguono con l’occhio e non hanno pace sinchĂ© non la vedono fermarsi davanti ad una delle piĂč belle case, sita in mezzo del paese, con davanti un orto-giardino e dietro e intorno un ben tenuto frutteto, che poi prosegue in un vasto prato, che sale e scende per le sinuositĂ  del monte e finisce in un bosco di alte piante, oltre il quale non so che ci sia. Tutto Ăš recinto da una siepe di more selvatiche o di rose selvatiche. Non distinguo bene, perchĂ©, se lei ha presente, il fiore e la fronda di questi spinosi cespugli sono molto simili e, finchĂ© non c’ù il frutto sui rami, Ăš facile sbagliarsi. Sul davanti della casa, sul lato perciĂČ che costeggia il paese, il luogo Ăš cinto da un muretto bianco, su cui corrono dei rami di veri rosai, per ora senza fiori ma giĂ  pieni di bocci. Al centro, un cancello di ferro, chiuso. Si capisce che Ăš la casa di un notabile del paese e di persone benestanti, perchĂ© tutto in essa mostra, se non ricchezza e sfarzo, agiatezza certo. E molto ordine.

21.3 Maria scende dal ciuchino e si accosta al cancello. Guarda fra le sbarre. Non vede nessuno. Allora cerca di farsi sentire. Una donnetta, che piĂč curiosa di tutte l’ha seguita, le indica un bizzarro utensile che fa da campanello. Sono due pezzi di metallo messi a bilico di una specie di giogo, i quali, scuotendo il giogo con una fune, battono fra di loro col suono di una campana o di un gong.

Maria tira, ma cosĂŹ gentilmente che il suono Ăš un lieve tintinnio, e nessuno lo sente. Allora la donnetta, una vecchietta tutta naso e bazza e con una lingua che ne vale dieci messe insieme, si afferra alla fune e tira, tira, tira. Una suonata da far destare un morto. «Si fa cosĂŹ, donna. Altrimenti come fate a farvi sentire? Sapete, Elisabetta Ăš vecchia e vecchio Zaccaria. Ora poi Ăš anche muto, oltre che sordo. Vecchi sono anche i due servi, sapete? Siete mai venuta? Conoscete Zaccaria? Siete ».

A salvare Maria dal diluvio di notizie e di domande, spunta un vecchietto arrancante, che deve essere un giardiniere o un agricoltore, perché ha in mano un sarchiello e legata alla vita una roncola. Apre, e Maria entra ringraziando la donnetta, ma
 ahi! lasciandola senza risposta. Che delusione per la curiosa!

Appena dentro, Maria dice: «Sono Maria di Giovacchino e Anna, di Nazareth. Cugina dei padroni vostri».

21.4 Il vecchietto si inchina e saluta, e poi dà una voce chiamando: «Sara! Sara!». E riapre il cancello per prendere il ciuchino rimasto fuori, perché Maria, per liberarsi dalla appiccicosa donnetta, Ú sgusciata dentro svelta svelta, e il giardiniere, svelto quanto Lei, ha chiuso il cancello sul naso della comare.

Dettaglio

Quando Maria arrivĂČ a Hebron per la visita, le venne incontro una donna anziana. Era molto loquace e curiosa, e Maria la descrisse come una pettegola...

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EMR 21.4

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

«Ah! gran felicitĂ  e gran disgrazia a questa casa! Il Cielo ha concesso un figlio alla sterile, l’Altissimo ne sia benedetto! Ma Zaccaria Ăš tornato, sette mesi or sono, da Gerusalemme, muto. Si fa intendere a cenni o scrivendo. L’avete forse saputo? La padrona mia vi ha tanto desiderata in questa gioia e in questo dolore! Sempre parlava con Sara di voi e diceva: “Avessi la mia piccola Maria con me! Fosse ancora stata nel Tempio! Avrei mandato Zaccaria a prenderla. Ma ora il Signore l’ha voluta sposa a Giuseppe di Nazareth. Solo Lei poteva darmi conforto in questo dolore e aiuto a pregare Dio, perchĂ© Ella Ăš tutta buona. E nel Tempio tutti la rimpiangono. La passata festa, quando andai con Zaccaria per l’ultima volta a Gerusalemme a ringraziare Iddio d’avermi dato un figlio, ho sentito le sue maestre dirmi: ‘Il Tempio pare senza i cherubini della Gloria da quando la voce di Maria non suona piĂč fra queste mura’”. Sara! Sara! È un poco sorda la donna mia. Ma vieni, vieni, chĂ© ti conduco io».

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Una serva della casa di Elisabetta parlĂČ a Maria e le disse:

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EMR 21.5

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

21.5 Invece di Sara, spunta sul sommo di una scala, che fiancheggia un lato della casa, una donna molto vecchiotta, giĂ  tutta rugosa e brizzolata intensamente nei capelli, che prima dovevano essere nerissimi perchĂ© ha nerissime anche le ciglia e le sopracciglia, e che fosse bruna lo denuncia il colore del volto. Contrasto strano con la sua palese vecchiezza Ăš il suo stato giĂ  molto palese, nonostante le vesti ampie e sciolte. Guarda facendosi solecchio con la mano. Riconosce Maria. Alza le braccia al cielo in un : «Oh!» stupito e gioioso, e si precipita, per quanto puĂČ, incontro a Maria. Anche Maria, che Ăš sempre pacata nel muoversi, corre, ora, svelta come un cerbiatto, e giunge ai piedi della scala quando vi giunge anche Elisabetta, e Maria riceve sul cuore con viva espansione la sua cugina, che piange di gioia vedendola.

Stanno abbracciate un attimo e poi Elisabetta si stacca con un: «Ah!» misto di dolore e di gioia, e si porta le mani sul ventre ingrossato. China il viso impallidendo e arrossendo alternativamente. Maria e il servo stendono le mani per sostenerla, perché ella vacilla come si sentisse male.

Ma Elisabetta, dopo esser stata un minuto come raccolta in sĂ©, alza un volto talmente radioso che pare ringiovanito, guarda Maria sorridendo con venerazione come vedesse un angelo, e poi si inchina in un profondo saluto dicendo: «Benedetta tu fra tutte le donne! Benedetto il Frutto del tuo seno! (dice cosĂŹ: due frasi ben staccate). Come ho meritato che venga a me, tua serva, la Madre del mio Signore? Ecco, al suono della tua voce il bambino m’ù balzato in seno come per giubilo e quando t’ho abbracciata lo Spirito del Signore mi ha detto altissima veritĂ  al cuore. Te beata, perchĂ© hai creduto che a Dio fosse possibile anche ciĂČ che non appare possibile ad umana mente! Te benedetta, che per la tua fede farai compiere le cose a te predette dal Signore e predette ai Profeti per questo tempo! Te benedetta, per la Salute che generi alla stirpe di Giacobbe! Te benedetta, per aver portato la SantitĂ  al figlio mio che, lo sento, balza, come capretto festante, di giubilo nel mio seno, perchĂ© si sente liberato dal peso della colpa, chiamato ad esser colui che precede, santificato prima della Redenzione dal Santo che cresce in te!».

Maria, con due lacrime che scendono come perle dagli occhi che ridono alla bocca che sorride, col volto levato al cielo e le braccia pure levate, nella posa che poi tante volte avrĂ  il suo GesĂč, esclama: «L’anima mia magnifica il suo Signore», e continua il cantico cosĂŹ come ci Ăš tramandato. Alla fine, al versetto: «Ha soccorso Israele suo servo, ecc.», raccoglie le mani sul petto e si inginocchia molto curva a terra, adorando Dio.

Dettaglio

Un vecchio fece entrare Maria nella casa di Elisabetta e Zaccaria e chiamĂČ sua moglie Sara.

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EMR 21.6-7

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

21.6 Il servo, che si era prudentemente eclissato quando aveva visto che Elisabetta non si sentiva male, ma che anzi confidava il suo pensiero a Maria, torna dal frutteto con un imponente vecchio tutto bianco nella barba e nei capelli, il quale con grandi gesti e suoni gutturali saluta di lontano Maria.

«Zaccaria giunge», dice Elisabetta toccando sulla spalla la Vergine assorta in preghiera. «Il mio Zaccaria Ăš muto. Dio lo ha colpito per non aver creduto. Ti dirĂČ poi. Ma ora spero nel perdono di Dio, poichĂ© tu sei venuta. Tu, piena di Grazia».

Maria si leva e va incontro a Zaccaria e si curva davanti a lui fino a terra, baciandogli il lembo della veste bianca che lo copre sino al suolo. È molto ampia, questa veste, e tenuta a posto alla vita da un alto gallone ricamato.

Zaccaria, a gesti, dà il benvenuto, e insieme raggiungono Elisabetta ed entrano tutti in una vasta stanza terrena molto ben messa, nella quale fanno sedere Maria e le fanno servire una tazza di latte appena munto — ha ancora la spuma — e delle piccole focacce.

Elisabetta dĂ  ordini alla servente, finalmente comparsa con le mani ancora impastate di farina e i capelli ancor piĂč bianchi di quanto non siano per la farina che vi Ăš sopra. Forse faceva il pane. DĂ  ordini anche al servo, che sento chiamare Samuele, perchĂ© porti il cofano di Maria in una camera che gli indica. Tutti i doveri di una padrona di casa verso la sua ospite.

Maria risponde intanto alle domande, che Zaccaria le fa scrivendole su una tavoletta cerata con uno stilo. Comprendo dalle risposte che egli le chiede di Giuseppe e del come si trova sposata a lui. Ma comprendo anche che a Zaccaria Ăš negata ogni luce soprannaturale circa lo stato di Maria e la sua condizione di Madre del Messia.

È Elisabetta che, andando presso il suo uomo e posandogli con amore una mano sulla spalla, come per una casta carezza, gli dice: «Maria Ăš madre Ella pure. Giubila per la sua felicità». Ma non dice altro. Guarda Maria. E Maria la guarda, ma non l’invita a dire di piĂč, ed ella tace.

Dolce, dolcissima visione! Essa mi annulla l’orrore rimasto dalla vista del suicidio di Giuda.

Annotazione

Luca 1, 5-25: Al tempo di Erode il Grande, re della Giudea, c'era un sacerdote degli Abiati di nome Zaccaria. Anche sua moglie era una discendente di Aronne e si chiamava Elisabetta. Entrambi erano giusti davanti a Dio: seguivano tutti i comandamenti e i precetti del Signore in modo irreprensibile. Non ebbero figli, perché Elisabetta era sterile, ed entrambi erano avanti negli anni. Ora, mentre Zaccaria stava officiando Dio durante il tempo assegnato ai sacerdoti del suo gruppo, fu scelto a sorte, secondo l'usanza dei sacerdoti, per andare a offrire l'incenso nel santuario del Signore. Tutta la moltitudine del popolo stava pregando fuori al momento dell'offerta dell'incenso. Gli apparve l'angelo del Signore, in piedi alla destra dell'altare dell'incenso. Alla sua vista, Zaccaria rimase sconvolto e impaurito.

L'angelo gli disse: "Non temere, Zaccaria, perché la tua preghiera Ú stata esaudita: tua moglie Elisabetta ti partorirà un figlio e lo chiamerai Giovanni. Ti rallegrerai ed esulterai e molti si rallegreranno per la sua nascita, perché sarà grande davanti al Signore. Non berrà vino né bevande forti e sarà pieno di Spirito Santo fin dal grembo di sua madre; farà sÏ che molti figli d'Israele tornino al Signore loro Dio; andrà innanzi, alla presenza del Signore, con lo spirito e la potenza del profeta Elia, per volgere il cuore dei padri verso i figli, per ricondurre i ribelli alla saggezza dei giusti e per preparare al Signore un popolo ben disposto".

Allora Zaccaria disse all'angelo: "Come posso sapere che questo accadrà? Perché io sono vecchio e mia moglie Ú vecchia".

L'angelo rispose: "Io sono Gabriele e sto alla presenza di Dio. Sono stato mandato a parlarti e a portarti questa buona notizia. Ma ecco, tu sarai messo a tacere e non potrai parlare fino al giorno in cui si avvererà, perché non hai creduto alle mie parole; esse si avvereranno a suo tempo".

Il popolo aspettava Zaccaria ed era sorpreso che si fosse attardato nel santuario. Quando uscĂŹ, non riuscĂŹ a parlare con loro e capirono che aveva avuto una visione nel santuario. Fece loro dei segni e rimase in silenzio. Terminato il tempo del servizio liturgico, tornĂČ a casa. Qualche tempo dopo, sua moglie Elisabetta concepĂŹ un figlio. Per cinque mesi lo tenne segreto. Disse a se stessa: "Questo Ăš ciĂČ che il Signore ha fatto per me, in questi giorni in cui ha posto i suoi occhi per cancellare quella che era la mia vergogna davanti agli uomini".

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EMR 22

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

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Titolo del capitolo : I giorni trascorsi a Hebron. I frutti della caritĂ  di Maria verso Elisabetta.

Data della visione e del dettato: domenica 2 aprile 1944

Calendario: aprile dell'anno 5-5

Luogo (mappa) : Hebron

Ciclo: Nascita e infanzia di GesĂč

Sintesi: Maria vive a Hebron. Elisabetta arriva vicino a lei e parlano delle rispettive maternitĂ . La moglie di Zaccaria non soffre piĂč ora che la Vergine Ăš qui, ma prima soffriva molto a causa della sua vecchiaia. Maria, in confronto, non soffre, ma non ha il peso della colpa.

Elisabetta voleva filare i vestiti per Giovanni Battista, ma Maria disse che avrebbe fatto il lavoro per lei. La Vergine ribattĂ© che aveva tutto il tempo e che avrebbe pensato prima a suo cugino, visto che la nascita del Precursore era imminente. Poi avrebbe pensato a suo figlio, GesĂč.

Fu a questo punto che l'Immacolata Concezione rivelĂČ a Elisabetta il nome di suo Figlio e le rivelĂČ la sua angoscia. Maria conosceva i profeti e aveva giĂ  intuito che GesĂč sarebbe stato l'Agnello, l'Uomo dei dolori. Elisabetta, perĂČ, la consola dicendo che Dio sarĂ  con lei e che il suo bambino sarĂ  amato nei secoli dei secoli.

Le due donne parlano poi di Zaccaria, che Ăš muto. Questo fu un grande dolore per la moglie. Sperava che quando il bambino fosse nato, sarebbe stato in grado di parlare di nuovo. La madre benedetta vorrebbe che suo figlio si chiamasse Giovanni e rivela la sua sofferenza alla cugina. Per distrarla, Maria suggerisce loro di uscire e si ritrovano vicino a un piccolo gregge di agnelli.

La visione cambia: questa volta il tempo Ăš passato. Maria va a cercare Elisabetta. Parlano di GesĂč e del suo aspetto. Poi parlano di Giuseppe e Maria le dice che ha lasciato a Dio il compito di intervenire. All'infuori di Elisabetta, nessuno doveva sapere della sua maternitĂ  divina ed Elisabetta, che aveva capito, le fa notare che lo aveva detto anche a Zaccaria. Zaccaria entra e Maria recita le preghiere. Ella esorta il sacerdote a credere nella misericordia di Dio, perchĂ© l'uomo pensa che non potrĂ  piĂč parlare.

Infine, Maria dĂ  una lezione sulla caritĂ , sul far crescere in noi i doni di Dio. Dobbiamo essere sempre caritatevoli, non egoisti. Ci dĂ  anche una lezione sullo scorrere del tempo: Dio Ăš il suo padrone e aiuta coloro che sperano in lui. "L'egoismo non fa avanzare nulla, ritarda tutto. La caritĂ  non ritarda nulla, fa avanzare le cose". Infine, la Madre sottolinea che ha trovato molta pace nella casa di Elisabetta, e che se non fosse stata tormentata dal pensiero di Giuseppe e di suo Figlio, il Redentore del mondo, sarebbe stata felice. Ma Maria intende sia la luce che l'amarezza...

Contenuto del capitolo: 22,1: Maria cuce per il figlio di Elisabetta. 22,2: Elisabetta si sente molto meglio dopo la visita di Maria. 22,3: Maria si commuove pensando all'Uomo dei dolori di Isaia. 22,4: Elisabetta Ăš angosciata dal silenzio di Zaccaria. 22,5: Passeggiata in giardino tra colombe, capretti e agnelli. 22,6: Maria fila e tesse. 22,7: immagina come sarĂ  il suo bambino. 22,8: Dio rivela il mistero a Giuseppe. 22.9: Zaccaria parla di nuovo. Il Messia nascerĂ  a Betlemme. 22.10: L'amore per il prossimo. 22.11: Il mio amore per il prossimo e il mio amore per Dio. 22.12: La caritĂ  fa accadere le cose. 22.13: L'amarezza mista a dolcezza.

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EMR 22.1-5

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

22.1 Vedo, e pare mattina, Maria che cuce, seduta nella sala terrena. Elisabetta va e viene occupandosi della casa. E quando entra non manca mai di andare a porre una carezza sulla testa bionda di Maria, ancor piĂč bionda sulle pareti piuttosto scure e sotto il raggio del bel sole che entra dalla porta, aperta sul giardino.

Elisabetta si curva a guardare il lavoro di Maria — ù il ricamo che aveva a Nazareth — e ne loda la bellezza.

«Ho anche del lino da filare», dice Maria.

«Per il tuo Bambino?».

«No. Lo avevo giĂ  quando non pensavo ». Maria non dice altro. Ma io capisco: « quando non pensavo di dover esser Madre di Dio».

«Ma ora lo dovrai usare per Lui. È bello? Fino? I bambini, sai, hanno bisogno di tela morbidissima».

«So».

«Io avevo incominciato
 Tardi, perchĂ© ho voluto esser sicura che non era un inganno del Maligno. Per quanto
 sentissi in me una tal gioia che, no, non poteva venire da Satana. Poi
 ho sofferto tanto. Sono vecchia, io, Maria, per essere in questo stato.

22.2 Ho molto sofferto. Tu non soffri ».

«Io no. Non sono mai stata tanto bene».

«Eh! giĂ ! Tu
 in te non c’ù macchia, se Dio ti ha scelta per Madre sua. E perciĂČ non sei soggetta alle sofferenze d’Eva. Il tuo Portato Ăš santo».

«Mi par di avere un’ala in cuore e non un peso. Mi par di avere dentro tutti i fiori e tutti gli uccellini che cantano a primavera, e tutto il miele e tutto il sole
 Oh! sono felice!».

«Benedetta! Anche io, da quando ti ho vista, non ho piĂč sentito peso, stanchezza e dolore. Mi par d’esser nuova, giovane, liberata dalle miserie della mia carne di donna. Il mio bambino, dopo aver balzato felice al suono della tua voce, si Ăš messo quieto nella sua gioia. E mi pare di averlo, dentro, in una cuna viva e di vederlo dormire sazio e beato, respirare come un uccellino felice sotto l’ala della mamma


22.3 Ora mi metterĂČ al lavoro. Non mi peserĂ  piĂč. Ci vedo poco, ma ».

«Lascia, Elisabetta! Ci penserĂČ io a filare e tessere per te e per il tuo bambino. Io sono svelta e ci vedo bene».

«Ma dovrai pensare al tuo ».

«Oh! ne avrĂČ tutto il tempo!
 Prima penso a te, che sei prossima ad avere il piccolino, e poi penserĂČ al mio GesĂč».

Dirle come Ăš dolce l’espressione e la voce di Maria, come le si imperli l’occhio di un soave, felice pianto, e come Ella rida nel dirlo, questo Nome, guardando il cielo luminoso e azzurro, Ăš superiore alle possibilitĂ  umane. Pare che l’estasi la rapisca solo a dire: «GesĂč».

Elisabetta dice: «Che bel nome! Il Nome del Figlio di Dio, Salvatore nostro!».

«Oh! Elisabetta!». Maria si fa mesta mesta e afferra le mani che la congiunta ha incrociate sul seno gonfio. «Dimmi, tu che, quando io venni, sei stata investita dallo Spirito del Signore e che hai profetizzato ciĂČ che il mondo ignora. Dimmi, che dovrĂ  fare per salvare il mondo la mia Creatura? I Profeti
 Oh! i Profeti che dicono del Salvatore! Isaia
 ricordi Isaia? “Egli Ăš l’Uomo dei dolori. Per le sue lividure noi siamo sanati. Egli Ăš stato trafitto e piagato per le nostre scelleratezze
 Il Signore volle consumarlo coi patimenti
 Dopo la condanna fu innalzato
”. Di quale innalzamento parla? Lo chiamano Agnello e io penso
 io penso all’agnello pasquale, all’agnello mosaico, e connetto questo al serpente innalzato da MosĂš su una croce. Elisabetta!
 Elisabetta!
 Che faranno alla mia Creatura? Che dovrĂ  patire per salvare il mondo?». Maria piange.

Elisabetta la consola. «Maria, non piangere. È tuo Figlio, ma Ăš anche Figlio di Dio. Dio penserĂ  al suo Figlio e a te che gli sei Madre. E se tanti saranno con Lui crudeli, tanti lo ameranno. Tanti!
 Per i secoli dei secoli. Il mondo guarderĂ  al tuo Nato e benedirĂ  te con Lui. Te, sorgente da cui sgorga redenzione. La sorte del tuo Figlio! Innalzato a Re di tutto il creato. Pensa a questo, Maria. Re, perchĂ© avrĂ  riscattato tutto il creato e, come tale, ne sarĂ  Re universale. E anche sulla Terra, nel tempo, sarĂ  amato. Il mio nato precederĂ  il tuo e l’amerĂ . L’ha detto l’angelo a Zaccaria. Egli me lo ha scritto


22.4 Ah! che dolore vederlo muto, il mio Zaccaria! Ma io spero che, quando il bambino sarĂ  nato, anche il padre sarĂ  liberato dal suo castigo. Prega tu, che sei la sede della potenza di Dio e la causa della letizia del mondo. Per ottenere questo, come posso, offro al Signore. La mia creatura: perchĂ© Ăš sua, avendola Egli prestata alla sua serva per darle la gioia d’esser chiamata “madre”. E la testimonianza di quanto Dio mi ha fatto. Voglio si chiami “Giovanni”. Non Ăš forse una grazia, egli, il mio bambino? E non Ăš Dio che me l’ha fatta?».

«E Dio, io pure ne sono convinta, ti farĂ  grazia. Io pregherĂČ
 con te».

«Ho tanto dolore vedendolo muto! ». Elisabetta piange. «Quando scrive, perchĂ© non mi puĂČ piĂč parlare, mi pare che monti e mari siano fra me e il mio Zaccaria. Dopo tanti anni di dolci parole, ora sempre silenzio dalla sua bocca. E ora, in specie, in cui sarebbe cosĂŹ bello parlare di quello che ha da venire. Mi trattengo persino dal parlare per non vedere lui che si affatica a gesti a rispondermi. Ho tanto pianto! Quanto ti ho desiderata! Il paese guarda, chiacchiera e critica. Il mondo Ăš cosĂŹ. E quando si ha un dolore o una gioia, si ha bisogno di chi capisce, non di chi critica. Ora mi pare che la vita sia tutta migliore. Sento la gioia in me da quando tu sei con me. Sento che la mia prova sta per esser superata e che presto sarĂČ del tutto felice. SarĂ  cosĂŹ, non Ăš vero? Io mi rassegno a tutto. Ma se Dio perdonasse al mio sposo! Poterlo sentire pregare da capo!».

22.5 Maria l’accarezza e conforta e la invita, per distrarla, ad uscire un poco nel giardino assolato.

Vanno sotto una pergola ben curata sino ad una torretta rustica, nei cui buchi nidificano i colombi.

Maria sparge il becchime ridendo, perchĂ© i colombi le si precipitano addosso con un gran tubare e uno svolazzio che le fa cerchi di iridescenze intorno. Sul capo, sulle spalle, sulle braccia e le mani le si posano, allungando i becchi rosei per carpirle i granelli dall’incavo delle mani, becchettando con grazia le rosee labbra della Vergine e i denti che le brillano al sole. Maria attinge da un sacchetto il grano biondo e ride in mezzo a quella giostra di aviditĂ  invadente.

«Come ti vogliono bene!», dice Elisabetta. «Sono pochi giorni che sei con noi e ti amano piĂč di quanto non amino me, che li ho sempre curati».

La passeggiata prosegue sino ad un recinto chiuso, in fondo al frutteto, dove sono una ventina di caprette coi loro caprettini.

«Sei tornato dal pascolo?», chiede Maria ad un piccolo pastore che accarezza.

«SĂŹ, perchĂ© mio padre mi ha detto: “Va’ a casa, chĂ© fra poco piove e vi sono pecore prossime a figliare. Fa’ che abbiano erba asciutta e lettiera pronta”. Egli Ăš lĂ  che viene». E accenna oltre il bosco, da cui viene un belĂŹo tremulo.

Maria accarezza un caprettino biondo come un bambino, che le si strofina contro, e insieme a Elisabetta beve del latte appena munto che il pastorello le offre.

Giungono le pecore con un pastore irsuto come un orso. Ma deve essere un buon uomo, perchĂ© porta sulle spalle una pecora che si lamenta. La posa piano e spiega: «Sta per avere l’agnello. Non poteva piĂč camminare che a fatica. Me la sono caricata addosso. Ho fatto tutta una corsa per fare a tempo». La pecora, zoppicante per i dolori, viene condotta nell’ovile dal bambino.

Maria si Ăš seduta su un sasso e scherza coi caprettini e gli agnelli, offrendo fiori di trifoglio ai loro musetti rosei. Un caprettino bianco e nero le mette le zampette su una spalla e le fiuta i capelli. «Non Ăš pane», ride Maria. «Domani te ne porto una crosta. Sta’ buono, ora».

Anche Elisabetta, rasserenata, ride.

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EMR 22.6-9

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

22.6 Vedo Maria che fila svelta svelta sotto la pergola, dove l’uva aumenta il suo volume. Deve essere passato del tempo, perchĂ© giĂ  le mele cominciano ad arrossire sulle piante e le api ronzano presso i fiori del fico giĂ  maturi.

Elisabetta Ăš tutt’affatto grossa e cammina pesantemente. Maria la guarda con attenzione e amore. Anche Maria, quando si alza per raccogliere il fuso che le Ăš caduto lontano, appare piĂč rotonda nei fianchi, e l’espressione del volto Ăš mutata. PiĂč matura. Prima era una bambina, ora Ăš la donna.

Le donne entrano in casa, perché la sera cala e nella stanza vengono accese le lampade. In attesa della cena, Maria tesse.

«Ma non ti stanca proprio?», chiede Elisabetta accennando il telaio.

«No. Siine sicura».

«A me questo caldo mi spossa. Non ho piĂč sofferto, ma ora il peso Ăš forte per le mie vecchie reni».

«Fàtti coraggio. Presto sarai liberata. Come sarai felice, allora!

22.7 Io non vedo l’ora di esser madre. Il mio Bambino! Il mio GesĂč! Come sarĂ ?».

«Bello come te, Maria».

«Oh, no! PiĂč bello! Egli Ăš Dio. Io sono la sua serva. Ma dicevo: sarĂ  biondo o sarĂ  bruno? AvrĂ  gli occhi come il cielo sereno o come quelli dei cervi delle montagne? Io me lo figuro piĂč bello d’un cherubino, coi capelli ricci e color dell’oro, con gli occhi del color del nostro mare di Galilea quando le stelle cominciano ad affacciarsi al confine del cielo, una bocchina piccina e rossa come il taglio di una melagrana che appena crepa per maturar di sole, e per gote, ecco, un roseo come questo di questa pallida rosa, e due manine che starebbero nel cavo di un giglio tanto sono piccine e belle, e due piedini da starmi nel cavo della mano, e morbidi e lisci piĂč di petalo di fiore. Vedi. Io presto all’idea che mi son fatta di Lui tutte le bellezze che mi suggerisce la terra. E sento la sua voce. SarĂ , nel pianto — perchĂ© un poco piangerĂ  per fame o sonno il mio Bambino, e sarĂ  sempre un gran dolore per la sua Mamma, che non potrĂ , oh! non potrĂ  sentirlo piangere senza averne il cuore trapassato — sarĂ , nel pianto, come quel belato, che ora viene, di agnellino di poche ore, che cerca la mammella e il caldo del vello materno per dormire. SarĂ , nel riso che mi empirĂ  di cielo il cuore innamorato della mia Creatura — posso esser innamorata di Lui, perchĂ© Ăš il mio Dio ed amarlo da amante non Ăš contravvenire alla mia consacrata verginitĂ  — sarĂ , nel riso, come questo festoso tubare di colombino, felice per esser sazio e contento sul tepido nido. Lo penso ai suoi primi passi
 un uccellino saltellante su un prato fiorito. Il prato sarĂ  il cuore della sua Mamma, che starĂ  sotto ai suoi piedini di rosa con tutto il suo amore per non fargli incontrare nulla che gli dia dolore. Come lo amerĂČ, il mio Bambino! Il Figlio mio!

22.8 Anche Giuseppe lo amerà!».

«Ma dovrai pur dirglielo a Giuseppe!».

Maria si oscura e sospira. «DovrĂČ pur dirglielo
 Avrei voluto glielo avesse a dire il Cielo, perchĂ© Ăš molto difficile a dirsi».

«Vuoi che glielo dica io? Lo facciamo venire per la circoncisione di Giovanni ».

«No. Ho rimesso a Dio l’incarico di istruirlo sulla sua sorte felice di nutrizio del Figlio di Dio, ed Egli lo farĂ . Lo Spirito mi ha detto, quella sera: “Taci. Affida a Me il compito di giustificarti”. E lo farĂ . Dio non mente mai. È una grande prova. Ma con l’aiuto dell’Eterno sarĂ  superata. Dalla mia bocca nessuno, fuorchĂ© te a cui lo Spirito l’ha rivelato, deve sapere quanto la benignitĂ  del Signore ha fatto alla sua serva».

«Ho sempre taciuto anche con Zaccaria, che ne avrebbe giubilato. Egli ti crede madre secondo natura».

«Lo so. E cosĂŹ volli per prudenza. I segreti di Dio sono santi. L’angelo del Signore non aveva rivelato a Zaccaria la mia maternitĂ  divina. Avrebbe potuto farlo, se Dio l’avesse voluto, perchĂ© Dio sapeva che giĂ  era imminente il tempo dell’Incarnazione del suo Verbo in me. Ma Dio ha tenuto nascosta questa luce di gioia a Zaccaria, che respingeva come impossibile cosa la vostra figliolanza tardiva. Mi sono uniformata al volere di Dio. E, lo vedi. Tu hai sentito il segreto vivente in me. Egli nulla ha avvertito. FinchĂ© non cadrĂ  il diaframma della sua incredulitĂ  davanti alla potenza di Dio, egli sarĂ  separato dalle luci soprannaturali».

Elisabetta sospira e tace.

22.9 Entra Zaccaria. Offre dei rotoli a Maria. È l’ora della preghiera prima di cena. È Maria che prega ad alta voce al posto di Zaccaria. Poi si siedono a mensa.

«Quando non ci sarai piĂč, come rimpiangeremo di non avere piĂč chi prega per noi», dice Elisabetta guardando il suo muto.

«Tu pregherai, allora, Zaccaria», dice Maria.

Egli scuote il capo e scrive: «Non potrĂČ mai piĂč pregare per gli altri. Ne sono divenuto indegno da quando ho dubitato di Dio».

«Zaccaria, tu pregherai. Dio perdona».

Il vecchio si asciuga una lacrima e sospira.

Dopo la cena Maria torna al telaio. «Basta!», dice Elisabetta. «Ti stanchi troppo».

«Il tempo Ú prossimo, Elisabetta. Voglio fare al tuo bambino un corredo degno di colui che precede il Re della stirpe di Davide».

Zaccaria scrive: «Da chi nascerà Egli? E dove?».

Maria risponde: «Dove i Profeti hanno detto e da chi l’Eterno sceglierĂ . Tutto ben fatto ciĂČ che il nostro Signore altissimo fa».

Zaccaria scrive: «A Betlem dunque! In Giudea. L’andremo a venerare, donna. Verrai anche tu con Giuseppe a Betlem».

E Maria, curvando il capo sul suo telaio: «VerrĂČ».

La visione cessa cosĂŹ.

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