Note della parola chiave

La Vergine Maria

Tema: Parole chiave principali e trasversali 🌟 · Pagina 7 di 32

Comfort di lettura

EMR 22.10-11

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

22.10 Dice Maria:

«La prima delle caritĂ  di prossimo va esercitata verso il prossimo. Non ti paia un giuoco di parole. La caritĂ  si ha verso Dio e verso il prossimo. Nella caritĂ  verso il prossimo Ăš compresa anche quella che va a noi. Ma se ci amiamo piĂč degli altri, non siamo piĂč caritatevoli. Siamo egoisti. Anche nelle cose lecite occorre esser tanto santi da dare sempre la precedenza ai bisogni del prossimo nostro. State sicuri, figli, che Dio ai generosi supplisce con mezzi della sua potenza e bontĂ .

22.11 Questa certezza mi ha spinta a Ebron per sovvenire la parente nel suo stato. E alla mia attenzione di soccorso umano, Dio, dando oltre misura come Egli usa, unisce un impensato dono di soccorso soprannaturale. Io vado per portare aiuto materiale, e Dio santifica la mia retta intenzione col fare, di essa, santificazione del frutto del seno di Elisabetta e, attraverso a questa santificazione, per cui il Battista fu presantificato, annullare la sofferenza fisica della matura figlia d’Eva concepente ad età inusata.

Elisabetta, donna di fede intrepida e di fiducioso abbandono al volere di Dio, merita di comprendere il mistero chiuso in me. Lo Spirito le parla attraverso il balzare del suo seno. Il Battista ha pronunciato il suo primo discorso di Annunziatore del Verbo attraverso i veli e i diaframmi di vene e di carne, che lo separano e insieme lo uniscono alla sua santa genitrice.

NĂ© io nego, a lei che ne Ăš degna e alla quale la Luce si svela, la mia qualitĂ  di Madre del Signore. Negarla sarebbe stato negare a Dio la lode che era giusto dargli, la lode che portavo in me e che, non potendola dire ad alcuno, dicevo alle erbe, ai fiori, alle stelle, al sole, ai canori uccelli e alle pazienti pecore, alle acque canterine e alla luce d’oro che mi baciava scendendo dal cielo. Ma pregare in due Ăš piĂč dolce che dire da sole la nostra preghiera. Avrei voluto che tutto il mondo sapesse la mia sorte, non per me, ma perchĂ© a me si unisse per lodare il mio Signore.

La prudenza mi ha vietato di rivelare a Zaccaria la veritĂ . Sarebbe stato andare oltre l’opera di Dio. E se io ero la sua Sposa e Madre, ero sempre la sua Serva e non dovevo, perchĂ© Egli mi aveva amata oltre misura, permettermi di sostituirmi a Lui e di superarlo in un decreto.

Elisabetta, nella sua santità, comprende e tace. Perché chi Ú santo Ú sempre remissivo e umile.

Parole chiave

EMR 23

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Dettaglio

Titolo del capitolo: Nascita di Giovanni Battista. Ogni sofferenza Ăš alleviata nel grembo di Maria.

Data della visione e del dettato: lunedĂŹ 3 aprile 1944 (lunedĂŹ santo)

Calendario: giovedĂŹ 4 luglio dell'anno 5 a.C.

Luogo (mappa) : Hebron

Ciclo: Nascita e infanzia di GesĂč

Riassunto: Maria ed Elisabetta camminano nella casa di Zaccaria. Camminano lentamente e Maria Ăš attenta a tutto. Prendendosi cura della sua parente, va ad aiutare Sara, la serva, e poi invita Elisabetta a camminare ancora un po'. Vanno a vedere le colombe ed Elisabetta Ăš commossa dal loro affetto per lei. Il suo stato di salute le faceva temere la morte ed era preoccupata per il marito e il figlio. Maria la rassicura, dicendole che tutto andrĂ  bene e invitandola a confidare in Dio. Quando le sofferenze di Elisabetta si attenuarono, tornarono a casa. Inizia l'opera della madre del Precursore. Maria conforta Zaccaria e prega con il vecchio. Quando lui si addormenta (era notte fonda), lei si prende cura di lui e continua la sua preghiera.

Elisabetta chiama la Vergine e le chiede di mettere la mano sul suo grembo immacolato. Maria la tranquillizza, le dice di confidare in Dio e le dice che GesĂč Ăš lĂŹ. Quando la cugina si Ăš calmata, riparte. Zaccaria dorme ancora. L'Immacolata prega intensamente, finchĂ© il vecchio sacerdote si sveglia. Ma Giovanni non era ancora nato.

Maria continua a pregare e presto spunta l'alba. Poco dopo, con grande gioia di entrambi i genitori, nacque Giovanni. Zaccaria accolse il bambino, poi Maria lo riportĂČ da sua madre. Il bambino si calmĂČ appena fu sul seno di Maria. Elisabetta le chiese se Zaccaria fosse in grado di parlare, ma purtroppo non lo era. La Vergine le disse allora di continuare a sperare nel Signore...

Dopo la visione, la Pienezza di Grazia dettĂČ a Maria e le spiegĂČ che, sebbene fosse stata preservata dalla Colpa e dai dolori del parto, la sua maternitĂ  spirituale era stata comunque piena di sofferenze. Maria ci invita quindi a venire sempre da lei, perchĂ© Ăš l'eterna portatrice di GesĂč. Ella prega incessantemente per noi e per la nostra salvezza.

Contenuti del capitolo: 23,1: Una visione di pace in mezzo a ore buie. 23.2: Maria aiuta Elisabetta e Sara nel giardino. 23.3: Rassicura Elisabetta, che ha paura di morire. 23.4: Veglia su tutto nella casa. 23.5: Elisabetta, che sta soffrendo, la chiama al suo capezzale. 23.6: Torna a rassicurare Zaccaria. 23.7: Zaccaria Ăš nervoso, Maria prega. 23.8: Il bambino viene portato al padre. Maria lo riporta alla madre. 23.9: Lo strazio della nascita spirituale di Maria. 23.10: Vieni a me che sono l'eterna portatrice di GesĂč.

Parole chiave

EMR 23.2-4

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

23.2 Ancora e sempre la casa di Elisabetta. In una bella sera d’estate, ancor chiara di un ultimo sole e pur già ornata nel cielo da un arco falcato di luna, che pare una virgola d’argento messa su un gran drappo azzurro intenso.

I rosai odorano fortemente e le api fanno gli ultimi voli, gocce d’oro ronzanti nell’aria cheta e calda della sera. Dai prati viene un grande odore di fieni asciugati al sole, un odor di pane quasi, di pane caldo, appena sfornato. Forse viene anche dai molti teli stesi ad asciugare per ogni dove e che ora Sara piega.

Maria passeggia dando braccio alla cugina. Adagio adagio vanno su e giĂč, sotto la pergola semioscura.

Ma Maria ha occhio a tutto e, pur occupandosi di Elisabetta, vede che Sara Ú impicciata a ripiegare un lungo telo che ha tolto da una siepe. «Attendimi qui seduta», dice alla parente. E va ad aiutare la vecchia servente, tirando la tela per raddrizzarla e piegandola poi con cura. «Sanno ancora di sole, sono caldi», dice con un sorriso. E per far felice la donna aggiunge: «Questa tela, dopo la tua imbiancatura, Ú diventata bella quanto mai. Non ci sei che te che sai fare cosÏ bene».

Sara se ne va gongolante col suo carico di tele fragranti.

Maria torna da Elisabetta e dice: «Ancora un pochino di passi. Ti faranno bene». E siccome Elisabetta, stanca, non vorrebbe muoversi, le dice: «Andiamo soltanto a vedere se i tuoi colombi sono tutti nei loro nidi e se l’acqua della loro vasca Ăš monda. Poi torniamo in casa».

23.3 I colombi devono essere i prediletti di Elisabetta. Quando sono davanti alla rustica torretta dove giĂ  i colombi sono tutti raccolti — le femmine nelle cove, i maschi davanti alle stesse e non si muovono, ma vedendo le due donne hanno ancora un cruccolio di saluto — Elisabetta si commuove. La debolezza del suo stato la soverchia e le dĂ  dei timori che la fanno piangere. Li appalesa alla cugina. «Se avessi a morire
 poveri colombini miei! Tu non resti. Restassi tu nella mia casa, non mi importerebbe di morire. Ho avuto il massimo di gioia che donna possa avere, una gioia che m’ero rassegnata a non conoscere mai, ed anche della morte non posso lamentarmi col Signore perchĂ© Egli, ne sia benedetto, mi ha colmata della sua benignitĂ . Ma c’ù Zaccaria
 e ci sarĂ  il bambino. Uno vecchio e che si troverebbe come perduto in un deserto senza la sua donna. L’altro cosĂŹ piccino che sarebbe come fiore destinato a morir di gelo, perchĂ© senza la sua mamma. Povero bambino senza carezze della madre! ».

«Ma perchĂ© triste cosĂŹ? Dio ti ha dato la gioia d’esser madre, nĂ© te la leverĂ  quando essa Ăš piena. Il piccolo Giovanni avrĂ  tutti i baci della mamma e Zaccaria tutte le cure della sposa fedele sino alla piĂč tarda vecchiezza. Siete due rami di una stessa pianta. Uno non morrĂ  lasciando l’altro solo».

«Tu sei buona e mi conforti. Ma io sono vecchia tanto per avere un figlio. Ed ora che sto per averlo ho paura».

«Oh! no! C’ù qui GesĂč! Non bisogna aver paura dove Ăš GesĂč. Il mio Bambino ti ha levato la sofferenza, tu l’hai detto, quando era come un boccio appena formato. Ora che sempre piĂč si completa e giĂ  vive come creatura mia — ne sento battere il cuoricino nella mia gola e mi par di aver posato su essa un uccellino di nido dal cuoricino pulsante leggero — leverĂ  da te ogni pericolo. Devi aver fede».

«Ne ho. Ma se morissi
 non lasciare subito Zaccaria. So che pensi alla tua casa. Ma resta un poco ancora. Per aiutare l’uomo mio nel primo dolore».

«Io resterĂČ per bearmi della tua e della sua gioia, e ti lascerĂČ quando sarai forte e lieta. Ma stai quieta, Elisabetta. Tutto andrĂ  bene. La tua casa non soffrirĂ  di nulla mentre tu soffrirai. Zaccaria sarĂ  servito dalla piĂč amorosa ancella, i tuoi fiori saranno curati, e curati i colombi, e li troverai, questi e quelli, lieti e belli per far festa alla ben tornata padrona.

23.4 Rientriamo, ora, perchĂ© tu impallidisci ».

«SĂŹ, mi pare di soffrire di nuovo. Forse l’ora Ăš giunta. Maria, prega per me».

«Ti sorreggerĂČ con la preghiera finchĂ© il tuo travaglio non sarĂ  finito in gioia».

E le due donne rientrano lentamente in casa. Elisabetta si ritira nelle sue stanze. Maria, destra e previdente, dĂ  ordini e prepara tutto quanto puĂČ occorrere, e conforta Zaccaria impensierito.

Parole chiave

EMR 23.2

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

23.2 Ancora e sempre la casa di Elisabetta. In una bella sera d’estate, ancor chiara di un ultimo sole e pur già ornata nel cielo da un arco falcato di luna, che pare una virgola d’argento messa su un gran drappo azzurro intenso.

I rosai odorano fortemente e le api fanno gli ultimi voli, gocce d’oro ronzanti nell’aria cheta e calda della sera. Dai prati viene un grande odore di fieni asciugati al sole, un odor di pane quasi, di pane caldo, appena sfornato. Forse viene anche dai molti teli stesi ad asciugare per ogni dove e che ora Sara piega.

Maria passeggia dando braccio alla cugina. Adagio adagio vanno su e giĂč, sotto la pergola semioscura.

Ma Maria ha occhio a tutto e, pur occupandosi di Elisabetta, vede che Sara Ú impicciata a ripiegare un lungo telo che ha tolto da una siepe. «Attendimi qui seduta», dice alla parente. E va ad aiutare la vecchia servente, tirando la tela per raddrizzarla e piegandola poi con cura. «Sanno ancora di sole, sono caldi», dice con un sorriso. E per far felice la donna aggiunge: «Questa tela, dopo la tua imbiancatura, Ú diventata bella quanto mai. Non ci sei che te che sai fare cosÏ bene».

Sara se ne va gongolante col suo carico di tele fragranti.

Parole chiave

EMR 23.4

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

Le due donne rientrano lentamente in casa. Elisabetta si ritira nelle sue stanze. Maria, destra e previdente, dĂ  ordini e prepara tutto quanto puĂČ occorrere, e conforta Zaccaria impensierito.

Nella casa, che veglia in questa notte e dove ci sono voci estranee di donne chiamate in aiuto, Maria resta vigile come un faro in una notte di tempesta. Tutta la casa gravita su Lei. Ed Ella, dolce e sorridente, provvede a tutto. E prega. Quando non Ú chiamata per questo o quello, Ella si raccoglie in preghiera. È nella stanza dove si raccoglievano sempre per i pasti e per il lavoro.

E con Lei Ăš Zaccaria, che sospira e passeggia turbato. Hanno giĂ  pregato insieme. Poi Maria ha continuato a pregare. Anche ora che il vecchio, stanco, si Ăš seduto sul suo seggiolone presso la tavola e tace sonnacchioso, Ella prega. E quando lo vede dormire del tutto, col capo sulle braccia conserte appoggiate al tavolo, Ella si slaccia i sandali per far meno rumore e cammina scalza e, facendo meno chiasso di quanto puĂČ farne una farfalla aggirandosi per una camera, Ella prende il mantello di Zaccaria e glielo stende sopra con leggerezza tale che egli continua a dormire nel tepore della lana che lo difende dal fresco notturno, che entra a sbuffi dalla porta di sovente aperta. Poi torna a pregare. E sempre piĂč intensamente prega, in ginocchio, a braccia alzate, quando il lamento della sofferente si fa piĂč acuto.

Dettaglio

Elisabeth impallidisce e sente tornare il dolore. Sta per partorire.

Parole chiave

EMR 23.5-6

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

23.5 Sara entra e le fa cenno di uscire. Maria esce, coi suoi piedi scalzi, nel giardino. «La padrona vi vuole», dice.

«Vengo», e Maria cammina lungo la casa, sale la scala
 Pare un angelo bianco che si aggiri nella notte quieta e piena di astri. Entra da Elisabetta.

«Oh! Maria! Maria! Quanto dolore! Non ne posso piĂč, Maria! Quanto dolore si deve soffrire per esser madre!».

Maria la carezza con amore e la bacia.

«Maria! Maria! Lasciami mettere le mani sul tuo seno!».

Maria prende le due mani rugose e gonfie e se le posa sull’addome arrotondato, tenendole premute con le sue manine lisce e sottili. E parla piano, ora che sono sole: «GesĂč Ăš lĂŹ che ti sente e vede. Confida, Elisabetta. Il suo cuore santo batte piĂč forte, poichĂ© Egli ora opera per il tuo bene. Lo sento palpitare come lo avessi fra mano e mano. Io le capisco le parole di palpito che mi dice il mio Bambino. Egli ora mi dice: “Di’ alla donna che non tema. Ancora un poco di dolore. E poi, col primo sole, fra le tante rose che aspettano quel raggio mattutino per aprirsi sullo stelo, la sua casa avrĂ  la rosa piĂč bella, e sarĂ  Giovanni, il mio Precursore”».

Elisabetta posa anche il volto sul seno di Maria e piange piano.

Maria sta qualche tempo cosĂŹ, poichĂ© pare che il dolore si assopisca in una sosta di ristoro. E accenna a tutti di star quieti. Resta in piedi, bianca e bella nel tenue chiarore di un lume ad olio, come un angelo presso chi soffre. Prega. Le vedo muovere le labbra. Ma, anche se non le vedessi muovere, capirei che prega dall’espressione rapita del viso.

23.6 Il tempo passa. E il dolore riprende Elisabetta. Maria la bacia nuovamente e si ritira.

Parole chiave

EMR 23.6

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

Il tempo passa. E il dolore riprende Elisabetta. Maria la bacia nuovamente e si ritira. Scende svelta nel raggio di luna e corre a vedere se il vecchio dorme ancora. Dorme e geme nel sonno. Maria ha un gesto di pietĂ . Si rimette a pregare.

Passa il tempo. Il vecchio si scuote dal suo sonno ed alza un volto confuso, come di chi mal si sovviene perchĂ© Ăš lĂŹ. Poi ricorda. Ha un gesto e un’esclamazione gutturale. Poi scrive: «Non Ăš nato ancora?». Maria fa un cenno di diniego. Zaccaria scrive: «Quanto dolore! Povera donna mia! RiuscirĂ  senza morirne?».

Maria prende la mano del vecchio e lo rassicura: «All’alba, fra poco, il bambino sarĂ  nato. Tutto andrĂ  bene. Elisabetta Ăš forte. Come sarĂ  bello questo giorno — poichĂ© fra poco Ăš giorno — in cui il tuo bambino vedrĂ  la luce! Il piĂč bello della tua vita! Grazie grandi ha in serbo per te il Signore, e il tuo bambino ne Ăš l’annunziatore».

Zaccaria scuote il capo mestamente e accenna alla sua bocca muta. Vorrebbe dire tante cose e non puĂČ.

Maria comprende e risponde: «Il Signore farĂ  completa la tua gioia. Credi in Lui completamente, spera infinitamente, ama totalmente. L’Altissimo ti esaudirĂ  piĂč che tu non osi sperarlo. Egli vuole questa tua fede totale a lavacro della tua diffidenza passata. Di’ nel tuo cuore, con me: “Credo”. Dillo ad ogni battito del cuore. I tesori di Dio si aprono a chi crede in Lui e nella sua potente bontà».

Parole chiave

EMR 23.7-8

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

23.7 La luce comincia a penetrare dalla porta socchiusa. Maria l’apre. L’alba fa tutta bianca la terra rugiadosa. C’ù un grande odore di terra umida e di verde, e i primi zirli di uccelli si chiamano da ramo a ramo.

Il vecchio e Maria vanno sulla porta. Sono pallidi per la notte insonne e la luce dell’alba li fa ancor piĂč pallidi. Maria si rimette i suoi sandali e va ai piedi della scala e ascolta. E quando una donna si affaccia, accenna e poi torna. Nulla ancora.

Maria va in una stanza e torna con del latte caldo che fa bere al vecchio, va dai colombi, torna a scomparire in quella stanza. Forse Ăš la cucina. Gira, sorveglia. Pare abbia dormito il piĂč bel sonno, tanto Ăš svelta e serena.

Zaccaria passeggia nervosamente su e giĂč per il giardino. Maria lo guarda con pietĂ . Poi entra di nuovo nella stanza solita e, inginocchiata presso il suo telaio, prega intensamente, perchĂ© il lagno della sofferente si fa piĂč acuto. Si curva fino a terra per supplicare l’Eterno. Zaccaria rientra e la vede cosĂŹ prostrata e piange, il povero vecchio. Maria si alza e lo prende per mano. È tanto piĂč giovane, ma pare Lei la mamma di quella vecchiezza desolata, e versa su essa i suoi conforti.

23.8 Stanno cosĂŹ l’uno presso l’altra nel sole che fa rosea l’aria del mattino, e cosĂŹ li raggiunge l’annuncio festante: «È nato! È nato! Un maschio! Padre felice! Un maschio florido come una rosa, bello come il sole, forte e buono come la madre. Gioia a te, padre benedetto dal Signore, che un figlio ti ha dato perchĂ© tu lo offra al suo Tempio. Gloria a Dio, che ha concesso posteritĂ  a questa casa! Benedizione a te ed al figlio che ti Ăš nato! Possa la sua progenie perpetuare il tuo nome nei secoli dei secoli per generazioni e generazioni, e sia sempre in alleanza col Signore eterno».

Maria con lacrime di gioia benedice il Signore. E poi i due ricevono il piccolo, portato al padre perché lo benedica. Zaccaria non va da Elisabetta. Riceve il bambino, che strilla come un disperato, ma non va dalla moglie.

Ci va Maria, portando con amore il piccino, il quale tace subito non appena Lei lo prende fra le braccia. La comare che la segue nota il fatto. «Donna», dice a Elisabetta. «Il tuo bambino ha subito taciuto quando Ella lo ha preso. Guarda come dorme quieto. E lo sa il Cielo quanto Ú inquieto e forte. Ora, guarda! Pare un colombino».

Maria posa la creatura presso la madre e la carezza ravviandole i capelli grigi. «La rosa Ú nata», le dice piano. «E tu sei viva. Zaccaria Ú felice».

«Parla?».

«Non ancora. Ma spera nel Signore. Riposa, adesso. Io sto con te».

Parole chiave

EMR 23.8

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

«È nato! È nato! Un maschio! Padre felice! Un maschio florido come una rosa, bello come il sole, forte e buono come la madre. Gioia a te, padre benedetto dal Signore, che un figlio ti ha dato perché tu lo offra al suo Tempio. Gloria a Dio, che ha concesso posterità a questa casa! Benedizione a te ed al figlio che ti Ú nato! Possa la sua progenie perpetuare il tuo nome nei secoli dei secoli per generazioni e generazioni, e sia sempre in alleanza col Signore eterno».

Maria con lacrime di gioia benedice il Signore. E poi i due ricevono il piccolo, portato al padre perché lo benedica. Zaccaria non va da Elisabetta. Riceve il bambino, che strilla come un disperato, ma non va dalla moglie.

Ci va Maria, portando con amore il piccino, il quale tace subito non appena Lei lo prende fra le braccia. La comare che la segue nota il fatto. «Donna», dice a Elisabetta. «Il tuo bambino ha subito taciuto quando Ella lo ha preso. Guarda come dorme quieto. E lo sa il Cielo quanto Ú inquieto e forte. Ora, guarda! Pare un colombino».

Maria posa la creatura presso la madre e la carezza ravviandole i capelli grigi. «La rosa Ú nata», le dice piano. «E tu sei viva. Zaccaria Ú felice».

«Parla?».

«Non ancora. Ma spera nel Signore. Riposa, adesso. Io sto con te».

Parole chiave

EMR 23.9

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

Credimi, o figlia, che non vi fu nĂ© vi sarĂ  mai strazio di puerperio simile al mio di Martire di una MaternitĂ  spirituale che si Ăš compita sul piĂč duro letto, quello della mia croce, ai piedi del patibolo del Figlio che mi moriva. E quale la madre che si trovi costretta a generare in tal modo? A mescolare lo strazio delle viscere, che si lacerano per i rantoli della sua Creatura morente, a quello delle viscere che si convellono per dover superare l’orrore di dover dire: “Vi amo. Venite a me che vi son Madre” agli uccisori del Figlio nato dal piĂč sublime amore che abbia mai visto il Cielo, dall’amore di un Dio con una vergine, dal bacio di Fuoco, dall’abbraccio di Luce che si fecero Carne, e di un seno di donna fecero il Tabernacolo di Dio?

“Quanto dolore per esser madre!”, dice Elisabetta. Tanto! Ma un nulla rispetto al mio.

Parole chiave