EMR 40.6
LâEvangelo come mi Ăš stato rivelato
Citazione
Ogni uomo, in ogni tempo, ha bisogno di consultare il Signore per conoscerne il volere e ad esso attenersi per non attirarne lâira.
Note del tema
EMR 40.6
Ogni uomo, in ogni tempo, ha bisogno di consultare il Signore per conoscerne il volere e ad esso attenersi per non attirarne lâira.
EMR 40.7
«Il fanciullo Ú perfetto. (...) Sia condotto nella vera sinagoga».
Passano in una stanza piĂč vasta e pomposa. Qui, per prima cosa, gli raccorciano i capelli. I riccioloni vengono raccolti da Giuseppe. Poi gli stringono la veste rossa con una lunga cintura girata a piĂč giri intorno alla vita, gli legano delle striscioline alla fronte, al braccio e al mantello. Le fissano con delle specie di borchie. Poi cantano salmi e Giuseppe loda con una lunga preghiera il Signore e invoca sul Figlio ogni bene.
La cerimonia ha termine. GesĂč esce con Giuseppe. Tornano da dove erano venuti, si riuniscono ai parenti maschi, comperano e offrono un agnello; poi, con la vittima sgozzata, raggiungono le donne.
Maria bacia il suo GesĂč. Pare sia degli anni che non lo vede. Lo guarda, fatto piĂč uomo nella veste e nei capelli, lo carezzaâŠ
Escono e tutto finisce.
L'esame della maggioranza di GesĂč Ăš completo.
EMR 41
GesĂč Ăš solo a Gerusalemme. Maria lo vede guardare in una direzione particolare, ma la visione Ăš piuttosto breve. Riprende piĂč tardi e la mistica scopre l'interno del Tempio. C'erano dei dottori della Legge, tra cui Gamaliele, Hillel e Shammai, che discutevano della profezia di Davide e del Messia. I primi due sostenevano che il Salvatore era giĂ sulla Terra, mentre l'altro affermava che la schiavitĂč di Israele era solo aumentata e che "la pace che avrebbe dovuto essere portata da colui che i profeti chiamavano "il Principe della Pace" Ăš ben lontana dal regnare sul mondo". GesĂč allora interviene e dichiara che Gamaliele ha ragione. Gli viene chiesto su cosa si basano, e per un po' i personaggi parlano della NativitĂ e della strage degli Innocenti. Poi Hillel chiede da dove viene la saggezza del ragazzo e vogliono esaminarlo per bene. Gli viene consegnato un rotolo e poi si affronta il tema del Precursore. GesĂč aveva detto che era giĂ sulla terra e che avrebbe preceduto il Cristo di lĂŹ a poco. Inoltre, il Figlio di Giuseppe profetizza sul Regno di Dio e sulla RegalitĂ di Cristo, che Ăš interamente spirituale. Egli disse persino che il Santuario di Dio non sarebbe piĂč stato abbattuto e distrutto, e Hillel comprese le sue parole citando un altro passo del libro di Aggeo.
Gamaliele gli parlĂČ allora della Pace di cui parlava il profeta e GesĂč rispose con le parole della Gloria: "Pace agli uomini di buona volontĂ ". Ma Israele non ha questa buona volontĂ , quindi non avrĂ la Pace e rifiuterĂ il suo Messia. Infine, GesĂč torna ancora una volta sul Precursore, in seguito a un'osservazione di Shammai, dicendo che tra poco precederĂ il Cristo. Conclude dicendo che se tutti fossero come Hillel, la salvezza arriverebbe in Israele. Hillel si offre di restare con lui, ma il Bambino dice che deve rimanere in solitudine. E cosĂŹ la visione si conclude.
Maria spiega poi come ha fatto a sapere chi erano Hillel e Gamaliele (grazie alla voce del suo consigliere interiore). Infine, GesĂč fa un dettato sul ritrovamento di GesĂč e Maria nel Tempio e sul dolore di Maria e Giuseppe. Torna alla famosa domanda: "Figlio mio, perchĂ© ci hai fatto questo?".
EMR 41.7
Traduzione in corso
EMR 41.11-13
41.11 Dice GesĂč:
[âŠ].
«Torniamo indietro molto, molto. Torniamo al Tempio, dove Io dodicenne sto disputando. Anzi torniamo nelle vie che conducono a Gerusalemme e da Gerusalemme al Tempio.
Vedi lâangoscia di Maria quando, riunitesi le schiere degli uomini e delle donne, Ella vede che Io non sono con Giuseppe.
Non alza la voce in rimproveri aspri verso lo sposo. Tutte le donne lâavrebbero fatto. Lo fate per molto meno, dimenticando che lâuomo Ăš sempre il capo di casa. Ma il dolore che traspare dal volto di Maria trafigge Giuseppe piĂč dâogni rimprovero. Non si abbandona Maria a scene drammatiche. Per molto meno lo fate, amando dâesser notate e compatite. Ma il suo dolore contenuto Ăš cosĂŹ palese, dal tremito che la prende, dal volto che impallidisce, dagli occhi che si dilatano, che commuove piĂč dâogni scena di pianto e clamore.
Non sente piĂč fatica, non fame. E il cammino era stato lungo e da tante ore non sâera preso ristoro! Ma Ella lascia tutto. E il giaciglio che si sta preparando e il cibo che sta per essere distribuito. E torna indietro. Ă sera, scende la notte. Non importa. Ogni passo la riporta verso Gerusalemme. Ferma le carovane, i pellegrini. Interroga. Giuseppe la segue, la aiuta. Un giorno di cammino a ritroso e poi lâaffannosa ricerca per la cittĂ .
Dove, dove puĂČ essere il suo GesĂč? E Dio permette che Ella non sappia per tante ore dove cercarmi. Cercare un bambino nel Tempio era cosa senza giudizio. Che ci doveva fare un bambino nel Tempio? Al massimo, se sâera sperduto per la cittĂ ed era tornato lĂ dentro, portato dai suoi piccoli passi, la sua voce piangente avrebbe chiamato la mamma ed attirato lâattenzione degli adulti, dei sacerdoti, i quali avrebbero provveduto a ricercare i genitori con dei bandi messi alle porte. Ma non câera nessun bando. Nessuno in cittĂ sapeva di questo Bambino. Bello? Biondo? Robusto? Eh! ce ne sono tanti! Troppo poco per poter dire: âLâho visto. Era lĂ e lĂ â!
41.12 Poi, dopo tre giorni, simbolo di altri tre giorni di angoscia futura, ecco che Maria esausta penetra nel Tempio, scorre i cortili e i vestiboli. Nulla. Corre, corre, la povera Mamma, lĂ dove sente una voce di bimbo. E fin gli agnelli col loro belare le paiono il pianto della sua Creatura che la cerca. Ma GesĂč non piange. Ammaestra. Ecco che Maria sente, oltre una barriera di persone, la cara voce che dice: âQueste pietre fremerannoâŠâ. Ella cerca di fendere la calca e vi riesce dopo molto stento. Eccolo, il Figlio, a braccia aperte, ritto fra i dottori.
Maria Ăš la Vergine prudente. Ma questa volta lâaffanno soverchia la sua riservatezza. Ă una diga che abbatte ogni altra cosa. Corre al Figlio, lo abbraccia, levandolo dallo sgabello e posandolo al suolo, ed esclama: âOh! perchĂ© ci hai fatto questo? Da tre giorni ti andiamo cercando. La tua Mamma sta per morire di dolore, Figlio. Il padre tuo Ăš sfinito di fatica. PerchĂ©, GesĂč?â.
Non si chiedono i âperchĂ©â a Chi sa. I âperchĂ©â del suo modo di agire. Ai vocati non si chiede âperchĂ©â lasciano tutto per seguire la voce di Dio. Io ero Sapienza e sapevo. Io ero âvocatoâ ad una missione e la compivo. Sopra il padre e la madre della Terra vi Ăš Dio, Padre divino. I suoi interessi superano i nostri, i suoi affetti sono superiori ad ogni altro. Io lo dico a mia Madre.
Termino lâinsegnamento ai dottori con lâinsegnamento a Maria, Regina dei dottori. Ed Ella non se lo Ăš piĂč dimenticato. Il sole le Ăš tornato nel cuore avendomi per mano, umile e ubbidiente, ma le mie parole le sono pure nel cuore. Molto sole e molte nubi scorreranno nel cielo durante quei ventuno anni in cui sarĂČ ancora sulla Terra. E molta gioia e molto pianto si alternerĂ nel suo cuore per altri ventuno anni. Ma Ella non chiederĂ piĂč: âPerchĂ©, Figlio mio, ci hai fatto questo?â.
Imparate, o uomini protervi.
41.13 Ho istruito e illuminato Io la visione, perchĂ© tu non sei in grado di fare di piĂč.
EMR 41.12
Sopra il padre e la madre della Terra vi Ăš Dio, Padre divino. I suoi interessi superano i nostri, i suoi affetti sono superiori ad ogni altro.
EMR 41.12
Non si chiedono i âperchĂ©â a Chi sa. I âperchĂ©â del suo modo di agire. Ai vocati non si chiede âperchĂ©â lasciano tutto per seguire la voce di Dio.
EMR 42
Maria vede il banco del falegname a Nazareth. GesĂč sta lavorando lĂŹ. Maria arriva e chiama il Figlio: entrano in una stanza dove Giuseppe sta morendo. GesĂč si avvicinĂČ al padre, cercĂČ di rianimarlo e fece sedere la Madre. Poi pregĂČ accanto al moribondo e lo confortĂČ. Giuseppe morĂŹ serenamente tra le sue braccia, circondato da suo Figlio e dalla sua santissima Sposa.
GesĂč fa un dettato e insiste sulla sofferenza di Maria in quel momento, perchĂ© amava veramente il suo Giuseppe. Per trovare forza in questa prova e per dare il suo fiat, si aggrappa a GesĂč. Anche lei si Ăš aggrappata a Dio nell'ora della prova.
GesĂč ci invita a fare lo stesso, e a invocarlo nell'ora della nostra morte, perchĂ© tra le sue calze essa perde tutta la sua durezza. GesĂč ha detto per tutti noi: "Signore, nelle tue mani affido il mio spirito", per tutti coloro che muoiono pensando a lui, affinchĂ© le nostre agonie siano alleviate.
EMR 42.1-7
42.1 Prepotentemente, mentre sono dietro a correggere il fascicolo, e precisamente quel dettato sulle pseudo-religioni di ora, entra in me questa visione. La scrivo mentre la vedo.
Vedo un interno di laboratorio da falegname. Ma sembra che due delle pareti di esso siano formate da pareti di roccia, come se si fosse approfittato di grotte naturali per formare vani di casa. Qui sono precisamente i lati nord e ovest quelli che sono di roccia, mentre le altre due pareti, sud e est, sono di intonaco come le nostre.
Nel lato nord, in unâinsenatura della roccia, Ăš stato ricavato un focolare rudimentale, sul quale Ăš un pentolino con della vernice o colla, non capisco bene. Le legna, bruciate da anni in quel posto, hanno tinto la parete che pare incatramata tanto Ăš nera. Un buco nella parete, sormontato da una specie di grosso tegolone ricurvo, vorrebbe fare da camino aspirante il fumo delle legna. Ma deve aver fatto male il suo compito, perchĂ© anche le altre pareti sono molto annerite dal fumo, e una nebbia fumosa Ăš anche in questo momento sparsa nella stanza.
42.2 GesĂč lavora ad un tavolone da falegname. Sta piallando delle tavole che poi addossa al muro dietro a SĂ©. Poi prende una specie di sgabello, stretto a due lati in una morsa, lo libera dalla stessa, guarda se il lavoro Ăš esatto, lo squadra in tutti i sensi, poi va al camino, prende il pentolino e vi fruga dentro con un bastoncino o pennello, non so; io vedo solo la parte che sporge e che Ăš simile a un bastoncino.
GesĂč Ăš vestito di nocciola scuro e ha la tunica piuttosto corta, le maniche rimboccate oltre il gomito e una specie di grembiule davanti, nel quale si sfrega le dita dopo aver toccato il pentolino.
à solo. Lavora assiduamente ma con pacatezza. Nessuna mossa disordinata, impaziente. à preciso e continuo nel suo lavoro. Non si infastidisce di nulla, né di un nodo nel legno che non si lascia piallare, né di un cacciavite (mi pare) che gli cade due volte dal banco, né del fumo sparso che gli deve andare negli occhi.
Ogni tanto alza il capo e guarda verso la parete sud, dove Ăš una porta chiusa, come ascoltando. A un dato momento si affaccia, aprendo una porta che Ăš nella parete est e che dĂ sulla via. Vedo uno squarcio di viuzza polverosa. Sembra che attenda qualcuno. Poi torna al lavoro. Non Ăš triste, ma Ăš serio. Rinchiude lâuscio e torna al lavoro.
42.3 Mentre Ăš occupato a fabbricare qualcosa che mi sembrano pezzi di cerchio di ruota, entra la Mamma. Entra da una porta della parete meridionale. Entra affrettatamente e corre verso GesĂč. Ă vestita di azzurro cupo e senza nulla sul capo. Una semplice tunica, tenuta stretta alla vita da un cordone dâuguale colore. Chiama con affanno il Figlio e gli si appoggia con ambo le mani ad un braccio con mossa di supplica e di dolore. GesĂč la carezza passandole il braccio sulla spalla e la conforta, poi si avvia con Essa lasciando subito il lavoro e levandosi il grembiule.
Penso che lei voglia sapere anche le parole dette. Ben poche da parte di Maria : «Oh! GesĂč! Vieni, vieni. Sta male!». Vengono dette con labbra che tremano e con un luccichio di pianto negli occhi arrossati e stanchi. GesĂč non dice che: «Mamma!», ma vi Ăš tutto in quella parola.
Entrano nella stanza accanto, tutta ridente di sole che entra da una porta spalancata su un orticello pieno di luce e di verde, nel quale svolazzano dei colombi fra uno sventolio di panni stesi ad asciugare. La stanza Ăš povera ma ordinata. Vi Ăš un giaciglio basso, coperto di materassini (dico materassini perchĂ© sono certe cose alte e morbide, ma non Ăš un letto come il nostro). Su esso, appoggiato a molti cuscini, Ăš Giuseppe. Ă morente. Lo dice chiaramente il volto di un pallore livido, lâocchio spento, il petto anelante e lâabbandono di tutto il corpo.
42.4 Maria si mette alla sua sinistra, gli prende la mano rugosa e livida nelle unghie, la strofina, la carezza, la bacia, gli asciuga con un pannilino il sudore che fa righe lucide alle tempie incavate, la lacrima che si invetra nellâangolo dellâocchio, gli bagna le labbra con un lino intinto in un liquido che pare vino bianco.
GesĂč si mette a destra. Solleva con sveltezza e cura il corpo che si affossa, lo raddrizza sui cuscini che accomoda insieme a Maria. Carezza sulla fronte lâagonizzante e cerca di rianimarlo.
Maria piange piano, senza rumore, ma piange. I lacrimoni rotolano lungo le guance pallide sino sulla veste azzurro cupo e sembrano zaffiri lucenti.
Giuseppe si rianima alquanto e guarda fisso GesĂč, gli dĂ la mano come per dirgli qualcosa e per avere, al contatto divino, forza nellâultima prova. GesĂč si china su quella mano e la bacia. Giuseppe sorride. Poi si volge a cercare con lo sguardo Maria e sorride anche a Lei. Maria si inginocchia presso il letto cercando di sorridere. Ma le riesce male e curva il capo. Giuseppe le mette la mano sul capo con una casta carezza che pare una benedizione.
Non si sente che lo svolazzio e il tubare dei colombi, il frusciare delle foglie, un chioccolio di acqua e, nella stanza, il respiro del morente.
GesĂč gira intorno al letto, prende uno sgabello e fa sedere Maria chiamandola ancora e unicamente: «Mamma». Poi torna al suo posto e riprende nelle sue la mano di Giuseppe. Ă cosĂŹ vera la scena che io piango per la pena di Maria.
42.5 Poi GesĂč, curvandosi sul morente, gli mormora un salmo. So che Ăš un salmo, ma ora non posso dirle quale. Comincia cosĂŹ:
«âProteggimi, o Signore, perchĂ© in Te ho posto la mia speranzaâŠ
A pro dei santi che sono nella terra di lui ha compiuto mirabilmente tutti i miei desideriâŠ
BenedirĂČ il Signore che mi dĂ consiglioâŠ
Io tengo sempre dinnanzi a me il Signore. Egli mi sta alla destra perché io non vacilli.
Per questo si rallegra il mio cuore ed esulta la mia lingua, anche il mio corpo riposerĂ nella speranza.
PerchĂ© Tu non abbandonerai lâanima mia nel soggiorno dei morti, nĂ© permetterai che il tuo santo veda la corruzione.
Mi farai conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia colla tua facciaâ».
Giuseppe si rianima tutto e con uno sguardo piĂč vivo sorride a GesĂč e gli stringe le dita.
GesĂč risponde con un sorriso al sorriso e con una carezza alla stretta, e continua dolcemente, curvo sul suo padre putativo:
«âQuanto sono amabili i tuoi Tabernacoli, o Signore.
Lâanima mia si consuma di desiderio verso gli atrii del Signore.
Anche il passero si trova una casa e la tortorella un nido per i suoi nati. Io desidero i tuoi altari, Signore.
Beati coloro che abitano la tua casa⊠Beato lâuomo che trova in Te la sua forza. Egli ha disposte nel suo cuore le ascensioni dalla valle delle lacrime al luogo eletto.
O Signore, ascolta la mia preghieraâŠ
O Dio, volgi il tuo sguardo e mira la faccia del tuo CriÂstoâŠâ».
Giuseppe con un singhiozzo guarda GesĂč e fa il moto di parlare come per benedirlo. Ma non puĂČ. Si comprende che capisce, ma ha la parola impedita. Ă perĂČ felice e guarda con vivacitĂ e fiducia il suo GesĂč.
«âO Signoreâ», continua GesĂč. «âTu sei stato propizio alla tua terra, hai liberato dalla schiavitĂč GiacobbeâŠ
Mostraci, o Signore, la tua misericordia e donaci il tuo Salvatore.
Voglio sentire quel che dice dentro di me il Signore Iddio. Certo Egli parlerĂ di pace al suo popolo per i suoi santi e per chi di cuore torna a Lui.
SÏ, la tua salute Ú vicina⊠e la gloria abiterà sulla Terra⊠La bontà e la verità si sono incontrate, la giustizia e la pace si sono baciate. La verità Ú spuntata dalla Terra e la giustizia ha guardato dal Cielo.
SĂŹ, il Signore si mostrerĂ benigno e la nostra terra darĂ il suo frutto. La giustizia camminerĂ dinnanzi a Lui e lascerĂ nella via le sue impronteâ.
Tu lâhai vista questâora, padre, e per essa ti sei affaticato. Tu hai aiutato questâora a formarsi, e il Signore te ne darĂ premio. Io te lo dico», aggiunge GesĂč asciugando una lacrima di gioia che scende lenta sulla guancia di Giuseppe.
Poi riprende:
«âO Signore, ricordati di Davide e di tutta la sua mansuetudine.
Come egli giurĂČ al Signore: io non entrerĂČ dentro alla mia casa, non salirĂČ sul letto del mio riposo, non concederĂČ sonno agli occhi miei, non riposo alle mie palpebre, non requie alle mie tempie finchĂ© non ho trovato un posto al Signore, una dimora per il Dio di GiacobbeâŠ
Sorgi, o Signore, e vieni al tuo riposo, Tu e lâArca della tua santitĂ (Maria comprende e ha uno scoppio di pianto).
Sian rivestiti di giustizia i tuoi sacerdoti e faccian festa i tuoi santi.
Per amore di Davide tuo servo non negarci il volto del tuo Cristo.
Il Signore ha giurato a Davide la promessa e la manterrĂ : âPorrĂČ sul tuo trono il frutto del tuo senoâ.
Il Signore lâha scelta a sua dimoraâŠ
Io farĂČ fiorire la potenza di Davide preparando una fiaccola accesa per il mio Cristoâ.
42.6 Grazie, padre mio, per Me e per la Madre. Tu mi sei stato padre giusto, e te ha posto lâEterno a custodia del suo Cristo e della sua Arca. Tu fosti la fiaccola accesa per Lui, e per il Frutto del seno santo hai avuto viscere di caritĂ . Vaâ in pace, padre. La Vedova non sarĂ senza aiuto. Il Signore ha predisposto perchĂ© sola non sia. Vai sereno al tuo riposo. Io te lo dico».
Maria piange col volto curvo sulle coperte (sembrano mantelli) stese sul corpo di Giuseppe, che si raffredda. GesĂč affretta i suoi conforti, perchĂ© lâanelito si fa piĂč affannoso e lo sguardo torna a velarsi.
«âFelice lâuomo che teme il Signore e pone nei suoi comandamenti ogni dilettoâŠ
La giustizia di lui rimane nei secoli dei secoli.
Fra gli uomini retti sorge fra le tenebre come luce il misericordioso, il benigno, il giustoâŠ
Il giusto sarĂ ricordato in eterno⊠La sua giustizia Ăš eterna, la sua potenza si alzerĂ fino alla gloriaâŠâ.
Tu lâavrai questa gloria, padre. Presto verrĂČ a trarti, coi Patriarchi che ti hanno preceduto, alla gloria che ti attende. Esulti il tuo spirito nella mia parola.
âChi riposa nellâaiuto dellâAltissimo vive sotto la protezione del Dio del Cieloâ.
Tu vi sei, padre mio.
âEgli mi liberĂČ dal laccio dei cacciatori e dalle aspre parole.
Ti coprirĂ colle sue ali e sotto alle sue penne troverai rifugio.
La sua veritĂ ti circonderĂ come scudo, non temerai i notturni spaventiâŠ
Non si avvicinerĂ a te il male⊠perchĂ© ai suoi angeli ha dato lâordine di custodirti in tutte le tue vie.
Ti porteranno sulle loro palme, affinché il tuo piede non urti nei sassi.
Camminerai sopra lâaspide e il basilisco e calpesterai il dragone e il leone.
Perché hai sperato nel Signore, Egli ti dice, o padre, che ti libererà e ti proteggerà .
PerchĂ© hai alzato a Lui la tua voce ti esaudirĂ , sarĂ teco nella tribolazione ultima, ti glorificherĂ dopo questa vita, facendoti vedere giĂ da questa la sua Salvezzaâ, e nellâaltra facendoti entrare, per la Salvezza che ora ti conforta e che presto, oh!, presto verrĂ , te lo ripeto, a cingerti di un abbraccio divino e a portarti Seco, alla testa di tutti i Patriarchi, lĂ dove Ăš preparata la dimora del Giusto di Dio che mi fu padre benedetto.
Precedimi per dire ai Patriarchi che la Salvezza Ăš nel mondo e il Regno dei Cieli presto sarĂ a loro aperto. Vaâ, padre. La mia benedizione ti accompagni».
42.7 La voce di GesĂč si Ăš elevata per giungere alla mente di Giuseppe, che sprofonda nelle nebbie della morte. La fine Ăš imminente. Il vecchio ansima a fatica. Maria lo carezza, GesĂč si siede sulla sponda del lettuccio e cinge e attira a SĂ© il morente, che si accascia e si spegne senza sussulti.
La scena Ăš piena di una pace solenne. GesĂč riadagia il Patriarca e abbraccia Maria, che in ultimo si era avvicinata a GesĂč nello strazio che la angosciava.
Morte di San Giuseppe.
EMR 42.8-10
42.8 Dice GesĂč:
«A tutte le mogli che un dolore tortura, insegno ad imitare Maria nella sua vedovanza: unirsi a GesĂč.
Quelli che pensano che Maria non abbia sofferto per le pene del cuore, sono in errore. Mia Madre ha sofferto. Sappiatelo. Santamente, perché tutto in Lei era santo, ma acutamente.
Coloro che pensano che Maria amasse di un amore tiepido lo sposo, poiché le era sposo di spirito e non di carne, sono parimenti in errore. Maria amava intensamente il suo Giuseppe, al quale aveva dedicato sei lustri di vita fedele. Giuseppe le era stato padre, sposo, fratello, amico, protettore.
Ora Ella si sentiva sola come tralcio di vite al quale viene segato lâalbero a cui si reggeva. La sua casa era come colpita dal fulmine. Si divideva. Prima era una unitĂ in cui i membri si sostenevano a vicenda. Ora veniva a mancare il muro maestro, primo dei colpi inferti a quella Famiglia, segnacolo del prossimo abbandono del suo amato GesĂč.
La volontĂ dellâEterno, che lâaveva voluta sposa e Madre, ora le imponeva vedovanza e abbandono della sua Creatura. Maria dice fra le lacrime uno dei suoi sublimi âsĂŹâ. âSĂŹ, Signore, si faccia di me secondo la tua parolaâ. E, per aver forza in quellâora, si stringe a Me.
Sempre si Ăš stretta a Dio, Maria, nelle ore piĂč gravi della sua vita. Nel Tempio chiamata alle nozze, a Nazareth chiamata alla MaternitĂ , ancora a Nazaret fra le lacrime della vedovanza, a Nazaret nel supplizio del distacco dal Figlio, sul Calvario nella tortura del vedermi morire.
42.9 Imparate, voi che piangete. E imparate voi che morite. Imparate voi, che vivete per morire. Cercate di meritare le parole che dissi a Giuseppe. Saranno la vostra pace nella lotta della morte. Imparate, voi che morite, a meritare dâaver GesĂč vicino, a vostro conforto. E, se anche non lâavete meritato, osate ugualmente di chiamarmi vicino. Io verrĂČ. Le mani piene di grazie e di conforti, il cuore pieno di perdono e dâamore, le labbra piene di parole di assoluzione e di incoraggiamento.
La morte perde ogni asprezza se avviene fra le mie braccia. Credetelo. Non posso abolire la morte, ma la rendo soave a chi muore fidando in Me.
Il Cristo lâha detto per tutti voi, sulla sua Croce: âSignore, confido a Te lo spirito mioâ. Lâha detto pensando, nella sua, alle vostre agonie, ai vostri terrori, ai vostri errori, ai vostri timori, ai vostri desideri di perdono. Lâha detto col cuore spaccato di strazio, prima che per la lanciata, e strazio spirituale piĂč che fisico, perchĂ© le agonie di coloro che muoiono pensando a Lui fossero addolcite dal Signore e lo spirito passasse dalla morte alla Vita, dal dolore al gaudio, in eterno.
42.10 Questa, piccolo Giovanni, la lezione di oggi. Sii buona e non temere. La mia pace rifluirĂ in te sempre, attraverso la parola e attraverso la contemplazione. Vieni. Faâ conto dâessere Giuseppe, che ha per guanciale il petto di GesĂč ed ha per infermiera Maria. Riposa fra noi come un bambino nella cuna».