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Comfort di lettura

EMR 37.1-3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

37.1 Vedo apparire, dolce come un raggio di sole in una giornata piovosa, il mio GesĂč, piccolo bambino di un cinque anni circa, tutto biondo e bello nella semplice vesticciuola celeste che gli scende sino a metĂ  dei polpacci torniti.

Giuoca nell’orticello con della terra. Ne fa dei mucchietti e sopra vi pianta dei rametti come facesse dei boschi in miniatura, coi sassolini fa le stradicciole, e poi vorrebbe fare un piccolo lago ai piedi delle sue minuscole colline, e prende perciĂČ un fondo di qualche vecchia stoviglia e lo interra sino all’orlo, poi lo empie di acqua con un orciolo che tuffa in una vasca, certo adibita a lavatoio o innaffiatoio del piccolo orto. Ma non ottiene altro che di bagnarsi la veste, specie nelle maniche. L’acqua sfugge dal piatto sbocconcellato e forse incrinato e
 il lago si asciuga.

Giuseppe appare sulla porta e, zitto zitto, sta a guardare per qualche tempo il lavorio del Bambino e sorride. Infatti Ăš spettacolo che fa sorridere di gioia. Poi, per impedire che GesĂč si bagni di piĂč, lo chiama. GesĂč si volge sorridendo e, vedendo Giuseppe, corre a lui con le braccine tese. Giuseppe, con un lembo della sua corta veste di lavoratore, asciuga le piccole mani terrose e bagnate e le bacia. E un dolce dialogo avviene fra i due.

GesĂč spiega il suo lavoro e il suo giuoco e le difficoltĂ  incontrate nell’eseguirlo. Voleva fare un lago come quello di Genazareth. (Da questo suppongo che gliene avevano parlato o che ve lo avevano condotto). Voleva farlo in piccolo per il suo diletto. Qui era Tiberiade, lĂŹ Magdala, lĂ  Cafarnao. Questa era la strada che conduceva, passando per Cana, a Nazareth. Voleva varare delle piccole barche nel lago — queste foglie sono barche — e andare sull’altra sponda. Ma l’acqua sfugge


Giuseppe osserva e si interessa come di cosa seria. Poi propone di fare lui, domani, un piccolo lago, non col piatto sbocconcellato, ma con una piccola vasca di legno, ben stuccata e impeciata, sulla quale GesĂč avrebbe potuto varare delle vere barchettine di legno, che Giuseppe gli avrebbe insegnato a fare.

37.2 Proprio ora gli portava dei piccoli attrezzi di lavoro, adatti a Lui, perché potesse imparare, senza fatica, ad usarli.

«CosĂŹ ti aiuterĂČ!», dice GesĂč con un sorriso.

«CosÏ mi aiuterai e diventerai un bravo falegname. Vieni a vederli».

Ed entrano nel laboratorio. E Giuseppe mostra un piccolo martello, una piccola sega, dei minuscoli cacciavite, una pialla da bambola, deposti su un bancone da falegname in erba: un bancone adatto alla statura del piccolo GesĂč.

«Vedi, per segare si mette questo legno appoggiato cosĂŹ. Si prende la sega cosĂŹ e, facendo attenzione di non andare contro le dita, si sega. Prova ».

E la lezione comincia. E GesĂč, divenendo rosso nello sforzo e stringendo le labbra, con attenzione sega e poi liscia la piccola asse con la pialla e, anche se Ăš alquanto storta, gli pare bella, e Giuseppe lo loda e gli insegna a lavorare con pazienza e amore.

37.3 Torna Maria, che certo era fuori di casa, e si affaccia al­l’uscio e guarda. I due non la vedono, perchĂ© hanno le spalle voltate. La Mamma sorride nel vedere lo zelo con cui GesĂč lavora di pialla e l’affetto con cui Giuseppe lo ammaestra.

Ma GesĂč deve sentire quel sorriso. Si volge, vede la Mamma e corre a Lei colla sua assicciuola semipiallata e gliela mostra. Maria ammira e si curva a baciare GesĂč. Gli ravvia i riccioli scomposti, gli asciuga il sudore sul viso accaldato, ascolta con affetto GesĂč che le promette di farle uno sgabelletto per stare piĂč comoda quando lavora.

Giuseppe, ritto presso al minuscolo banco, con la mano sul fianco, guarda e sorride.

Ho assistito alla prima lezione di lavoro del mio GesĂč. E tutta la pace di questa Famiglia santa Ăš in me.

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EMR 37.4-9

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

37.4 Dice GesĂč:

«Ti ho consolata, anima mia, con una visione della mia fanciullezza felice nella sua povertĂ , perchĂ© circondata dall’affetto di due santi che piĂč grandi il mondo non ha.

37.5 Si dice che Giuseppe fu il nutrizio mio. Oh! che se non potĂ© come uomo darmi il latte con cui mi nutrĂŹ Maria, egli spezzĂČ se stesso nel lavoro per darmi pane e conforto ed ebbe gentilezza d’affetti di vera madre. Da lui ho imparato — e mai allievo ebbe un maestro piĂč buono — tutto quanto fa del bambino un uomo. E un uomo che si deve guadagnare il pane.

Se la mia intelligenza di Figlio di Dio era perfetta, occorre riflettere e credere che non volli uscire clamorosamente dalla regola dell’etĂ . PerciĂČ, avvilendo la mia perfezione intellettiva di Dio al livello di una perfezione intellettiva umana, mi sono assoggettato ad avere a maestro un uomo e ad avere bisogno di un maestro. Che se poi ho appreso con rapiditĂ  e buona volontĂ , ciĂČ non toglie merito a Me d’essermi fatto soggetto ad un uomo, e all’uomo giusto d’esser stato colui che ha nutrito la mia piccola mente delle nozioni necessarie alla vita.

Le care ore passate a fianco di Giuseppe, che come per un giuoco mi condusse ad esser capace di lavorare, Io non le dimentico neppure ora che sono in Cielo. E quando guardo al padre mio putativo, rivedo il piccolo orto e il laboratorio fumoso, e mi pare di vedere affacciarsi la Mamma col suo sorriso, che faceva d’oro il luogo e beati noi.

37.6 Quanto avrebbero da imparare le famiglie da questa perfezione di sposi che si amarono come nessun altro si amĂČ!

Giuseppe era il capo. Indiscussa e indiscutibile la sua autoritĂ  familiare, davanti alla quale si piegava riverente quella della Sposa e Madre di Dio e si assoggettava il Figlio di Dio. Tutto ben fatto quello che Giuseppe decideva di fare, senza discussioni, senza puntigli, senza resistenze. La sua parola era la nostra piccola legge. E, ciononostante, in lui quanta umiltĂ ! Mai un abuso di potere, mai un volere contro ragione solo perchĂ© era il capo. La Sposa era la sua consigliera soave. E se nella sua umiltĂ  profonda Ella si riputava l’ancella del consorte, il consorte traeva dalla sua sapienza di Piena di Grazia lume di guida per tutti gli eventi.

Ed Io crescevo come fiore protetto da due alberi gagliardi, fra questi due amori che si intrecciavano su Me per proteggermi ed amarmi.

No. FinchĂ© l’etĂ  mi fece ignorare il mondo, Io non rimpiansi il Paradiso. Dio Padre e il Divino Spirito non erano assenti, poichĂ© Maria era piena di Essi. E gli angeli vi avevano dimora, poichĂ© nulla li allontanava da quella casa. E uno, potrei dire, aveva preso carne ed era Giuseppe, anima angelica, liberata dal peso della carne e solo occupata a servire Dio e la sua causa e ad amarlo come lo amano i serafini. Lo sguardo di Giuseppe! Placido e puro come quello di una stella ignara delle concupiscenze terrene. Era il nostro riposo, la nostra forza.

37.7 Molti credono che Io non abbia umanamente sofferto quando la morte spense quello sguardo di santo, vegliante nella nostra casa. Se ero Dio, e come tale cognito della felice sorte di Giuseppe, e perciĂČ non addolorato per la sua dipartita che dopo breve sosta nel Limbo gli avrebbe aperto il Cielo, come Uomo ho pianto nella casa vuota della sua amorosa presenza. Ho pianto sull’amico estinto. E non avrei dovuto piangere su questo mio santo, sul cui petto avevo dormito piccino e dal quale avevo per tanti anni avuto amore?

37.8 Faccio infine osservare ai genitori come, senza aiuto di erudizione pedagogica, Giuseppe seppe fare di Me un bravo operaio. Giunto appena all’etĂ  in cui avessi potuto maneggiare gli arnesi, senza lasciarmi poltrire nell’ozio, mi avviĂČ al lavoro, e del mio amore per Maria si fece l’ausilio primo per spronarmi al lavoro. Fare gli oggetti utili alla Mamma. Ecco cosĂŹ che si inculcava il dovuto rispetto verso la mamma che ogni figlio dovrebbe avere, e su questa rispettosa e amorosa leva si appoggiava l’insegnamento per il futuro falegname.

Dove sono ora le famiglie in cui ai piccoli si faccia amare il lavoro come mezzo di far cosa gradita ai genitori? I figli, ora, sono i despoti della casa. Crescono duri, indifferenti, villani verso i genitori. Li reputano servi loro. Schiavi loro. Non li amano e ne sono poco amati. Perché, mentre fate dei figli dei prepotenti bizzosi, vi staccate da essi con un assenteismo vergognoso.

Di tutti sono i figli. Meno che vostri, o genitori del ventesimo secolo. Sono della nutrice, dell’istitutrice, del collegio, se siete ricchi. Sono dei compagni, della strada, delle scuole, se poveri. Ma non vostri. Voi mamme li generate e basta. Voi padri fate lo stesso. Ma un figlio non Ăš solo carne. È mente, Ăš cuore, Ăš spirito. Credete pure che nessuno piĂč di un padre e di una madre hanno il dovere e il diritto di formare questa mente, questo cuore, questo spirito.

37.9 La famiglia c’ù e ci deve essere. Non vi Ăš teoria o progresso che valga a distruggere questa veritĂ  senza provocare rovina. Da un istituto familiare sgretolato non possono che venire futuri uomini e future donne sempre piĂč depravati e cagione di sempre piĂč grandi rovine. E vi dico in veritĂ  che sarebbe meglio che non vi fossero piĂč matrimoni e piĂč prole sulla Terra, anzichĂ© vi siano famiglie meno unite di quanto non siano le tribĂč delle scimmie, delle famiglie non scuole di virtĂč, di lavoro, di amore, di religione, ma caos in cui ognuno vive a sĂ© come ingranaggi disingranati che finiscono a spezzarsi.

Spezzate, spezzate. I frutti di questo vostro spezzare la forma piĂč santa del viver sociale li vedete e li subite. Continuate pure, se volete. Ma non lamentatevi se questa Terra diviene sempre piĂč inferno, dimora di mostri che divorano famiglie e nazioni. Voi lo volete. E tal vi sia».

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EMR 37.4-5

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

«Ti ho consolata, anima mia, con una visione della mia fanciullezza felice nella sua povertĂ , perchĂ© circondata dall’affetto di due santi che piĂč grandi il mondo non ha.

37.5 Si dice che Giuseppe fu il nutrizio mio. Oh! che se non potĂ© come uomo darmi il latte con cui mi nutrĂŹ Maria, egli spezzĂČ se stesso nel lavoro per darmi pane e conforto ed ebbe gentilezza d’affetti di vera madre. Da lui ho imparato — e mai allievo ebbe un maestro piĂč buono — tutto quanto fa del bambino un uomo. E un uomo che si deve guadagnare il pane.

Se la mia intelligenza di Figlio di Dio era perfetta, occorre riflettere e credere che non volli uscire clamorosamente dalla regola dell’etĂ . PerciĂČ, avvilendo la mia perfezione intellettiva di Dio al livello di una perfezione intellettiva umana, mi sono assoggettato ad avere a maestro un uomo e ad avere bisogno di un maestro. Che se poi ho appreso con rapiditĂ  e buona volontĂ , ciĂČ non toglie merito a Me d’essermi fatto soggetto ad un uomo, e all’uomo giusto d’esser stato colui che ha nutrito la mia piccola mente delle nozioni necessarie alla vita.

Le care ore passate a fianco di Giuseppe, che come per un giuoco mi condusse ad esser capace di lavorare, Io non le dimentico neppure ora che sono in Cielo. E quando guardo al padre mio putativo, rivedo il piccolo orto e il laboratorio fumoso, e mi pare di vedere affacciarsi la Mamma col suo sorriso, che faceva d’oro il luogo e beati noi.

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EMR 37.6-7

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

37.6 Quanto avrebbero da imparare le famiglie da questa perfezione di sposi che si amarono come nessun altro si amĂČ!

Giuseppe era il capo. Indiscussa e indiscutibile la sua autoritĂ  familiare, davanti alla quale si piegava riverente quella della Sposa e Madre di Dio e si assoggettava il Figlio di Dio. Tutto ben fatto quello che Giuseppe decideva di fare, senza discussioni, senza puntigli, senza resistenze. La sua parola era la nostra piccola legge. E, ciononostante, in lui quanta umiltĂ ! Mai un abuso di potere, mai un volere contro ragione solo perchĂ© era il capo. La Sposa era la sua consigliera soave. E se nella sua umiltĂ  profonda Ella si riputava l’ancella del consorte, il consorte traeva dalla sua sapienza di Piena di Grazia lume di guida per tutti gli eventi.

Ed Io crescevo come fiore protetto da due alberi gagliardi, fra questi due amori che si intrecciavano su Me per proteggermi ed amarmi.

No. FinchĂ© l’etĂ  mi fece ignorare il mondo, Io non rimpiansi il Paradiso. Dio Padre e il Divino Spirito non erano assenti, poichĂ© Maria era piena di Essi. E gli angeli vi avevano dimora, poichĂ© nulla li allontanava da quella casa. E uno, potrei dire, aveva preso carne ed era Giuseppe, anima angelica, liberata dal peso della carne e solo occupata a servire Dio e la sua causa e ad amarlo come lo amano i serafini. Lo sguardo di Giuseppe! Placido e puro come quello di una stella ignara delle concupiscenze terrene. Era il nostro riposo, la nostra forza.

37.7 Molti credono che Io non abbia umanamente sofferto quando la morte spense quello sguardo di santo, vegliante nella nostra casa. Se ero Dio, e come tale cognito della felice sorte di Giuseppe, e perciĂČ non addolorato per la sua dipartita che dopo breve sosta nel Limbo gli avrebbe aperto il Cielo, come Uomo ho pianto nella casa vuota della sua amorosa presenza. Ho pianto sull’amico estinto. E non avrei dovuto piangere su questo mio santo, sul cui petto avevo dormito piccino e dal quale avevo per tanti anni avuto amore?

Dettaglio

GesĂč parla dei suoi genitori e dice:

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EMR 37.8

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

(...) Un figlio non Ăš solo carne. È mente, Ăš cuore, Ăš spirito. Credete pure che nessuno piĂč di un padre e di una madre hanno il dovere e il diritto di formare questa mente, questo cuore, questo spirito.

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EMR 38

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Dettaglio

Maria vede la casa di Nazareth. GesĂč, Giacomo e Giuda giocano insieme in giardino: sono ancora bambini. Maria non Ăš lontana. Decidono di recitare un brano della Bibbia. Avevano proposto di recitare la scena del vitello d'oro nell'Esodo, ma uno dei cugini non voleva interpretare Miriam, che si era inchinata all'idolo. Allora GesĂč suggerĂŹ di recitare la parte in cui GiosuĂš viene eletto come successore di MosĂš. L'idea piacque a tutti. Dopo aver chiesto a Maria un punto dell'Esodo, si misero a recitare e GesĂč interpretĂČ MosĂš alla perfezione. I suoi cugini erano stupiti che recitasse cosĂŹ bene i testi.

Maria di Alfeo arriva con Alfeo. Tornano da Cana e portano con sĂ© tre agnelli. Uno Ăš per GesĂč, ed Ăš tutto bianco; gli altri sono piuttosto neri. Era stata un'idea di Giuseppe quella di offrirli al Figlio, e Alfeo voleva fare lo stesso con i suoi figli.

Alfeo suggerisce che GesĂč dovrĂ  presto andare a scuola, ma Maria rifiuta categoricamente: sarĂ  lei a insegnare al suo bambino. Giuseppe appoggiĂČ la sua decisione e Alfeo pensĂČ che il fratello fosse troppo veloce nel piegarsi alla decisione della moglie. Giuseppe rispose saggiamente e Maria di Alfeo chiese allora che la Vergine insegnasse anche ai suoi figli. La donna disse che non le dispiaceva e convinse Alfeo a lasciarli venire a casa sua per qualche ora. I bambini promisero di amarla e di prestare attenzione alle sue lezioni.

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EMR 38.3-5

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

38.3 Sotto le piante GesĂč giuoca con due bambini su per giĂč della stessa etĂ . Sono ricciuti, ma non biondi. Uno, anzi, Ăš proprio bruno: una testolina da agnellino nero che fa apparire ancor piĂč bianca la pelle del visetto rotondo, nel quale sono aperti due occhioni di un azzurro tendente al violaceo, bellissimi. L’altro Ăš meno riccio e di un color castano scuro, ha occhi castani e colorito piĂč bruno, ma con sfumatura rosea alle guance. GesĂč, con la sua testolina bionda fra i due piĂč scuri, pare giĂ  annimbato di fulgore. Giuocano di buon accordo con dei piccoli carrettini, sui quali sono
 mercanzie diverse: foglie, sassolini, trucioli, legnetti. Fanno ai mercanti certo, e GesĂč Ăš quello che compera per la Mamma, alla quale porta ora un oggetto, ora un altro. Maria accetta con un sorriso gli acquisti.

Ma poi il giuoco cambia. Uno dei due fanciulli propone: «Facciamo l’esodo attraverso l’Egitto. GesĂč sarĂ  MosĂš, io Aronne, tu
 Maria».

«Ma io sono un maschio!».

«Non importa! Fa lo stesso. Tu sei Maria e ballerai davanti al vitello d’oro, che sarĂ  quell’alveare là».

«Io non ballo. Sono un uomo e non voglio esser una donna. Sono un fedele e non voglio ballare davanti all’idolo».

GesĂč interviene: «Non facciamo questo punto. Facciamo l’altro: quando GiosuĂš viene eletto successore di MosĂš. CosĂŹ non c’ù quel brutto peccato di idolatria e Giuda Ăš contento di esser uomo e mio successore. Non Ăš vero che sei contento?».

«SĂŹ, GesĂč. Ma allora Tu devi morire, perchĂ© MosĂš muore, dopo. Io non voglio che Tu muoia, Tu che mi vuoi sempre tanto bene».

«Tutti si muore
 Ma Io prima di morire benedirĂČ Israele, e siccome qui non ci siete che voi, benedirĂČ in voi tutto Israele».

Viene accettato. Ma poi sorge una questione. Se il popolo d’Israele, dopo tanto andare, aveva ancora i carri che aveva nell’uscire dall’Egitto. Le idee sono contrastanti.

Si ricorre a Maria. «Mamma, Io dico che gli israeliti avevano ancora i carri. Giacomo dice di no. Giuda non sa a chi dare ragione. Tu sai?».

«SĂŹ, Figlio. Il popolo nomade aveva ancora i suoi carri. Nelle soste se li riparava. Su essi salivano i piĂč deboli e venivano caricate quelle derrate o quelle cose che erano necessarie a tanto popolo. Meno l’Arca, portata a mano, ogni altra cosa era sui carri». La questione Ăš risoluta.

38.4 I bambini vanno in fondo all’orto e da lĂ , salmodiando, vengono verso la casa. GesĂč Ăš davanti e canta con la sua vocina d’argento dei salmi. Dietro a Lui vengono Giuda e Giacomo sorreggenti una carriolina che Ăš elevata al rango di Tabernacolo. Ma, dato che devono fare anche la parte di popolo, oltre che di Aronne e GiosuĂš, si sono legati, con le cinture disciolte, gli altri carri in miniatura al piede e avanzano cosĂŹ, seri come fossero dei veri attori.

Percorrono tutta la pergola, passano davanti alla porta della stanza dove Ăš Maria, e GesĂč dice: «Mamma, saluta l’Arca che passa». Maria si alza con un sorriso e si inchina al Figlio, che passa raggiante in un nimbo di sole.

Poi GesĂč si inerpica sul lato del monte che limita la casa, anzi il giardino; al disopra della grotticella si pone ritto e parla a
 Israele. Dice gli ordini e le promesse di Dio, indica GiosuĂš come condottiero, lo chiama a SĂ©, e Giuda sale a sua volta sul balzo. Lo rincuora e benedice. Poi si fa dare una
 tavoletta (Ăš la larga foglia di un fico) e scrive il cantico e lo legge. Non tutto, ma buona parte, e pare proprio lo legga sulla foglia. Poi congeda GiosuĂš, che lo abbraccia piangendo, e sale piĂč su, proprio sullo scrimolo del balzo. E lĂ  benedice tutto Israele, ossia i due prostrati fino a terra, e poi si sdraia sull’erbetta corta, chiude gli occhi e
 muore.

38.5 Maria, che Ăš rimasta sulla porta sorridendo, quando lo vede rimanere steso e rigido grida: «GesĂč, GesĂč! Alzati! Non stare cosĂŹ! La tua Mamma non vuole vederti morto!».

GesĂč si alza con un sorriso e corre a Lei e la bacia. Vengono anche Giacomo e Giuda. Anche loro hanno carezze da Maria.

«Come puĂČ GesĂč ricordare quel cantico tanto lungo e difficile e tutte quelle benedizioni?», chiede Giacomo.

Maria sorride e risponde semplicemente: «Ha memoria molto buona e sta molto attento quando io leggo».

«Io, alla scuola, sto attento. Ma poi mi viene sonno con tutto quel lamentio
 Non imparerĂČ mai, allora?».

«Imparerai, sta’ quieto».

Dettaglio

Giuda, Giacomo e GesĂč giocano da bambini nel giardino di Nazareth. Maria Ăš presente.

Annotazione

Libro dei Numeri, 27, 12-23: Il Signore disse a MosĂš: "Sali sul monte Abarim e vedi il paese che ho dato ai figli d'Israele. Allora sarai riunito al tuo popolo, come lo fu tuo fratello Aronne. Infatti, ti sei ribellato alla mia parola nel deserto di Cine, quando la comunitĂ  cercava di litigare con me, anche se l'acqua zampillante avrebbe dovuto mostrare loro la mia santitĂ . È accaduto alle acque di Meriba di Kadesh, le acque della lite di Kadesh, nel deserto di Cine. Allora MosĂš parlĂČ al Signore. Disse: "Il Signore, Dio degli spiriti che animano ogni essere di carne, nomini un uomo che guidi la comunitĂ , che esca e torni a guidarla, che la faccia uscire e la faccia entrare. CosĂŹ la comunitĂ  del Signore non sarĂ  come pecore senza pastore. Il Signore disse a MosĂš: "Prendi GiosuĂš, figlio di Nun, un uomo di spirito. Imponi la tua mano su di lui e mettilo davanti al sacerdote Eleazar e a tutta la comunitĂ , e dagli i tuoi ordini davanti ai loro occhi. Metterai in lui una parte del tuo splendore, perchĂ© tutta la comunitĂ  dei figli d'Israele lo ascolti. Egli si presenterĂ  davanti al sacerdote Eleazar, che lo sottoporrĂ  al giudizio dell'Urim davanti al Signore. Alla sua parola, tutti i figli di Israele usciranno; alla sua parola, torneranno, lui e tutti i figli di Israele con lui, l'intera comunitĂ .

Libro del Deuteronomio 34: MosĂš salĂŹ dalle steppe di Moab al monte Nebo, sulla cima del Pisgah, che Ăš di fronte a Gerico. Il Signore gli mostrĂČ tutta la terra: Galaad fino a Dane, tutta NĂšftali, la terra di Efraim e Manasse, tutta la terra di Giuda fino al Mediterraneo, il Negev, la regione del Giordano, la valle di Gerico, la cittĂ  delle palme, fino a Soar. Il Signore gli disse: "Questa terra che vedi, ho giurato ad Abramo, Isacco e Giacobbe di darla alla loro discendenza. Io te la mostro, ma tu non devi entrarci". MosĂš, il servo del Signore, morĂŹ lĂŹ, nella terra di Moab, secondo la parola del Signore. Fu sepolto nella valle di fronte a Beth-peor, nella terra di Moab. Ma ancora oggi nessuno sa dove sia la sua tomba. MosĂš aveva centoventi anni quando morĂŹ; la sua vista non era venuta meno, la sua vitalitĂ  non era diminuita. I figli di Israele piansero per MosĂš nelle steppe di Moab per trenta giorni. Poi i giorni del lutto di MosĂš finirono. GiosuĂš, figlio di Nun, fu riempito di spirito di saggezza, perchĂ© MosĂš aveva imposto le mani su di lui. I figli d'Israele gli obbedirono e fecero come il Signore aveva ordinato a MosĂš. In Israele non sorse nessun profeta come MosĂš, che il Signore incontrĂČ faccia a faccia. Quali segni e prodigi il Signore gli aveva mandato a compiere in Egitto, davanti al Faraone, a tutti i suoi servi e a tutto il suo paese! Con quale mano potente, con quale formidabile potere, MosĂš aveva agito agli occhi di tutto Israele!

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EMR 38.7-8

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

38.7 Ma quest’anno dovrai mandare anche tu GesĂč alla scuola. È l’ora».

«Io non manderĂČ mai GesĂč alla scuola», dice Maria recisamente. È difficile sentirla parlare cosĂŹ, e parlare prima di Giuseppe.

«PerchĂ©? Il Bambino deve imparare per essere a suo tempo capace di subire l’esame di maggiorenne ».

«Il Bambino saprà. Ma a scuola non andrà. È deciso».

«Saresti unica in Israele a fare cosÏ».

«SarĂČ unica. Ma farĂČ cosĂŹ. Non Ăš vero, Giuseppe?».

«È vero. Non c’ù bisogno per GesĂč di andare ad una scuola. Maria Ăš stata allevata nel Tempio ed Ăš un vero dottore nella conoscenza della Legge. SarĂ  la sua maestra. CosĂŹ voglio anche io».

«Voi lo viziate il Ragazzo».

«Non lo puoi dire. È il piĂč buono di Nazaret. Lo hai mai udito piangere, fare bizze, negare ubbidienza, non avere rispetto?».

«Questo no. Ma lo diverrà se continua ad esser viziato».

«Non Ăš viziare tenersi vicino i figli. È amarli con buon senso e buon cuore. CosĂŹ lo amiamo il nostro GesĂč e, dato che Maria Ăš piĂč istruita del maestro, sarĂ  Lei la maestra di GesĂč».

«E quando sarĂ  uomo il tuo GesĂč sarĂ  una donnetta paurosa anche di una mosca».

«Non lo sarĂ . Maria Ăš una donna forte e sa educarlo virilmente. Io non sono un vile e so dare esempi virili. GesĂč Ăš una creatura senza difetti fisici e morali. CrescerĂ  perciĂČ dritto e forte nel corpo e nello spirito. Sta’ sicuro, Alfeo. Non farĂ  sfigurare la famiglia. E poi ho deciso e basta cosÏ».

«AvrĂ  deciso Maria, e tu ».

«E se fosse? Non Ăš bello che due che si amano siano pronti ad avere lo stesso pensiero e lo stesso volere, perchĂ© a vicenda l’uno abbraccia il desiderio dell’altro e lo fa suo? Se Maria volesse cose stolte, le direi: “No”. Ma chiede cose piene di saggezza, ed io le approvo e faccio mie. Ci amiamo, noi, come nel primo giorno
 e cosĂŹ faremo finchĂ© saremo in vita. Non Ăš vero, Maria?».

«SĂŹ, Giuseppe. E, mai sia, ma quando avesse uno a morire senza l’altro, ancora ci ameremo».

Giuseppe carezza sul capo Maria, come fosse una figlia fanciulla, e Lei lo guarda col suo occhio sereno e amoroso.

38.8 La cognata interviene: «Avete proprio ragione. Fossi buona io di insegnare! A scuola imparano il bene e il male, i nostri figli. In casa solo il bene. Ma io non so
 Se Maria ».

«Che vuoi, cognata? Di’ liberamente. Tu sai che ti amo e sono lieta quando ti posso far piacere».

«Dicevo
 Giacomo e Giuda sono di poco piĂč vecchi di GesĂč. Vanno giĂ  a scuola
 ma per quel che sanno!
 Invece GesĂč sa giĂ  tanto bene la Legge
 Io vorrei
 ecco, se ti dicessi di tenere anche loro, quando insegni a GesĂč? Io penso che diverrebbero piĂč buoni e piĂč istruiti. Sono cugini, infine, e che si amino come fratelli Ăš giusto
 Sarei cosĂŹ felice!».

«Se Giuseppe vuole, e tuo marito pure, io sono pronta. Parlare per uno o per tre Ú uguale. Ripassare tutta la Scrittura Ú gioia. Che vengano».

I tre bambini, che erano entrati piano piano, sentono e stanno in attesa del verdetto.

«Ti faranno disperare, Maria», dice Alfeo.

«No! Con me sono sempre buoni. Non Ăš vero che sarete buoni se io vi insegnerĂČ?».

I due le corrono vicini, uno a destra, uno a sinistra, le mettono le braccia intorno alle spalle, le testoline sulle spalle, e promettono tutto il bene possibile.

«Lasciali provare, Alfeo, e lasciami provare. Io credo che non sarai malcontento della prova. Verranno ogni giorno dall’ora di sesta a sera. BasterĂ , credilo. Io so l’arte di insegnare senza stancare. I bambini vanno tenuti avvinti e distratti insieme. Bisogna capirli, amarli ed essere amati, per ottenere da loro. E voi mi amate, non Ăš vero?».

Due grossi bacioni sono la risposta.

«Lo vedi?».

«Lo vedo. Non ho che dirti: “Grazie”. E GesĂč che dirĂ , vedendo la Mamma persa con altri? Che dici, GesĂč?».

«Io dico: “Beati quelli che stanno ad ascoltarla e drizzano la loro dimora presso la sua”. Come per la Sapienza, beato chi Ăš amico di mia Madre, ed Io sono felice che coloro che amo siano suoi amici».

«Ma chi pone tali parole sulle labbra del Fanciullo?», chiede Alfeo stupito.

«Nessuno, fratello. Nessun che sia del mondo».

La visione cessa qui.

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