36.7 Dice GesĂč:
«La lezione, a te e agli altri, te la dà nno le cose che vedi. à lezione di umiltà , di rassegnazione e di buona armonia. Preposta ad esempio a tutte le famiglie cristiane, e specie alle famiglie cristiane di questo speciale e doloroso momento.
36.8 Tu hai visto una povera casa. E, quel che Ăš doloroso, casa povera in paese straniero.
Molti, solo perchĂ© sono dei âpassabiliâ fedeli che pregano e ricevono Me-Eucaristico, che pregano e si comunicano per i âloroâ bisogni, non per le necessitĂ delle anime e per gloria di Dio â perchĂ© Ăš ben raro chi nel pregare non sia egoista â molti pretenderebbero di avere una vita materiale facile, ben riparata da ogni piĂč piccola pena, prospera, felice.
Giuseppe e Maria avevano Me, Dio vero, per loro Figlio, eppure non ebbero neppure il povero bene dâesser poveri ma nella loro patria, nel paese dove erano conosciuti, dove almeno câera una casetta âloroâ e il pensiero dellâalloggio non câera a mettere un assillo fra i tanti, nel paese dove, per essere conosciuti, era piĂč facile trovare lavoro e provvedere alla vita. Sono due profughi proprio per avere Me. Clima diverso, paese diverso, cosĂŹ triste rispetto alle dolci campagne della Galilea, lingua diversa, costumi diversi, in mezzo ad una popolazione che non li conosce e che ha la abituale diffidenza delle popolazioni per i profughi e per gli sconosciuti.
Privi di quei mobili comodi e cari della âloroâ casetta, di tante cose umili e necessarie che lĂ vi erano e che non parevano tanto necessarie, mentre qui, nel nulla che li circonda, sembrano addirittura belle come il superfluo che fa deliziose le case dei ricchi. Con la nostalgia del paese e della casa, col pensiero di quella povera roba lasciata lĂ , dellâorticello dove piĂč nessuno provvede, forse, alla vite e al fico e alle altre utili piante. E con la necessitĂ di provvedere al vitto quotidiano, alle vesti, al fuoco giorno per giorno, a Me, bambino, al quale non puĂČ essere dato il cibo che Ăš lecito dare a se stessi. E con tanta pena in cuore. Per la nostalgia, per lâincognita del domani, per la diffidenza della gente che Ăš restia, specie nei primi tempi, ad accogliere le offerte di lavoro di due sconosciuti.
Eppure, lâhai visto. In quella dimora aleggia serenitĂ , sorriso, concordia, e di comune accordo si cerca di farla piĂč bella, anche nel misero orto, perchĂ© sia piĂč simile a quella lasciata e piĂč confortevole. Non vi Ăš che un pensiero: quello che a Me, Santo, sia resa meno ostile la terra, meno misera a Me che vengo da Dio. Amore di credenti e di parenti che si estrinseca in mille cure, che vanno dalla capretta, acquistata con tante ore di lavoro in piĂč, ai piccoli giocattoli intagliati negli avanzi del legno, ai frutti presi per Me solo, negando a sĂ© un boccone di cibo.
Diletto padre mio della Terra, come sei stato amato da Dio, da Dio Padre nellâalto dei Cieli, da Dio Figlio, divenuto Salvatore, sulla Terra!
In quella casa non vi sono nervosismi, bronci, visi scuri, e non vi Ăš rimprovero reciproco e tanto meno verso Dio, che non li colma di benessere materiale. Giuseppe non rimprovera a Maria dâesser causa del suo disagio, e Maria non rimprovera a Giuseppe di non saperle dare un maggiore benessere. Si amano santamente, ecco tutto, e perciĂČ la loro preoccupazione non Ăš il proprio benestare ma quello del coniuge. Il vero amore non conosce egoismo. E il vero amore Ăš sempre casto, anche se non Ăš perfetto nella castitĂ come quello dei due vergini sposi. La castitĂ unita alla caritĂ porta seco tutto un corredo dâaltre virtĂč e perciĂČ fa, di due che si amano castamente, due perfezioni di coniugi.
Lâamore di mia Madre e di Giuseppe era perfetto. PerciĂČ era fomite ad ogni altra virtĂč e specie a quella della caritĂ verso Dio, benedetto ad ogni ora, nonostante che la sua santa volontĂ fosse penosa alla carne e al cuore, benedetto poichĂ© sopra la carne ed il cuore era piĂč vivo e signore nei due santi lo spirito, e questo magnificava con riconoscenza il Signore per averli eletti a custodi del suo eterno Figlio.
36.9 In quella casa si pregava. Troppo poco si prega nelle case, ora. Si alza il giorno e cala la notte, si iniziano i lavori e vi sedete alla tavola senza un pensiero per il Signore, che vi ha permesso di vedere un nuovo giorno, di poter giungere ad una nuova notte, che ha benedetto le vostre fatiche e concesso che vi divenissero mezzo a conquistarvi quel cibo, quel fuoco, quelle vesti, quel tetto che pure sono necessari alla vostra umanitĂ . Sempre âbuonoâ quello che viene da Dio buono. Anche se povero e scarso, lâamore gli dĂ sapore e sostanza, lâamore che vi fa vedere nellâeterno Creatore il Padre che vi ama.
In quella casa vi Ăš frugalitĂ . Vi sarebbe anche se il denaro non mancasse. Ci si nutre per vivere, non ci si nutre per far godere la gola con insaziabilitĂ di ingordi e con capricci di golosi, che si empiono fino ad appesantirsi e sprecano sostanze in cibi costosi senza un pensiero per chi di cibo Ăš scarso o Ăš privo, senza riflettere che, se essi avessero moderazione, molti potrebbero essere sollevati dal morso della fame.
In quella casa si ama il lavoro. Lo si amerebbe anche se il denaro fosse abbondante, poichĂ© nel lavoro lâuomo ubbidisce al comando di Dio e si libera dal vizio che come edera tenace stringe e soffoca gli oziosi, simili a massi immobili. Buono il cibo, sereno il riposo, contento il cuore quando uno ha ben lavorato e si gode il suo tempo di sosta fra un lavoro e lâaltro. Non alligna, nella casa e nella mente di chi ama il lavoro, il vizio dalle molteplici facce. E, non allignando questo, prospera lâaffetto, la stima, il rispetto reciproco, e crescono in una atmosfera pura i teneri virgulti, che divengono cosĂŹ origine di future famiglie sante.
In quella casa regna umiltĂ . Quanta lezione di umiltĂ per voi superbi! Maria avrebbe avuto, umanamente, mille e mille ragioni di insuperbirsi e di farsi adorare dal coniuge. Tante fra le donne lo fanno soltanto per essere un poco piĂč colte, o di natale piĂč nobile, o di borsa piĂč ricca del marito. Maria Ăš Sposa e Madre di Dio, eppure serve â non si fa servire â il coniuge, ed Ăš tutta amore per lui. Giuseppe Ăš il capo di casa, giudicato da Dio tanto degno dâesser un capo famiglia, da ricevere da Dio in custodia il Verbo incarnato e la Sposa dellâeterno Spirito. Eppure Ăš sollecito ad alleviare a Maria fatiche e lavori, e le piĂč umili occupazioni di una casa le fa lui perchĂ© Maria non si affatichi, non solo, ma come puĂČ, per quanto puĂČ, la ricrea e si industria a farle comoda la casa e lieto di fiori lâorticello.
In quella casa Ăš rispettato lâordine. Soprannaturale, morale, materiale. Dio Ăš il Capo supremo e a Lui viene dato culto e amore: ordine soprannaturale. Giuseppe Ăš il capo della famiglia e a lui viene dato affetto, rispetto e ubbidienza: ordine morale. La casa Ăš un dono di Dio come le vesti e le suppellettili. In tutte le cose Ăš la Provvidenza di Dio che si mostra, di quel Dio che provvede il vello alle pecore, la piuma agli uccelli, lâerba ai prati, il fieno agli animali, i granelli e le fronde ai volatili, e tesse la veste al giglio della convalle. La casa, le vesti, le suppellettili vanno accolte con gratitudine, benedicendo la mano divina che le fornisce e trattandole con rispetto come dono del Signore, senza guardarle con malumore perchĂ© povere, senza strapazzarle abusando della Provvidenza: ordine materiale.
36.10 Non hai compreso le parole scambiate nel dialetto di Nazaret, né le parole della preghiera. Ma le cose viste hanno dato una grande lezione. Meditatela, o voi tutti che ora tanto soffrite per aver mancato in tante cose verso Dio, e fra queste anche in quelle in cui non mancarono mai i santi Sposi che mi furono Madre e padre.
E tu bĂšati nel ricordo del piccolo GesĂč, sorridi pensando ai suoi passetti di infante. Fra poco lo vedrai camminare sotto una croce. E sarĂ visione di pianto».