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Comfort di lettura

EMR 211.9 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

GesĂč ha finito in un silenzio attonito. Sembra che molti soppesino le parole udite, le saggino, le gustino, le confrontino.

Mentre questo avviene, e GesĂč stanco e accaldato si siede, parlando con Giovanni e Giuda, ecco un clamore oltre la cinta del giardino. Grida confuse e poi piĂč chiare: «C’ù il Messia?

C’ù?», e avutane conferma ecco portare avanti uno storpio che sembra un S tanto Ăš contorto.

«Oh! Ú Masala!».

«Ma troppo storpio Ú! Che spera?».

«Ecco sua madre! L’infelice!».

«Maestro, il marito la respinse per quell’aborto d’uomo che Ăš il figlio, e lei vive qui di caritĂ . Ma ormai Ăš vecchia, e poco piĂč vivrà ».

L’aborto d’uomo, Ăš detto bene, Ăš ora davanti a GesĂč. Non puĂČ nemmeno vederlo in viso tanto Ăš curvo e contorto. Sembra una caricatura di uomo-scimpanzĂš, o di un cammello umanizzato.

La madre, vecchia e misera, non parla neppure, geme solo:

«Signore, Signore
 io credo ».

GesĂč mette le sue mani sulle spalle sbilenche dell’uomo che gli giunge appena alla vita, alza il volto al Cielo e tuona: «Alzati e cammina nelle vie del Signore», e l’uomo ha una scossa e poi scatta ritto come il piĂč perfetto uomo. CosĂŹ subitanea la mossa che pare che si siano spezzate delle molle che lo trattenevano in quella anomala positura. Ora arriva alle spalle di GesĂč, lo guarda e poi piomba in ginocchio, con la madre, baciando i piedi del suo Salvatore.

Quello che succede fra la folla non si dice
 E nonostante ogni volontĂ  contraria, GesĂč Ăš costretto a sostare in Ebron, perchĂ© la gente Ăš pronta a fare barriera alle uscite per impedirgli l’andare.

Entra così nella casa del vecchio sinagogo, così mutato dallo scorso anno


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EMR 212

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Dettaglio

Titolo del capitolo: Un'onda d'amore per GesĂč, parlando a Yutta nella casetta di Isacco.

Data della visione: domenica 8 luglio 1945. In 212.8, commento del 9 luglio 1945.

Calendario: lunedĂŹ 10 aprile 28 (27 Nissan 3788) secondo maria-valtorta.org | giovedĂŹ 13 aprile 28 secondo Valtorta.fr.

Luogo (mappa): Yutta

Ciclo: Apostolato in Giudea

Sommario: GesĂč Ăš circondato da tutta la cittĂ  di Yutta, che lo circonda di affetto. GesĂč ne Ăš felice e Maria si abbandona alle sue riflessioni. Dichiara che GesĂč si rifugia nei cuori delle anime fedeli, che vengono colte da un amore ardente, che Ăš gioia e sofferenza allo stesso tempo. È la febbre dell'Amore che le consuma, che le fa vivere e morire allo stesso tempo, prima di riportarle al loro stato normale, che le immerge nell'umiltĂ . Maria Ăš infine sorpresa dalla sua parentesi, piĂč lunga del previsto, e si concentra sulla visione. GesĂč viene poi accolto da Sarah, che non permette a nessuno di avere la gioia di avere il Maestro a cena in casa sua.

Poi, GesĂč tiene un discorso sull'idolatria basato sul libro di Geremia. Spiega che i cuori sono diventati dei deserti, dove non si trova Dio, e che ora c'Ăš una foresta di idoli. Molte persone hanno ormai dei vitelli d'oro dentro di sĂ©, ed Ăš terribile non conoscere Dio. L'uomo deve conoscere Dio per gratitudine e per rispetto della propria intelligenza. Per gratitudine, perchĂ© Dio ha restituito la grazia all'uomo attraverso il Redentore, e la sua creatura riceve anche tutto ciĂČ di cui ha bisogno per vivere. Per rispetto della propria ragione, perchĂ© l'uomo che viene meno ai suoi doveri verso Dio disonora se stesso, poichĂ© sa riflettere e riconoscere chi Ăš il suo benefattore.

Allontanarsi da Cristo Ăš un bene e un male. Un male, perchĂ© non possiamo ascoltarlo come vorremmo; un bene, perchĂ© tiene le anime lontane da una corruzione che cerca di circondare GesĂč e di soffocarlo. Tuttavia, la solitudine non impedisce a Dio di parlare ovunque e il Signore promette di inviare molti discepoli. Invita anche chi vuole seguirlo a farlo, e soprattutto invita tutti ad annunciare Cristo attraverso una vita onesta.

Maria Valtorta rilesse ciĂČ che aveva scritto e sentĂŹ che era davvero al di sotto di ciĂČ che aveva vissuto.

Contenuti del capitolo: 212.1: L'accoglienza entusiasta della folla e la felicitĂ  di GesĂč. 212.2: Sotto l'effetto di questo entusiasmo, Maria Valtorta profetizza: Cristo agisce nel e attraverso il suo popolo fedele. 212.3: La sua gioia spirituale era incontenibile. 212.4: La casa di Isacco fu trasformata in una "cappella". 212.5: Commento a Geremia: Il peccato dei grandi d'Israele. L'idolatria degli uomini. 212.6: La necessitĂ  di conoscere Dio attraverso la gratitudine. 212.7: La distanza dal Tempio non Ăš un handicap per l'annuncio di Cristo. 212.8: Maria Valtorta pensa che la sua descrizione del traboccare dell'amore non sia all'altezza della realtĂ .

Edizione precedente: Volume 3, capitolo 74

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EMR 212.2 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

Il Cristo si rifugia nei cuori fedeli e da lĂŹ guarda, da lĂŹ parla, da lĂŹ benedice l’UmanitĂ  e poi
 e poi si dĂ  a questi cuori ed essi
 ed essi toccano il Cielo con la sua beatitudine, pur rimanendo qui, ma ardendo, fino ad averne delizioso tormento di tutto quanto Ăš l’essere: nei sensi e negli organi, nei sentimenti e nel pensiero, e nello spirito infine
 Lacrime e sorrisi, gemiti e canto, sfinimento e pure urgenza di vita sono i nostri compagni, piĂč che compagni sono il nostro stesso essere, perchĂ© come le ossa sono nella carne e le vene e i nervi sotto l’epidermide e tutto forma un solo uomo, cosĂŹ ugualmente tutte queste cose accese, nate dall’essersi dato a noi GesĂč, sono in noi, nella nostra povera umanitĂ . E che siamo noi in quei momenti, che non potrebbero durare eterni perchĂ©, se durassero piĂč di attimi, si morrebbe arsi e spezzati? Noi non siamo piĂč uomini. Non siamo piĂč gli animali dotati di ragione viventi sulla Terra. Siamo, siamo, oh! Signore! Lascia che io lo dica una volta, non per superbia, ma per cantare le tue glorie, perchĂ© il tuo sguardo mi brucia e mi fa delirare
 Noi siamo allora serafini. E m’ù stupore che da noi non escano fiamme e ardori sensibili alle persone e alle materie, cosĂŹ come Ăš nelle apparizioni dei dannati. PerchĂ©, se Ăš vero che il fuoco d’Inferno Ăš tale che solo un riflesso emanato da un dannato puĂČ ardere il legno e far sgocciolare i metalli, che Ăš mai il tuo fuoco, o Dio, che tutto hai di infinito e perfetto?

Non si muore, no, di febbre, non si arde per essa, non ci si consuma di febbre da mali della carne. Tu sei la febbre di noi, Amore! E di questo si arde, si muore, ci si consuma, di questo e per questo si lacerano le fibre del cuore che non puĂČ resistere a tanto. Ma ho detto male, perchĂ© l’amore Ăš delirio, l’amore Ăš cascata che frange le dighe e scende atterrando tutto quanto non Ăš lui, l’amore Ăš affollarsi di sensazioni nella mente tutte vere, tutte presenti, ma non puĂČ la mano trascriverle tanto Ăš veloce la mente nel tradurre in pensiero il sentimento che prova il cuore. Non Ăš vero che si muore. Si vive. Di una vita decuplicata. Di una vita duplice, vivendo da uomini e da beati: la vita della Terra, quella del Cielo. Si raggiunge e si supera, oh! ne sono certa, la vita senza tare, senza menomazioni nĂ© limitazioni, che Tu, Padre, Figlio e Spirito Santo, Tu, Dio Creatore, uno e trino, avevi dato ad Adamo, preludio della Vita dopo la assunzione a Te, da godersi in Cielo dopo un placido passaggio dal Paradiso terrestre a quello celeste, e un valico fatto sulle amorose braccia degli angeli, cosĂŹ come fu il dolce sonno e il dolce assurgere di Maria al Cielo, per venire a Te, a Te, a Te! Si vive la vera Vita.

E poi ci si ritrova qui e, come io faccio ora, ci si stupisce, ci si vergogna di esser andati tant’oltre e si dice: «Signore, io non sono degno di tanto. Perdona, Signore», e ci si batte il petto, perchĂ© abbiamo terrore di avere commesso superbia, e si cala un piĂč fitto velo sullo splendore che, se non continua a fiammeggiare con una supercompleta ardenza, per pietĂ  della nostra limitatezza, si raccoglie perĂČ al centro del cuore nostro, pronto a rifiammeggiare potente per un nuovo momento di beatitudine, voluta da Dio. Si cala il velo sul sacrario dove Dio arde dei suoi fuochi, delle sue luci, dei suoi amori
 e sfiniti e pur rigenerati si riprende l’andare come
 ebbri di un vino forte e soave, che non ottunde ragione ma che ci preserva da avere occhi e pensieri per ciĂČ che non sia il Signore, Tu, mio GesĂč, anello di congiunzione fra la nostra miseria e la DivinitĂ , mezzo di redenzione per la nostra colpa, creatore di beatitudine per la nostra anima, Tu, Figlio, che con le mani ferite metti le nostre mani fra quelle spirituali del Padre e dello Spirito perchĂ© noi si sia in Voi, ora e sempre. Amen.

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EMR 212.5-7 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione


GesĂč, nella casa di Isacco, parla. La gente stipa la stanza e il cortile e si pigia anche sulla piazza, e GesĂč, per essere udito da tutti, si mette a metĂ  della stanza, cosĂŹ che la voce si spande tanto nel cortile come nella piazza. Deve trattare un argomento portato avanti da qualche interrogazione o avvenimento. Dice:

« Ma non abbiatene dubbio. Come dice[1] Geremia, essi riconosceranno alla prova come Ăš doloroso e amaro avere abbandonato il Signore. Per certi delitti, amici, non c’ù nitro nĂ© borit che valgano a levarne il segno. Neppure il fuoco dell’Inferno corrode questo segno. È indelebile.

Anche qui bisogna riconoscere la giustizia delle parole di Geremia. Veramente i nostri grandi di Israele sembrano le asine selvagge di cui parla il Profeta. Avvezzi al deserto del loro cuore, perchĂ©, credetelo, finchĂ© uno Ăš con Dio, anche se povero come Giobbe, anche se solo, anche se nudo, non Ăš mai solo, non Ăš mai povero, non Ăš mai spoglio, non Ăš mai un deserto; ma essi hanno levato Dio dal loro cuore e perciĂČ sono in un arido deserto. Come selvagge asine fiutano nel vento l’odore dei maschi che qui, nel nostro caso, per la loro libidine, ha nome potere, denaro, oltre che lussuria vera e propria, e quell’odore seguono, fino al delitto. SĂŹ. Lo seguono e piĂč lo seguiranno. Non sanno di avere non il piede ma il cuore nudo agli strali di Dio, che vendicherĂ  il loro delitto. Come allora resteranno confusi re e principi, sacerdoti e scribi, che in veritĂ  hanno detto e dicono a ciĂČ che Ăš nulla, o peggio, Ăš peccato: “Tu mi sei padre. Tu mi hai generato”!

In veritĂ , in veritĂ  vi dico[2] che MosĂš spezzĂČ con ira le tavole della Legge vedendo il popolo in idolatria, e poi risalĂŹ sul mon te, pregĂČ, adorĂČ, ottenne. E ciĂČ da secoli. Ma ancora non Ăš cessata nĂ© cesserĂ , ma anzi cresce come lievito messo nella farina, l’idolatria nel cuore degli uomini. Ora quasi ognuno degli uomini ha il proprio vitello d’oro. La Terra Ăš una selva di idoli, perchĂ© ogni cuore Ăš un altare, e difficilmente vi Ăš sopra Iddio.

Chi non ha una passione maligna ne ha un’altra, chi non ha una concupiscenza ne ha una di altro nome. Chi non Ăš tutto per l’oro Ăš tutto per la posizione, chi non Ăš tutto per la carne Ăš tutto per l’egoismo. Quanti io ridotti a vitello d’oro non sono adorati nei cuori! VerrĂ  perciĂČ il giorno che, percossi, chiameranno il Signore e si sentiranno rispondere: “Volgiti ai tuoi dĂši. Io non ti conosco”.

Io non ti conosco! Tremenda parola se detta da Dio ad un uomo. Dio ha creato l’Uomo razza e conosce l’uomo singolo. Se dunque dice: “Io non ti conosco” ù segno che ha cancellato con la forza del suo volere quell’uomo dal suo ricordo. Io non ti conosco! Troppo severo Iddio per questo verdetto? No. L’uomo ha urlato al Cielo: “Io non ti conosco” e il Cielo ha risposto all’uomo: “Io non ti conosco”. Fedele come un’eco


212.6

E, meditate, l’uomo ù obbligato a conoscere Dio per dovere di riconoscenza e per rispetto verso la propria intelligenza.

Per riconoscenza. Dio ha creato l’uomo dandogli il dono ineffabile della vita e provvedendolo del dono superineffabile della Grazia. Perduta questa per colpa propria, l’uomo si sente fare una grande promessa: “Io ti renderĂČ la Grazia”. È Dio, l’offeso, che dice cosĂŹ all’offensore, quasi fosse Lui, Dio, il colpevole che Ăš in obbligo di riparare. E Dio mantiene la promessa. Ecco, Io sono qui per rendere la Grazia all’uomo. Dio non si limita a dare il soprannaturale, ma piega la sua Essenza spirituale a provvedere alle pesanti necessitĂ  della carne e del sangue dell’uomo, e dĂ  calore di sole, sollievo di acqua, grani, viti, alberi d’ogni specie e animali d’ogni specie. CosĂŹ l’uomo ha da Dio tutti i mezzi per la vita. È il Benefattore. Bisogna essergli riconoscenti e mostrarlo con lo sforzarsi a conoscerlo.

Per rispetto verso la propria ragione. Il mentecatto, l’ebete, non sono grati a chi li cura perchĂ© non comprendono le cure nel vero loro valore, e a chi li lava e imbocca, li conduce o li pone a letto, a chi veglia perchĂ© non vadano in pericoli, hanno odio perchĂ©, bestiali come sono per causa del loro malanno, confondono le cure con le torture. L’uomo che manca verso Dio Ăš uno che disonora se stesso, essere dotato di ragione. Solo gli ebeti o i folli non riescono a distinguere il padre dall’estraneo, il benefattore dal nemico. Ma l’uomo intelligente conosce suo padre e il suo benefattore e si compiace di sempre piĂč conoscerlo, anche nelle cose che egli ignora perchĂ© avvenute prima che egli fosse nato o fosse beneficato dal padre o dal benefattore. CosĂŹ si deve fare anche con il Signore per mostrare che intelligenti si Ăš, e non bruti.

Ma troppi in Israele sono simili a questi folli che non riconoscono il padre e il benefattore. Geremia si chiede: “PuĂČ mai la vergine dimenticare i suoi ornamenti e una sposa la sua cintura?”. Oh! sĂŹ. Israele Ăš fatto di queste vergini folli, di queste spose impudiche, che dimenticano gli ornamenti e la cintura onesti per mettersi orpelli da meretrice; e ciĂČ si riscontra in misura sempre piĂč numerosa quanto piĂč si sale nelle classi che dovrebbero essere maestre al popolo. E il rimprovero di Dio va, col corruccio e col pianto di Dio, a loro: “PerchĂ© ti sforzi di mostrare buona la tua condotta per cercare amore, tu, che invece insegni le malizie e i tuoi modi di fare, ed hai fatto trovare nei lembi della tua veste il sangue dei poveri e degli innocenti?”.

212.7

Amici, la distanza Ăš un bene ed Ăš un male. Essere molto lontano dai luoghi dove con facilitĂ  Io parlo Ăš un male perchĂ© vi impedisce di udire le parole della Vita. Voi ve ne lamentate. È vero. Ma Ăš un bene perchĂ© vi tiene lontani dai luoghi dove fermenta il peccato, bolle la corruzione e l’insidia sibila per operare su Me intralciandomi nella mia opera, e sui cuori insinuando dubbi e menzogne a mio riguardo. Ma Io vi preferisco lontani a corrotti. ProvvederĂČ al vostro formarsi. Voi vedete che Dio ha provveduto da prima che noi ci conoscessimo e perciĂČ ci amassimo. Io ero noto prima che mai ci fossimo visti. Isacco Ăš stato l’annunziatore vostro. ManderĂČ molti Isacchi a parlarvi le mie parole. E sappiate, del resto, che Dio puĂČ parlare ovunque, da Solo a solo con lo spirito dell’uomo, e crescerlo nella sua dottrina.

Non temete che l’esser soli vi possa portare in errori. No. Se non vorrete non sarete infedeli al Signore e al suo Cristo. Del resto, chi proprio non puĂČ stare lontano dal Messia sappia che il Messia gli apre il cuore e le braccia e gli dice: “Vieni”. Venite, voi che volete venire. Rimanete, voi che volete restare. Ma predicate il Cristo tanto gli uni come gli altri con una vita onesta. Predicatelo contro la disonestĂ  che si annida in troppi cuori. Predicatelo contro la leggerezza degli infiniti che non sanno rimanere fedeli e che dimenticano i loro ornamenti e cinture di anime chiamate alle nozze col Cristo.

Voi mi avete detto felici: “Da quando Tu sei venuto non ebbimo mai piĂč malati nĂ© morti. La tua benedizione ci ha protetti”. SĂŹ, grande cosa la salute. Ma fate che la mia venuta di ora vi faccia sani di spirito tutti, e sempre, e per tutto. Per questo vi benedico e vi do la mia pace, a voi, ai vostri bambini, ai campi, alle case, alle messi, alle greggi, ai frutteti. Servitevene con santitĂ , non vivendo per essi, ma di essi, dando il superfluo a chi ne Ăš privo, acquistando cosĂŹ la misura premuta delle benedizioni del Padre e un posto nei Cieli.

Andate. Io resto a pregare ».

Annotazione

Come dice Geremia, vedranno con la prova quanto sia doloroso e amaro aver abbandonato il Signore. Geremia 2:19. Il capitolo 2 tratta dell'apostasia di Israele.

Il re e i principi, i sacerdoti e gli scribi saranno messi alla berlina, perché hanno detto e dicono ancora: "Tu sei mio padre, tu mi hai generato! Tu mi hai generato! In riferimento al Salmo 2,7.

In veritĂ , in veritĂ  vi dico che MosĂš ruppe le Tavole della Legge con rabbia alla vista del popolo idolatra, poi tornĂČ sul monte, pregĂČ, adorĂČ e ottenne misericordia. Questo accadeva secoli fa. Si veda il libro dell'Esodo, capitoli da 32 a 34.

Geremia si chiede: "PuĂČ una vergine dimenticare la sua veste e una moglie la sua cintura? "Geremia 2:32.

"Perché cercate di ostentare l'onestà del vostro comportamento per cercare l'amore, quando insegnate la perversione e le vostre vie, e il sangue dei poveri e degli innocenti Ú sulle gonne delle vostre vesti? "Geremia 2:34.

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Libro di Geremia 2, 19.32.34

Ger 2, 19: La vostra empietĂ  vi castiga e le vostre ribellioni vi puniscono! Sappiate dunque e vedete quanto sia malvagio e amaro il fatto che abbiate abbandonato JahvĂš, il vostro Dio, e non abbiate timore di me, - dice il Signore JahvĂš degli eserciti.

Ger 2,32: Una vergine dimentica forse il suo ornamento, una sposa la sua cintura? E il mio popolo mi ha dimenticato per giorni senza numero!

Ger 2,34: Anche sulle gonne delle vostre vesti c'Ăš il sangue dei poveri innocenti; non li avete colti in flagrante, ma li avete uccisi per tutte queste cose.

Libro dei Salmi 2, 7

Sal 2, 7 : PubblicherĂČ il decreto: JahvĂš mi ha detto: Tu sei mio Figlio, oggi ti ho generato.

Libro dell'Esodo 32-34

Esodo 32-34: Quando il popolo vide che MosĂš tardava a scendere dal monte, si riunĂŹ intorno ad Aronne e gli disse: "Su, facci un dio che ci preceda". PerchĂ© di questo MosĂš, l'uomo che ci ha fatto uscire dalla terra d'Egitto, non sappiamo che fine abbia fatto". Aronne disse loro: "Togliete gli anelli d'oro dalle orecchie delle vostre mogli, dei vostri figli e delle vostre figlie e portatemeli". Tutti si tolsero gli anelli d'oro dalle orecchie e li portarono ad Aronne. Egli li prese dalle loro mani, lavorĂČ l'oro con uno scalpello e ne fece un vitello fuso. E dissero: "Questo Ăš il tuo Dio, Israele, che ti ha fatto uscire dalla terra d'Egitto". Quando Aronne lo vide, costruĂŹ un altare davanti all'immagine e gridĂČ: "Domani ci sarĂ  una festa in onore di JahvĂš". Il giorno dopo, alzatisi di buon mattino, offrirono olocausti e presentarono offerte di pace; il popolo si sedette a mangiare e a bere, poi si alzĂČ per divertirsi.

Poi Yahweh disse a MosĂš: "Scendi, perchĂ© il tuo popolo, che hai fatto uscire dal paese d'Egitto, si Ăš comportato molto male. Si sono subito allontanati dalla via che avevo loro comandato, si sono fatti un vitello fuso, lo hanno adorato, gli hanno sacrificato e hanno detto: "Questo Ăš il tuo Dio, Israele, che ti ha fatto uscire dalla terra d'Egitto"". Yahweh disse a MosĂš: "Vedo che questo popolo ha il collo duro. 10Ora lasciatelo a me: la mia ira arda contro di loro e li consumi! Ma io farĂČ di te una grande nazione".

MosĂš supplicĂČ Yahweh, il suo Dio, e disse: "PerchĂ©, Yahweh, la tua ira dovrebbe accendersi contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dal paese d'Egitto con grande potenza e mano forte? PerchĂ© gli Egiziani dovrebbero dire: "Li ha fatti uscire per il loro male, per distruggerli sui monti e cancellarli dalla faccia della terra"? Ritorna dalla ferocia della tua ira e pentiti del male che vuoi fare al tuo popolo. Ricordati di Abramo, Isacco e Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato: "MoltiplicherĂČ la vostra discendenza come le stelle del cielo, e tutta questa terra di cui ho parlato la darĂČ ai vostri discendenti ed essi la possederanno per sempre".

E Yahweh si pentĂŹ del male che aveva parlato di fare al suo popolo. MosĂš tornĂČ e scese dal monte con le due tavole della testimonianza in mano, scritte su entrambi i lati; erano scritte su entrambi i lati. Le tavole erano opera di Dio e la scrittura era la scrittura di Dio, incisa sulle tavole. GiosuĂš sentĂŹ il rumore del popolo che gridava e disse a MosĂš: "C'Ăš un grido di battaglia nell'accampamento!". MosĂš rispose: "Non Ăš nĂ© il suono di grida di vittoria nĂ© il suono di grida di sconfitta; sento la voce del popolo che canta". Quando fu vicino all'accampamento, vide il vitello e le danze. MosĂš si adirĂČ, gettĂČ le tavole con le mani e le spezzĂČ ai piedi del monte. Poi prese il vitello che avevano fatto, lo bruciĂČ con il fuoco, lo ridusse in polvere, lo versĂČ sull'acqua e la diede da bere ai figli d'Israele.

MosÚ disse ad Aronne: "Che cosa ti ha fatto questo popolo per fargli commettere un peccato cosÏ grande?". Aronne rispose: "Non si accenda l'ira del mio signore! Tu stesso sai che questo popolo Ú incline al male". 23Mi dissero: "Costruiscici un dio che ci preceda, perché di questo MosÚ, l'uomo che ci ha fatto uscire dal paese d'Egitto, non sappiamo che fine abbia fatto". Dissi loro: "Chi ha dell'oro se ne spogli". CosÏ me lo diedero, lo gettai nel fuoco e ne uscÏ questo vitello.

MosĂš vide che il popolo non aveva alcun freno, perchĂ© Aronne gli aveva tolto ogni freno, esponendolo a diventare lo zimbello dei suoi nemici. MosĂš si fermĂČ alla porta dell'accampamento e disse: "A me appartengono quelli che sono per Yahweh!". E tutti i figli di Levi si radunarono intorno a lui. Ed egli disse loro: "CosĂŹ dice Yahweh, il Dio d'Israele: "Ognuno di voi metta la spada al fianco e percorra l'accampamento di porta in porta, uccidendo ogni uomo il suo fratello, ogni uomo il suo amico, ogni uomo il suo parente"". I figli di Levi fecero come aveva ordinato MosĂš e quel giorno perirono circa tremila persone. MosĂš disse: "Consacratevi oggi a Yahweh, poichĂ© ognuno di voi Ăš stato contro suo figlio e suo padre, affinchĂ© egli vi dia oggi una benedizione".

Il giorno dopo MosĂš disse al popolo: "Avete commesso un grande peccato. Ora salirĂČ da JahvĂ©: forse otterrĂČ il perdono del vostro peccato". MosĂš tornĂČ da JahvĂš e disse: "Ah, questo popolo ha commesso un grande peccato! Si Ăš fatto un dio d'oro. Ora perdona il loro peccato; se no, cancellami dal libro che hai scritto". Yahweh disse a MosĂš: "È colui che ha peccato contro di me che io cancellerĂČ dal mio libro. Vai ora e guida il popolo dove ti ho detto. Ecco, il mio angelo ti precederĂ , ma nel giorno della mia visita li punirĂČ per il loro peccato". CosĂŹ Yahweh colpĂŹ il popolo, perchĂ© aveva fatto il vitello che Aronne aveva fatto.

(Capitolo 33) Yahweh disse a MosĂš: "Va', parti da qui, tu e il popolo che hai fatto uscire dal paese d'Egitto; sali al paese che ho promesso con giuramento ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe, dicendo: La darĂČ alla vostra discendenza. ManderĂČ un angelo davanti a voi e scaccerĂČ il Chananita, l'Amorreo, l'Ittita, il Perizzita, l'Hivita e il Gebuseo. Salite in un paese che scorre latte e miele; ma io non salirĂČ in mezzo a voi, perchĂ© siete un popolo dal collo duro, per non distruggervi lungo il cammino".

Quando il popolo udĂŹ queste dure parole, si mise a piangere e nessuno si rivestĂŹ dei suoi ornamenti. Allora Yahweh disse a MosĂš: "Di' ai figli d'Israele: "Voi siete un popolo dal collo rigido; se io salissi un momento in mezzo a voi, vi distruggerei. Ora toglietevi gli ornamenti di dosso e saprĂČ cosa devo fare di voi". 6I figli d'Israele si spogliarono dei loro ornamenti sul monte Oreb.

MosĂš prese la tenda e la piantĂČ fuori dall'accampamento, a una certa distanza; la chiamĂČ tenda del convegno; e tutti quelli che cercavano Yahweh andavano alla tenda del convegno, che era fuori dall'accampamento. Quando MosĂš andĂČ alla tenda, tutto il popolo si alzĂČ in piedi, ogni uomo alla porta della tenda, e seguirono MosĂš con gli occhi finchĂ© non entrĂČ nella tenda. Appena MosĂš fu entrato nella tenda, la colonna di nube scese e si fermĂČ all'ingresso della tenda e Yahweh parlĂČ con MosĂš. E tutto il popolo vide la colonna di nuvola che stava all'ingresso della tenda; allora tutto il popolo si alzĂČ e ognuno si prostrĂČ all'ingresso della sua tenda. E Yahweh parlĂČ a MosĂš faccia a faccia, come un uomo parla al suo amico. Poi MosĂš tornĂČ nell'accampamento, ma il suo servo GiosuĂš, figlio di Nun, un giovane, non uscĂŹ dal centro della tenda.

MosĂš disse a Yahweh: "Tu mi dici: Fai salire questo popolo, ma non mi dici chi manderai con me. Eppure hai detto: "Ti conosco per nome e hai trovato grazia al mio cospetto". E ora, se ho trovato grazia al tuo cospetto, fammi conoscere le tue vie, affinchĂ© io ti conosca e possa trovare grazia al tuo cospetto. Considera che questa nazione Ăš il tuo popolo". Yahweh rispose: "Il mio volto andrĂ  con te e ti darĂČ riposo". MosĂš disse: "Se il tuo volto non viene, non mandarci via da qui. Come si saprĂ  che io e il tuo popolo abbiamo trovato grazia ai tuoi occhi, se tu non cammini con noi? È questo che distinguerĂ  me e il tuo popolo da tutti i popoli della faccia della terra". Yahweh disse a MosĂš: "FarĂČ comunque quello che mi chiedi, perchĂ© hai trovato grazia ai miei occhi e ti conosco per nome".

MosĂš disse: "Fammi vedere la tua gloria". Yahweh rispose: "FarĂČ passare davanti a te tutta la mia bontĂ  e pronuncerĂČ il nome di Yahweh davanti a te, perchĂ© sarĂČ benevolo con chi voglio essere benevolo e misericordioso con chi voglio essere misericordioso". Yahweh disse: "Non potrai vedere il mio volto, perchĂ© l'uomo non puĂČ vedermi e vivere". Yahweh disse: "Ecco un luogo vicino a me; tu starai sulla roccia. Quando la mia gloria passerĂ , ti metterĂČ nella cavitĂ  della roccia e ti coprirĂČ con la mia mano finchĂ© non sarĂČ passato. Poi ritirerĂČ la mia mano e mi vedrete da dietro; ma il mio volto non si vedrĂ ".

(Capitolo 34) Yahweh disse a MosĂš: "Taglia due tavole di pietra come le prime e io scriverĂČ su di esse le parole che erano sulle prime tavole che hai spezzato. Domani preparati, sali al mattino sul monte Sinai e mettiti davanti a me sulla cima del monte. Che nessuno salga con te, che non si veda nessuno sul monte e che nĂ© pecore nĂ© buoi pascolino sul fianco di questo monte". MosĂš tagliĂČ due tavole di pietra come le prime e, alzatosi di buon'ora, salĂŹ sul monte Sinai, come gli aveva ordinato Yahweh, e prese in mano le due tavole di pietra.

Yahweh scese nella nube, si fermĂČ con lui e invocĂČ il nome di Yahweh. E Yahweh passĂČ davanti a lui e gridĂČ: "Yahweh! Yahweh! Dio misericordioso e compassionevole, lento all'ira, ricco di bontĂ  e di fedeltĂ , che conserva la sua grazia per mille generazioni, che perdona l'iniquitĂ , la ribellione e il peccato; ma non li lascia impuniti, facendo ricadere l'iniquitĂ  dei padri sui figli e sui figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione!". Subito MosĂš si prostrĂČ a terra e adorĂČ, 9dicendo: "Se ho trovato grazia al tuo cospetto, Signore, degnati di camminare in mezzo a noi, perchĂ© Ăš un popolo dal collo rigido; perdona le nostre iniquitĂ  e i nostri peccati e prendici come tua ereditĂ ".

Yahweh disse: "Ecco, io faccio un patto: in presenza di tutto il vostro popolo farĂČ meraviglie che non sono state fatte in nessun paese e in nessuna nazione; e tutti i popoli intorno a voi vedranno l'opera di Yahweh, perchĂ© terribili sono le cose che farĂČ con voi.

Fate attenzione a ciĂČ che vi ordino oggi. Ecco, io scaccerĂČ davanti a voi l'Amorreo, il Cananeo, l'Ittita, il Perizzita, l'Hivita e il Gebuseo. Guardatevi dal fare alleanza con gli abitanti del paese contro cui state marciando, perchĂ© non diventino un'insidia in mezzo a voi. 13Ma rovescerete i loro altari, abbatterete le loro colonne e demolirete i loro Asherim. Non adorerete altri dĂši, perchĂ© Yahweh si chiama Geloso, un Dio geloso. Non farete dunque alcun patto con gli abitanti del paese, per evitare che, quando si prostituiscono con i loro dĂši e sacrificano a loro, vi invitino ad entrare e voi mangiate dei loro sacrifici; per evitare che prendiate le loro figlie per i vostri figli e che le loro figlie, prostituendosi con i loro dĂši, inducano anche i vostri figli a prostituirsi con i loro dĂši.

Non vi farete dei di metallo fuso.

Osserverete la festa dei pani azzimi: per sette giorni mangerete pane azzimo, come vi ho ordinato, al tempo stabilito nel mese di Abib, perché nel mese di Abib siete usciti dall'Egitto.

Ogni maschio primogenito delle vostre greggi, sia bue che pecora, Ăš mio. Riscatterai il primogenito dell'asino con un agnello; se non lo riscatterai, gli spezzerai il collo. Riscatterai ogni primogenito dei tuoi figli e non si presenteranno davanti a me a mani vuote.

Lavorerete sei giorni, ma vi riposerete il settimo, anche nell'aratura e nella mietitura.

Celebrerete la Festa delle Settimane, del primo raccolto di grano, e la Festa della Mietitura alla fine dell'anno.

Tre volte all'anno tutti i maschi compariranno davanti al Signore Yahweh, Dio Israele. PerchĂ© io scaccerĂČ le nazioni di fronte a te e allargherĂČ i tuoi confini; e nessuno potrĂ  desiderare la tua terra mentre tu salirai a presentarti davanti a JahvĂ©, tuo Dio, tre volte all'anno.

Non offrirete il sangue della mia vittima con pane lievitato e il sacrificio della festa di Pasqua non sarĂ  conservato fino al mattino.

Porterai alla casa di JahvĂš, tuo Dio, le primizie del tuo terreno.

Non farai bollire un capretto nel latte di sua madre.

Yahweh disse a MosÚ: "Scrivi queste parole, perché secondo queste parole io faccio un'alleanza con te e con Israele".

MosÚ rimase con Yahweh quaranta giorni e quaranta notti, senza mangiare pane né bere acqua. E Yahweh scrisse sulle tavole le parole dell'alleanza, le dieci parole.

MosĂš scese dal monte Sinai; MosĂš aveva in mano le due tavole della testimonianza quando scese dal monte; e MosĂš non sapeva che la pelle del suo volto era diventata luminosa mentre parlava con Yahweh. Aronne e tutti i figli d'Israele videro MosĂš, ed ecco che la pelle del suo volto brillava; ed ebbero paura di avvicinarsi a lui. MosĂš li chiamĂČ, Aronne e tutti i capi della comunitĂ  vennero da lui ed egli parlĂČ loro. Allora tutti i figli d'Israele si avvicinarono ed egli diede loro tutti gli ordini che aveva ricevuto da Yahweh sul monte Sinai.

Quando MosĂš ebbe finito di parlare loro, si coprĂŹ il volto con un velo. Quando MosĂš si presentĂČ davanti a Yahweh per parlare con lui, si tolse il velo finchĂ© non uscĂŹ; poi uscĂŹ e raccontĂČ ai figli d'Israele ciĂČ che gli era stato ordinato. 35E quando i figli d'Israele videro il volto di MosĂš, videro che la pelle del volto di MosĂš era radiosa; e MosĂš si rimise il velo sul volto, finchĂ© non entrĂČ a parlare con Yahweh.

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EMR 212.5 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

[L'idolatria] non Ăš cessata nĂ© cesserĂ , ma anzi cresce come lievito messo nella farina, l’idolatria nel cuore degli uomini. Ora quasi ognuno degli uomini ha il proprio vitello d’oro. La Terra Ăš una selva di idoli, perchĂ© ogni cuore Ăš un altare, e difficilmente vi Ăš sopra Iddio.

Chi non ha una passione maligna ne ha un’altra, chi non ha una concupiscenza ne ha una di altro nome. Chi non ù tutto per l’oro ù tutto per la posizione, chi non ù tutto per la carne ù tutto per l’egoismo.

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EMR 212.7 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

Non temete che l’esser soli vi possa portare in errori. No. Se non vorrete non sarete infedeli al Signore e al suo Cristo. Del resto, chi proprio non puĂČ stare lontano dal Messia sappia che il Messia gli apre il cuore e le braccia e gli dice: “Vieni”. Venite, voi che volete venire. Rimanete, voi che volete restare. Ma predicate il Cristo tanto gli uni come gli altri con una vita onesta. Predicatelo contro la disonestĂ  che si annida in troppi cuori. Predicatelo contro la leggerezza degli infiniti che non sanno rimanere fedeli e che dimenticano i loro ornamenti e cinture di anime chiamate alle nozze col Cristo.

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EMR 212.7 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

Predicate il Cristo tanto gli uni come gli altri con una vita onesta. Predicatelo contro la disonestĂ  che si annida in troppi cuori. Predicatelo contro la leggerezza degli infiniti che non sanno rimanere fedeli e che dimenticano i loro ornamenti e cinture di anime chiamate alle nozze col Cristo.

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