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EMR 213

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Dettaglio

Titolo del capitolo: A Kerioth, una profezia di GesĂč e l'inizio della predicazione apostolica.

Data della visione: lunedĂŹ 9 luglio 1945.

Calendario: sabato 15 aprile 28 (3 lire 3788) secondo maria-valtorta.org, sabato 22 aprile 28 secondo Valtorta.fr

Luogo (mappa): Kerioth

Ciclo: Apostolato in Giudea

Sommario: GesĂč si trova nella sinagoga di Kerioth. C'Ăš un trambusto e Giuda ottiene il silenzio bussando alle lampade sopra di loro. Cristo fa leggere al capo della sinagoga il quarto capitolo del secondo libro dei Maccabei. Al termine, GesĂč prese la parola e spiegĂČ che avrebbe iniziato la predicazione apostolica nella cittĂ  del suo carissimo discepolo, perchĂ© il Maestro non era piĂč sufficiente a soddisfare le esigenze delle folle ed era piĂč saggio che gli apostoli si esercitassero a parlare mentre il Signore era ancora con loro.

CosĂŹ GesĂč non tenne alcun insegnamento pubblico, ma fece una profezia agli abitanti di Kerioth, affinchĂ©, quando fosse giunta l'ora del delitto, si ricordassero che egli li amava e che li stava difendendo da un'accusa ingiusta. Dopo tutto, la loro cittĂ  non Ăš nemica di Cristo.

VerrĂ  dunque il momento in cui si parlerĂ  male del vero Sommo Sacerdote e si attaccherĂ  l'innocente. Un essere infame andrĂ  dai potenti di Israele e consegnerĂ  il Sommo Sacerdote ai suoi nemici. Cristo ha giĂ  parlato della sua morte e delle azioni di Giuda la sera del GiovedĂŹ Santo. Preannuncia anche la punizione eterna del traditore e il castigo di Israele. Esorta la gente di Kerioth a ricordare le sue parole, in modo che quando si dirĂ  che il Maestro Ăš un malfattore, si potrĂ  rispondere che GesĂč ha predetto tutti questi eventi e che la Vittima Ăš morta per espiare i peccati del mondo.

La sinagoga si svuota, mentre Giuda si commuove fino alle lacrime per la stima di GesĂč nei suoi confronti. Pietro, da parte sua, Ăš piĂč spaventato all'idea di parlare. Infine, arriva il capo della sinagoga, che si rallegra per l'elezione di Giuda, ma si rattrista per l'indegnitĂ  dell'uomo che lo tradirĂ . Egli spera che Giuda possa rimediare a questo tradimento e Giuda promette che farĂ  ogni sforzo per farlo...

Contenuto del capitolo: 213,1: Giuda ottiene il silenzio nella sinagoga e GesĂč fa leggere 2 Maccabei,4. 213,2: Gli apostoli parleranno al mio posto e io vi darĂČ una profezia su Kerioth. 213,3: VerrĂ  il tempo di un grande tradimento. Morte del sommo sacerdote e punizione. 213,4: Kerioth ammira la stima di GesĂč per Giuda, che si commuove fino alle lacrime. A Kerioth ci sarĂ  un favorito e un indegno.

Edizione precedente: Volume 3, capitolo 75

Parole chiave

EMR 213.1-4 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

La gente si cheta e si puĂČ, finalmente, sentire parlare GesĂč.

Dice al sinagogo: «Dàmmi il decimo rotolo di quello scaffale»; e, avutolo, lo scioglie e lo porge al sinagogo dicendo: «Leggi il 4° capitolo della storia, II° dei Maccabei».

Il sinagogo ubbidiente legge. E le vicende di Onia e gli errori di Giasone e i tradimenti e i furti di Menelao passano cosĂŹ davanti al pensiero dei presenti. Il capitolo Ăš terminato. Il sinagogo guarda GesĂč che ha ascoltato attentamente.

213.2

GesĂč fa cenno che basta cosĂŹ e poi si volge al popolo:

«Nella cittĂ  del mio carissimo discepolo Io non avrĂČ le solite parole di ammaestramento. Sosteremo qui qualche giorno ed Io voglio che sia lui che ve le dice. PerchĂ© da qui voglio che si inizi il diretto contatto, il continuo contatto fra gli apostoli e il popolo. È stato deciso nell’alta Galilea e lĂ  ebbe un primo bagliore. Ma l’umiltĂ  dei miei discepoli li fece poi ritirare nell’ombra, perchĂ© temono di non saper fare e di usurpare il mio posto. No. Devono fare, faranno bene e aiuteranno il loro Maestro. Qui perciĂČ, congiungendo in un unico amore i confini galileo-fenici con le terre di Giuda, le piĂč meridionali, di confine verso i paesi del sole e delle arene, deve avere inizio la vera predicazione apostolica. PerchĂ© il Maestro non basta piĂč ai bisogni delle folle. E perchĂ© Ăš giusto che gli aquilotti lascino il nido e facciano i primi voli mentre ancora il Sole Ăš con loro e l’ala robusta di Lui li regge.

PerciĂČ Io, in questi giorni, sarĂČ l’amico vostro e il vostro conforto. Essi saranno la parola e andranno spargendo il seme che ho loro dato. Io non avrĂČ perciĂČ parole di pubblico ammaestramento, ma vi darĂČ una cosa privilegiata. Una profezia. Vi prego di ricordarvela per i tempi futuri, quando l’evento piĂč orrendo dell’UmanitĂ  avrĂ  offuscato il sole e, nelle tenebre, potranno i cuori essere tratti in giudizi d’errore. Non voglio che voi siate indotti in errore, voi che dal primo momento foste buoni con Me. Non voglio che il mondo possa dire: “Keriot fu nemica del Cristo”. Giusto Io sono. Non posso permettere che la critica, astiosa o innamorata di Me, possa, ognuna per il pungolo del suo sentimento, accusarvi di colpe verso di Me. Come non si puĂČ da numerosa famiglia pretendere una uguale santitĂ  nei figli, cosĂŹ non la si puĂČ pretendere per una popolosa cittĂ . Ma sarebbe forte anticaritĂ  dire per un figlio malvagio o per un cittadino non buono: “Tutta la famiglia o tutta la cittĂ  Ăš anatema”.

Udite dunque, ricordate poi, siate fedeli sempre, e come Io vi amo tanto da volervi difendere da una accusa ingiusta, cosĂŹ voi sappiate amare gli incolpevoli. Sempre. Quali che siano. Quale che sia la loro parentela coi colpevoli.

213.3

Ora udite. VerrĂ  un tempo che in Israele vi saranno delatori del tesoro e della patria i quali, nella speranza di farsi amici gli stranieri, parleranno male del vero Sommo Sacerdote, accusandolo di alleanza coi nemici d’Israele e di atti malvagi verso i figli di Dio. E per giungere a questo saranno capaci di commettere delitti addossandone le responsabilitĂ  all’Innocente. E verrĂ  il tempo, sempre in Israele, in cui, piĂč ancora che ai tempi di Onia, un infame, tramando di essere lui il Pontefice, andrĂ  dai potenti in Israele e li corromperĂ  con l’oro, ancor piĂč infame, di mendaci parole, e intanto sviserĂ  la veritĂ  dei fatti, non parlerĂ  contro le colpe, ma anzi, perseguendo i suoi indegni scopi, si volgerĂ  a corrompere i costumi per avere piĂč facile presa sugli animi privati dell’amicizia con Dio: tutto per giungere al suo scopo. E riuscirĂ . Oh! certo! PoichĂ©, se nella stessa dimora sul monte Moria non sono i ginnasi dell’empio Giasone, in realtĂ  essi sono nei cuori degli abitatori del monte che per franchigia sono disposti a vendere ciĂČ che Ăš ben piĂč di un terreno, ma Ăš la loro stessa coscienza. I frutti dell’antico errore si vedono ora, e chi ha occhi per vedere vede ciĂČ che avviene lĂ  dove dovrebbe essere caritĂ , purezza, giustizia, bontĂ , religione santa e profonda. Ma se sono frutti che giĂ  fanno tremare, i frutti nati dai semi di questi non solo saranno oggetto di tremore ma di maledizione divina.

Ed eccoci alla vera profezia. In verità vi dico che da colui che ha carpito il posto e la fiducia, mediante un giuoco lungo e astuto, sarà dato, per denaro, nelle mani dei nemici il Sommo Sacerdote, il vero Sacerdote. Tratto in inganno con proteste d’affetto, indicato ai carnefici con un atto d’amore, Egli sarà ucciso senza riguardo alla giustizia.

Quali accuse saranno fatte al Cristo, poichĂ© di Me Io parlo, per giustificare il diritto di ucciderlo? Quale sorte sarĂ  serbata a coloro che questo faranno? Una sorte immediata di orrenda giustizia. Una sorte non individuale ma collettiva per i complici del traditore. Una sorte piĂč lontana e ancor piĂč orrenda di quella dell’uomo che il rimorso porterĂ  a coronare il suo animo di demonio dell’ultimo delitto contro se stesso. PerchĂ© quello in un attimo avrĂ  fine. Quest’ultimo castigo sarĂ  lungo, tremendo. Trovatelo nelle frasi: “e acceso di sdegno ordinĂČ che Andronico fosse spogliato della porpora e ucciso nel luogo dove aveva commesso empietĂ  contro Onia”. SĂŹ, la razza sacerdotale sarĂ  colpita nei figli oltrechĂ© negli esecutori. E il destino della massa complice leggetelo in queste[2]: “La voce di questo sangue grida a Me dalla Terra. Or dunque tu sarai maledetto
”. E sarĂ  detta da Dio a tutto un popolo che non avrĂ  saputo tutelare il dono del Cielo. PerchĂ©, se Ăš vero che Io sono venuto per redimere, guai a coloro che saranno assassini e non redenti, fra questo popolo che ha per prima redenzione la mia Parola.

Ho detto. Ricordatevelo. E quando sentirete dire che Io sono un malfattore, dite: “No. Egli lo ha detto. Questo Ăš il segnato che si compie ed Egli Ăš la Vittima uccisa per i peccati del mondo”» 

213.4

La sinagoga si svuota e tutti parlano e gesticolano sulla profezia e sulla stima che GesĂč ha di Giuda. Quelli di Keriot sono esaltati dall’onore dato loro dal Messia scegliendo il luogo di un apostolo, e proprio dell’apostolo di Keriot, per iniziare il magistero apostolico e anche per il dono della profezia.

Per quanto sia triste, Ăš un grande onore averla avuta e con le parole di amore che la precedono
 Nella sinagoga restano GesĂč e il gruppo degli apostoli; anzi passano nel giardinetto che Ăš fra la sinagoga e la casa del sinagogo. Giuda si Ăš seduto e piange.

«PerchĂ© piangi? Non ne vedo il motivo », dice l’altro Giuda.

«Ma, ecco. Quasi quasi farei anche io come lui. Avete sentito? Ora bisogna parlare noi », dice Pietro.

«Ma un poco lo abbiamo già fatto sul monte. Sempre meglio faremo. Tu e Giovanni siete stati subito capaci», dice Giacomo di Zebedeo per rincuorare.

«Il peggio Ăš per me
 ma Dio mi aiuterĂ . Non Ăš vero, Maestro?», interroga Andrea.

GesĂč, che scorreva dei rotoli che si era portati con SĂ©, si volta e dice: «Cosa dicevi?».

«Che Dio mi aiuterĂ  quando dovrĂČ parlare. CercherĂČ di ripetere le tue parole il meglio che posso. Ma mio fratello ha paura e Giuda piange».

«Piangi? PerchĂ©?», domanda GesĂč.

«PerchĂ© veramente io ho peccato. Andrea e Tommaso lo possono dire. Io ho fatto maldicenza su Te, e Tu mi benefichi chiamandomi “carissimo discepolo” e volendomi maestro qui
 Quanto amore! ».

«Ma non lo sapevi che ti amavo?».

«SĂŹ. Ma
 Grazie, Maestro. Non mormorerĂČ mai piĂč, perchĂ© veramente io sono le tenebre e Tu sei la Luce».

Ritorna il sinagogo invitandoli nella sua casa, e nell’andare dice: «Penso alle tue parole. Se ho ben compreso, in Keriot, come hai trovato un prediletto, il nostro Giuda di Simone, profetizzi di trovarvi un indegno. CiĂČ mi accora. Meno male che Giuda compenserĂ  l’altro ».

«Con tutto me stesso», dice Giuda che si Ú ripreso.

GesĂč non parla, ma guarda i suoi interlocutori e fa un gesto aprendo le braccia come per dire: «CosĂŹ Ú».

Annotazione

Il leader legge. E cosĂŹ le prove di Onia, gli errori di Giasone, i tradimenti e i furti di Menelao passano davanti al pubblico. Il capitolo Ăš terminato. Il lettore guarda GesĂč, che ha ascoltato con attenzione. Cfr. il secondo libro dei Maccabei, 2 M 4.

Voglio che inizi un contatto diretto, un contatto continuo tra gli apostoli e il popolo. Questo fu deciso nell'Alta Galilea e lĂŹ si vide la prima luce. GesĂč li manda a predicare per la prima volta in EMV 166,2-3. Essi tengono la loro prima predica in EMV 166,4-12 (soprattutto Simone lo Zelota e Giovanni). È nei pressi della casa di Elise, in Giudea, che GesĂč dichiara di non essere piĂč sufficiente a soddisfare i bisogni delle folle(EMV 209,5).

Per quanto riguarda il destino della massa dei complici, possiamo leggerlo in queste parole: "La voce di questo sangue grida a me dalla terra. Sarete dunque maledetti...". Ed Ú Dio che pronuncerà queste parole a un intero popolo che non ha saputo proteggere il dono del cielo. Perché se Ú vero che sono venuto a redimere, guai a coloro che saranno assassini e non saranno redenti, tra questo popolo la cui prima redenzione Ú stata la mia Parola. Cfr. Gen 4,10-11.

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Secondo libro dei Maccabei, 4

2 M 4 : Simone, l'informatore dell'erario e del suo paese, parlava male di Onia: era lui, diceva, che aveva sobillato Eliodoro e che era l'autore di tutto il male. Il benefattore della cittĂ , il difensore dei suoi concittadini e il fedele osservante delle leggi, osava farlo passare per un avversario dello Stato. L'odio si spinse a tal punto che uno dei sostenitori di Simone commise un omicidio. Allora Onia, considerando il pericolo di queste divisioni e gli sfoghi di Apollonio, governatore militare della Coele-Siria e della Fenicia, che incoraggiava la malvagitĂ  di Simone, si recĂČ dal re, non per accusare i suoi concittadini, ma in vista degli interessi generali e particolari di tutto il suo popolo. Infatti, vedeva che senza l'intervento del re sarebbe stato impossibile pacificare la situazione e che Simone non avrebbe rinunciato alle sue imprese criminali.

Ma dopo la morte di Seleuco, gli successe Antioco, soprannominato Epifane, e Giasone, fratello di Onia, si mise in testa di usurpare il pontificato. In un incontro con il re, gli promise trecentosessanta talenti d'argento e ottanta talenti presi da altre entrate. Promise inoltre di impegnarsi per iscritto a versare altri centocinquanta talenti se gli fosse stato permesso di istituire, di sua autoritĂ  e secondo i suoi desideri, un ginnasio con un efebo e di registrare gli abitanti di Gerusalemme come cittadini di Antiochia. Il re acconsentĂŹ a tutto. Non appena Giasone ottenne il potere, si accinse a introdurre le usanze greche tra i suoi concittadini. AbolĂŹ le franchigie che i re, per umanitĂ , avevano concesso ai Giudei grazie all'impresa di Giovanni, padre di Eupolemo, che era stato inviato in ambasceria per concludere un trattato di alleanza e amicizia con i Romani, e, distruggendo le istituzioni legittime, stabilĂŹ usanze contrarie alla legge. Si compiaceva di fondare un ginnasio ai piedi dell'Acropoli e allevava i bambini piĂč nobili mettendoli sotto il suo cappello. L'ellenismo crebbe a tal punto e ci fu una tale inclinazione verso costumi stranieri, come risultato dell'eccessiva perversione di Giasone, un uomo senza Dio e per nulla sommo sacerdote, che i sacerdoti non mostrarono piĂč alcuno zelo per il servizio dell'altare e, disprezzando il tempio e trascurando i sacrifici, si affrettarono a partecipare, nel palaestra, agli esercizi proibiti dalla legge, non appena si udĂŹ il richiamo al lancio del disco. Non badando agli onori della patria, tenevano in grande considerazione le distinzioni dei Greci. Ne conseguirono gravi disgrazie e proprio nel popolo di cui imitavano lo stile di vita e a cui volevano assomigliare in tutto, trovarono nemici e oppressori. Infatti, non si violano impunemente le leggi divine; ma questo Ăš ciĂČ che dimostreranno gli eventi successivi.

Mentre a Tiro si celebravano i giochi quinquennali, ai quali il re assisteva, il criminale Giasone inviĂČ da Gerusalemme degli spettatori, cittadini di Antiochia, che portavano trecento dracme d'argento per il sacrificio di Ercole; ma quelli che li portavano chiesero che il denaro fosse usato non per i sacrifici, che non erano appropriati, ma per coprire altre spese. CosĂŹ le trecento dracme erano effettivamente destinate da chi le aveva inviate al sacrificio in onore di Ercole; ma furono utilizzate, secondo il desiderio di chi le portava, per la costruzione di triremi.

Apollonio, figlio di Menesteo, essendo stato inviato in Egitto in occasione dell'intronizzazione del re Tolomeo Filometore, Antioco venne a sapere che il re era mal disposto nei suoi confronti e, volendo mettersi al sicuro da lui, si recĂČ a Giaffa e poi a Gerusalemme. Ricevuto magnificamente da Giasone e da tutta la cittĂ , fece il suo ingresso alla luce delle fiaccole e tra le acclamazioni; poi condusse il suo esercito in Fenicia allo stesso modo.

Trascorsi tre anni, Giasone inviĂČ Menelao, il fratello di Simone di cui sopra, a portare il denaro al re e a pagare le tasse di registrazione per gli affari importanti. Menelao, perĂČ, si raccomandĂČ al re, lo onorĂČ sotto le spoglie di un uomo di alto rango e si fece assegnare il pontificato sovrano, offrendo trecento talenti d'argento in piĂč rispetto a Giasone. Ricevute le lettere di investitura dal re, tornĂČ a Gerusalemme senza nulla di degno del sacerdozio, ma con gli istinti di un tiranno crudele e la furia di una bestia selvaggia. CosĂŹ Giasone, che aveva ingannato il proprio fratello, ingannato a sua volta da un altro, dovette fuggire nella terra degli Ammoniti. Quanto a Menelao, ottenne il potere; ma, non avendo rispettato la somma promessa al re, nonostante le lamentele di Sostrato, comandante dell'Acropoli, incaricato di riscuotere le tasse, entrambi furono convocati dal re.

Menelao lasciĂČ il fratello Lisimaco al suo posto come sommo sacerdote e Sostrato lasciĂČ Crates, governatore di Cipro, come suo sostituto. Nel frattempo, gli abitanti di Tarso e Mallas si ribellarono, perchĂ© queste due cittĂ  erano state date in dono ad Antiochide, concubina del re. Il re partĂŹ quindi in fretta e furia per sedare la rivolta, lasciando Andronico, uno dei grandi dignitari, come suo luogotenente. Menelao, ritenendo le circostanze favorevoli, prese alcuni vasi d'oro dal tempio e li consegnĂČ ad Andronico, riuscendo a venderne altri a Tiro e alle cittĂ  vicine.

Quando Onia seppe con certezza che Menelao aveva commesso questo nuovo crimine, glielo rimproverĂČ, dopo essersi ritirato in un luogo di rifugio a Dafne, vicino ad Antiochia. Menelao, quindi, prese da parte Andronico e lo esortĂČ a mettere a morte Onia. Andronico si recĂČ dunque da Onia e, con l'inganno, giurĂČ sulla sua mano destra; poi, benchĂ© sospettoso, lo convinse a uscire dal suo rifugio e lo mise subito a morte, senza alcun riguardo per la giustizia. CosĂŹ non solo i Giudei, ma anche molte altre nazioni si indignarono e si addolorarono per l'ingiusta uccisione di quest'uomo.

Quando il re tornĂČ dalla Cilicia, i Giudei di Antiochia, insieme ai Greci, anch'essi nemici della violenza, si rivolsero a lui per l'ingiusta uccisione di Onia. Antioco ne fu profondamente addolorato e, mosso da compassione per Onia, versĂČ lacrime al ricordo della moderazione e della saggia condotta del defunto. Arroventato dall'ira, fece immediatamente spogliare Andronico della porpora, gli strappĂČ le vesti e, dopo averlo condotto per tutta la cittĂ , degradĂČ il furfante proprio nel luogo in cui aveva compiuto l'empio attentato a Onia; il Signore lo colpĂŹ cosĂŹ con un giusto castigo.

Quando Lisimaco, d'accordo con Menelao, aveva commesso in cittĂ  un gran numero di furti sacrileghi e si era sparsa la voce, il popolo si sollevĂČ contro Lisimaco, anche se molti vasi d'oro erano giĂ  stati dispersi. Quando Lisimaco vide che la folla era stata sobillata e gli animi accesi, armĂČ circa tremila uomini e cominciĂČ a commettere atti di violenza sotto il comando di un certo Tiranno, un uomo di etĂ  avanzata e non meno perverso. Ma quando seppero dell'attacco di Lisimaco, alcuni presero delle pietre, altri dei grossi bastoni, altri ancora raccolsero della cenere che si trovava in giro e li scagliarono tumultuosamente contro i sostenitori di Lisimaco. CosĂŹ ferirono molti dei suoi uomini, ne uccisero diversi, misero in fuga tutti gli altri e massacrarono lo stesso sacrilego vicino al tesoro del tempio.

Sulla base di questi fatti iniziĂČ un'indagine contro Menelao. Quando il re giunse a Tiro, i tre uomini inviati dagli anziani spiegarono la giustizia del loro caso. Ritenendosi convinto, Menelao promise a Tolomeo, figlio di Dorymene, una grande somma di denaro perchĂ© il re lo favorisse. Tolomeo allora portĂČ il re sotto il peristilio, come per rinfrescarsi, e gli fece cambiare idea. Il re dichiarĂČ Menelao innocente delle accuse mosse contro di lui, pur essendo colpevole di ogni crimine, e condannĂČ a morte uomini sfortunati che, se avessero fatto valere le loro ragioni anche davanti agli Sciti, sarebbero stati riconosciuti innocenti; e uomini che avevano difeso la cittĂ , il popolo e gli oggetti sacri, subirono senza indugio questa ingiusta punizione. I Tiri stessi si indignarono e fecero alle vittime un magnifico funerale. Quanto a Menelao, grazie all'aviditĂ  dei potenti, mantenne la sua dignitĂ , crescendo nella malizia e nel crudele flagello dei suoi concittadini.

Libro della Genesi 4, 10-11

Gn 4, 10-11 : Yahweh disse: "Che cosa hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida dalla terra verso di me. Ora sei maledetto dalla terra, che ha aperto la bocca per ricevere il sangue di tuo fratello dalla tua mano".

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EMR 214

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Dettaglio

Titolo del capitolo: La madre di Giuda si confida con la Madre di GesĂč, giunta a Kerioth insieme a Simone lo Zelota.

Data della visione: martedĂŹ 10 luglio 1945

Calendario: domenica 23 aprile 28

Luoghi (mappa): Kerioth. Dapprima nella casa di Maria, madre di Giuda, all'interno della cittĂ  (214.1-4), poi nella casa di campagna della madre di Giuda (EMV 214.5-8).

Ciclo: Apostolato in Giudea

Sommario: GesĂč si appresta a sedersi a tavola nella casa di Maria di KĂ©rioth. Desidera che lei rimanga con loro e tutti approvano questa idea. Cristo cerca di metterla in relazione con Maria di Alfeo e Maria Salome, e Marziam li aiuta in questo senso, poichĂ© dichiara di voler giĂ  bene alla madre di Giuda, dato che «si chiama Maria, come tutte le donne che sono buone». Pietro lo prende allora in giro chiedendogli se amerĂ  allora sua moglie, Porfiria, che non si chiama cosĂŹ, e Marziam gli promette di amarla molto se Ăš buona. Simone di Giona glielo conferma e parla piĂč a lungo di sua moglie, che Ăš silenziosa, casta e pacifica. Poi Ăš Giuda a raccontare gli eventi della giornata, e desidera che gli altri apostoli lo accompagnino affinchĂ© non sia lui solo a brillare. GesĂč lo smorza un po', ma il Maestro si mostra disponibile a guarire i malati.

La Vergine arriva in quel momento con Simone lo Zelota e fa conoscenza con Maria, la madre di Giuda. Porta anche notizie di Elise, che vuole unirsi alle donne discepole. Nel frattempo, Ăš con Giovanna di Kouza, e GesĂč dice che al ritorno ripasseranno per Bet-Çur.

La visione continua e Maria vede la Santissima Maria con Maria di Kerioth. Quest'ultima confessa la sua sofferenza per non poter andare con il gruppo apostolico, poi le chiede cosa sia GesĂč per Maria. Quest'ultima risponde che Ăš la sua gioia, e la povera Maria, al contrario, risponde che Giuda Ăš il suo dolore. Le spiega il suo comportamento, ammette che preferirebbe vederlo morto, piuttosto che vederlo in cattiva luce agli occhi di Dio. Spiega i suoi capricci, la morte di Joana, una ragazza morta di crepacuore per colpa di suo figlio, e ammette di essere stata sul punto, l'anno scorso, di confessare a GesĂč la veritĂ  su Giuda. Allora chiede il parere di Maria di Nazareth, e questa ammette che Giuda non ha l'anima limpida di Giovanni, nĂ© la dolcezza di Andrea, nĂ© la fermezza di Matteo. È un tipo instabile, ma pregheranno molto per lui, dice. Solo che Maria di Kerioth ha paura di suo figlio e supplica la Vergine di aiutarla con le sue preghiere, affinchĂ© lui sappia almeno amare veramente GesĂč piuttosto che essere un cattivo apostolo. Maria risponde allora che deve pregare il Signore affinchĂ© agisca per il meglio, e che deve sperare, perchĂ© le sofferenze delle madri salvano i loro figli...

Contenuto del capitolo: 214 .1: GesĂč Ăš pieno di riguardo per Maria, madre di Giuda. 214.2: Pietro elogia sua moglie Porfiria. 214.3: Giuda ripartisce l’evangelizzazione del paese tra gli apostoli. GesĂč gli consiglia la dolcezza. 214.4: Arrivo di Maria e dello Zelota, rimasta piĂč a lungo con Elise. 214.5: La madre di Giuda non puĂČ seguire suo figlio come fa la Vergine Maria. 214.6: Confronto tra due maternitĂ . La madre di Giuda scoppia in lacrime. Mio figlio Ăš il mio dolore. 214.7: Giuda Ăš instabile. Ho tanta paura per lui. Prega il Signore.

Edizione precedente: Volume 3, capitolo 76

Parole chiave

EMR 214.4 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

«Ecco la Madre, la Madre con Simone!», trilla il bambino che vede Maria e Simone salire la scala che conduce alla terrazza su cui Ú la stanza.

Tutti si alzano in piedi e vanno incontro ai due che giungono. Rumore di esclamazioni, di saluti, di sedili smossi. Ma nulla distrae Maria dal salutare per primo GesĂč e poi la madre di Giuda, che si Ăš profondamente inchinata e che Maria invece rialza e abbraccia come fosse una cara amica ritrovata dopo un’assenza.

Rientrano nella stanza e Maria di Giuda ordina alla servente nuovi cibi per i sopraggiunti.

Parole chiave

EMR 214.4 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

«Ecco, Figlio, il saluto di Elisa», dice Maria e dĂ  un piccolo rotolo a GesĂč, che lo apre e legge, dicendo poi: «Lo sapevo. Ne ero certo. Grazie, Mamma. Per Me e per Elisa. Tu sei veramente la Salute degli infermi!».

«Io? Tu, Figlio. Non io».

«Tu; e sei il mio piĂč grande aiuto». Poi si volge agli apostoli e alle discepole e dice: «Elisa scrive: “Torna, mia Pace. Ti voglio non solo amare, ma servire”. E cosĂŹ abbiamo levato dalla angoscia, dalla melanconia una creatura, e ci siamo guadagnati una discepola. Ci torneremo, sÏ».

«Vuole conoscere anche le discepole. Viene lentamente, ma senza soste. Povera cara! Ha ancora dei momenti di smarrimento pauroso. Vero, Simone? Un giorno volle provare ad uscire con me, ma vide un amico del suo Daniele
 e faticammo molto a calmare il suo pianto. Ma Simone Ăš cosĂŹ bravo! E mi ha suggerito, posto che mostra il desiderio di ritornare nel mondo, ma che il mondo di Betsur Ăš troppo pieno di ricordi per lei, di chiamare Giovanna. È andato lui a chiamarla. Era tornata, dopo le feste, a BĂštĂ©r presso i suoi splendidi roseti di Giudea. Dice Simone che gli Ăš sembrato un sogno, attraversando quelle colline tutte a roseto, che gli pareva d’essere nel Paradiso. È venuta subito. Lei puĂČ capire e compatire una madre che piange i figli! Elisa le si Ăš molto affezionata ed io sono venuta. Giovanna la vuole persuadere ad uscire da Betsur e ad andare nel suo castello. E ci riuscirĂ , perchĂ© Ăš dolce come una colomba ma ferma come un granito nei suoi voleri».

«Andremo a Betsur nel ritorno e poi ci separeremo. Voi discepole resterete con Elisa e Giovanna per qualche tempo. Noi andremo per la Giudea e ci ritroveremo a Gerusalemme per la Pentecoste» 

214.5


Maria Ss. e Maria madre di Giuda sono insieme. Non nella casa di cittĂ , ma in quella di campagna. Sono sole. Gli apostoli con GesĂč sono fuori, le discepole col bambino sono per lo splendido pometo e si sentono le loro voci unite al rumore di panni sbattuti sui lavatoi. Forse fanno il bucato mentre il bambino giuoca.

La madre di Giuda, seduta in una stanza in penombra a fianco di Maria, parla alla stessa: «Questi giorni di pace rimarranno come un dolce sogno in me. Troppo brevi! Troppo!

Comprendo che non si deve essere egoisti e che Ăš giusto che voi andiate da quella povera donna e da tanti altri infelici. Ma se potessi! Se potessi fermare il tempo, o venire con voi!
 Ma non posso. Non ho parenti all’infuori di mio figlio e devo curare i beni della casa ».

«Comprendo
 Separarti dal figlio ti Ăš dolore. Noi madri vorremmo sempre essere con i figli. Ma noi li diamo per una ben grande ragione e non li perdiamo. Neppure la morte ce li leva i figli, se sono loro, e se siamo noi, in grazia agli occhi di Dio. Ma noi li abbiamo ancora sulla Terra, anche se la volontĂ  di Dio li strappa al nostro seno per darli al mondo per il suo bene. Possiamo sempre raggiungerli, e anche l’eco delle loro opere ci dĂ  come una carezza al cuore, perchĂ© le loro opere sono il profumo della loro anima».

Annotazione

Torna, mia Pace. Non voglio solo amarti, ma anche servirti. Queste parole fanno seguito alla presenza di GesĂč nell'EMV 208 e nell'EMV 209. Maria Ăš poi rimasta a Bet-Çur a partire dall'EMV 210.

Tu sei il mio piĂč grande aiuto. GesĂč desidera infatti che ognuno lo aiuti a salvare i peccatori e a diffondere la Buona Novella nei cuori. In questo caso, si tratta di un esempio dell'aiuto di Maria nell'apostolato di GesĂč.

Parole chiave

EMR 214.5-7 · Tome 3, p. 438-441

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

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Citazione


Maria Ss. e Maria madre di Giuda sono insieme. Non nella casa di cittĂ , ma in quella di campagna. Sono sole. Gli apostoli con GesĂč sono fuori, le discepole col bambino sono per lo splendido pometo e si sentono le loro voci unite al rumore di panni sbattuti sui lavatoi. Forse fanno il bucato mentre il bambino giuoca.

La madre di Giuda, seduta in una stanza in penombra a fianco di Maria, parla alla stessa: «Questi giorni di pace rimarranno come un dolce sogno in me. Troppo brevi! Troppo!

Comprendo che non si deve essere egoisti e che Ăš giusto che voi andiate da quella povera donna e da tanti altri infelici. Ma se potessi! Se potessi fermare il tempo, o venire con voi!
 Ma non posso. Non ho parenti all’infuori di mio figlio e devo curare i beni della casa ».

«Comprendo
 Separarti dal figlio ti Ăš dolore. Noi madri vorremmo sempre essere con i figli. Ma noi li diamo per una ben grande ragione e non li perdiamo. Neppure la morte ce li leva i figli, se sono loro, e se siamo noi, in grazia agli occhi di Dio. Ma noi li abbiamo ancora sulla Terra, anche se la volontĂ  di Dio li strappa al nostro seno per darli al mondo per il suo bene. Possiamo sempre raggiungerli, e anche l’eco delle loro opere ci dĂ  come una carezza al cuore, perchĂ© le loro opere sono il profumo della loro anima».

214.6

«Cosa Ú tuo Figlio per te, Donna?», chiede piano Maria di Giuda.

E Maria Ss., sicura, risponde: «È la mia gioia».

«La tua gioia!!! », e poi uno scoppio di pianto mentre la madre di Giuda si curva su se stessa come per nascondere questo pianto. Tocca quasi con la fronte i ginocchi tanto si curva su se stessa.

«PerchĂ© piangi, mia povera amica? PerchĂ©? Dillo a me. Io sono felice nella mia maternitĂ , ma so capire anche le madri non felici ».

«SĂŹ. Non felici! E io ne sono una. Tuo Figlio Ăš la tua gioia
 Il mio Ăš il mio dolore. Lo Ăš stato almeno. Ora, da quando Ăš con tuo Figlio, meno mi affligge. Oh! fra tutti quelli che pregano per la tua santa Creatura, acciĂČ abbia bene e trionfo, non ce ne Ăš una, dopo te, beata, che preghi quanto questa infelice che ti parla
 Dimmi il vero: che pensi tu di mio figlio? Siamo due madri, l’una di fronte all’altra; fra noi Ăš Dio. E parliamo dei nostri figli. Tu non puoi che trovare facile parlare del tuo. Io
 io devo far forza a me stessa per parlarne. Ma pure quanto bene, o quanto dolore, mi puĂČ venire da questo parlarne! E anche se Ăš dolore sarĂ  sempre un sollievo averne parlato
 Quella donna di Betsur fu quasi folle per la morte dei figli, non Ăš vero? Ma io ti giuro che delle volte ho pensato e penso, guardando il mio Giuda bello, sano, intelligente, ma non buono, non virtuoso, non dritto di animo, non sano di sentimenti, che preferirei piangerlo morto piuttosto che saperlo
 che saperlo molto inviso a Dio. Tu, dimmi, che pensi di mio figlio? Sii schietta. È piĂč di un anno che questa domanda mi brucia il cuore. Ma a chi chiedere? Ai cittadini? Essi non sapevano ancora che il Messia era e che Giuda voleva andare con Lui. Io lo sapevo. Me lo aveva detto venendo qui dopo la Pasqua, esaltato, violento, come sempre quando lo prende un capriccio e come sempre sprezzante dei consigli di sua madre. Ai suoi amici di Gerusalemme? Una santa prudenza e una pia speranza me ne trattenevano. Non volevo dire a quelli, che io non posso amare perchĂ© tutto sono fuorchĂ© santi: “Giuda segue il Messia”. E speravo che il capriccio cadesse come tanti altri, come tutti, costando magari lacrime e desolazioni, come per piĂč di una fanciulla che qui e altrove egli innamorĂČ di sĂ© e poi mai prese per sposa. Non sai che ci sono luoghi dove egli non va piĂč perchĂ© potrebbe incontrare un giusto castigo? Anche l’essere del Tempio fu un capriccio. Non sa ciĂČ che si vuole. Mai. Suo padre, Dio lo perdoni, lo ha guastato. Io non ho mai avuto voce presso i due uomini della mia casa. Ho solo dovuto piangere e riparare con umiliazioni d’ogni sorta
 Quando Ăš morta Joanna – e, benchĂ© nessuno lo dicesse, io so che morĂŹ di dolore quando, dopo aver aspettato per tutta la sua giovinezza, Giuda dichiarĂČ che egli non voleva moglie, mentre poi era noto che a Gerusalemme aveva mandato amici ad interrogare una donna ricca e con empori fino a Cipro per la figlia sua – io ho dovuto piangere molto, molto per i rimproveri della madre della fanciulla morta, come se io fossi complice del figlio mio. No. Non lo sono. Ma non sono nulla presso di lui. Lo scorso anno, quando fu qui il Maestro, compresi che Egli aveva capito
 e fui per parlare. Ma Ăš doloroso, doloroso Ăš per una madre dover dire: “Temi di mio figlio. È un avido, un duro di cuore, un vizioso, un superbo, un instabile”. E questo Ăš. Io
 io prego perchĂ© un miracolo, Lui che ne fa tanti, tuo Figlio lo faccia sul mio Giuda
 Ma tu, tu, dimmi: che pensi di lui?».

214.7

Maria, che Ăš sempre rimasta zitta e con espressione di pietoso dolore davanti a questo lamento materno, al quale non puĂČ il suo animo retto dare smentita, dice piano: «Povera madre!
 Che penso? SĂŹ, tuo figlio non Ăš l’anima limpida di Giovanni, nĂ© il mite Andrea, nĂ© il fermo Matteo che si Ăš voluto cambiare ed Ăš cambiato. È
 instabile, sĂŹ, Ăš cosĂŹ. Ma pregheremo tanto per lui, io e te. Non piangere. Forse nel tuo amore di madre, che vorrebbe potersi gloriare del figlio, tu lo vedi piĂč deforme di quanto non sia ».

«No! No! Io vedo giusto e ho tanta paura».

La stanza Ăš piena del pianto della madre di Giuda, e nella penombra biancheggia il volto di Maria, fatto piĂč pallido da questa confessione materna che acuisce tutti i sospetti della Madre del Signore.

Ma Ella si domina. Attira a sĂ© la madre non felice e la carezza mentre questa, rotte le dighe di ogni ritegno, narra confusamente, affannosamente, tutte le durezze, le esigenze, le violenze di Giuda, e termina: «Io arrossisco per lui quando mi vedo fatta segno ad atti di amore di tuo Figlio! Io non glielo chiedo. Ma sono sicura che, oltre che per la sua bontĂ , Egli lo fa per dire, con l’atto, a Giuda: “Ricordati che cosĂŹ si tratta la madre”. Ora, ora pare tutto buono
 Oh! fosse vero! Aiutami, aiutami con la preghiera, tu che sei santa, perchĂ© mio figlio non sia un indegno della grande grazia che Dio gli ha concesso! Se non mi vuole amare, se non sa essere riconoscente a me, che l’ho partorito e allevato, non Ăš nulla. Ma che sappia amare, realmente, GesĂč; che sappia servirlo con fedeltĂ  e riconoscenza. Se ciĂČ non deve essere, allora
 allora Dio gli levi la vita. Preferisco averlo nel sepolcro,
 lo avrei finalmente, perchĂ© da quando ebbe la ragione ben poco fu mio. Morto, anzichĂ© cattivo apostolo. Posso pregare cosĂŹ? Che dici tu?».

«Prega il Signore che faccia per il meglio. Non piangere piĂč. Ho visto meretrici e gentili ai piedi del Figlio mio, e con essi pubblicani e peccatori. Divenuti tutti agnelli per la sua Grazia. Spera, Maria, spera. Le pene delle madri salvano i figli, non lo sai? ».

E con questa pietosa domanda cessa ogni cosa.

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EMR 215

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Dettaglio

Titolo del capitolo: Filippo e Andrea parlano a Bet-Ginna. Guarigione della figlia lunatica dell’albergatore

Data della visione: MercoledĂŹ 11 luglio 1945

Calendario: MercoledĂŹ 3 maggio 28

Luoghi (mappa): Bet-Ginna

Ciclo: Apostolato in Giudea

Sommario: In arrivo

Contenuto del capitolo: 215 .1: Gli apostoli hanno paura di andare a predicare. 215.2: GesĂč descrive loro un panorama di cittĂ  storiche. 215.3: Inviati a Bet-Ginna, Filippo e Andrea annunciano GesĂč a un locandiere e ai suoi clienti. 215.4: Apostoli e clienti si scambiano domande: È un santo o un demone? È il Santo tra i santi. Comanda persino alla morte. 215.5: La figlia dell’albergatore Ăš lunatica. PuĂČ guarirla? 215.6: Presto, Andrea va a chiamare GesĂč, il quale gli fa notare che hanno portato a termine con successo la loro missione. 215.7: L’albergatore supplica GesĂč. GesĂč esorcizza la figlia di Samuele.

Edizione precedente: Volume 3, capitolo 77

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EMR 215.1 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

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Non vedo nĂ© il ritorno a Betsur, nĂ© i roseti di BĂštĂ©r che ho tanto desiderato di vedere. GesĂč Ăš solo con gli apostoli. Non c’ù neppure Marziam, rimasto certo con la Madonna e le discepole. Il luogo Ăš molto montagnoso, ma anche molto ricco di vegetazione con boschi di conifere, meglio, di alberi da pinoli, e l’odore delle resine si spande per ogni dove, balsamico e vitalizzatore. E attraverso questi monti verdi GesĂč cammina, voltando le spalle all’oriente, insieme ai suoi.

Sento che ragionano di Elisa, che Ú apparsa molto mutata e persuasa a seguire Giovanna nella sua tenuta di BÚtér, e della bontà di Giovanna. E che parlano anche del nuovo giro da fare, andando verso le fertili pianure che precedono la marina. E nomi di glorie passate riaffiorano, suscitando racconti, domande, spiegazioni e discussioni bonarie.

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