74.7 GesĂč stende le braccia. Giuda, che vede il gesto, dice: «Non parlare! Non Ăš prudente!».
Ma GesĂč empie la piazza della sua voce potente: «Uomini di Giuda! Uomini di Betlemme, udite! Udite o voi, donne della terra sacra a Rachele! Udite un che da Davide viene, che perseguitato ha sofferto, che fatto degno di parlare parla per darvi luce e conforto. Udite».
La gente cessa di vociare, litigare, comperare, e si affolla.
«à un rabbi!».
«Viene da Gerusalemme certo».
«Chi Ú?».
«Che bellâuomo!».
«Che voce!».
«Che modi!».
«Eh! se Ú progenie di Davide!».
«Nostro, allora!».
«Udiamo, udiamo!».
Tutta la piazza Ăš ora contro la scaletta, che pare un pulpito.
«Nella Genesi Ăš detto: âIo porrĂČ inimicizia fra te e la donna⊠essa ti schiaccerĂ il capo e tu la insidierai nel calcagnoâ. E ancora Ăš detto: âIo moltiplicherĂČ i tuoi affanni e le tue gravidanze⊠e la terra produrrĂ triboli e spineâ. Questa la condanna dellâuomo, della donna e del serpente.
Venuto da lontano a venerare la tomba di Rachele, ho udito nel vento della sera, nella rugiada della notte, nel pianto dellâusignolo al mattino, ripetersi il singhiozzo di Rachele antica, ripetuto da bocche e bocche di madri di Betlemme nel chiuso dei sepolcri, o nel chiuso dei cuori. Ed ho sentito ruggire il dolore di Giacobbe nel dolore dei vedovi consorti, senza piĂč sposa perchĂ© il dolore lâha uccisa⊠Piango con voi. Ma udite, fratelli della mia terra. Betlem, terra benedetta, la piĂč piccola delle cittĂ di Giuda, ma la piĂč grande agli occhi di Dio e dellâumanitĂ perchĂ© culla del Salvatore, come dice Michea, appunto perchĂ© tale, perchĂ© destinata ad esser il tabernacolo su cui si sarebbe posata la Gloria di Dio, il Fuoco di Dio, il suo incarnato Amore, ha scatenato lâodio di Satana.
âPorrĂČ inimicizia fra te e la donna. Essa ti terrĂ sotto il suo piede e tu insidierai il suo calcagnoâ. Quale inimicizia piĂč grande di quella che ha per mĂšta i figli, il cuore del cuore della donna? E quale piĂč forte piede di quello della Madre del Salvatore? Ecco perciĂČ che naturale fu la vendetta di Satana vinto, il quale, no, non al calcagno, ma al cuore delle madri, per la Madre, avventĂČ la sua insidia.
Oh! moltiplicati affanni del perdere i figli dopo averli partoriti! Oh! tremendi triboli dellâaver seminato e sudato per la prole, ed esser padre senza piĂč prole! Ma giubila, Betlemme! Il tuo sangue piĂč puro, il sangue degli innocenti, ha fatto via di fiamma e porpora al MessiaâŠÂ».
74.8 La folla, che Ăš andata sempre piĂč rumoreggiando da quando GesĂč ha nominato il Salvatore, e poi la Madre dello Stesso, ora ha un piĂč chiaro indizio di agitazione.
«Taci, Maestro», dice Giuda. «E andiamo».
Ma GesĂč non lo ascolta. Continua: «âŠal Messia che la Grazia del Padre-Dio salvĂČ dai tiranni per conservarlo al popolo per sua salvezza eâŠÂ».
Una stridula voce di donna grida: «Cinque, cinque ne avevo partoriti, e piĂč nessuno Ăš nella mia casa! Misera me!», e urla istericamente.
Ă lâinizio della gazzarra.
Unâaltra si voltola nella polvere, si lacera le vesti, mostra una mammella mutilata nel capezzolo, e urla: «Qui, qui, su questa poppa me lâhanno sgozzato il mio primogenito! La spada gli ha reciso la faccia insieme al capezzolo mio. Oh! il mio Eliseo!».
«E io? E io? Ecco lĂ la mia reggia! Tre tombe in una, vegliate dal padre. Marito e figli insieme. Ecco, ecco!⊠Se câĂš il Salvatore, mi renda i figli, mi renda lo sposo, mi salvi dalla disperazione, da BelzebĂč mi salvi».
Urlano tutti: «I nostri figli, i mariti, i padri! Li renda, se câĂš!».
GesĂč agita le braccia imponendo silenzio. «Fratelli della mia terra, Io vorrei rendervi alla carne, anche alla carne, i figli. Ma Io ve lo dico: siate buoni, rassegnati, perdonate, sperate, gioite in una speranza, in una certezza giubilate. Presto riavrete i vostri figli, angeli nel Cielo, perchĂ© il Messia sta per aprire le porte dei Cieli e, se giusti sarete, la morte sarĂ Vita che viene e Amore che tornaâŠÂ».
«Ah! sei Tu il Messia? In nome di Dio, dillo».
GesĂč abbassa le braccia col suo gesto cosĂŹ dolce, mansueto, che pare un abbraccio, e dice: «Lo sono».
«Via! Via! Per tua colpa, allora!».
Vola un sasso fra fischi e dileggi.
74.9 Giuda ha uno scatto bello⊠oh! fosse stato sempre cosĂŹ! Si butta davanti al Maestro, ritto sul muretto del poggiolo, a manto spiegato, e riceve imperterrito i colpi di pietra, ne sanguina anche, e urla a Giovanni e Simone: «Portate via GesĂč. Dietro quelle piante. Io verrĂČ. Andate, in nome del Cielo!». E alla folla: «Idrofobi cani! Sono del Tempio, e al Tempio e a Roma vi denuncerĂČ».
La folla ha un attimo di paura. Ma poi riprende la sassaiola, per fortuna, maldestra. E Giuda imperterrito la riceve, rispondendo con contumelie alle maledizioni della folla. Anzi, afferra a volo un sasso e lo spedisce sulla testa di un vecchietto urlante come una gazza spennata viva. E, siccome tentano di dar la scalata al suo piedistallo, svelto raccoglie un ramo secco che Ăš al suolo (ora Ăš sceso dal muretto) e lo rotea sulle schiene, teste, mani, senza pietĂ .
Accorrono delle milizie e con le lance si fanno largo. «Chi sei? Perché questa rissa?».
«Un giudeo assalito da questi plebei. Era con me un rabbi noto ai sacerdoti. Parlava a questi cani. Si sono scatenati e ci hanno assaliti».
«Chi sei?».
«Giuda di Keriot, giĂ del Tempio, ora discepolo di Rabbi JesĂč di Galilea. Amico del fariseo Simone, del sadduceo Giocana, del consigliere del Sinedrio Giuseppe di Arimatea, e infine, ciĂČ lo puoi confrontare, di Eleazar ben Anna, il grande amico del Proconsole».
«VerificherĂČ. Dove vai?».
«Col mio amico a Keriot, e poi a Gerusalemme».
«Vai. Noi ti difenderemo le spalle».
Giuda allunga delle monete al soldato. Deve essere cosa illecita⊠ma usuale, perchĂ© il milite prende, svelto e guardingo, saluta e sorride. Giuda balza giĂč dal suo podio. Va a salti per il campo incolto, raggiunge i compagni.
«Sei molto ferito?».
«Roba da niente, Maestro. Poi! Per Te!⊠Le ho anche date, perĂČ. Devo essere tutto sporco di sangueâŠÂ».
«SĂŹ, sulla guancia. Qui vi Ăš un filo dâacqua».
Giovanni bagna un piccolo telo e lava la guancia di Giuda.
«Mi spiace, Giuda⊠Ma vedi⊠anche a dir loro che si era giudei, secondo il tuo senso praticoâŠÂ».
«Bestie sono. Credo che ti sarai persuaso, Maestro. E che non insisterai».
«Oh! no! Non per paura. Ma perché Ú inutile, per ora. Quando non ci vogliono, non si maledice, ma ci si ritira pregando per i poveri folli che muoiono di fame e non vedono il Pane. Andiamo per questa via remota. Credo si possa prendere la strada di Ebron⊠Dai pastori, se li troveremo».
«A prendere altre sassate?».
«No. A dir loro: âSon Ioâ».
«Eh! allora!⊠Certo ci bastonano. Soffrono da trenta anni per causa tua!âŠÂ».
«Vedremo».
Vanno per un folto boschetto, ombroso, fresco, e li perdo di vista.