42.1 Prepotentemente, mentre sono dietro a correggere il fascicolo, e precisamente quel dettato sulle pseudo-religioni di ora, entra in me questa visione. La scrivo mentre la vedo.
Vedo un interno di laboratorio da falegname. Ma sembra che due delle pareti di esso siano formate da pareti di roccia, come se si fosse approfittato di grotte naturali per formare vani di casa. Qui sono precisamente i lati nord e ovest quelli che sono di roccia, mentre le altre due pareti, sud e est, sono di intonaco come le nostre.
Nel lato nord, in unâinsenatura della roccia, Ăš stato ricavato un focolare rudimentale, sul quale Ăš un pentolino con della vernice o colla, non capisco bene. Le legna, bruciate da anni in quel posto, hanno tinto la parete che pare incatramata tanto Ăš nera. Un buco nella parete, sormontato da una specie di grosso tegolone ricurvo, vorrebbe fare da camino aspirante il fumo delle legna. Ma deve aver fatto male il suo compito, perchĂ© anche le altre pareti sono molto annerite dal fumo, e una nebbia fumosa Ăš anche in questo momento sparsa nella stanza.
42.2 GesĂč lavora ad un tavolone da falegname. Sta piallando delle tavole che poi addossa al muro dietro a SĂ©. Poi prende una specie di sgabello, stretto a due lati in una morsa, lo libera dalla stessa, guarda se il lavoro Ăš esatto, lo squadra in tutti i sensi, poi va al camino, prende il pentolino e vi fruga dentro con un bastoncino o pennello, non so; io vedo solo la parte che sporge e che Ăš simile a un bastoncino.
GesĂč Ăš vestito di nocciola scuro e ha la tunica piuttosto corta, le maniche rimboccate oltre il gomito e una specie di grembiule davanti, nel quale si sfrega le dita dopo aver toccato il pentolino.
à solo. Lavora assiduamente ma con pacatezza. Nessuna mossa disordinata, impaziente. à preciso e continuo nel suo lavoro. Non si infastidisce di nulla, né di un nodo nel legno che non si lascia piallare, né di un cacciavite (mi pare) che gli cade due volte dal banco, né del fumo sparso che gli deve andare negli occhi.
Ogni tanto alza il capo e guarda verso la parete sud, dove Ăš una porta chiusa, come ascoltando. A un dato momento si affaccia, aprendo una porta che Ăš nella parete est e che dĂ sulla via. Vedo uno squarcio di viuzza polverosa. Sembra che attenda qualcuno. Poi torna al lavoro. Non Ăš triste, ma Ăš serio. Rinchiude lâuscio e torna al lavoro.
42.3 Mentre Ăš occupato a fabbricare qualcosa che mi sembrano pezzi di cerchio di ruota, entra la Mamma. Entra da una porta della parete meridionale. Entra affrettatamente e corre verso GesĂč. Ă vestita di azzurro cupo e senza nulla sul capo. Una semplice tunica, tenuta stretta alla vita da un cordone dâuguale colore. Chiama con affanno il Figlio e gli si appoggia con ambo le mani ad un braccio con mossa di supplica e di dolore. GesĂč la carezza passandole il braccio sulla spalla e la conforta, poi si avvia con Essa lasciando subito il lavoro e levandosi il grembiule.
Penso che lei voglia sapere anche le parole dette. Ben poche da parte di Maria : «Oh! GesĂč! Vieni, vieni. Sta male!». Vengono dette con labbra che tremano e con un luccichio di pianto negli occhi arrossati e stanchi. GesĂč non dice che: «Mamma!», ma vi Ăš tutto in quella parola.
Entrano nella stanza accanto, tutta ridente di sole che entra da una porta spalancata su un orticello pieno di luce e di verde, nel quale svolazzano dei colombi fra uno sventolio di panni stesi ad asciugare. La stanza Ăš povera ma ordinata. Vi Ăš un giaciglio basso, coperto di materassini (dico materassini perchĂ© sono certe cose alte e morbide, ma non Ăš un letto come il nostro). Su esso, appoggiato a molti cuscini, Ăš Giuseppe. Ă morente. Lo dice chiaramente il volto di un pallore livido, lâocchio spento, il petto anelante e lâabbandono di tutto il corpo.
42.4 Maria si mette alla sua sinistra, gli prende la mano rugosa e livida nelle unghie, la strofina, la carezza, la bacia, gli asciuga con un pannilino il sudore che fa righe lucide alle tempie incavate, la lacrima che si invetra nellâangolo dellâocchio, gli bagna le labbra con un lino intinto in un liquido che pare vino bianco.
GesĂč si mette a destra. Solleva con sveltezza e cura il corpo che si affossa, lo raddrizza sui cuscini che accomoda insieme a Maria. Carezza sulla fronte lâagonizzante e cerca di rianimarlo.
Maria piange piano, senza rumore, ma piange. I lacrimoni rotolano lungo le guance pallide sino sulla veste azzurro cupo e sembrano zaffiri lucenti.
Giuseppe si rianima alquanto e guarda fisso GesĂč, gli dĂ la mano come per dirgli qualcosa e per avere, al contatto divino, forza nellâultima prova. GesĂč si china su quella mano e la bacia. Giuseppe sorride. Poi si volge a cercare con lo sguardo Maria e sorride anche a Lei. Maria si inginocchia presso il letto cercando di sorridere. Ma le riesce male e curva il capo. Giuseppe le mette la mano sul capo con una casta carezza che pare una benedizione.
Non si sente che lo svolazzio e il tubare dei colombi, il frusciare delle foglie, un chioccolio di acqua e, nella stanza, il respiro del morente.
GesĂč gira intorno al letto, prende uno sgabello e fa sedere Maria chiamandola ancora e unicamente: «Mamma». Poi torna al suo posto e riprende nelle sue la mano di Giuseppe. Ă cosĂŹ vera la scena che io piango per la pena di Maria.
42.5 Poi GesĂč, curvandosi sul morente, gli mormora un salmo. So che Ăš un salmo, ma ora non posso dirle quale. Comincia cosĂŹ:
«âProteggimi, o Signore, perchĂ© in Te ho posto la mia speranzaâŠ
A pro dei santi che sono nella terra di lui ha compiuto mirabilmente tutti i miei desideriâŠ
BenedirĂČ il Signore che mi dĂ consiglioâŠ
Io tengo sempre dinnanzi a me il Signore. Egli mi sta alla destra perché io non vacilli.
Per questo si rallegra il mio cuore ed esulta la mia lingua, anche il mio corpo riposerĂ nella speranza.
PerchĂ© Tu non abbandonerai lâanima mia nel soggiorno dei morti, nĂ© permetterai che il tuo santo veda la corruzione.
Mi farai conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia colla tua facciaâ».
Giuseppe si rianima tutto e con uno sguardo piĂč vivo sorride a GesĂč e gli stringe le dita.
GesĂč risponde con un sorriso al sorriso e con una carezza alla stretta, e continua dolcemente, curvo sul suo padre putativo:
«âQuanto sono amabili i tuoi Tabernacoli, o Signore.
Lâanima mia si consuma di desiderio verso gli atrii del Signore.
Anche il passero si trova una casa e la tortorella un nido per i suoi nati. Io desidero i tuoi altari, Signore.
Beati coloro che abitano la tua casa⊠Beato lâuomo che trova in Te la sua forza. Egli ha disposte nel suo cuore le ascensioni dalla valle delle lacrime al luogo eletto.
O Signore, ascolta la mia preghieraâŠ
O Dio, volgi il tuo sguardo e mira la faccia del tuo CriÂstoâŠâ».
Giuseppe con un singhiozzo guarda GesĂč e fa il moto di parlare come per benedirlo. Ma non puĂČ. Si comprende che capisce, ma ha la parola impedita. Ă perĂČ felice e guarda con vivacitĂ e fiducia il suo GesĂč.
«âO Signoreâ», continua GesĂč. «âTu sei stato propizio alla tua terra, hai liberato dalla schiavitĂč GiacobbeâŠ
Mostraci, o Signore, la tua misericordia e donaci il tuo Salvatore.
Voglio sentire quel che dice dentro di me il Signore Iddio. Certo Egli parlerĂ di pace al suo popolo per i suoi santi e per chi di cuore torna a Lui.
SÏ, la tua salute Ú vicina⊠e la gloria abiterà sulla Terra⊠La bontà e la verità si sono incontrate, la giustizia e la pace si sono baciate. La verità Ú spuntata dalla Terra e la giustizia ha guardato dal Cielo.
SĂŹ, il Signore si mostrerĂ benigno e la nostra terra darĂ il suo frutto. La giustizia camminerĂ dinnanzi a Lui e lascerĂ nella via le sue impronteâ.
Tu lâhai vista questâora, padre, e per essa ti sei affaticato. Tu hai aiutato questâora a formarsi, e il Signore te ne darĂ premio. Io te lo dico», aggiunge GesĂč asciugando una lacrima di gioia che scende lenta sulla guancia di Giuseppe.
Poi riprende:
«âO Signore, ricordati di Davide e di tutta la sua mansuetudine.
Come egli giurĂČ al Signore: io non entrerĂČ dentro alla mia casa, non salirĂČ sul letto del mio riposo, non concederĂČ sonno agli occhi miei, non riposo alle mie palpebre, non requie alle mie tempie finchĂ© non ho trovato un posto al Signore, una dimora per il Dio di GiacobbeâŠ
Sorgi, o Signore, e vieni al tuo riposo, Tu e lâArca della tua santitĂ (Maria comprende e ha uno scoppio di pianto).
Sian rivestiti di giustizia i tuoi sacerdoti e faccian festa i tuoi santi.
Per amore di Davide tuo servo non negarci il volto del tuo Cristo.
Il Signore ha giurato a Davide la promessa e la manterrĂ : âPorrĂČ sul tuo trono il frutto del tuo senoâ.
Il Signore lâha scelta a sua dimoraâŠ
Io farĂČ fiorire la potenza di Davide preparando una fiaccola accesa per il mio Cristoâ.
42.6 Grazie, padre mio, per Me e per la Madre. Tu mi sei stato padre giusto, e te ha posto lâEterno a custodia del suo Cristo e della sua Arca. Tu fosti la fiaccola accesa per Lui, e per il Frutto del seno santo hai avuto viscere di caritĂ . Vaâ in pace, padre. La Vedova non sarĂ senza aiuto. Il Signore ha predisposto perchĂ© sola non sia. Vai sereno al tuo riposo. Io te lo dico».
Maria piange col volto curvo sulle coperte (sembrano mantelli) stese sul corpo di Giuseppe, che si raffredda. GesĂč affretta i suoi conforti, perchĂ© lâanelito si fa piĂč affannoso e lo sguardo torna a velarsi.
«âFelice lâuomo che teme il Signore e pone nei suoi comandamenti ogni dilettoâŠ
La giustizia di lui rimane nei secoli dei secoli.
Fra gli uomini retti sorge fra le tenebre come luce il misericordioso, il benigno, il giustoâŠ
Il giusto sarĂ ricordato in eterno⊠La sua giustizia Ăš eterna, la sua potenza si alzerĂ fino alla gloriaâŠâ.
Tu lâavrai questa gloria, padre. Presto verrĂČ a trarti, coi Patriarchi che ti hanno preceduto, alla gloria che ti attende. Esulti il tuo spirito nella mia parola.
âChi riposa nellâaiuto dellâAltissimo vive sotto la protezione del Dio del Cieloâ.
Tu vi sei, padre mio.
âEgli mi liberĂČ dal laccio dei cacciatori e dalle aspre parole.
Ti coprirĂ colle sue ali e sotto alle sue penne troverai rifugio.
La sua veritĂ ti circonderĂ come scudo, non temerai i notturni spaventiâŠ
Non si avvicinerĂ a te il male⊠perchĂ© ai suoi angeli ha dato lâordine di custodirti in tutte le tue vie.
Ti porteranno sulle loro palme, affinché il tuo piede non urti nei sassi.
Camminerai sopra lâaspide e il basilisco e calpesterai il dragone e il leone.
Perché hai sperato nel Signore, Egli ti dice, o padre, che ti libererà e ti proteggerà .
PerchĂ© hai alzato a Lui la tua voce ti esaudirĂ , sarĂ teco nella tribolazione ultima, ti glorificherĂ dopo questa vita, facendoti vedere giĂ da questa la sua Salvezzaâ, e nellâaltra facendoti entrare, per la Salvezza che ora ti conforta e che presto, oh!, presto verrĂ , te lo ripeto, a cingerti di un abbraccio divino e a portarti Seco, alla testa di tutti i Patriarchi, lĂ dove Ăš preparata la dimora del Giusto di Dio che mi fu padre benedetto.
Precedimi per dire ai Patriarchi che la Salvezza Ăš nel mondo e il Regno dei Cieli presto sarĂ a loro aperto. Vaâ, padre. La mia benedizione ti accompagni».
42.7 La voce di GesĂč si Ăš elevata per giungere alla mente di Giuseppe, che sprofonda nelle nebbie della morte. La fine Ăš imminente. Il vecchio ansima a fatica. Maria lo carezza, GesĂč si siede sulla sponda del lettuccio e cinge e attira a SĂ© il morente, che si accascia e si spegne senza sussulti.
La scena Ăš piena di una pace solenne. GesĂč riadagia il Patriarca e abbraccia Maria, che in ultimo si era avvicinata a GesĂč nello strazio che la angosciava.