Note della parola chiave

La Vergine Maria

Tema: Parole chiave principali e trasversali 🌟 · Pagina 13 di 32

Comfort di lettura

EMR 37.4-5

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

«Ti ho consolata, anima mia, con una visione della mia fanciullezza felice nella sua povertĂ , perchĂ© circondata dall’affetto di due santi che piĂč grandi il mondo non ha.

37.5 Si dice che Giuseppe fu il nutrizio mio. Oh! che se non potĂ© come uomo darmi il latte con cui mi nutrĂŹ Maria, egli spezzĂČ se stesso nel lavoro per darmi pane e conforto ed ebbe gentilezza d’affetti di vera madre. Da lui ho imparato — e mai allievo ebbe un maestro piĂč buono — tutto quanto fa del bambino un uomo. E un uomo che si deve guadagnare il pane.

Se la mia intelligenza di Figlio di Dio era perfetta, occorre riflettere e credere che non volli uscire clamorosamente dalla regola dell’etĂ . PerciĂČ, avvilendo la mia perfezione intellettiva di Dio al livello di una perfezione intellettiva umana, mi sono assoggettato ad avere a maestro un uomo e ad avere bisogno di un maestro. Che se poi ho appreso con rapiditĂ  e buona volontĂ , ciĂČ non toglie merito a Me d’essermi fatto soggetto ad un uomo, e all’uomo giusto d’esser stato colui che ha nutrito la mia piccola mente delle nozioni necessarie alla vita.

Le care ore passate a fianco di Giuseppe, che come per un giuoco mi condusse ad esser capace di lavorare, Io non le dimentico neppure ora che sono in Cielo. E quando guardo al padre mio putativo, rivedo il piccolo orto e il laboratorio fumoso, e mi pare di vedere affacciarsi la Mamma col suo sorriso, che faceva d’oro il luogo e beati noi.

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EMR 37.6-7

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

37.6 Quanto avrebbero da imparare le famiglie da questa perfezione di sposi che si amarono come nessun altro si amĂČ!

Giuseppe era il capo. Indiscussa e indiscutibile la sua autoritĂ  familiare, davanti alla quale si piegava riverente quella della Sposa e Madre di Dio e si assoggettava il Figlio di Dio. Tutto ben fatto quello che Giuseppe decideva di fare, senza discussioni, senza puntigli, senza resistenze. La sua parola era la nostra piccola legge. E, ciononostante, in lui quanta umiltĂ ! Mai un abuso di potere, mai un volere contro ragione solo perchĂ© era il capo. La Sposa era la sua consigliera soave. E se nella sua umiltĂ  profonda Ella si riputava l’ancella del consorte, il consorte traeva dalla sua sapienza di Piena di Grazia lume di guida per tutti gli eventi.

Ed Io crescevo come fiore protetto da due alberi gagliardi, fra questi due amori che si intrecciavano su Me per proteggermi ed amarmi.

No. FinchĂ© l’etĂ  mi fece ignorare il mondo, Io non rimpiansi il Paradiso. Dio Padre e il Divino Spirito non erano assenti, poichĂ© Maria era piena di Essi. E gli angeli vi avevano dimora, poichĂ© nulla li allontanava da quella casa. E uno, potrei dire, aveva preso carne ed era Giuseppe, anima angelica, liberata dal peso della carne e solo occupata a servire Dio e la sua causa e ad amarlo come lo amano i serafini. Lo sguardo di Giuseppe! Placido e puro come quello di una stella ignara delle concupiscenze terrene. Era il nostro riposo, la nostra forza.

37.7 Molti credono che Io non abbia umanamente sofferto quando la morte spense quello sguardo di santo, vegliante nella nostra casa. Se ero Dio, e come tale cognito della felice sorte di Giuseppe, e perciĂČ non addolorato per la sua dipartita che dopo breve sosta nel Limbo gli avrebbe aperto il Cielo, come Uomo ho pianto nella casa vuota della sua amorosa presenza. Ho pianto sull’amico estinto. E non avrei dovuto piangere su questo mio santo, sul cui petto avevo dormito piccino e dal quale avevo per tanti anni avuto amore?

Dettaglio

GesĂč parla dei suoi genitori e dice:

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EMR 38.3-5

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

38.3 Sotto le piante GesĂč giuoca con due bambini su per giĂč della stessa etĂ . Sono ricciuti, ma non biondi. Uno, anzi, Ăš proprio bruno: una testolina da agnellino nero che fa apparire ancor piĂč bianca la pelle del visetto rotondo, nel quale sono aperti due occhioni di un azzurro tendente al violaceo, bellissimi. L’altro Ăš meno riccio e di un color castano scuro, ha occhi castani e colorito piĂč bruno, ma con sfumatura rosea alle guance. GesĂč, con la sua testolina bionda fra i due piĂč scuri, pare giĂ  annimbato di fulgore. Giuocano di buon accordo con dei piccoli carrettini, sui quali sono
 mercanzie diverse: foglie, sassolini, trucioli, legnetti. Fanno ai mercanti certo, e GesĂč Ăš quello che compera per la Mamma, alla quale porta ora un oggetto, ora un altro. Maria accetta con un sorriso gli acquisti.

Ma poi il giuoco cambia. Uno dei due fanciulli propone: «Facciamo l’esodo attraverso l’Egitto. GesĂč sarĂ  MosĂš, io Aronne, tu
 Maria».

«Ma io sono un maschio!».

«Non importa! Fa lo stesso. Tu sei Maria e ballerai davanti al vitello d’oro, che sarĂ  quell’alveare là».

«Io non ballo. Sono un uomo e non voglio esser una donna. Sono un fedele e non voglio ballare davanti all’idolo».

GesĂč interviene: «Non facciamo questo punto. Facciamo l’altro: quando GiosuĂš viene eletto successore di MosĂš. CosĂŹ non c’ù quel brutto peccato di idolatria e Giuda Ăš contento di esser uomo e mio successore. Non Ăš vero che sei contento?».

«SĂŹ, GesĂč. Ma allora Tu devi morire, perchĂ© MosĂš muore, dopo. Io non voglio che Tu muoia, Tu che mi vuoi sempre tanto bene».

«Tutti si muore
 Ma Io prima di morire benedirĂČ Israele, e siccome qui non ci siete che voi, benedirĂČ in voi tutto Israele».

Viene accettato. Ma poi sorge una questione. Se il popolo d’Israele, dopo tanto andare, aveva ancora i carri che aveva nell’uscire dall’Egitto. Le idee sono contrastanti.

Si ricorre a Maria. «Mamma, Io dico che gli israeliti avevano ancora i carri. Giacomo dice di no. Giuda non sa a chi dare ragione. Tu sai?».

«SĂŹ, Figlio. Il popolo nomade aveva ancora i suoi carri. Nelle soste se li riparava. Su essi salivano i piĂč deboli e venivano caricate quelle derrate o quelle cose che erano necessarie a tanto popolo. Meno l’Arca, portata a mano, ogni altra cosa era sui carri». La questione Ăš risoluta.

38.4 I bambini vanno in fondo all’orto e da lĂ , salmodiando, vengono verso la casa. GesĂč Ăš davanti e canta con la sua vocina d’argento dei salmi. Dietro a Lui vengono Giuda e Giacomo sorreggenti una carriolina che Ăš elevata al rango di Tabernacolo. Ma, dato che devono fare anche la parte di popolo, oltre che di Aronne e GiosuĂš, si sono legati, con le cinture disciolte, gli altri carri in miniatura al piede e avanzano cosĂŹ, seri come fossero dei veri attori.

Percorrono tutta la pergola, passano davanti alla porta della stanza dove Ăš Maria, e GesĂč dice: «Mamma, saluta l’Arca che passa». Maria si alza con un sorriso e si inchina al Figlio, che passa raggiante in un nimbo di sole.

Poi GesĂč si inerpica sul lato del monte che limita la casa, anzi il giardino; al disopra della grotticella si pone ritto e parla a
 Israele. Dice gli ordini e le promesse di Dio, indica GiosuĂš come condottiero, lo chiama a SĂ©, e Giuda sale a sua volta sul balzo. Lo rincuora e benedice. Poi si fa dare una
 tavoletta (Ăš la larga foglia di un fico) e scrive il cantico e lo legge. Non tutto, ma buona parte, e pare proprio lo legga sulla foglia. Poi congeda GiosuĂš, che lo abbraccia piangendo, e sale piĂč su, proprio sullo scrimolo del balzo. E lĂ  benedice tutto Israele, ossia i due prostrati fino a terra, e poi si sdraia sull’erbetta corta, chiude gli occhi e
 muore.

38.5 Maria, che Ăš rimasta sulla porta sorridendo, quando lo vede rimanere steso e rigido grida: «GesĂč, GesĂč! Alzati! Non stare cosĂŹ! La tua Mamma non vuole vederti morto!».

GesĂč si alza con un sorriso e corre a Lei e la bacia. Vengono anche Giacomo e Giuda. Anche loro hanno carezze da Maria.

«Come puĂČ GesĂč ricordare quel cantico tanto lungo e difficile e tutte quelle benedizioni?», chiede Giacomo.

Maria sorride e risponde semplicemente: «Ha memoria molto buona e sta molto attento quando io leggo».

«Io, alla scuola, sto attento. Ma poi mi viene sonno con tutto quel lamentio
 Non imparerĂČ mai, allora?».

«Imparerai, sta’ quieto».

Dettaglio

Giuda, Giacomo e GesĂč giocano da bambini nel giardino di Nazareth. Maria Ăš presente.

Annotazione

Libro dei Numeri, 27, 12-23: Il Signore disse a MosĂš: "Sali sul monte Abarim e vedi il paese che ho dato ai figli d'Israele. Allora sarai riunito al tuo popolo, come lo fu tuo fratello Aronne. Infatti, ti sei ribellato alla mia parola nel deserto di Cine, quando la comunitĂ  cercava di litigare con me, anche se l'acqua zampillante avrebbe dovuto mostrare loro la mia santitĂ . È accaduto alle acque di Meriba di Kadesh, le acque della lite di Kadesh, nel deserto di Cine. Allora MosĂš parlĂČ al Signore. Disse: "Il Signore, Dio degli spiriti che animano ogni essere di carne, nomini un uomo che guidi la comunitĂ , che esca e torni a guidarla, che la faccia uscire e la faccia entrare. CosĂŹ la comunitĂ  del Signore non sarĂ  come pecore senza pastore. Il Signore disse a MosĂš: "Prendi GiosuĂš, figlio di Nun, un uomo di spirito. Imponi la tua mano su di lui e mettilo davanti al sacerdote Eleazar e a tutta la comunitĂ , e dagli i tuoi ordini davanti ai loro occhi. Metterai in lui una parte del tuo splendore, perchĂ© tutta la comunitĂ  dei figli d'Israele lo ascolti. Egli si presenterĂ  davanti al sacerdote Eleazar, che lo sottoporrĂ  al giudizio dell'Urim davanti al Signore. Alla sua parola, tutti i figli di Israele usciranno; alla sua parola, torneranno, lui e tutti i figli di Israele con lui, l'intera comunitĂ .

Libro del Deuteronomio 34: MosĂš salĂŹ dalle steppe di Moab al monte Nebo, sulla cima del Pisgah, che Ăš di fronte a Gerico. Il Signore gli mostrĂČ tutta la terra: Galaad fino a Dane, tutta NĂšftali, la terra di Efraim e Manasse, tutta la terra di Giuda fino al Mediterraneo, il Negev, la regione del Giordano, la valle di Gerico, la cittĂ  delle palme, fino a Soar. Il Signore gli disse: "Questa terra che vedi, ho giurato ad Abramo, Isacco e Giacobbe di darla alla loro discendenza. Io te la mostro, ma tu non devi entrarci". MosĂš, il servo del Signore, morĂŹ lĂŹ, nella terra di Moab, secondo la parola del Signore. Fu sepolto nella valle di fronte a Beth-peor, nella terra di Moab. Ma ancora oggi nessuno sa dove sia la sua tomba. MosĂš aveva centoventi anni quando morĂŹ; la sua vista non era venuta meno, la sua vitalitĂ  non era diminuita. I figli di Israele piansero per MosĂš nelle steppe di Moab per trenta giorni. Poi i giorni del lutto di MosĂš finirono. GiosuĂš, figlio di Nun, fu riempito di spirito di saggezza, perchĂ© MosĂš aveva imposto le mani su di lui. I figli d'Israele gli obbedirono e fecero come il Signore aveva ordinato a MosĂš. In Israele non sorse nessun profeta come MosĂš, che il Signore incontrĂČ faccia a faccia. Quali segni e prodigi il Signore gli aveva mandato a compiere in Egitto, davanti al Faraone, a tutti i suoi servi e a tutto il suo paese! Con quale mano potente, con quale formidabile potere, MosĂš aveva agito agli occhi di tutto Israele!

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EMR 38.7-8

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

38.7 Ma quest’anno dovrai mandare anche tu GesĂč alla scuola. È l’ora».

«Io non manderĂČ mai GesĂč alla scuola», dice Maria recisamente. È difficile sentirla parlare cosĂŹ, e parlare prima di Giuseppe.

«PerchĂ©? Il Bambino deve imparare per essere a suo tempo capace di subire l’esame di maggiorenne ».

«Il Bambino saprà. Ma a scuola non andrà. È deciso».

«Saresti unica in Israele a fare cosÏ».

«SarĂČ unica. Ma farĂČ cosĂŹ. Non Ăš vero, Giuseppe?».

«È vero. Non c’ù bisogno per GesĂč di andare ad una scuola. Maria Ăš stata allevata nel Tempio ed Ăš un vero dottore nella conoscenza della Legge. SarĂ  la sua maestra. CosĂŹ voglio anche io».

«Voi lo viziate il Ragazzo».

«Non lo puoi dire. È il piĂč buono di Nazaret. Lo hai mai udito piangere, fare bizze, negare ubbidienza, non avere rispetto?».

«Questo no. Ma lo diverrà se continua ad esser viziato».

«Non Ăš viziare tenersi vicino i figli. È amarli con buon senso e buon cuore. CosĂŹ lo amiamo il nostro GesĂč e, dato che Maria Ăš piĂč istruita del maestro, sarĂ  Lei la maestra di GesĂč».

«E quando sarĂ  uomo il tuo GesĂč sarĂ  una donnetta paurosa anche di una mosca».

«Non lo sarĂ . Maria Ăš una donna forte e sa educarlo virilmente. Io non sono un vile e so dare esempi virili. GesĂč Ăš una creatura senza difetti fisici e morali. CrescerĂ  perciĂČ dritto e forte nel corpo e nello spirito. Sta’ sicuro, Alfeo. Non farĂ  sfigurare la famiglia. E poi ho deciso e basta cosÏ».

«AvrĂ  deciso Maria, e tu ».

«E se fosse? Non Ăš bello che due che si amano siano pronti ad avere lo stesso pensiero e lo stesso volere, perchĂ© a vicenda l’uno abbraccia il desiderio dell’altro e lo fa suo? Se Maria volesse cose stolte, le direi: “No”. Ma chiede cose piene di saggezza, ed io le approvo e faccio mie. Ci amiamo, noi, come nel primo giorno
 e cosĂŹ faremo finchĂ© saremo in vita. Non Ăš vero, Maria?».

«SĂŹ, Giuseppe. E, mai sia, ma quando avesse uno a morire senza l’altro, ancora ci ameremo».

Giuseppe carezza sul capo Maria, come fosse una figlia fanciulla, e Lei lo guarda col suo occhio sereno e amoroso.

38.8 La cognata interviene: «Avete proprio ragione. Fossi buona io di insegnare! A scuola imparano il bene e il male, i nostri figli. In casa solo il bene. Ma io non so
 Se Maria ».

«Che vuoi, cognata? Di’ liberamente. Tu sai che ti amo e sono lieta quando ti posso far piacere».

«Dicevo
 Giacomo e Giuda sono di poco piĂč vecchi di GesĂč. Vanno giĂ  a scuola
 ma per quel che sanno!
 Invece GesĂč sa giĂ  tanto bene la Legge
 Io vorrei
 ecco, se ti dicessi di tenere anche loro, quando insegni a GesĂč? Io penso che diverrebbero piĂč buoni e piĂč istruiti. Sono cugini, infine, e che si amino come fratelli Ăš giusto
 Sarei cosĂŹ felice!».

«Se Giuseppe vuole, e tuo marito pure, io sono pronta. Parlare per uno o per tre Ú uguale. Ripassare tutta la Scrittura Ú gioia. Che vengano».

I tre bambini, che erano entrati piano piano, sentono e stanno in attesa del verdetto.

«Ti faranno disperare, Maria», dice Alfeo.

«No! Con me sono sempre buoni. Non Ăš vero che sarete buoni se io vi insegnerĂČ?».

I due le corrono vicini, uno a destra, uno a sinistra, le mettono le braccia intorno alle spalle, le testoline sulle spalle, e promettono tutto il bene possibile.

«Lasciali provare, Alfeo, e lasciami provare. Io credo che non sarai malcontento della prova. Verranno ogni giorno dall’ora di sesta a sera. BasterĂ , credilo. Io so l’arte di insegnare senza stancare. I bambini vanno tenuti avvinti e distratti insieme. Bisogna capirli, amarli ed essere amati, per ottenere da loro. E voi mi amate, non Ăš vero?».

Due grossi bacioni sono la risposta.

«Lo vedi?».

«Lo vedo. Non ho che dirti: “Grazie”. E GesĂč che dirĂ , vedendo la Mamma persa con altri? Che dici, GesĂč?».

«Io dico: “Beati quelli che stanno ad ascoltarla e drizzano la loro dimora presso la sua”. Come per la Sapienza, beato chi Ăš amico di mia Madre, ed Io sono felice che coloro che amo siano suoi amici».

«Ma chi pone tali parole sulle labbra del Fanciullo?», chiede Alfeo stupito.

«Nessuno, fratello. Nessun che sia del mondo».

La visione cessa qui.

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EMR 38.9

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

Dice GesĂč:

«E Maria fu maestra di Me, Giacomo e Giuda. Ecco perchĂ© ci amammo come fratelli, oltre che per la parentela, per la scienza e per il crescere uniti, come tre tralci sorretti da un unico palo. La Mamma mia. Dottore come nessun altro in Israele, questa dolce Madre mia. Sede della Sapienza, e della vera Sapienza, ci istruĂŹ per il mondo e per il Cielo. Dico: “ci istruì”, perchĂ© Io fui suo scolaro non diversamente dai cugini. E il “sigillo” fu mantenuto sul segreto di Dio, contro l’indagare di Satana, mantenuto sotto l’apparenza di una vita comune.

Ti sei beata nella scena soave? Ora sta’ in pace. GesĂč Ăš con te».

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EMR 39

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Dettaglio

La Vergine prepara i vestiti per GesĂč con Maria di Alfeo. Tinge le sue vesti. Sembra che abbia ottenuto il colore grazie ai suoi ricami e che questo dono sia arrivato da Roma. In ogni caso, la Madre di Cristo ringrazia la parente per il suo aiuto e dichiara che GesĂč Ăš come suo figlio.

La visione si interrompe e riprende piĂč tardi. Maria descrive GesĂč all'etĂ  di dodici anni. È con i suoi genitori e parenti, circondato e amato. Maria chiede a Giuseppe di benedirlo, affinchĂ© il loro Bambino tragga forza da lui e lei impari a distaccarsi un po' di piĂč da lui. Giuseppe le assicura che il loro rapporto non cambierĂ  e che non entrerĂ  in competizione con lei per questo Figlio a loro cosĂŹ caro. Maria bacia la mano di Giuseppe con un gesto pieno di affetto e il patriarca della Sacra Famiglia li benedice entrambi. Poi si misero in cammino...

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EMR 39.2-3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

Vedo Maria curva su un mastello, meglio, su una conca di terra cotta, che mescola qualcosa che fuma nell’aria fredda e serena che empie l’orto di Nazaret.

Deve essere pieno inverno, perché, meno gli ulivi, tutte le piante sono brulle e scheletrite. In alto, un cielo tersissimo e anche un bel sole. Ma non tempera la sizza che tira e che fa sbattere fra loro i rami spogli e ondulare le ramette grigie verdi degli ulivi.

La Madonna Ăš tutta vestita di una pesante veste di un marrone quasi nero e si Ăš legata davanti una rustica tela, come un grembiale, per proteggere la veste. Estrae dalla tinozza il bastone con cui dimenava il contenuto e ne vedo cadere gocce di un bel color arrubinato. Maria osserva, si bagna un dito con le gocce che cadono, prova il colore sul grembiale. Pare soddisfatta.

Entra in casa ed esce con molte matasse di lana candidissima. Le tuffa una per una nella tinozza, con pazienza e accortezza.

39.3 Mentre fa questo, entra, venendo dal laboratorio di Giuseppe, sua cognata Maria di Alfeo. Si salutano. Si parlano.

«Viene bene?», chiede Maria d’Alfeo.

«Ne ho speranza».

«Mi ha assicurato quella gentile che Ăš proprio la tinta e il modo che usano a Roma. Me lo ha dato proprio perchĂ© sei tu e hai fatto quei lavori. Dice che neppure a Roma vi Ăš chi ricama come te. Ti devi essere accecata a farli ».

Maria sorride e fa un movimento col capo come per dire: «Cose da nulla!».

La cognata guarda, prima di porgerle a Maria, le ultime matasse di lana. «Come le hai filate! Paiono capelli tanto sono fini e regolari. Fai tutto bene tu
 e come svelta! Queste ultime verranno piĂč chiare?».

«SĂŹ, per la veste. Il mantello Ăš piĂč scuro».

Le due donne lavorano insieme alla tinozza. Poi estraggono le matasse di un bel colore porporino e corrono svelte a tuffarle nell’acqua ghiaccia che empie la vaschetta, sotto alla sottile polla che cade con noterelle di risatine sommesse. Sciacquano e sciacquano, poi stendono su delle canne le matasse e le assicurano da ramo a ramo degli alberi.

«Asciugheranno bene e presto con questo vento», dice la cognata.

«Andiamo da Giuseppe. C’ù fuoco. Devi essere gelata», dice Maria Ss. «Sei stata buona ad aiutarmi. Ho fatto presto e con meno fatica. Te ne sono grata».

«Oh! Maria! Che non farei per te! Starti vicino Ăš una festa. E poi
 Ăš per GesĂč tutto questo lavoro. Ed Ăš cosĂŹ caro, tuo Figlio!
 Mi sembrerĂ  di essergli anche io mamma se ti aiuterĂČ per la sua festa di maggiorenne».

Le due donne entrano nel laboratorio, pieno di quell’odore di legni piallati proprio delle officine di falegname.

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EMR 39.4-6

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

Vedo entrare GesĂč insieme a sua Mamma nella stanza, dirĂČ cosĂŹ, da pranzo di Nazaret.

GesĂč Ăš un bel fanciullo dodicenne, alto, ben formato, robusto senza esser grasso. Sembra piĂč adulto di quanto non sia, per la sua complessione. È giĂ  alto, tanto che raggiunge la spalla della Madre. Ha ancora il viso rotondo e roseo del GesĂč fanciullo, viso che poi, con l’etĂ  giovanile e virile, si assottiglierĂ  e si farĂ  di un color senza colore, un colore di certi delicati alabastri, appena tendenti al giallo-rosa.

Gli occhi, anche gli occhi, sono ancora occhi di bambino. Grandi, bene aperti a guardare, e con una scintilla di letizia persa nel serio dello sguardo. Dopo non saranno piĂč cosĂŹ aperti
 Le palpebre si caleranno a mezz’occhio per velare il troppo male, che Ăš nel mondo, al Puro e Santo. Solo nei momenti di miracolo saranno aperti e sfavillanti, piĂč ancora di ora
 per cacciare i demoni e la morte, per guarire le malattie ed i peccati. E non saranno neppur piĂč con quella scintilla di letizia mescolata alla serietà
 La morte e il peccato saranno sempre piĂč presenti e vicini, e con essi la conoscenza, anche umana, della inutilitĂ  del sacrificio, per la volontĂ  contraria dell’uomo. Solo in rarissimi momenti di gioia, per essere con dei redenti e specie con dei puri, bambini per lo piĂč, lo faranno brillare di letizia, questo occhio santo e buono.

Ma ora Ăš con la sua Mamma, in casa sua, e di fronte a Lui Ăš S. Giuseppe che gli sorride con amore, e sono i cuginetti che lo ammirano e la zia Maria d’Alfeo che lo carezza
 È felice. Ha bisogno di amore, il mio GesĂč, per esser felice. E in questo momento lo ha.

È vestito di una sciolta veste di lana rosso rubino chiaro. Morbida, di tessitura perfetta nella sua compatta sottigliezza. Al collo, sul davanti, in basso delle maniche lunghe e ampie, e della veste che scende sino a terra, scoprendo appena i piedi calzati di sandali nuovi e molto ben fatti — non le solite suole fissate con striscerelle di cuoio al piede — Ăš una greca, non ricamata, ma tessuta in colore piĂč scuro sul rubino della veste. Deve essere opera della Mamma, perchĂ© la cognata l’ammira e la loda.

I bei capelli biondi sono giĂ  piĂč carichi, nella loro tinta, di quando era fanciullino, con scintille di rame nelle volute dei boccoli che terminano sotto le orecchie. Non sono piĂč i ricciolini corti e vaporosi dell’infanzia. Non sono ancora le chiome ondulate e lunghe sino agli omeri, dove terminano in morbido cannolo, dell’etĂ  adulta. Ma giĂ  tendono piĂč a queste ultime nel colore e nella foggia.

39.5 «Ecco il Figlio nostro», dice Maria alzando la sua mano destra, nella quale Ăš la mano sinistra di GesĂč. Pare lo presenti a tutti e riconfermi la paternitĂ  del Giusto, che sorride. E aggiunge: «Benedicilo, Giuseppe, prima di partire per Gerusalemme. Non fu necessaria la rituale benedizione per la sua andata a scuola, primo passo nella vita. Ma, ora che Egli va al Tempio per esser dichiarato maggiorenne, fĂ llo. E benedici me con Lui. La tua benedizione
 (Maria ha un sommesso singhiozzo) fortificherĂ  Lui e darĂ  forza a me di staccarmelo un poco di piĂč ».

«Maria, GesĂč sarĂ  sempre tuo. La formola non inciderĂ  i nostri mutui rapporti. NĂ© io te lo contenderĂČ, questo Figlio a noi caro. Nessuno come te merita di guidarlo nella vita, o mia Santa».

Maria si curva e prende la mano di Giuseppe e la bacia. È la sposa, oh! quanto rispettosa e amorosa del consorte!

Giuseppe accoglie quel segno di rispetto e d’amore con dignitĂ , ma poi alza quella baciata mano e la posa sul capo della Sposa e le dice: «SĂŹ. Ti benedico, Benedetta, e GesĂč con te. Venite, mie sole gioie, mio onore e scopo». Giuseppe Ăš solenne. A braccia tese e palme volte a terra sopra le due teste chine, ugualmente bionde e sante, pronuncia la benedizione: «Il Signore vi guardi e vi benedica. Abbia di voi misericordia e vi dia pace. Il Signore vi dia la sua benedizione». E poi dice: «E ora andiamo. L’ora Ăš propizia per il viaggio».

39.6 Maria prende un ampio drappo di un color granata scuro e lo drappeggia sul corpo del Figlio. Come se lo carezza nel farlo!

Escono, chiudono. Si incamminano. Altri pellegrini vanno per la stessa direzione. Fuori del paese le donne si separano dagli uomini. I bimbi vanno con chi pare loro. GesĂč resta con la Mamma.

I pellegrini vanno, salmodiando per lo piĂč, per le campagne tutte belle nel piĂč lieto tempo di primavera. Freschi prati e fresche biade, e fresche fronde sugli alberi che hanno da poco fiorito. Canti di uomini per i campi e per le vie e canti d’uccelli in amore fra le fronde. Ruscelli limpidi che fan da specchio ai fiori delle rive, agnellini saltellanti presso le madri
 Pace e letizia sotto il piĂč bel cielo d’aprile.

La visione cessa cosĂŹ.

Dettaglio

Descrizione fisica di GesĂč bambino e benedizione di Giuseppe prima della partenza per Gerusalemme.

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EMR 40.7

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

«Il fanciullo Ú perfetto. (...) Sia condotto nella vera sinagoga».

Passano in una stanza piĂč vasta e pomposa. Qui, per prima cosa, gli raccorciano i capelli. I riccioloni vengono raccolti da Giuseppe. Poi gli stringono la veste rossa con una lunga cintura girata a piĂč giri intorno alla vita, gli legano delle striscioline alla fronte, al braccio e al mantello. Le fissano con delle specie di borchie. Poi cantano salmi e Giuseppe loda con una lunga preghiera il Signore e invoca sul Figlio ogni bene.

La cerimonia ha termine. GesĂč esce con Giuseppe. Tornano da dove erano venuti, si riuniscono ai parenti maschi, comperano e offrono un agnello; poi, con la vittima sgozzata, raggiungono le donne.

Maria bacia il suo GesĂč. Pare sia degli anni che non lo vede. Lo guarda, fatto piĂč uomo nella veste e nei capelli, lo carezza


Escono e tutto finisce.

Dettaglio

L'esame della maggioranza di GesĂč Ăš completo.

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EMR 41.11-13

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

41.11 Dice GesĂč:

[
].

«Torniamo indietro molto, molto. Torniamo al Tempio, dove Io dodicenne sto disputando. Anzi torniamo nelle vie che conducono a Gerusalemme e da Gerusalemme al Tempio.

Vedi l’angoscia di Maria quando, riunitesi le schiere degli uomini e delle donne, Ella vede che Io non sono con Giuseppe.

Non alza la voce in rimproveri aspri verso lo sposo. Tutte le donne l’avrebbero fatto. Lo fate per molto meno, dimenticando che l’uomo Ăš sempre il capo di casa. Ma il dolore che traspare dal volto di Maria trafigge Giuseppe piĂč d’ogni rimprovero. Non si abbandona Maria a scene drammatiche. Per molto meno lo fate, amando d’esser notate e compatite. Ma il suo dolore contenuto Ăš cosĂŹ palese, dal tremito che la prende, dal volto che impallidisce, dagli occhi che si dilatano, che commuove piĂč d’ogni scena di pianto e clamore.

Non sente piĂč fatica, non fame. E il cammino era stato lungo e da tante ore non s’era preso ristoro! Ma Ella lascia tutto. E il giaciglio che si sta preparando e il cibo che sta per essere distribuito. E torna indietro. È sera, scende la notte. Non importa. Ogni passo la riporta verso Gerusalemme. Ferma le carovane, i pellegrini. Interroga. Giuseppe la segue, la aiuta. Un giorno di cammino a ritroso e poi l’affannosa ricerca per la cittĂ .

Dove, dove puĂČ essere il suo GesĂč? E Dio permette che Ella non sappia per tante ore dove cercarmi. Cercare un bambino nel Tempio era cosa senza giudizio. Che ci doveva fare un bambino nel Tempio? Al massimo, se s’era sperduto per la cittĂ  ed era tornato lĂ  dentro, portato dai suoi piccoli passi, la sua voce piangente avrebbe chiamato la mamma ed attirato l’attenzione degli adulti, dei sacerdoti, i quali avrebbero provveduto a ricercare i genitori con dei bandi messi alle porte. Ma non c’era nessun bando. Nessuno in cittĂ  sapeva di questo Bambino. Bello? Biondo? Robusto? Eh! ce ne sono tanti! Troppo poco per poter dire: “L’ho visto. Era lĂ  e là”!

41.12 Poi, dopo tre giorni, simbolo di altri tre giorni di angoscia futura, ecco che Maria esausta penetra nel Tempio, scorre i cortili e i vestiboli. Nulla. Corre, corre, la povera Mamma, lĂ  dove sente una voce di bimbo. E fin gli agnelli col loro belare le paiono il pianto della sua Creatura che la cerca. Ma GesĂč non piange. Ammaestra. Ecco che Maria sente, oltre una barriera di persone, la cara voce che dice: “Queste pietre fremeranno
”. Ella cerca di fendere la calca e vi riesce dopo molto stento. Eccolo, il Figlio, a braccia aperte, ritto fra i dottori.

Maria Ăš la Vergine prudente. Ma questa volta l’affanno soverchia la sua riservatezza. È una diga che abbatte ogni altra cosa. Corre al Figlio, lo abbraccia, levandolo dallo sgabello e posandolo al suolo, ed esclama: “Oh! perchĂ© ci hai fatto questo? Da tre giorni ti andiamo cercando. La tua Mamma sta per morire di dolore, Figlio. Il padre tuo Ăš sfinito di fatica. PerchĂ©, GesĂč?”.

Non si chiedono i “perchĂ©â€ a Chi sa. I “perchĂ©â€ del suo modo di agire. Ai vocati non si chiede “perchĂ©â€ lasciano tutto per seguire la voce di Dio. Io ero Sapienza e sapevo. Io ero “vocato” ad una missione e la compivo. Sopra il padre e la madre della Terra vi Ăš Dio, Padre divino. I suoi interessi superano i nostri, i suoi affetti sono superiori ad ogni altro. Io lo dico a mia Madre.

Termino l’insegnamento ai dottori con l’insegnamento a Maria, Regina dei dottori. Ed Ella non se lo Ăš piĂč dimenticato. Il sole le Ăš tornato nel cuore avendomi per mano, umile e ubbidiente, ma le mie parole le sono pure nel cuore. Molto sole e molte nubi scorreranno nel cielo durante quei ventuno anni in cui sarĂČ ancora sulla Terra. E molta gioia e molto pianto si alternerĂ  nel suo cuore per altri ventuno anni. Ma Ella non chiederĂ  piĂč: “PerchĂ©, Figlio mio, ci hai fatto questo?”.

Imparate, o uomini protervi.

41.13 Ho istruito e illuminato Io la visione, perchĂ© tu non sei in grado di fare di piĂč.

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