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Comfort di lettura

EMR 9.1-5

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

9.1 Dice GesĂč:

«Come un rapido crepuscolo d’inverno, in cui un vento di neve accumuli nubi sul cielo, la vita dei miei nonni conobbe rapida la notte, dopo che il loro Sole si era fissato a splendere davanti alla sacra Cortina del Tempio.

9.2 Ma non Ăš detto: “La Sapienza ispira vita ai suoi figli, prende sotto la sua protezione quelli che la cercano
 Chi ama lei ama la vita e chi veglia per lei godrĂ  la sua pace. Chi la possiede avrĂ  in ereditĂ  la vita
 Chi la serve ubbidirĂ  al Santo e chi l’ama Ăš molto amato da Dio
 Se crederĂ  in lei l’avrĂ  in ereditĂ , che sarĂ  confermata ai suoi discendenti perchĂ© l’accompagna nella prova. Prima di tutto lo sceglie, poi manderĂ  sopra di lui timori, paure e prove, lo tormenterĂ  con la sferza della sua disciplina, finchĂ© l’abbia provato nei suoi pensieri e possa fidarsi di lui. Ma poi gli darĂ  stabilitĂ , tornerĂ  a lui per diritto cammino e lo renderĂ  contento. ScoprirĂ  a lui i suoi arcani, metterĂ  in lui tesori di scienza e di intelligenza nella giustizia”?

SĂŹ, Ăš detto tutto questo. I libri sapienziali sono applicabili a tutti gli uomini che in essi hanno uno specchio dei loro comportamenti e una guida. Ma felici coloro che possono esser ravvisati fra gli spirituali amanti della Sapienza.

Io mi sono circondato di sapienti nella mia parentela mortale. Anna, Gioacchino, Giuseppe, Zaccaria, e piĂč ancora Elisabetta, e poi il Battista, non sono forse dei veri sapienti? Non parlo di mia Madre, in cui la Sapienza aveva dimora.

9.3 Dalla giovinezza alla tomba, la sapienza aveva ispirato la maniera di vivere in modo grato a Dio ai nonni miei e, come una tenda che protegge dalle furie degli elementi, ella li aveva protetti dal pericolo di peccare. Il santo timore di Dio ù base alla pianta della sapienza, la quale da esso si slancia con tutti i suoi rami per raggiungere col vertice l’amore tranquillo nella sua pace, l’amore pacifico nella sua sicurezza, l’amore sicuro nella sua fedeltà, l’amore fedele nella sua intensità, l’amore totale, generoso, attivo dei santi.

“Chi ama lei ama la vita e avrĂ  in ereditĂ  la Vita”, dice l’Ecclesiastico. Ma questo si salda al mio: “Colui che perderĂ  la vita per amor mio la salverà”. PerchĂ© non si parla della povera vita di questa Terra ma della eterna, non delle gioie di un’ora ma di quelle immortali.

Gioacchino ed Anna l’hanno in tal senso amata. Ed essa fu seco loro nelle prove.

Quante, voi che per non essere completamente malvagi vorreste non aver mai a piangere e soffrire! Quante ne ebbero questi giusti che meritarono di avere per figlia Maria! La persecuzione politica che li cacciĂČ dalla terra di Davide, impoverendoli oltre misura. La tristezza di veder cadere nel nulla gli anni senza che un fiore dicesse loro: “Io vi continuo”. E, dopo, il trepidare per averlo avuto in etĂ  in cui era certo non vederlo fiorire in donna. E poi, il doverselo strappare dal cuore per deporlo sull’altare di Dio. E, ancora, il vivere in un silenzio ancor piĂč grave, ora che si erano abituati al cinguettio della loro tortorina, al rumore dei suoi passetti, ai sorrisi e ai baci della loro creatura, e attendere nei ricordi l’ora di Dio. E ancora e ancora. Malattie, calamitĂ  di intemperie, prepotenze di potenti
 tanti colpi di ariete nel debole castello della loro modesta prosperitĂ . E non basta ancora: la pena di quella creatura lontana, che rimane sola e povera e che, nonostante ogni loro premura e sacrificio, non avrĂ  che un resto del bene paterno. E come lo troverĂ  se per anni ancora resterĂ  incolto, chiuso in attesa di Lei? Timori, paure, prove e tentazioni. E fedeltĂ , fedeltĂ , fedeltĂ , sempre, a Dio.

9.4 La tentazione piĂč forte: non negarsi il conforto della figlia intorno alla loro vita declinante. Ma i figli sono di Dio prima che dei genitori. E ogni figlio puĂČ dire ciĂČ che Io dissi alla Madre: “Non sai che Io devo fare gli interessi del Padre dei Cieli?”. E ogni madre, ogni padre devono imparare l’attitudine da tenersi, guardando Maria e Giuseppe al Tempio, Anna e Gioacchino nella casa di Nazareth, che si fa sempre piĂč spoglia e piĂč triste, ma nella quale una cosa non diminuisce mai, anzi sempre piĂč cresce: la santitĂ  di due cuori, la santitĂ  di un coniugio.

Che resta a Gioacchino infermo e che alla sua dolente sposa per luce, nelle lunghe e silenziose sere di vecchi che si sentono morire? Le piccole vesti, i primi sandaletti, i poveri trastulli della loro piccina lontana, e i ricordi, i ricordi, i ricordi. E, con questi, una pace che viene dal dire: “Soffro, ma ho fatto il mio dovere d’amore verso Dio”.

E allora ecco una gioia sovrumana, che brilla di una luce celeste, ignota ai figli del mondo, e che non si offusca per cadere di palpebra grave su due occhi che muoiono, ma nell’ora estrema piĂč splende, e illumina veritĂ  che erano state dentro per tutta la vita, chiuse come farfalle nel loro bozzolo, e davano segno d’esservi solo per dei movimenti soavi, fatti di lievi bagliori, mentre ora aprono le loro ali di sole e ne mostrano le parole che le decorano. E la vita si spegne nella conoscenza di un futuro beato per loro e la loro stirpe, e con una benedizione sul labbro per il loro Dio.

9.5 CosĂŹ la morte dei nonni miei. Come era giusto fosse per la loro santa vita. Per la santitĂ  hanno meritato d’essere i primi custodi della Amata di Dio e, solo quando un Sole piĂč grande si mostrĂČ nel loro vitale tramonto, essi intuirono la grazia che Dio aveva loro concessa.

Per la loro santità, ad Anna non tortura di puerpera ma estasi di portatrice di chi ù Senza Colpa. Per ambedue non affanno di agonia ma languore che spegne, come dolcemente si spegne una stella quando il sole sorge all’aurora. E se non ebbero il conforto di avermi Incarnata Sapienza, come mi ebbe Giuseppe, Io ero, invisibile Presenza che diceva sublimi parole, curvo sul loro guanciale per addormentarli nella pace in attesa del trionfo.

Vi Ăš chi dice: “PerchĂ© non dovettero soffrire nel generare e nel morire, poichĂ© erano figli di Adamo?”. A costui rispondo: “Se, per esser stato avvicinato da Me nel seno della madre, fu presantificato il Battista, figlio di Adamo e concepito con la colpa d’origine, nulla avrĂ  avuto di grazia la madre santa della Santa in cui non era Macchia, della Preservata da Dio che seco portĂČ Dio nel suo spirito quasi divino e nel cuore embrionale, nĂ© mai se ne separĂČ da quando fu pensata dal Padre, fu concepita in un seno e tornĂČ a possedere Dio pienamente nel Cielo per una eternitĂ  gloriosa?”. A costui rispondo: “La retta coscienza dĂ  morte serena e le preghiere dei santi vi ottengono tal morte”.

Gioacchino ed Anna avevano tutta una vita di retta coscienza dietro a loro, e questa sorgeva come placido panorama e faceva loro guida sino al Cielo, e avevano la Santa in orazione davanti al Tabernacolo di Dio per i suoi genitori lontani, posposti a Dio, Bene supremo, ma amati, come legge e sentimento volevano, di un amore soprannaturalmente perfetto».

Annotazione

Libro di Ben Sira il Saggio 4, 11-18

Si 4, 11-18 : La sapienza conduce i suoi figli alla grandezza; si prende cura di coloro che la cercano. Amarla Ăš amare la vita; chi la cerca fin dall'alba sarĂ  colmato di felicitĂ ; chi la possiede erediterĂ  la gloria; dove entra, il Signore dĂ  la sua benedizione.

Chi adora la sapienza celebra il Dio santo; chi la ama Ăš amato dal Signore; chi la ascolta giudicherĂ  le nazioni; chi si aggrappa a lei sarĂ  sicuro nella sua dimora. Se confida in lei, la possederĂ  e tutti i suoi discendenti la erediteranno.

All'inizio lo condurrà per sentieri tortuosi, incutendogli timore e apprensione, tormentandolo con la severità della sua educazione, finché non potrà fidarsi di lei; lo metterà alla prova con le sue richieste. Poi tornerà subito da lui e lo riempirà di felicità rivelandogli i suoi segreti.

Ogni figlio puĂČ dire quello che io ho detto a mia madre: "Non sai che devo curare gli interessi del Padre che Ăš nei cieli?" In Luca 2, 49 (cfr. EMV 41.12).

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EMR 9.2

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

Anna, Gioacchino, Giuseppe, Zaccaria, e piĂč ancora Elisabetta, e poi il Battista, non sono forse dei veri sapienti? Non parlo di mia Madre, in cui la Sapienza aveva dimora.

Dettaglio

GesĂč disse:

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EMR 9.3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

Il santo timore di Dio ù base alla pianta della sapienza, la quale da esso si slancia con tutti i suoi rami per raggiungere col vertice l’amore tranquillo nella sua pace, l’amore pacifico nella sua sicurezza, l’amore sicuro nella sua fedeltà, l’amore fedele nella sua intensità, l’amore totale, generoso, attivo dei santi.

Parole chiave

EMR 9.3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

Quante, voi che per non essere completamente malvagi vorreste non aver mai a piangere e soffrire!

Parole chiave

EMR 9.5

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

Gioacchino ed Anna avevano tutta una vita di retta coscienza dietro a loro, e questa sorgeva come placido panorama e faceva loro guida sino al Cielo, e avevano la Santa in orazione davanti al Tabernacolo di Dio per i suoi genitori lontani, posposti a Dio, Bene supremo, ma amati, come legge e sentimento volevano, di un amore soprannaturalmente perfetto».

Dettaglio

I sentimenti di Maria nei confronti dei suoi genitori

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EMR 10

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Dettaglio

Titolo del capitolo : Il cantico di Maria. Ricordava ciĂČ che la sua anima aveva visto in Dio.

Data della visione e della dettatura: sabato 2 settembre 1944

Calendario: estate del 9 a.C.

Luogo (mappa) : Gerusalemme

Ciclo: Nascita e infanzia della Vergine Maria

Sintesi: Maria deve avere circa dodici anni. Sta pregando e cantando un inno. Poi si immerge in una preghiera ancora piĂč ardente e nel frattempo arriva Anna di Phanuel. L'Immacolata la saluta e inizia una conversazione tra le due donne. Parlano della sua verginitĂ , della Legge che la obbliga a sposarsi e del suo voto di rimanere sempre vergine. Parlarono anche del Messia che doveva venire. Maria aveva giĂ  intuito che sarebbe stato il Martire e che era necessaria una grande purezza per prepararsi alla sua venuta. Ella rivela di essere vergine, non perchĂ© spera di essere la Madre del Signore, ma perchĂ© la purezza ha un valore immenso agli occhi dell'Altissimo.

Infine, GesĂč fa un dettato e rivela che Maria si ricordĂČ di Dio. Il Maestro spiega che lo spirito ha la capacitĂ  di ricordare, di vedere e di prevedere. Dio ha dato all'uomo l'intelligenza, ma non tutta la conoscenza Ăš buona e, inoltre, le capacitĂ  umane sono limitate. Tuttavia, lo Spirito puĂČ parlarci e istruirci, ma per possedere lo Spirito Santo abbiamo bisogno della Grazia. Anche i santi si ricordano di Dio", disse GesĂč, prima di continuare il suo dettato su Maria, che era piena di Grazia e che quindi viveva nello Spirito.

Contenuti del capitolo: 10.1: Maria cuce e canta un inno. 10.2: Anna di Fanuel sorpresa dall'apparizione di Maria. 10.3: La presenza di Dio in Maria. 10.4: Il suo desiderio di rimanere vergine. 10.5: L'attesa del Messia si abbrevia. Mi metterĂČ totalmente al suo servizio. 10.6: SarĂ  l'Uomo dei dolori. 10.7: Tutti ubriachi della Presenza invisibile. 10.8: Maria si Ăš ricordata di Dio. 10.9: Partecipazione all'Intelligenza Suprema. 10.10: Piena di Grazia. 10.11 : Tutto viene da un'altra fonte, osserva Maria Valtorta, che si rassicura.

Edizione precedente: Volume 1, capitolo 16

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EMR 10.1-7

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

10.1 Soltanto ieri sera, venerdĂŹ, mi si Ăš illuminata la mente a vedere. Non ho visto altro che una ben giovane Maria, una Maria dodicenne al massimo, il cui visetto non ha piĂč quelle rotonditĂ  proprie della puerizia, ma giĂ  svela i futuri contorni della donna nell’ovale che si allunga. Anche i capelli non sono piĂč sciolti sul collo coi loro boccoli lievi, ma stanno raccolti in due pesanti trecce di un oro pallidissimo — pare mescolato ad argento tanto sono chiari — lungo le spalle e scendono sino ai fianchi. Il viso Ăš piĂč pensoso, piĂč maturo, per quanto sia sempre il viso di una fanciulla, una bella e pura fanciulla che, tutta vestita di bianco, cuce in una stanzetta piccina piccina e tutta bianca, dalla cui finestra spalancata si vede l’edificio imponente e centrale del Tempio e poi tutta la discesa delle gradinate, dei cortili, dei portici e, oltre le mura della cinta, la cittĂ  colle sue vie e case e giardini e, in fondo, la cima gibbosa e verde del monte Uliveto.

Cuce e canta sottovoce. Non so se sia un canto sacro. Dice:

«Come una stella dentro un’acqua chiara

mi splende una luce in fondo al cuore.

Fin dall’infanzia da me non si separa

e soavemente mi guida con amore.

In fondo al cuore Ăš un canto.

Da dove viene mai?

Uomo, tu non lo sai.

Da dove riposa il Santo.

Io guardo la mia stella chiara

né voglio cosa che non sia,

sia pure la cosa piĂč dolce e cara,

che questa dolce luce che Ăš tutta mia.

Mi hai portata dagli alti Cieli,

Stella, dentro ad un sen di madre.

Ora vivi in me, ma oltre ai veli

ti vedo, o volto glorioso del Padre.

Quando alla tua serva Tu darai l’onore

d’esser umile ancella del Salvatore?

Manda, dal Cielo manda a noi il Messia.

Accetta, Padre santo, l’offerta di Maria».

10.2 Maria tace, sorride e sospira, e poi si curva a ginocchi in preghiera. Il suo visetto ù tutto una luce. Altolevato verso l’azzurro terso di un bel cielo estivo, pare ne aspiri tutta la luminosità e se ne irradi. O, meglio, pare che dal suo interno un nascosto sole irradi le sue luci e accenda la neve appena rosata delle carni di Maria, e si effonda incontro alle cose e al sole che splende sulla terra, benedicendo e promettendo tanto bene.

Mentre Maria sta per rialzarsi dopo la sua amorosa preghiera, e sul volto le permane una luminosità d’estasi, entra la vecchia Anna di Fanuel e si arresta stupita, o per lo meno ammirata dell’atto e dell’aspetto di Maria.

Poi la chiama: «Maria», e la Fanciulla si volge con un sorriso, diverso ma sempre tanto bello, e saluta: «Anna, a te pace».

10.3 «Pregavi? Non ti basta mai la preghiera?».

«La preghiera mi basterebbe. Ma io parlo con Dio. Anna, tu non puoi sapere come io me lo sento vicino. PiĂč che vicino, in cuore. Dio mi perdoni tale superbia. Ma io non mi sento sola. Tu vedi? LĂ , in quella casa d’oro e di neve, dietro alla doppia Cortina, Ăš il Santo dei santi. NĂ© mai alcun occhio, che non sia quello del Sommo Sacerdote, puĂČ fissarsi sul Propiziatorio, sul quale riposa la gloria del Signore. Ma io non ho bisogno di guardare con tutta l’anima venerabonda quel doppio Velo trapunto, che palpita alle onde dei canti verginali e dei leviti e che odora di preziosi incensi, come per forarne la compagine e veder tralucere la Testimonianza. SĂŹ che la guardo! Non temere che io non la guardi con occhio venerabondo come ogni figlio d’Israele. Non temere che l’orgoglio mi acciechi facendomi pensare ciĂČ che or ti dico. Io la guardo, nĂ© vi Ăš umile servo nel popolo di Dio che guardi piĂč umilmente la Casa del suo Signore come io la guardo, convinta d’esser la piĂč meschina di tutti. Ma che vedo? Un velo. Che penso oltre il Velo? Un Tabernacolo. Che, in quello? Ma se mi guardo in cuore, ecco, io vedo Dio splendere nella sua gloria d’amore e dirmi: “T’amo”, e io gli dico: “T’amo”, e mi liquefĂČ e mi ricreo ad ogni palpito del cuore in questo bacio reciproco
 Sono in mezzo a voi, maestre e compagne care. Ma un cerchio di fiamma mi isola da voi. Entro il cerchio, Dio e io. Ed io vi vedo attraverso al Fuoco di Dio e cosĂŹ vi amo
 ma non posso amarvi secondo la carne, nĂ© mai alcuno potrĂČ amare secondo la carne. Ma solo Questo che mi ama, e secondo lo spirito.

10.4 So la mia sorte. La Legge secolare di Israele vuole di ogni fanciulla una sposa e di ogni sposa una madre. Ma io, pur ubbidendo alla Legge, ubbidisco alla Voce che mi dice: “Io ti voglio”, e vergine sono e sarĂČ. Come lo potrĂČ fare? Questa dolce, invisibile Presenza che Ăš meco mi aiuterĂ , poichĂ© Essa vuole tal cosa. Io non temo. Non ho piĂč padre e madre
 e solo l’Eterno sa come in quel dolore si arse quanto io avevo d’umano. Si arse con dolore atroce. Ora non ho che Dio. A Lui dunque ubbidisco ciecamente
 GiĂ  l’avrei fatto anche contro padre e madre, perchĂ© la Voce mi istruisce che chi vuol seguirla deve passare oltre padre e madre, amorose guardie di ronda intorno alle mura del cuore filiale, che vogliono condurre alla gioia secondo le loro vie
 e non sanno che vi sono altre vie, la cui gioia Ăš infinita
 Avrei loro lasciato vesti e mantello, pur di seguire la Voce che mi dice: “Vieni, o mia diletta, o mia sposa!”. Tutto avrei loro lasciato; e le perle delle lacrime, perchĂ© avrei pianto di doverli disubbidire, e i rubini del mio sangue, chĂ© anche la morte avrei sfidato per seguire la Voce che chiama, avrebbero loro detto che vi Ăš qualcosa piĂč grande dell’amore di un padre e una madre, e piĂč dolce, ed Ăš la Voce di Dio. Ma ora la sua volontĂ  m’ha sciolta anche da questo laccio di pietĂ  filiale. GiĂ , laccio non sarebbe stato. Erano due giusti, e Dio certo parlava in loro come a me parla. Avrebbero seguito giustizia e veritĂ . Quando io li penso, li penso nella quiete dell’attesa fra i Patriarchi, e affretto col mio sacrificio l’avvento del Messia per aprire loro le porte del Cielo. Sulla Terra sono io che mi reggo, ossia Ăš Dio che regge la sua povera serva dicendole i suoi comandi. Ed io li compio, poichĂ© compierli Ăš la mia gioia. Quando l’ora sarĂ , io dirĂČ allo sposo il mio segreto
 ed egli lo accoglie­rà».

«Ma, Maria
 quali parole troverai per persuaderlo? Avrai contro l’amore di un uomo, la Legge e la vita».

«AvrĂČ con me Iddio
 Iddio aprirĂ  alla luce il cuore dello sposo
 la vita perderĂ  i suoi aculei di senso divenendo un puro fiore che ha profumo di caritĂ .

10.5 La Legge
 Anna, non dirmi bestemmiatrice. Io penso che la Legge stia per essere mutata. Da chi, tu pensi, se Ăš divina? Dal solo che mutare la puĂČ. Da Dio. Il tempo Ăš prossimo piĂč che non pensiate, io ve lo dico. PerchĂ©, leggendo Daniele, una gran luce mi si Ăš fatta venendo dal centro del cuore, e la mente ha compreso il senso delle arcane parole. Abbreviate saranno le settanta settimane per le preghiere dei giusti. Mutato il numero degli anni? No. Profezia non mente. Ma non il corso del sole, sibbene quello della luna Ăš la misura del tempo profetico, onde io dico: “Prossima Ăš l’ora che udrĂ  vagire il Nato da una Vergine”. Oh! volesse, questa Luce che mi ama, dirmi, poichĂ© tante cose mi dice, dove Ăš la felice[1] che partorirĂ  il Figlio a Dio e il Messia al suo popolo! Camminando scalza percorrerei la Terra, nĂ© freddo e gelo, nĂ© polvere e solleone, nĂ© fiere e fame mi farebbero ostacolo per giungere a Lei e dirle: “Concedi alla tua serva e alla serva dei servi del Cristo di vivere sotto il tuo tetto. GirerĂČ la macina e lo strettoio, come schiava alla macina mettimi, come mandriana al tuo gregge, come colei che deterge i pannilini al tuo Nato, mettimi nelle tue cucine, mettimi ai tuoi forni
 dove tu vuoi, ma accoglimi. Che io lo veda! Ne oda la voce! Ne riceva lo sguardo”. E, se non mi volesse, mendica alla sua porta io vivrei di elemosine e scherni, all’addiaccio e al solleone, pur di udire la voce del Messia bambino e l’eco delle sue risa, e poi vederlo passare
 E forse un giorno riceverei da Lui l’obolo di un pane
 Oh! se la fame mi straziasse le viscere e mi sentissi mancare dopo tanto digiuno, non mangerei quel pane. Lo terrei come sacchetto di perle contro il cuore e lo bacerei per sentire il profumo della mano del Cristo, e non avrei piĂč fame nĂ© freddo, perchĂ© il contatto mi darebbe estasi e calore, estasi e cibo ».

10.6 «Tu dovresti esser la Madre del Cristo, tu che l’ami cosĂŹ! È per questo che vuoi rimanere vergine?».

«Oh! no. Io sono miseria e polvere. Non oso alzare lo sguardo verso la Gloria. È per questo che piĂč del doppio Velo, oltre il quale so esser l’invisibile Presenza di JeovĂ , io amo guardare entro il mio cuore. LĂ  Ăš il Dio terribile del Sinai. Qua, in me, io vedo il Padre nostro, un’amorosa Faccia che mi sorride e benedice, perchĂ© sono piccola come un uccellino che il vento sorregge senza sentirne peso, e debole come stelo del mughetto selvaggio che non sa che fiorire e odorare, e al vento non oppone altra forza che quella della sua profumata e pura dolcezza. Dio, il mio vento d’amore! Non per questo. Ma perchĂ© al Nato da Dio e da una Vergine, al Santo del Santissimo non puĂČ che piacere che ciĂČ che nel Cielo ha scelto per Madre e ciĂČ che sulla Terra gli parla del Padre celeste: la Purezza. Se la Legge meditasse questo, se i rabbi, che l’hanno moltiplicata in tutte le sottigliezze del loro insegnamento, volgendo la mente a orizzonti piĂč alti si immergessero nel soprannaturale, lasciando l’umano e l’utile che perseguono dimenticando il Fine supremo, dovrebbero soprattutto volgere il loro insegnare alla Purezza, perchĂ© il Re d’Israele la trovi al suo venire. Con l’ulivo del Pacifico, colle palme del Trionfatore spargete gigli, e gigli e gigli
 Quanto Sangue dovrĂ  spargere per redimerci, il Salvatore! Quanto! Dalle mille e mille ferite, che Isaia vide sull’Uomo dei dolori, ecco che cade, come rugiada da un vaso poroso, una pioggia di Sangue. Non cada dove Ăš profanazione e bestemmia, questo Sangue divino, ma in calici di purezza fragrante, che lo accolgano e raccolgano per poi spargerlo ai malati dello spirito, ai lebbrosi dell’anima, ai morti a Dio. Date gigli, gigli date per asciugare, con la candida veste dei petali puri, i sudori e le lacrime del Cristo! Date gigli, gigli date per l’ardore della sua febbre di Martire! Oh! dove sarĂ  quel Giglio che ti porta? Dove quello che ti disseterĂ  l’arsura? Dove quello che si farĂ  rosso del tuo Sangue e morirĂ  per il dolore di vederti morire? Dove quello che piangerĂ  sul tuo Corpo svenato? Oh! Cristo! Cristo! Sospiro mio! ».

Maria tace, lacrimante e sopraffatta.

10.7 Anna tace per qualche tempo e poi, con la sua voce bianca di vegliarda commossa, dice: «Hai altro da insegnarmi, Ma­ria?».

Maria si scuote. Deve credere, nella sua umiltĂ , che la sua maestra la rimproveri, e dice: «Oh! perdono! Tu sei maestra, io sono un povero nulla. Ma questa Voce mi sale dal cuore. Io ben la sorveglio, per non parlare. Ma, come fiume che sotto Ă©mpito d’onda rompe le dighe, or ecco m’ha presa ed Ăš straripata. Non far conto delle mie parole e mortifica la mia presunzione. Le arcane parole dovrebbero stare nell’arca segreta del cuore, che Dio nella sua bontĂ  benefica. Lo so. Ma Ăš tanto dolce questa invisibile Presenza, che io ne sono ebbra
 Anna, perdona alla tua piccola serva!».

Anna la stringe a sĂ©, e tutto il vecchio viso rugoso trema e luccica di pianto. Le lacrime si insinuano fra le rughe come acqua per terreno accidentato che si muta in tremulo acquitrino. Ma la vecchia maestra non suscita riso, anzi il suo pianto eccita la piĂč alta venerazione.

Maria sta fra le sue braccia, il visetto contro il petto della vecchia maestra, e tutto finisce cosĂŹ.

Parole chiave

EMR 10.8-10

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

«Maria si ricordava di Dio. Sognava Dio. Credeva sognare. Non faceva che rivedere quanto il suo spirito aveva visto nel fulgore del Cielo di Dio, nell’attimo in cui era stata creata per essere unita alla carne concepita sulla Terra. Condivideva con Dio, seppure in maniera molto minore, come giustizia voleva, una delle proprietĂ  di Dio. Quella di ricordare, vedere e prevedere per l’attributo della intelligenza potente e perfetta, perchĂ© non lesa dalla Colpa.

10.9 L’uomo ù creato a immagine e somiglianza di Dio. Una delle somiglianze ù nella possibilità, per lo spirito, di ricordare, vedere e prevedere. Questo spiega la facoltà di leggere nel futuro. Facoltà che viene, per volere di Dio, molte volte e direttamente, altre per ricordo che si alza come sole su un mattino, illuminando un dato punto dell’orizzonte dei secoli già visto dal seno di Dio.

Sono misteri che sono troppo alti perché li possiate comprendere in pieno. Ma riflettete.

Quell’Intelligenza suprema, quel Pensiero che tutto sa, quella Vista che tutto vede, che vi crea con un moto del suo volere e con un alito del suo amore infinito, facendovi suoi figli per l’origine e suoi figli per la mĂšta vostra, puĂČ forse darvi cosa che sia diversa da Lui? Ve la dĂ  in parte infinitesimale, perchĂ© non potrebbe la creatura contenere il Creatore. Ma quella parte Ăš perfetta e completa nella sua infinitesimalitĂ .

Quale tesoro di intelligenza non ha dato Dio all’uomo, ad Adamo! La colpa l’ha menomato, ma il mio Sacrificio lo reintegra e vi apre i fulgori della Intelligenza, i suoi fiumi, la sua scienza. Oh! sublimità della mente umana, unita per la Grazia a Dio, compartecipe della capacità di Dio di conoscere!
 Della mente umana unita per la Grazia a Dio.

Non c’ù altro modo. Lo ricordino i curiosi di segreti ultra umani. Ogni cognizione che non venga da anima in grazia — e non Ăš in grazia chi Ăš contrario alla Legge di Dio, che Ăš ben chiara nei suoi ordini — non puĂČ che venire da Satana, e difficilmente corrisponde a veritĂ , per quanto si riferisce ad argomenti umani, mai risponde a veritĂ  per quanto si riferisce al sopraumano, perchĂ© il Demonio Ăš padre di menzogna e seco trascina su sentiero di menzogna. Non c’ù nessun altro metodo, per conoscere il vero, che quello che viene da Dio, il quale parla e dice o richiama a memoria, cosĂŹ come un padre richiama a memoria un figlio sulla casa paterna, e dice: “Ricordi quando con Me facevi questo, vedevi quello, udivi quest’altro? Ricordi quando ricevevi il mio bacio di commiato? Ricordi quando mi vedesti per la prima volta, il folgorante sole del mio volto sulla tua vergine anima testĂ© creata e ancora monda, perchĂ© appena da Me uscita, dalla tabe che ti ha poi menomata? Ricordi quando comprendesti in un palpito d’amore cosa Ăš l’Amore? Quale Ăš il mistero del nostro Essere e Procedere?”. E, dove la capacitĂ  limitata dell’uomo in grazia non giunge, ecco lo Spirito di scienza che parla e ammaestra.

Ma, per possedere lo Spirito, occorre la Grazia. Ma, per possedere la Verità e Scienza, occorre la Grazia. Ma, per avere seco il Padre, occorre la Grazia. Tenda in cui le Tre Persone fanno dimora, Propiziatorio su cui posa l’Eterno e parla, non da dentro alla nube, ma svelando la sua Faccia al figlio fedele. I santi si ricordano di Dio. Delle parole udite nella Mente creatrice e che la Bontà risuscita nel loro cuore per innalzarli come aquile nella contemplazione del Vero, nella conoscenza del Tempo.

10.10 Maria era la Piena di Grazia. Tutta la Grazia una e trina era in Lei. Tutta la Grazia una e trina la preparava come sposa alle nozze, come talamo alla prole, come divina alla sua maternità e alla sua missione. Essa ù Colei che conclude il ciclo delle profetesse dell’Antico Testamento e apre quello dei “portavoce di Dio” nel Nuovo Testamento.

Arca vera della Parola di Dio, guardando nel suo seno in eterno inviolato, scopriva, tracciate dal dito di Dio sul suo cuore immacolato, le parole di scienza eterna, e ricordava, come tutti i santi, di averle giĂ  udite nell’esser generata col suo spirito immortale da Dio Padre creatore di tutto quanto ha vita. E, se non tutto ricordava della sua futura missione, ciĂČ era perchĂ© in ogni perfezione umana Dio lascia delle lacune, per legge di una divina prudenza, che Ăš bontĂ  e che Ăš merito per e verso la creatura.

Eva seconda, Maria ha dovuto conquistarsi la sua parte di merito nell’esser la Madre del Cristo con una fedele, buona volontà, che Dio ha voluto anche nel suo Cristo per farlo Redentore.

Lo spirito di Maria era nel Cielo. Il suo morale e la sua carne sulla Terra, e dovevano calpestare terra e carne per raggiungere lo spirito e congiungerlo allo Spirito nell’abbraccio fecondo».

Parole chiave

EMR 10.8

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

«Maria si ricordava di Dio. Sognava Dio. Credeva sognare. Non faceva che rivedere quanto il suo spirito aveva visto nel fulgore del Cielo di Dio, nell’attimo in cui era stata creata per essere unita alla carne concepita sulla Terra. Condivideva con Dio, seppure in maniera molto minore, come giustizia voleva, una delle proprietĂ  di Dio.

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