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Comfort di lettura

EMR 203.10 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

Voi, pregando il Padre, non vi rivolgete ad un amico della Terra, ma vi rivolgete all’Amico perfetto che Ăš il Padre del Cielo. PerciĂČ Io vi dico: “Chiedete e vi sarĂ  dato, cercate e troverete, picchiate e vi sarĂ  aperto”. Infatti a chi chiede viene dato, chi cerca finisce col trovare, e a chi bussa si apre la porta.

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EMR 203.12 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

Pregate con umiltĂ  perchĂ© Dio impedisca le tentazioni. Oh! l’umiltĂ ! Conoscersi per quello che si Ăš! Senza avvilirsi, ma conoscersi. Dire: “Potrei cedere anche se non mi sembra poterlo fare, perchĂ© io sono un giudice imperfetto di me stesso. PerciĂČ, Padre mio, dĂ mmi, possibilmente, libertĂ  dalle tentazioni col tenermi tanto vicino a Te da non permettere al Maligno di nuocermi”. PerchĂ©, ricordatelo, non Ăš Dio che tenta al Male, ma Ăš il Male che tenta. Pregate il Padre perchĂ© sorregga la vostra debolezza al punto che essa non possa essere indotta in tentazione dal Maligno.

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EMR 204

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Dettaglio

Titolo del capitolo : La fede e l'anima spiegate ai pagani con la parabola dei templi.

Data della visione: venerdĂŹ 29 giugno 1945

Calendario: sabato 1 aprile 28 (19 Nissan 3788)

Luogo (mappa) : Betania

Ciclo :

Sommario: x

Contenuto del capitolo: x

Edizione precedente : Tome 3, chapitre 65

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EMR 204.1-3 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

Nella pace del sabato GesĂč si riposa presso un campo di lino tutto in fiore appartenente a Lazzaro. PiĂč che presso, direi che si Ăš immerso nell’alto lino e, seduto sull’orlo di un solco, si assorbe nei suoi pensieri. Non c’ù vicino a Lui che qualche silenziosa farfalla o qualche frusciante lucertola, che lo guarda con gli occhietti di giaietto, alzando il capino triangolare dalla gola chiara e palpitante. E null’altro. Nell’ora tarda del meriggio tace anche il minimo soffio di vento fra gli alti steli.

Da lontano, forse dal giardino di Lazzaro, viene la canzone di una donna, e con essa i gridi festosi del bambino che giuoca con qualcuno. Poi una, due, tre voci che chiamano: «Maestro!», «GesĂč!».

GesĂč si scuote e si alza. Per quanto il lino, al suo completo sviluppo, sia molto alto, GesĂč emerge per un bel pezzo da questo mare verde e azzurro.

«Eccolo là, Giovanni!», grida lo Zelote.

E Giovanni a sua volta chiama: «Madre! Il Maestro Ú qui, nel lino».

E, mentre GesĂč si avvicina al sentiero che porta verso le case, ecco giungere Maria.

«Che vuoi, Madre?».

«Figlio mio, sono arrivati dei gentili con delle donne. Dicono di avere saputo da Giovanna che Tu sei qui. Dicono anche che ti hanno atteso per tutti questi giorni presso l’Antonia ».

«Ah! ho capito! Vengo subito. Dove sono?».

«In casa di Lazzaro, nel suo giardino. Egli Ăš amato dai romani e non ne ha il ribrezzo che ne abbiamo noi. Li ha fatti entrare, coi loro carri, nell’ampio giardino per non dare scandalo a nessuno».

«Va bene, Madre.

204.2

Sono soldati e dame romane. Lo so».

«E che vogliono da Te?».

«Quello che molti in Israele non vogliono: Luce».

«Ma come e cosa ti credono? Dio, forse?».

«A modo loro sĂŹ. Per loro Ăš facile accogliere l’idea di una incarnazione di un dio in carne mortale, piĂč che fra di noi».

«Allora sono giunti a credere nella tua fede ».

«Non ancora, Mamma. Prima devo distruggere la loro. Per adesso Io sono per loro un sapiente, un filosofo, come loro dicono. Ma, sia questa brama di conoscere dottrine filosofiche, sia la loro tendenza a credere possibile la incarnazione di un dio, mi aiutano molto[1] nel portarli alla vera fede. Credilo, sono piĂč ingenui, nel loro pensiero, di molti d’Israele».

«Ma saranno sinceri? Si dice che il Battista ».

«No. Fosse stato per loro, Giovanni sarebbe libero e sicuro.

Chi non Ăš ribelle Ăš lasciato stare. Anzi, ti dico, presso di loro l’essere profeti – loro dicono filosofi, perchĂ© l’elevatezza della sapienza soprannaturale per loro Ăš sempre filosofia – Ăš una garanzia per essere rispettati. Non essere preoccupata, Mamma. Non mi verrĂ  da lĂŹ il male ».

«Ma i farisei
 se sanno, che diranno anche di Lazzaro?

Tu
 sei Tu e devi portare la Parola al mondo. Ma Lazzaro!
 È giĂ  tanto offeso da loro ».

«Ma Ú intoccabile. Lo sanno protetto da Roma».

«Ti lascio, Figlio mio. Ecco Massimino per condurti ai gentili»; e Maria, che aveva camminato al fianco di GesĂč per tutto questo tempo, si ritira svelta, andando verso la casa dello Zelote, mentre GesĂč entra da una porticina di ferro, aperta nella cinta del giardino, in una parte remota di esso, lĂ  dove il giardino si muta in frutteto, presso cioĂš al luogo dove, in futuro, sarebbe stato sepolto Lazzaro.

LĂ  Ăš anche Lazzaro e nessun altro: «Maestro, mi sono permesso di ospitarli ».

«Hai fatto bene. Dove sono?».

«LĂ  in quell’ombra di bossi e lauri. Come vedi, sono lontani almeno cinquecento passi dalla casa».

«Va bene, va bene


204.3

La Luce venga a voi tutti».

Parole chiave

EMR 204.3-9 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

«La Luce venga a voi tutti».

«Salve, Maestro!», saluta Quintilliano, vestito da cittadino.

Le dame si alzano per salutare. Sono Plautina, Valeria e Lidia, piĂč un’altra, anziana, che non so chi sia nĂ© che sia, se dello stesso grado o di grado inferiore. Sono tutte vestite molto semplicemente e nulla le distingue.

«Abbiamo voluto sentirti. Tu non sei mai venuto. Ero di
 guardia al tuo arrivo. Ma non ti ho mai visto».

«Io pure non ho mai visto un milite, che mi era amico, alla porta dei Pesci. Aveva nome Alessandro ».

«Alessandro? Non so di preciso se Ăš quello. Ma so che tempo fa dovemmo levare, per calmare i giudei, un milite colpevole di
 avere parlato con Te. Ora Ăš ad Antiochia. Ma forse tornerĂ . Auf! come sono seccanti i
 quelli che vogliono comandare anche ora che sono soggetti! E bisogna barcamenare per non andare a cose grosse
 Ci fanno la vita difficile, credilo
 Ma Tu sei buono e sapiente. Ci parli? Forse presto lascerĂČ la Palestina. Vorrei avere qualcosa di Te da ricordare».

«Vi parlerĂČ. SĂŹ. Non deludo mai. Che volete sapere?».

Quintilliano guarda le dame interrogativamente
 «Quello che vuoi, Maestro», dice Valeria.

204.4

Plautina si alza di nuovo e dice: «Ho molto pensato
 avrei tanto da conoscere
 tutto, per giudicare. Ma, se Ăš lecito chiedere, vorrei sapere come si costruisce una fede, la tua, per esempio, su un terreno che Tu hai detto privo di fede vera. Hai detto che le nostre credenze sono vane. Allora rimaniamo senza nulla. Come giungere ad avere?».

«PrenderĂČ l’esempio da una cosa che voi avete. I templi. I vostri edifici sacri, veramente belli, la cui unica imperfezione Ăš di essere dedicati al Nulla, vi possono insegnare come si puĂČ giungere ad avere una fede e dove collocare la fede. Osservate. Dove vengono costruiti? Quale luogo Ăš possibilmente scelto per essi? Come sono costruiti? Il luogo generalmente Ăš spazioso, libero ed elevato. E, se spazioso e libero non Ăš, lo si fa tale demolendo quanto lo ingombra e stringe. Se non Ăš elevato lo si sopraeleva su uno stereobate piĂč elevato di quello usuale di tre gradini, usato per i templi posti giĂ  su una naturale elevazione. Chiusi in una cinta sacra, per lo piĂč, e formata da colonnati e portici entro cui sono chiusi gli alberi sacri agli dĂši, fontane e altari, statue e stele, sono preceduti solitamente dal propileo, oltre il quale Ăš l’altare dove vengono fatte le preci al nume. Di fronte a questo vi Ăš il luogo del sacrificio, perchĂ© il sacrificio precede la preghiera. Molte volte, e specie nei piĂč grandiosi, il peristilio li cinge di una ghirlanda di marmi preziosi. Nell’interno vi Ăš il vestibolo anteriore, esterno o interno al peristilio, la cella del nume, il vestibolo posteriore. Marmi, statue, frontoni, acrotĂšri e timpani, tutti politi, preziosi, decorati, fanno del tempio un edificio nobilissimo anche alla vista piĂč rozza. Non Ăš cosĂŹ?».

«CosÏ Ú, Maestro. Li hai visti e studiati molto bene», conferma e loda Plautina.

«Ma se ci consta che non Ú mai uscito dalla Palestina!?», esclama Quintilliano.

«Non sono mai uscito per andare a Roma o ad Atene. Ma non ignoro l’architettura di Grecia e di Roma, e nel genio dell’uomo che ha decorato il Partenone Io ero presente, perchĂ© Io sono dovunque Ăš vita e manifestazione di vita. LĂ  dove un saggio pensa, uno scultore scolpisce, un poeta compone, una madre canta su una cuna, un uomo fatica sui solchi, un medico lotta con i morbi, un vivente respira, un animale vive, un albero vegeta, lĂ  Io sono insieme a Colui da cui vengo. Nel boato del terremoto o nel fragore dei fulmini, nella luce delle stelle o nel flusso delle maree, nel volo dell’aquila o nel sibilo della zanzara, Io sono col Creatore altissimo».

«Sicché  Tu
 Tu sai tutto? E il pensiero e le opere umane?», chiede ancora Quintilliano.

«Io so».

I romani si guardano stupiti.

204.5

Un silenzio lungo e poi, timidamente, prega Valeria: «Svolgi il tuo pensiero, Maestro, perché noi si sappia cosa fare».

«SÏ. La fede si costruisce come si costruiscono i templi di cui siete tanto orgogliosi. Si fa spazio al tempio, si fa libertà intorno ad esso, si fa elevazione ad esso».

«Ma il tempio dove mettere la fede, questa deità vera, dove Ú?», chiede Plautina.

«Non Ăš deitĂ , Plautina, la fede. È una virtĂč. Non vi sono deitĂ  nella fede vera. Ma vi Ăš un unico e vero Dio».

«Allora
 Egli Ăš lassĂč, solo, nel suo Olimpo? E che fa se Ăš solo?».

«Basta a Se stesso e si occupa di ogni cosa che Ăš nel creato. Ti ho detto prima: anche al sibilo della zanzara Ăš presente Dio. Non si annoia, non dubitare. Non Ăš un povero uomo, padrone di un immenso impero in cui si sente odiato e in cui vive tremando. È l’Amore, e vive amando. La sua Vita Ăš Amore continuo. Basta a Se stesso perchĂ© Ăš infinito e potentissimo, Ăš la Perfezione. Ma tante sono le cose create, che vivono per il suo continuo volere, che Egli non ha tempo di annoiarsi. La noia Ăš frutto dell’ozio e del vizio. Nel Cielo del vero Dio non vi Ăš ozio e non vi Ăš vizio. Ma presto Egli avrĂ , oltre agli angeli che ora lo servono, un popolo di giusti giubilanti in Lui, e sempre piĂč questo popolo si accrescerĂ  per i credenti futuri nel vero Dio».

«Gli angeli sarebbero i geni?», chiede Lidia.

«No. Sono esseri spirituali, come lo Ú Dio che li ha creati».

«E i geni che sono allora?».

«Quali voi li immaginate sono menzogna. Non esistono, cosĂŹ come voi li immaginate. Ma per quell’istintivo bisogno dell’uomo di cercare la veritĂ  – e questo per pungolo dell’anima che Ăš viva e presente anche nei pagani, e sofferente in essi, perchĂ© Ăš delusa nel suo desiderio, perchĂ© Ăš affamata nella sua nostalgia del Dio vero che essa sola ricorda, in quel corpo in cui ella abita e che Ăš retto da una mente pagana – anche voi avete sentito che l’uomo non Ăš solo carne, e che al suo peribile corpo Ăš unito un che di immortale. E cosĂŹ lo hanno le cittĂ  e le nazioni. Ecco allora che credete, che sentite il bisogno di credere ai “geni”. E vi date il genio individuale, quello della famiglia, della cittĂ , delle nazioni. Voi avete il “genio di Roma”. Avete il “genio dell’imperatore”. E li adorate come divinitĂ  minori. Entrate nella vera fede. Avrete conoscenza ed amicizia dell’angelo vostro, al quale darete venerazione, non adorazione. Solo Dio va adorato».

204.6

«Hai detto: “Pungolo dell’anima che Ăš viva e presente anche nei pagani, e sofferente in essi perchĂ© delusa”. Ma l’anima da chi viene?», domanda Pubblio Quintilliano.

«Da Dio. Egli Ú il Creatore».

«Ma non nasciamo da donna per connubio con uomo? Anche i nostri dÚi sono generati cosÏ».

«I vostri dĂši non sono. Sono i fantasmi del vostro pensiero che ha bisogno di credere. PerchĂ© questo bisogno Ăš piĂč imperioso di quello del respirare. Anche chi dice di non credere crede. A qualcosa crede. Il fatto solo di dire: “Io non credo in Dio” presuppone un’altra fede. In se stesso, magari, nella propria mente superba. Ma credere si crede sempre. È come il pensiero. Se voi dite: “Io non voglio pensare”, oppure: “Io non credo a Dio”, solo per queste due frasi che dite mostrate di pensare che non volete credere a Quello che sapete esistere e che non volete pensare. Circa l’uomo, per essere esatti nell’esprimere il concetto, dovete dire: “L’uomo Ăš generato come tutti gli animali da un connubio fra maschio e femmina. Ma l’anima, ossia quella cosa che differenzia l’animale-uomo dall’animale-bruto, viene da Dio. Egli la crea di volta in volta che un uomo Ăš generato, meglio, Ăš concepito in un seno, e la innesta in questa carne che altrimenti sarebbe solamente animale”».

«E noi l’abbiamo? Noi pagani? A sentire i tuoi connazionali non parrebbe », dice ironico Quintilliano.

«Ogni nato da donna l’ha».

«Tu hai detto perĂČ che il peccato la uccide. Come allora in noi peccatori Ăš viva?», chiede Plautina.

«Voi non peccate nella fede, credendo di essere nel Vero.

Quando conoscerete la VeritĂ  e persisterete nell’errore, allora peccherete. Ugualmente molte cose, che per gli israeliti sono peccato, per voi non lo sono. PerchĂ© nessuna legge divina ve le proibisce. Il peccato Ăš quando uno scientemente si ribella all’ordine dato da Dio e dice: “So che ciĂČ che faccio Ăš male. Ma lo voglio fare ugualmente”. Dio Ăš giusto. Non puĂČ punire uno che fa il male credendo di fare il bene. Punisce chi, avendo avuto modo di conoscere Bene e Male, sceglie quest’ultimo e vi persiste».

«Allora in noi l’anima Ăš, e viva e presente?».

«SÏ».

«E sofferente? Credi proprio che essa si ricordi di Dio? Noi non ci ricordiamo del seno che ci ha portati. Non potremmo dire come era fatto nel suo interno. L’anima, se ho ben capito, viene spiritualmente generata da Dio. PuĂČ mai ricordarsi di questo se il corpo non ricorda la lunga sosta nel seno?».

«L’anima non Ăš bruta, Plautina. L’embrione sĂŹ. Tanto vero che l’anima viene data quando il feto Ăš giĂ  formato[2]. L’anima Ăš, a somiglianza di Dio, eterna e spirituale. Eterna dal momento che viene creata, mentre Dio Ăš il perfettissimo Eterno e perciĂČ non ha principio nel tempo come non avrĂ  fine. L’anima, lucida, intelligente, spirituale, opera di Dio, si ricorda[3]. E soffre perchĂ© desidera Dio, il vero Dio da cui viene, e ha fame di Dio. Ecco perchĂ© pungola il corpo, torpido a cercare di accostarsi a Dio».

204.7

«Allora noi abbiamo un’anima come l’hanno quelli che voi dite “giusti” del vostro popolo? Proprio uguale?».

«No, Plautina. A seconda di quello che intendi dire, cambia. Se vuoi dire per l’origine e la natura, Ăš in tutto uguale a quella dei nostri santi. Se dici per formazione, allora ti dico che Ăš giĂ  diversa. Se poi vuoi dire per perfezione raggiunta avanti la morte, allora la diversitĂ  puĂČ essere assoluta. Ma questo non solo in voi pagani. Anche un figlio di questo popolo puĂČ essere assolutamente diverso, nella vita futura, da un santo. L’anima subisce tre fasi. La prima Ăš di creazione. La seconda di ricreazione. La terza di perfezione. La prima Ăš comune a tutti gli uomini. La seconda Ăš propria dei giusti che con la loro volontĂ  portano l’anima ad una rinascita ancora piĂč completa, unendo le loro buone azioni alla bontĂ  dell’opera di Dio, e fanno perciĂČ un’anima giĂ  spiritualmente piĂč perfetta della prima; per cui fanno, fra la prima e la terza, da anello di congiunzione. La terza Ăš propria dei beati, o santi se cosĂŹ vi piace, i quali hanno superato di mille e mille gradi l’iniziale anima loro, adatta all’uomo, e ne hanno fatto un che di adatto a riposare in Dio».

204.8

«Come possiamo fare spazio, libertĂ , elevazione all’anima?».

«Con l’abbattere le inutili cose che avete nel vostro io. Liberarlo da tutte le idee sbagliate, e coi detriti di queste demolizioni fare l’elevazione per il tempio sovrano. L’anima va portata sempre piĂč in alto, sui tre gradini. Oh! voi romani amate i simboli. Guardate i tre gradini alla luce del simbolo. Possono dirvi i loro nomi: penitenza, pazienza, costanza. Oppure: umiltĂ , purezza, giustizia. Oppure: sapienza, generositĂ , misericordia. O infine il trinomio splendido: fede, speranza, caritĂ . Guardate ancora il simbolo della cinta che, ornata e robusta, cinge l’area del tempio. Occorre saper circondare l’anima, regina del corpo, tempio allo Spirito eterno, di una barriera che la difenda senza perĂČ impedirle la luce nĂ© opprimerla con la vista di brutture. Una cinta sicura, e scalpellata dal desiderio di amore, da ciĂČ che Ăš inferiore: la carne e il sangue, verso ciĂČ che Ăš superiore: lo spirito. Scalpellare con la volontĂ . Levare angoli, scheggiature, macchie, vene di debolezza dal marmo del nostro io perchĂ© sia perfetto intorno all’anima. E nello stesso tempo, della cinta messa a riparo del tempio, fare misericordioso rifugio ai piĂč infelici che non conoscono ciĂČ che Ăš CaritĂ . I portici: l’effondersi dell’amore, della pietĂ , del desiderio che altri vengano a Dio, simili ad amorose braccia che si stendono a far velo sulla cuna di un orfano. E oltre la cinta le piante piĂč belle e piĂč profumate, omaggio al Creatore. Seminate sul terreno prima nudo e poi coltivate le piante: le virtĂč d’ogni nome, la seconda cinta viva e fiorita intorno al sacrario; e fra le piante, fra le virtĂč, le fontane, altro amore, altra purificazione prima di accostarsi al propileo vicino al quale, e prima di salire all’altare, si deve compiere il sacrificio della carnalitĂ , svenarsi delle lussurie. E poi passare oltre, all’altare, per deporvi l’offerta, e poi ancora accostarsi alla cella dove Ăš Dio, superando il vestibolo. E la cella che sarĂ ? Una dovizia di spirituali ricchezze perchĂ© nulla Ăš mai troppo per fare cornice a Dio. Avete inteso? Mi avete chiesto come si costruisce la fede. Vi ho detto: “secondo il metodo con cui si alzano i templi”. Vedete che Ăš vero.

204.9

Avete altro da dirmi?».

«No, Maestro. Credo che Flavia abbia scritto le cose che hai detto. Claudia le vuole sapere. Hai scritto?».

«Esattamente», dice la donna passando le tavolette cerate.

«Ci rimarrà tempo[4] per poterle rileggere», dice Plautina.

«È cera. Si cancella. Scrivetevele nei cuori. Non si cancellerĂ  piĂč».

«Maestro, sono ingombri di templi vani. Vi gettiamo contro la tua Parola per atterrarli. Ma Ăš lavoro lungo», dice Plautina con un sospiro. E termina: «Ricordati di noi presso il tuo Cielo ».

«Andate sicure che lo farĂČ. Vi lascio. Sappiate che la vostra venuta mi Ăš stata cara. Addio, Publio Quintilliano. Ricordati di GesĂč di Nazaret».

Le dame salutano e se ne vanno per prime. Poi, pensieroso, se ne va Quintilliano. GesĂč li guarda andare in compagnia di Massimino, che li riconduce ai loro carri.

Dettaglio

Le donne romane vennero ad incontrare GesĂč a Betania.

Annotazione

Le signore si alzano per salutare. Ci sono Plautina, ValĂ©ria e Lidia e, in piĂč, un'altra donna anziana, che non so chi sia o cosa sia, se sia dello stesso rango o inferiore. È Flavia Domitilla, che scrive su tavolette di cera ciĂČ che GesĂč dice (EMV 204,9).

- L'anima non Ú materia prima, Plautina. Lo Ú l'embrione. È tanto vero che l'anima viene data solo quando il feto Ú già formato INFUSIONE DELL'ANIMA: L'embrione, sÏ, invece di:il feto, sÏ, Ú una correzione di Maria Valtorta sul manoscritto originale, dove inserisce: "È tanto vero che l'anima viene data quando il feto Ú già formato". Questa frase Ú presente nella traduzione francese di Felix Sauvage del 1985, ma Ú stata tolta perché sarebbe in contraddizione con altre affermazioni del capitolo, ma questa affermazione, che Ú in linea con quella di San Tommaso d'Aquino (vedi sotto), Ú confermata da altre affermazioni come in EMV 118: L 'uomo Ú prima di tutto solo un embrione animale, non diverso da quello di una pecora.

L'anima Ăš, a somiglianza di Dio, eterna e spirituale. Questa posizione Ăš stata sostenuta da San Tommaso d'Aquino, Dottore della Chiesa, nella tradizione di Aristotele. Egli stimava il tempo di insufflazione a 40 giorni (circa 6 settimane). Oggi, con il progredire della scienza, Giovanni Paolo II, senza decidere il momento esatto dell'insufflazione, ci ricorda che fin dall'origine dell'embrione c'Ăš una definizione personale da rispettare (tutti ne veniamo). Lo studio antropologico ci porta a riconoscere che, in virtĂč dell'unitĂ  sostanziale del corpo con lo spirito, il genoma umano non ha solo un significato biologico; Ăš portatore di una dignitĂ  antropologica che ha la sua fonte nell'anima spirituale che lo penetra e gli dĂ  vita"(Discorso ai membri della Pontificia Accademia per la Vita, 24 febbraio 1998 {it}). Da parte sua, San Tommaso d'Aquino affermava: "L'anima preesiste nell'embrione; lĂŹ Ăš prima nutritiva, poi sensibile e infine intellettiva"(Summa Theologica, Parte I, Domanda 118, da dove viene l'anima dell'uomo, Articolo 2, Risposta).

L'anima, lucida, intelligente, spirituale, opera di Dio, lo ricorda. Di questo si Ăš giĂ  parlato sopra, in EMV 204.5, cosĂŹ come in EMV 94.7, EMV 121.7, EMV 154.7 (con una nota), EMV 157.5, EMV 169.5, EMV 344.7 (in bocca a un bambino), EMV 428.4 (con una nota), EMV 534.6 (in bocca a un vecchio), EMV 554.10, EMV 556.8.

Il ricordo che le anime hanno di Dio Ăš trattato in modo piĂč specifico in : EMV 10,9 | EMV 286,7 | EMV 290,9. Inoltre, Maria "non fu mai priva del ricordo di Dio", come si legge in EMV 4,6; ciĂČ Ăš illustrato in EMV 10,8/10 e nelle ultime righe diEMV 11,4. L'anima di Maria Ăš menzionata anche in EMV 136,6 e in EMV 348,9/10.

Parole chiave

EMR 204.4-5.8 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

Plautina si alza di nuovo e dice: «Ho molto pensato
 avrei tanto da conoscere
 tutto, per giudicare. Ma, se Ăš lecito chiedere, vorrei sapere come si costruisce una fede, la tua, per esempio, su un terreno che Tu hai detto privo di fede vera. Hai detto che le nostre credenze sono vane. Allora rimaniamo senza nulla. Come giungere ad avere?».

«PrenderĂČ l’esempio da una cosa che voi avete. I templi. I vostri edifici sacri, veramente belli, la cui unica imperfezione Ăš di essere dedicati al Nulla, vi possono insegnare come si puĂČ giungere ad avere una fede e dove collocare la fede. Osservate. Dove vengono costruiti? Quale luogo Ăš possibilmente scelto per essi? Come sono costruiti? Il luogo generalmente Ăš spazioso, libero ed elevato. E, se spazioso e libero non Ăš, lo si fa tale demolendo quanto lo ingombra e stringe. Se non Ăš elevato lo si sopraeleva su uno stereobate piĂč elevato di quello usuale di tre gradini, usato per i templi posti giĂ  su una naturale elevazione. Chiusi in una cinta sacra, per lo piĂč, e formata da colonnati e portici entro cui sono chiusi gli alberi sacri agli dĂši, fontane e altari, statue e stele, sono preceduti solitamente dal propileo, oltre il quale Ăš l’altare dove vengono fatte le preci al nume. Di fronte a questo vi Ăš il luogo del sacrificio, perchĂ© il sacrificio precede la preghiera. Molte volte, e specie nei piĂč grandiosi, il peristilio li cinge di una ghirlanda di marmi preziosi. Nell’interno vi Ăš il vestibolo anteriore, esterno o interno al peristilio, la cella del nume, il vestibolo posteriore. Marmi, statue, frontoni, acrotĂšri e timpani, tutti politi, preziosi, decorati, fanno del tempio un edificio nobilissimo anche alla vista piĂč rozza. Non Ăš cosĂŹ?».

«CosÏ Ú, Maestro. Li hai visti e studiati molto bene», conferma e loda Plautina.

«Ma se ci consta che non Ú mai uscito dalla Palestina!?», esclama Quintilliano.

«Non sono mai uscito per andare a Roma o ad Atene. Ma non ignoro l’architettura di Grecia e di Roma, e nel genio dell’uomo che ha decorato il Partenone Io ero presente, perchĂ© Io sono dovunque Ăš vita e manifestazione di vita. LĂ  dove un saggio pensa, uno scultore scolpisce, un poeta compone, una madre canta su una cuna, un uomo fatica sui solchi, un medico lotta con i morbi, un vivente respira, un animale vive, un albero vegeta, lĂ  Io sono insieme a Colui da cui vengo. Nel boato del terremoto o nel fragore dei fulmini, nella luce delle stelle o nel flusso delle maree, nel volo dell’aquila o nel sibilo della zanzara, Io sono col Creatore altissimo».

«Sicché  Tu
 Tu sai tutto? E il pensiero e le opere umane?», chiede ancora Quintilliano.

«Io so».

I romani si guardano stupiti.

204.5

Un silenzio lungo e poi, timidamente, prega Valeria: «Svolgi il tuo pensiero, Maestro, perché noi si sappia cosa fare».

«SÏ. La fede si costruisce come si costruiscono i templi di cui siete tanto orgogliosi. Si fa spazio al tempio, si fa libertà intorno ad esso, si fa elevazione ad esso».

«Ma il tempio dove mettere la fede, questa deità vera, dove Ú?», chiede Plautina.

«Non Ăš deitĂ , Plautina, la fede. È una virtĂč. Non vi sono deitĂ  nella fede vera. Ma vi Ăš un unico e vero Dio».

(...) «Come possiamo fare spazio, libertĂ , elevazione all’anima?».

«Con l’abbattere le inutili cose che avete nel vostro io. Liberarlo da tutte le idee sbagliate, e coi detriti di queste demolizioni fare l’elevazione per il tempio sovrano. L’anima va portata sempre piĂč in alto, sui tre gradini. Oh! voi romani amate i simboli. Guardate i tre gradini alla luce del simbolo. Possono dirvi i loro nomi: penitenza, pazienza, costanza. Oppure: umiltĂ , purezza, giustizia. Oppure: sapienza, generositĂ , misericordia. O infine il trinomio splendido: fede, speranza, caritĂ . Guardate ancora il simbolo della cinta che, ornata e robusta, cinge l’area del tempio. Occorre saper circondare l’anima, regina del corpo, tempio allo Spirito eterno, di una barriera che la difenda senza perĂČ impedirle la luce nĂ© opprimerla con la vista di brutture. Una cinta sicura, e scalpellata dal desiderio di amore, da ciĂČ che Ăš inferiore: la carne e il sangue, verso ciĂČ che Ăš superiore: lo spirito. Scalpellare con la volontĂ . Levare angoli, scheggiature, macchie, vene di debolezza dal marmo del nostro io perchĂ© sia perfetto intorno all’anima. E nello stesso tempo, della cinta messa a riparo del tempio, fare misericordioso rifugio ai piĂč infelici che non conoscono ciĂČ che Ăš CaritĂ . I portici: l’effondersi dell’amore, della pietĂ , del desiderio che altri vengano a Dio, simili ad amorose braccia che si stendono a far velo sulla cuna di un orfano. E oltre la cinta le piante piĂč belle e piĂč profumate, omaggio al Creatore. Seminate sul terreno prima nudo e poi coltivate le piante: le virtĂč d’ogni nome, la seconda cinta viva e fiorita intorno al sacrario; e fra le piante, fra le virtĂč, le fontane, altro amore, altra purificazione prima di accostarsi al propileo vicino al quale, e prima di salire all’altare, si deve compiere il sacrificio della carnalitĂ , svenarsi delle lussurie. E poi passare oltre, all’altare, per deporvi l’offerta, e poi ancora accostarsi alla cella dove Ăš Dio, superando il vestibolo. E la cella che sarĂ ? Una dovizia di spirituali ricchezze perchĂ© nulla Ăš mai troppo per fare cornice a Dio. Avete inteso? Mi avete chiesto come si costruisce la fede. Vi ho detto: “secondo il metodo con cui si alzano i templi”. Vedete che Ăš vero.»

Dettaglio

Plautina, una donna romana e quindi pagana, si rivolge al Maestro.

Parole chiave

EMR 204.6 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

[L'uomo] ha bisogno di credere. PerchĂ© questo bisogno Ăš piĂč imperioso di quello del respirare. Anche chi dice di non credere crede. A qualcosa crede. Il fatto solo di dire: “Io non credo in Dio” presuppone un’altra fede. In se stesso, magari, nella propria mente superba. Ma credere si crede sempre. È come il pensiero. Se voi dite: “Io non voglio pensare”, oppure: “Io non credo a Dio”, solo per queste due frasi che dite mostrate di pensare che non volete credere a Quello che sapete esistere e che non volete pensare.

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EMR 204.6 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

Il peccato Ăš quando uno scientemente si ribella all’ordine dato da Dio e dice: “So che ciĂČ che faccio Ăš male. Ma lo voglio fare ugualmente”. Dio Ăš giusto. Non puĂČ punire uno che fa il male credendo di fare il bene. Punisce chi, avendo avuto modo di conoscere Bene e Male, sceglie quest’ultimo e vi persiste.

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EMR 204.8 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

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Citazione

«Come possiamo fare spazio, libertĂ , elevazione all’anima?».

«Con l’abbattere le inutili cose che avete nel vostro io. Liberarlo da tutte le idee sbagliate, e coi detriti di queste demolizioni fare l’elevazione per il tempio sovrano. L’anima va portata sempre piĂč in alto, sui tre gradini. Oh! voi romani amate i simboli. Guardate i tre gradini alla luce del simbolo. Possono dirvi i loro nomi: penitenza, pazienza, costanza. Oppure: umiltĂ , purezza, giustizia. Oppure: sapienza, generositĂ , misericordia. O infine il trinomio splendido: fede, speranza, caritĂ . Guardate ancora il simbolo della cinta che, ornata e robusta, cinge l’area del tempio. Occorre saper circondare l’anima, regina del corpo, tempio allo Spirito eterno, di una barriera che la difenda senza perĂČ impedirle la luce nĂ© opprimerla con la vista di brutture. Una cinta sicura, e scalpellata dal desiderio di amore, da ciĂČ che Ăš inferiore: la carne e il sangue, verso ciĂČ che Ăš superiore: lo spirito. Scalpellare con la volontĂ . Levare angoli, scheggiature, macchie, vene di debolezza dal marmo del nostro io perchĂ© sia perfetto intorno all’anima. E nello stesso tempo, della cinta messa a riparo del tempio, fare misericordioso rifugio ai piĂč infelici che non conoscono ciĂČ che Ăš CaritĂ . I portici: l’effondersi dell’amore, della pietĂ , del desiderio che altri vengano a Dio, simili ad amorose braccia che si stendono a far velo sulla cuna di un orfano. E oltre la cinta le piante piĂč belle e piĂč profumate, omaggio al Creatore. Seminate sul terreno prima nudo e poi coltivate le piante: le virtĂč d’ogni nome, la seconda cinta viva e fiorita intorno al sacrario; e fra le piante, fra le virtĂč, le fontane, altro amore, altra purificazione prima di accostarsi al propileo vicino al quale, e prima di salire all’altare, si deve compiere il sacrificio della carnalitĂ , svenarsi delle lussurie. E poi passare oltre, all’altare, per deporvi l’offerta, e poi ancora accostarsi alla cella dove Ăš Dio, superando il vestibolo. E la cella che sarĂ ? Una dovizia di spirituali ricchezze perchĂ© nulla Ăš mai troppo per fare cornice a Dio. Avete inteso? Mi avete chiesto come si costruisce la fede. Vi ho detto: “secondo il metodo con cui si alzano i templi”. Vedete che Ăš vero.

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