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EMR 173

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

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Titolo del capitolo: Quinto discorso della montagna: l'uso delle ricchezze, l'elemosina, la fiducia in Dio.

Data della visione: domenica 27 maggio 1945.

Calendario: giovedĂŹ 17 febbraio 28 (4 Adar I 3788).

Luogo (mappa): I corni di Hattin

Ciclo: Discorso della montagna

Sommario: La folla cresce e GesĂč continua il suo discorso. Inizia incoraggiando le anime a custodirsi in cielo, dove nessun ladro puĂČ rubare le nostre ricchezze. Sulla terra, dobbiamo fare buon uso dei nostri beni e del nostro oro, e ricordare che tutto ciĂČ che possediamo puĂČ essere distrutto da incendi, malattie e altre disgrazie. Dobbiamo quindi trasformare questi beni terreni in beni soprannaturali e usarli per costruire un tesoro per il Regno.

In secondo luogo, GesĂč incoraggia tutti a essere caritatevoli per spirito soprannaturale e a non cercare lodi umane. Non dobbiamo ostentare la nostra caritĂ  o le nostre buone azioni, ma agire sempre con discrezione. Lo stesso vale per l'elemosina: Cristo ci consiglia di dare con caritĂ  e poi di dimenticare l'atto stesso. Ci rimarrĂ  il sorriso e la pace di Dio e il Padre ci ricompenserĂ .

GesĂč viene interrotto da un fariseo, che lo accusa di non praticare ciĂČ che dice. GesĂč aveva infatti accolto Ismaele e Sara in MTS 172, e l'uomo lo rimprovera di non averli fatti sentire sazi come aveva detto. GesĂč corregge le sue parole e poi interviene lo stesso vecchio Ismaele. Le sue parole fanno fuggire l'uomo inopportuno e il Salvatore continua il suo discorso. Chiede solo che quell'uomo sia perdonato.

Il Maestro ci dice di non avere paura del domani. Dio darĂ  sempre ciĂČ che Ăš necessario. Lui stesso Ăš povero e si affida ai ricchi per fare la caritĂ  in nome di Dio. Non dobbiamo preoccuparci di avere troppo poco, nĂ© preoccuparci del futuro: il Padre stesso nutre gli uccelli, e noi siamo piĂč che semplici uccelli. Dobbiamo avere fede nella paternitĂ  del Signore e cercare prima le virtĂč. Il resto ci sarĂ  dato come premio e il domani si prenderĂ  cura di sĂ©.

Contenuti del capitolo: 173.1: La folla cresce sempre. 173.2 : La fruttificazione della ricchezza materiale e spirituale. 173.3 : Fatevi dei tesori in cielo dove i ladri non possono entrare. 173.4 : Quando fate l'elemosina, non suonate la tromba per attirare l'attenzione dei passanti. 173.5 : Un uomo che insultava GesĂč disse: "Maestro, tu rinneghi le tue parole! Il vecchio Ismaele lo rimproverĂČ. 173.6 : Non fare il bene per ottenere una ricompensa o una garanzia per il domani. 173.7 : Non preoccupatevi del domani, cercate il Regno di Dio.

Vecchia edizione: Volume 3, capitolo 33

Parole chiave

EMR 173.2-7 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

173.2«La pace sia con tutti voi!

Ieri ho parlato della preghiera, del giuramento, del digiuno. Oggi vi voglio istruire su altre perfezioni. Sono anche esse preghiera, fiducia, sinceritĂ , amore, religione.

La prima di cui parlo Ăš il giusto uso delle ricchezze, mutate, per buona volontĂ  del servo fedele, in altrettanti tesori del Cielo. I tesori della Terra non durano. Ma i tesori del Cielo sono eterni. Avete in voi l’amore a ciĂČ che Ăš vostro? Vi fa pena il morire perchĂ© non potete piĂč curare i vostri beni e li dovete lasciare? E allora trasponeteli in Cielo! Voi dite: “Nel Cielo non entra ciĂČ che Ăš della Terra, e Tu insegni che il denaro Ăš la cosa piĂč lurida della Terra. Come possiamo allora trasportarlo in Cielo?”. No. Non potete portare le monete, materiali quali sono, nel Regno dove tutto Ăš spirito. Ma potete portare il frutto delle monete.

Quando voi date ad un banchiere il vostro oro, perchĂ© lo da te? PerchĂ© lo faccia fruttare. Non ve ne private certo, sebbene momentaneamente, perchĂ© egli ve lo renda tal quale. Ma volete che su dieci talenti egli ve ne renda dieci piĂč uno, o piĂč ancora. Allora siete felici e lodate il banchiere. Altrimenti dite: “Costui Ăš un onesto, ma Ăš uno sciocco”. E se poi, invece dei dieci piĂč uno, ve ne dĂ  nove dicendo: “Ho perduto il resto”, voi lo denunciate e lo gettate in prigione. Cosa Ăš il frutto del denaro? Semina forse il banchiere i vostri denari e li annaffia per farli crescere? No. Il frutto Ăš dato da un accorto maneggio di affari, di modo che, e con ipoteche e con prestiti a interesse, il denaro si aumenti dell’aggio giustamente richiesto per il favore dell’oro prestato. Non Ăš cosĂŹ?

Ora dunque udite. Dio vi dĂ  le ricchezze terrene. A quali molte, a quali appena quante necessitano al vivere, e vi dice: “Ora a te. Io te le ho date. Fai di questi mezzi un fine quale il mio amore lo desidera per tuo bene. Io te le affido. Ma non perchĂ© tu te ne faccia un male. Per la stima che ho in te, per riconoscenza dei miei doni, tu fa’ fruttare, e per questa vera Patria, i tuoi beni”.

173.3Ed ecco il metodo per giungere a questo fine.

Non vogliate accumulare i vostri tesori sulla Terra, vivendo per essi, essendo crudeli per essi, essendo maledetti dal prossimo e da Dio per essi. Non merita. Sono sempre insicuri quaggiĂč. I ladri possono sempre derubarvi. Il fuoco puĂČ distruggervi le case. Le malattie delle piante o delle mandre sterminarvi greggi e frutteti. Quante cose insidiano i beni! Siano essi immobili e inattaccabili, come le case e l’oro; o siano soggetti ad essere lesi nella loro natura, come tutto quanto vive, come sono i vegetali e gli animali; e persino siano le stoffe preziose, possono essere soggetti a menomazione. Il fulmine sulle case, e le fiamme e le acque; e i ladri, la ruggine, la siccitĂ , i roditori, gli insetti sui campi; il capostorno, le febbri, le scosciature, le morve negli animali; le tignole e i topi nelle stoffe preziose e nei mobili pregiati; l’erosione delle ossidazioni nei vasellami, e lumiere, e cancelli artistici; tutto, tutto Ăš soggetto a menomazione.

Ma se voi di tutto questo bene terreno fate un bene soprannaturale, ecco che esso Ăš salvo da ogni lesione del tempo, degli uomini e delle intemperie. Fatevi delle borse in Cielo, lĂ  dove non entrano ladri e dove non accadono sventure. Lavorate con l’amore misericordioso verso tutte le miserie della Terra. Accarezzate, sĂŹ, le vostre monete, baciatele anche, se volete, giubilate per le messi che prosperano, per i vigneti carichi di grappoli, per gli ulivi che si piegano sotto il peso di infinite ulive, per le pecore dal fecondo seno e dalle turgide mammelle. Fate tutto ciĂČ. Ma non sterilmente. Non umanamente. Fatelo con amore e ammirazione, con godimento e calcolo soprannaturale.

“Grazie, mio Dio, di questa moneta, di queste messi, di queste piante, di queste pecore, di questi commerci! Grazie, pecore, piante, prati, commerci, che mi servite cosĂŹ bene. Siate benedetti tutti, perchĂ© per tua bontĂ , o Eterno, e per vostra bontĂ , o cose, ecco che io posso fare tanto bene a chi ha fame, a chi Ăš ignudo, senza tetto, malato, solo
 Lo scorso anno feci per dieci. Quest’anno – poichĂ©, per quanto io abbia dato molto in elemosina, ho maggior denaro e piĂč pingui sono i raccolti e numerosi i greggi – ecco che io darĂČ due, tre volte, quanto diedi lo scorso anno. PerchĂ© tutti, anche i derelitti di ogni bene loro proprio, godano della mia gioia e benedicano, con me, Te, Signore eterno”. Ecco la preghiera del giusto. Quella preghiera che, unita all’azione, trasporta i vostri beni in Cielo, e non solo ve li conserva eternamente, ma ve li fa trovare aumentati dei frutti santi dell’amore.

Abbiate il vostro tesoro in Cielo per avere lĂ  il vostro cuore al disopra e al di lĂ  del pericolo che non solo l’oro, le case, i campi, le greggi possano subire sventura, ma che sia insidiato il vostro stesso cuore e derubato, corroso, bruciato, ucciso dallo spirito del mondo. Se cosĂŹ farete avrete il vostro tesoro nel vostro cuore perchĂ© avrete Dio in voi fino al giorno beato in cui voi sarete in Lui.

173.4PerĂČ, per non diminuire il frutto della caritĂ , badate di essere caritatevoli con spirito soprannaturale. Come ho detto per la preghiera e il digiuno, cosĂŹ dico per la beneficenza e di ogni altra opera buona che possiate fare.

Conservate il bene che fate dalla violazione del senso del mondo, conservatelo vergine da umana lode. Non profanate la rosa profumata, vero incensiere di profumi grati al Signore, della vostra carità e del vostro agire buono. Profana il bene lo spirito di superbia, il desiderio di esser notati nel fare il bene e la ricerca della lode. La rosa della carità allora viene sbavata e corrosa dai lumaconi viscidi dell’orgoglio soddisfatto, e nell’incensiere cadono fetide paglie della lettiera su cui il superbo si crogiola come bestia ben pasciuta.

Oh! quelle beneficenze fatte per esser citati! Ma meglio, meglio non farle affatto! Chi non fa pecca di durezza. Chi fa, facendo conoscere e la somma data e il nome di chi l’ha avuta, e mendicando la lode, pecca di superbia col rendere nota l’offerta, ossia dice: “Vedete quanto io posso?”, pecca di anticaritĂ  perchĂ© mortifica il beneficato col rendere noto il suo nome, pecca di avarizia spirituale volendo accumulare lodi umane
 Paglie, paglie, non di piĂč che paglie. Fate che vi lodi Dio coi suoi angeli.

Voi, quando fate elemosina, non suonate la tromba davanti a voi per attirare l’attenzione del passante ed essere onorato come gli ipocriti, che vogliono l’applauso degli uomini e perciĂČ fanno elemosina solo lĂ  dove possono essere visti da molti. Anche questi hanno giĂ  avuto la loro mercede e non ne avranno altra da Dio. Voi non incorrete nella stessa colpa e nella stessa presunzione. Ma quando fate elemosina non sappia la vostra sinistra quel che fa la destra, tanto nascosta e pudica Ăš la vostra elemosina, e poi dimenticatevene. Non state a rimirarvi l’atto compiuto, gonfiandovi di esso come fa il rospo, che si rimira coi suoi occhi velati nello stagno e che, posto che vede riflessi nell’acqua ferma le nuvole, gli alberi, il carro fermo presso la riva, e vede lui cosĂŹ piccino rispetto a quelli cosĂŹ grossi, si empie d’aria fino a scoppiare. Anche la vostra caritĂ  Ăš un nulla rispetto all’Infinito che Ăš la CaritĂ  di Dio, e se voleste divenire simili a Lui e rendere la vostra caritĂ  piccina, grossa, grossa, grossa per uguagliare la sua, vi empireste di vento d’orgoglio e finireste per perire.

Dimenticatevene. Dell’atto in se stesso dimenticatevene. Vi resterĂ  sempre presente una luce, una voce, un miele, e vi farĂ  luminoso il giorno, dolce il giorno, beato il giorno. PerchĂ© quella luce sarĂ  il sorriso di Dio, quel miele la pace spirituale che Ăš ancora Dio, quella voce la voce del Padre-Dio che vi dirĂ : “Grazie”. Egli vede il male occulto e vede il bene nascosto, e ve ne darĂ  ricompensa. Io ve lo ».

173.5«Maestro, Tu menti alle tue parole!».

L’insulto, astioso e improvviso, viene dal centro della folla. Tutti si volgono in direzione della voce. Vi ù della confusione.

Pietro dice: «Te lo avevo detto! Eh! quando c’ù uno di quelli lì
 non va piĂč bene niente!».

Fra la folla partono fischi e mormorii verso l’insultatore. GesĂč Ăš il solo che resti calmo. Ha incrociato le braccia sul petto e sta alto, col sole in fronte, ritto sul suo masso, nel suo abito azzurro cupo.

L’insultatore continua, incurante della reazione della folla:

«Sei un cattivo maestro perchĂ© insegni ciĂČ che non fai e ».

«Taci! Va’ via! Vergognati!», urla la folla. E ancora: «Vai dai tuoi scribi! A noi ci basta il Maestro. Gli ipocriti con gli ipocriti! Falsi maestri! Strozzini! »; e continuerebbero, ma GesĂč tuona: «Silenzio! Lasciatelo parlare», e la gente non urla piĂč, ma bisbiglia i suoi improperi conditi da occhiate feroci.

«SĂŹ. Tu insegni ciĂČ che non fai. Dici che si deve fare elemosina senza essere visti e ieri, alla presenza di tutto un popolo, hai detto a due poveri: “Rimanete e vi sfamerĂČ”».

«Ho detto: “Rimangano i due poverelli. Saranno gli ospiti benedetti e daranno sapore al nostro pane”. Non di piĂč. Non ho significato di volerli sfamare. Quale Ăš quel povero che almeno non ha un pane? La gioia era di dar loro amicizia buona».

«Eh! giĂ ! Sei astuto e sai fare l’agnello! ».

Il vecchione si alza, si volta e alzando il suo bastone grida:

«Lingua infernale che accusi il Santo, credi forse di sapere tutto e di potere accusare per ciĂČ che sai? Come ignori chi Ăš Dio e chi Ăš Colui che tu insulti, cosĂŹ ignori le sue azioni. Solo gli angeli e il mio cuore giubilante lo sanno. Udite, uomini, udite tutti, e sappiate se GesĂč Ăš il mentitore e il superbo che questo avanzo del Tempio vuol dire. Egli ».

«Taci, Ismaele! Taci per amor mio! Se ti ho fatto felice, fammi felice tacendo», lo prega GesĂč.

«Ti ubbidisco, Figlio santo. Ma lasciami dire questo solo: la benedizione del vecchio israelita fedele Ăš su di Lui che mi ha beneficato da Dio, e Dio l’ha messa sulle mie labbra per me e per Sara, mia figlia novella. Ma sul tuo capo non sarĂ  benedizione. Io non ti maledico. Non sporco la mia bocca, che deve dire a Dio: “Accoglimi”, con una maledizione. Non l’ho avuta neppure per chi mi ha rinnegato, e giĂ  ne ho ricompensa divina. Ma ci sarĂ  chi fa le veci dell’Innocente accusato e di Ismaele, amico di Dio che lo benefica».

Un coro di urli fa chiusa al discorso del vecchio che si siede di nuovo, e un uomo se la svigna e se ne va, inseguito da improperi.

E poi la folla grida a GesĂč: «Continua, continua, Maestro santo! Noi non ascoltiamo che Te, e Tu ascolta noi. Non quei corvi maledetti! È gelosia la loro. PerchĂ© ti amiamo piĂč di loro! Ma in Te Ăš santitĂ , in loro cattiveria. Parla, parla! Vedi che non ci punge piĂč altro desiderio che la tua parola. Case, commerci?

Nulla per udire Te!».

«SĂŹ, parlo. Ma non ve la prendete. Pregate per quegl’infelici. Perdonate come Io perdono. PerchĂ© se perdonerete agli uomini i loro falli, anche il vostro Padre dei Cieli vi perdonerĂ  i vostri peccati. Ma se avrete rancore e non perdonerete agli uomini, nemmeno il Padre vostro vi perdonerĂ  le vostre mancanze. E tutti hanno bisogno di perdono.

173.6Io vi dicevo che Dio vi darĂ  ricompensa anche se voi non gli chiedete premio per il bene fatto. Ma voi non fate il bene per avere ricompensa, per avere una mallevadoria per il domani. Non fate il bene misurato e trattenuto dalla tema: “E poi, per me, ne avrĂČ ancora? E se non avrĂČ piĂč nulla chi mi aiuterĂ ? TroverĂČ chi mi fa ciĂČ che ho fatto? E quando non potrĂČ piĂč dare, sarĂČ ancora amato?”.

Guardate: Io ho amici potenti fra i ricchi e amici fra i miseri della Terra. E in veritĂ  vi dico che non sono gli amici potenti i piĂč amati. Vado da quelli non per amore di Me e per mio utile. Ma perchĂ© da essi posso avere molto per chi non ha nulla. Io sono povero. Non ho nulla. Vorrei avere tutti i tesori del mondo e mutarli in pane per chi ha fame, in tetto per chi Ăš senza tetto, in vesti per chi Ăš ignudo, in medicine per chi Ăš malato. Voi direte: “Tu puoi guarire”. SĂŹ. Questo ed altro posso. Ma non sempre Ăš la fede negli altri, ed Io non posso fare ciĂČ che farei e che vorrei fare se trovassi della fede nei cuori per Me. Io vorrei beneficare anche questi che non hanno fede. E posto che non chiedono il miracolo al Figlio dell’uomo vorrei, da uomo ad uomo, dar loro soccorso. Ma non ho nulla. Per questo Io tendo la mano a chi ha e chiedo: “Fammi la caritĂ , in nome di Dio”.

Ecco perchĂ© Io ho amicizie in alto. Domani, quando Io non sarĂČ piĂč sulla Terra, ancora vi saranno i poveri, ed Io non ci sarĂČ nĂ© a compiere miracolo per chi ha fede, nĂ© a fare elemosina per portare alla fede. Ma allora i miei amici ricchi avranno imparato, al mio contatto, come si fa a beneficare, e i miei apostoli avranno, pure dal mio contatto, imparato a elemosinare per amore dei fratelli. E i poveri avranno sempre un soccorso.

Ebbene, ieri Io, da uno che non ha nulla, ho avuto piĂč di quanto mi hanno dato tutti coloro che hanno. È un amico povero quanto Me. Ma mi ha dato una cosa che non si compera con nessuna moneta e che mi ha fatto felice, riportandomi tante ore serene della mia fanciullezza e giovinezza, quando ogni sera sul mio capo si imponevano le mani del Giusto ed Io andavo al riposo con la sua benedizione per custode del mio sonno. Ieri questo mio amico povero mi ha fatto re con la sua benedizione. Vedete che ciĂČ che lui mi ha dato nessuno dei miei amici ricchi me l’ha mai dato. PerciĂČ non temete. Anche se non avrete piĂč potenza di denaro, solo che abbiate amore e santitĂ , potrete beneficare chi Ăš povero, stanco o afflitto.

173.7E perciĂČ vi dico: non siate troppo solleciti per tema di avere poco. Avrete sempre il necessario. Non siate troppo preoccupati pensando al futuro. Nessuno sa quanto futuro ha ancora davanti. Non siate in pensiero per quello che mangerete per sostenervi nella vita, nĂ© di che vi vestirete per tenere caldo il vostro corpo. La vita del vostro spirito Ăš ben piĂč preziosa del ventre e delle membra, vale molto piĂč del cibo e del vestito, cosĂŹ come la vita materiale Ăš piĂč del cibo e il corpo piĂč della veste. E il Padre vostro lo sa. Sappiatelo dunque anche voi. Guardate gli uccelli dell’aria: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, eppure non muoiono di fame perchĂ© il Padre celeste li nutre. Voi uomini, creature predilette del Padre, valete molto piĂč di loro.

Chi di voi, con tutto il suo ingegno, puĂČ aggiungere alla sua statura un sol cubito? Se non riuscite ad alzare la vostra statura neppure di un palmo, come potete pensare di mutare le vostre condizioni future, aumentando le vostre ricchezze per garantirvi una lunga e prospera vecchiaia? Potete dire alla morte: “Tu mi verrai a prendere quando io vorrĂČ”? Non potete. A che, allora, preoccuparvi del domani? E perchĂ© avere tanta pena per tema di rimanere senza vesti? Guardate come crescono i gigli del campo: non faticano, non filano, non vanno dai venditori di panni a fare acquisti. Eppure vi assicuro che nemmeno Salomone con tutta la sua gloria fu mai vestito come uno di loro. Ora se Dio riveste cosĂŹ l’erba del campo, che oggi Ăš e domani serve a scaldare il forno o a pasturare il gregge e finisce in cenere o in sterco, quanto piĂč provvederĂ  voi, figli suoi.

Non siate gente di poca fede. Non vi angosciate per un futuro incerto, dicendo: “Quando sarĂČ vecchio come mangerĂČ? Che berrĂČ? Come mi vestirĂČ?”. Queste preoccupazioni lasciatele ai gentili che non hanno l’alata certezza della paternitĂ  divina. Voi l’avete e sapete che il Padre sa i vostri bisogni e che vi ama. Fidate dunque in Lui. Cercate prima le cose veramente necessarie: la fede, la bontĂ , la caritĂ , l’umiltĂ , la misericordia, la purezza, la giustizia, la mansuetudine, le tre e le quattro virtĂč principali, e tutte, tutte le altre ancora, di modo da essere amici di Dio e di avere diritto al suo Regno. E vi assicuro che tutto il resto vi sarĂ  dato per giunta senza che neppure lo chiediate. Non vi Ăš ricco piĂč ricco del santo, e sicuro piĂč sicuro di esso. Dio Ăš col santo. Il santo Ăš con Dio. Per il suo corpo non chiede, e Dio lo provvede del necessario. Ma lavora per il suo spirito, ed a questo Dio dĂ  Se stesso, qui, e il Paradiso oltre la vita.

Non mettetevi dunque in pena per ciĂČ che non merita la vostra pena. Affliggetevi di essere imperfetti, non di essere scarsi di beni terreni. Non crucciatevi per il domani. Il domani penserĂ  a se stesso, e voi ad esso penserete quando lo vivrete. PerchĂ© pensarvi da oggi? Non Ăš giĂ  abbastanza piena dei ricordi penosi di ieri, e dei pensieri crucciosi di oggi, la vita, per sentire bisogno di mettervi anche gli incubi dei “che sarĂ ?” del domani? Lasciate ad ogni giorno il suo affanno! Ve ne saranno sempre piĂč di quante ne vorremmo di pene nella vita, senza aggiungere pene presenti a pene future! Dite sempre la grande parola di Dio: “Oggi”. Siete suoi figli, creati secondo la sua somiglianza. Dite dunque con Lui: “Oggi”.

E oggi Io vi do la mia benedizione. Vi accompagni fino all’inizio del nuovo oggi, di domani, ossia di quando vi darĂČ nuovamente la pace in nome di Dio».

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Durante il discorso di GesĂč, egli fu interrotto da un fariseo. Il fariseo si riferiva a un passo della EMV 172, dove GesĂč invita il vecchio Ismaele e la donna Sara a condividere il loro pane.

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