Note della parola chiave

La Vergine Maria

Tema: Parole chiave principali e trasversali 🌟 · Pagina 28 di 32

Comfort di lettura

EMR 196.7-8 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

«Parlaci ancora di tua Madre. È cosĂŹ luminosa la sua infanzia! Ci fa l’anima vergine per riflesso, ed io, povero peccatore, ne ho tanto bisogno!», esclama Matteo.

«Che vi devo dire? Sono tanti episodi, uno piĂč dolce dell’altro ».

«Lei te li ha narrati?».

«Qualcuno. Ma molti di piĂč Giuseppe, come il piĂč bel racconto a Me fanciullo, e anche Alfeo di Sara che, essendo di pochi anni piĂč vecchio di mia Madre, le fu amico nei brevi anni che Lei fu a Nazaret».

«Oh! racconta », prega Giovanni.

Sono tutti in cerchio, seduti all’ombra degli ulivi, con JabĂ© al centro che guarda fisso GesĂč come udisse una paradisiaca fiaba.

«Vi dirĂČ la lezione di castitĂ  che diede mia Madre, pochi giorni avanti l’entrata nel Tempio, al suo piccolo amico e a molti altri.

Si era sposata quel giorno una fanciulla di Nazaret, parente di Sara, e anche Gioacchino ed Anna erano stati invitati alle nozze. Con essi la piccola Maria, che con altri bambini aveva l’incarico di gettare petali sfogliati sul cammino della sposa. Dicono che era bellissima, da piccina, e tutti se la contendevano dopo la festosa entrata della sposa. Era molto difficile vedere Maria perchĂ© Ella viveva molto in casa, amando una grotticella, che Lei chiama tuttora “dei suoi sponsali”, piĂč di ogni luogo. Quando perciĂČ era vista, bionda, rosea e gentile, era accasciata dalle carezze. La chiamavano “il fiore di Nazaret”, oppure “la perla di Galilea”, o anche “la pace di Dio” a ricordo di un arcobaleno enorme venuto improvviso al suo primo vagito. Era ed Ăš infatti tutto questo e piĂč ancora. È il Fiore del Cielo e del creato, Ăš la Perla del Paradiso, Ăš la Pace di Dio
 SĂŹ, la Pace. Io sono il Pacifico perchĂ© sono Figlio del Padre e figlio di Maria: la Pace infinita e la Pace soave.

Quel giorno tutti la volevano baciare e prendere in grembo. E Lei, schiva di baci e di contatti, disse con una gravitĂ  gentile: “Ve ne prego. Non mi sgualcite”. Credettero parlasse della sua veste di lino, cinta di una fascia d’azzurro alla vita, ai piccoli polsi, al collo
 oppure della ghirlandetta di fiorellini azzurri di cui Anna l’aveva incoronata per trattenerle a posto i riccioli lievi, e l’assicurarono che non le avrebbero sgualcita nĂ© veste nĂ© ghirlanda. Ma Lei, sicura, piccola donna di tre anni ritta fra un cerchio di adulti, disse seria: “Non penso a ciĂČ che si ripara. Parlo dell’anima mia. È di Dio. E non vuole esser toccata che da Dio”. Le obbiettarono: “Ma noi baciamo te, non la tua anima”. Ed Essa: “Il mio corpo Ăš tempio dell’anima e vi Ăš sacerdote lo Spirito. Il popolo non Ăš ammesso nel recinto sacerdotale. Ve ne prego. Non entrate nel recinto di Dio”.

Alfeo, che aveva allora oltre otto anni e che l’amava molto, fu colpito da questa risposta e il giorno dopo, trovandola presso la sua grotticella, intenta a cogliere fiori, le chiese: “Maria, quando sarai donna mi vorresti per sposo?”. Ancora in lui durava l’effervescenza della festa nuziale a cui aveva assistito. Ed Ella: “Io ti amo molto. Ma non ti vedo come uomo. Ti dico un segreto. Io vedo solo l’anima dei viventi. Quella la amo molto, con tutto il cuore. Ma non vedo altro che Dio come ‘vero Vivente’ a cui potrĂČ dare me stessa”.

Ecco un episodio».

«“Vero Vivente”!!! Ma sai che Ăš parola profonda!», esclama Bartolomeo.

E GesĂč, umilmente e con un sorriso: «Ella era la Madre della Sapienza».

«Era?
 Ma non aveva tre anni?».

«Era. Io vivevo già in Lei, essendo Dio in Lei[5], dal suo concepimento, nella sua Unità e Trinità perfettissima».

196.8

«Ma, scusa se io colpevole oso parlare, ma Gioacchino ed Anna sapevano che Ella era la Vergine prescelta?», chiede Giuda Iscariota.

«Non lo sapevano».

«E allora come potĂ© dire Gioacchino che Dio l’aveva salvata in anticipo? CiĂČ non allude al suo privilegio sulla colpa?».

«Vi allude. Ma Gioacchino parlava per bocca di Dio, come tutti i profeti. Lui pure non comprese la sublime veritĂ  soprannaturale che lo Spirito metteva sulle sue labbra. PerchĂ© era un giusto, Gioacchino. Tanto da meritare quella paternitĂ . Ed era un umile. Non vi Ăš infatti giustizia dove Ăš superbia. Lui era giusto ed umile. ConsolĂČ la Figlia per amor di padre. L’istruĂŹ per sapienza di sacerdote, chĂ© tale era essendo tutore dell’Arca di Dio. La consacrĂČ come pontefice del titolo piĂč dolce: “La Senza Macchia”. Un giorno verrĂ  che un altro canuto pontefice dirĂ  al mondo: “Ella Ăš la Concepita senza Macchia”, e darĂ  al mondo dei credenti questa veritĂ , come articolo di fede non impugnabile, perchĂ© nel mondo d’allora, sempre piĂč sprofondantesi in un grigiore nebbioso di eresie e di vizi, splenda, pienamente discoperta, la Tutta Bella di Dio, incoronata di stelle, vestita di raggi di luna meno puri di Lei e, sugli astri appoggiata, la Regina del Creato e dell’Increato. PerchĂ© Dio-Re ha per Regina, nel suo Regno, Maria».

«Allora Gioacchino era profeta?».

«Era un giusto. La sua anima disse come un’eco ciĂČ che Dio diceva alla sua anima amata da Dio».

Dettaglio

Matteo chiede a GesĂč di parlare di sua Madre.

Annotazione

Vi racconterĂČ della lezione di castitĂ  che mia Madre diede, pochi giorni prima di entrare nel Tempio, al suo fidanzato e a molti altri. Probabilmente AlphĂ©e de Sara.

Io ero Dio in lei, fin dal momento del suo concepimento, nella sua UnitĂ  e nella sua perfettissima TrinitĂ . Maria Valtorta annota in una copia dattiloscritta: Maria, santuario perpetuo e purissimo in cui il Dio uno e trino ha fatto la sua perpetua dimora, non fu mai separata dalla Sapienza: il Verbo di Dio era sempre in lei, la vera Arca che porta il Verbo eterno, e nessuna creatura conosceva bene come lei questo Verbo che Ăš la Sapienza divina, che doveva prendere carne in lei, e che doveva ancora e sempre rimanere in lei.

Il dogma dell'Immacolata Concezione fu proclamato da Pio IX l'8 dicembre 1854 nella bolla Ineffabilis Deus. Era stato oggetto di controversia per secoli e fu uno dei motivi della feroce opposizione della teologia consolidata a Maria de Ágreda, che espresse questa rivelazione nelle sue visioni.

(...) La Tutta Bella di Dio, coronata di stelle, vestita con i raggi della luna meno pura di lei e sostenuta dalle stelle, la Regina del creato e dell'increato; perché nel suo Regno, Dio Re ha Maria come Regina. Cfr. Apocalisse 12, 1-2.

Libro dell'Apocalisse 12, 1-2

Ap 12, 1-2: "Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie e i dolori del parto".

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EMR 196.9 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

«Quando andiamo da questa Mamma, Signore?», chiede con occhi di desiderio Jabé.

«Questa sera. Che le dirai vedendola?».

«“Ti saluto, Madre del Salvatore”. Va bene cosĂŹ?».

«Molto bene», conferma GesĂč accarezzandolo.

«Ma oggi non andremo al Tempio?», chiede Filippo.

«Prima di partire per Betania vi andremo. E tu starai buono qui. Non Ú vero?».

«SÏ, Signore».

La moglie di Giona, il conduttore dell’uliveto, che si Ăš accostata piano piano, dice: «PerchĂ© non lo porti? Ne ha desiderio il bambino ».

GesĂč la fissa con insistenza senza parlare.

La donna capisce e lo dice: «Ho capito! Ma devo avere ancora un piccolo mantello di Marco. Lo vado a cercare», e corre via lesta.

Jabé tira Giovanni per una manica: «Saranno severi i maestri?».

«Oh! no. Non avere paura. E poi non Ăš per oggi. In pochi giorni, con la Madre, sarai piĂč sapiente di un dottore», lo conforta Giovanni.

Gli altri sentono e sorridono delle apprensioni di Jabé.

«Ma chi lo presenterà come fosse il padre?», chiede Matteo.

«Io. È naturale! A meno
 che lo voglia presentare il Maestro», dice Pietro.

«No, Simone. Io non lo farĂČ. Ti lascio questo onore».

«Grazie, Maestro. Ma
 ci sarai anche Tu?».

«Certamente. Tutti ci saremo. È il “nostro” bambino ».

Torna Maria di Giona con un mantello viola scuro, ancora buono. Ma che colore! Lei stessa lo dice: «Marco non me lo volle mai usare perché non gli piaceva il colore».

Sfido io! È atroce! E il povero JabĂ©, cosĂŹ olivastro come Ăš, sembra un annegato fra quel viola violento. Ma egli non si vede
 e perciĂČ Ăš felice di quel mantello in cui puĂČ drappeggiarsi come un adulto
 «Il pasto Ăš pronto, Maestro. La servente ha levato ora dallo spiedo l’agnello».

«Andiamo, allora».

E, scendendo dal luogo dove sono, entrano nella vasta cucina per il pasto.

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EMR 197.4 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

«Oh! Maestro! Dàmmi la tua benedizione!».

«La pace a te, Giuseppe. Ho piacere di vederti e in buona salute».

«Io pure, Maestro, e anche gli amici ti vedranno con gioia.

Sei al Getsemani?».

«Ero. Dopo la preghiera vado a Betania».

«Da Lazzaro?».

«No, da Simone. Ho anche la Madre mia e la madre dei miei fratelli e quella di Giovanni e Giacomo. Verrai a trovarmi?».

«Lo chiedi? Grande gioia e grande onore. Te ne ringrazio.

VerrĂČ con diversi amici ».

«Va’ piano, Giuseppe, con gli amici! », consiglia Simone Zelote.

«Oh! li conoscete giĂ . Prudenza dice: “L’aria non oda”. Ma quando li vedrete capirete che sono amici».

«Allora ».

«Maestro, Simone di Giona mi diceva della cerimonia del piccolo. Sei venuto mentre chiedevo quando intendete farla. Ci voglio essere io pure».

«Il mercoledÏ avanti Pasqua. Voglio che faccia la sua Pasqua da figlio della Legge».

«Molto bene. È inteso. VerrĂČ a prendervi a Betania. Ma lunedĂŹ verrĂČ con gli amici».

«È detto».

«Maestro, ti lascio. La pace sia con Te. È l’ora dell’incenso».

«Addio, Giuseppe. La pace sia con te.»

Dettaglio

GesĂč incontra Giuseppe d'Arimatea.

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EMR 198.1-10 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

Attraverso alla ombrosa strada che congiunge il monte degli Ulivi a Betania – e potrei dire che il monte giunge con le sue propaggini verdi sino alle campagne di Betania – GesĂč coi suoi cammina sollecito verso la cittĂ  di Lazzaro.

E non vi Ăš ancora entrato che viene riconosciuto, e volontarie staffette corrono in tutti i sensi ad avvertire della sua venuta. Per cui ecco accorrere Lazzaro e Massimino da un lato, Isacco con Timoneo e Giuseppe dall’altro, terza viene Marta con Marcella che alza il suo velo per curvarsi a baciare la veste di GesĂč, e subito dopo accorrono Maria d’Alfeo e Maria Salome che venerano il Maestro e poi si abbracciano i figli; e mentre il piccolo JabĂ©, sempre per mano di GesĂč, sballottato da tutti questi irruenti arrivi, osserva stupefatto, e Giovanni di Endor, sentendosi estraneo, si ritira in fondo al gruppo, in disparte, ecco farsi avanti, sul sentiero che conduce alla casa di Simone, la Madre.

GesĂč abbandona la mano di JabĂ© e dolcemente respinge gli amici per affrettarsi verso di Lei. Le note parole rompono l’aria, squillando come un assolo d’amore sul brusio della folla:

«Figlio!», «Mamma!». Si baciano, e nel bacio di Maria Ăš l’affanno di chi ha temuto per tanto tempo ed ora, nello sciogliersi del terrore che l’ha tenuto, sente la stanchezza dello sforzo fatto, misura in tutta l’estensione il pericolo in cui Ăš incorso
 GesĂč la carezza, Lui che comprende, e dice: «Oltre il mio angelo avevo il tuo, Madre, a vegliarmi. Non poteva accadermi nulla di male».

«Ne sia data lode al Signore. Ma ho tanto sofferto!».

«Volevo venire piĂč sollecito, ma ho dovuto fare altra via per ubbidire a te. E bene fu, perchĂ© il tuo comando, Madre mia, come sempre Ăš fiorito in bene».

«La tua ubbidienza, Figlio!».

«Il tuo comando sapiente, Madre ».

Si sorridono come due innamorati. Ma ù possibile che questa Donna sia Madre di quest’Uomo? Dove sono i sedici anni di differenza? La freschezza e la grazia del volto e del corpo verginale fanno di Maria la sorella del suo Figlio, che ù nella pienezza della sua bellissima virilità.

«Non mi chiedi perchĂ© Ăš fiorito in bene?», chiede GesĂč sempre sorridendo.

«So che il mio GesĂč non mi tiene nascosto nulla».

«Mamma cara!». La bacia ancora
 La gente si Ăš tenuta lontana qualche metro e mostra di non osservare la scena. Ma scommetto che non c’ù uno, di tutti questi occhi che pare guardino altrove, che non sbirci la dolce scena.

198.2

Quello che guarda piĂč di tutti Ăš JabĂ©, che GesĂč ha lasciato andare quando Ăš corso ad abbracciare sua Madre e che Ăš rimasto solo, perchĂ© nell’affollarsi delle domande e delle risposte l’attenzione Ăš distratta dal povero bambino
 Guarda, guarda, poi china il capo, lotta con il pianto
 ma infine non ce la fa e scoppia in pianto, gemendo: «Mamma! Mamma!».

Tutti, GesĂč e Maria per i primi, si volgono, e tutti cercano riparare o sapere chi Ăš il bambino.

Maria d’Alfeo accorre, e accorre Pietro – erano insieme – dicendo entrambi: «PerchĂ© piangi?».

Ma prima che fra il suo grande pianto Jabé possa trovare fiato per parlare, Ú accorsa Maria e lo ha preso in braccio dicendo:

«SĂŹ, figliolino mio, la Mamma! Non piangere piĂč
 e scusa se non ti ho visto prima. Ecco, amici, il mio figliolino ». Si capisce che GesĂč, nel fare i pochi metri, le deve avere detto: «È un orfanello che ho preso con Me». Il resto lo ha intuito Maria.

Il bambino piange ancora, ma meno desolatamente, e posto che Maria lo tiene in braccio e lo bacia, finisce col sorridere col visetto ancora lavato di pianto.

«Vieni che ti asciugo tutte queste lacrime. Non devi piangere piĂč! DĂ mmi un bacio ».

Jabé  non chiedeva che quello, e dopo tante carezze di uomini barbuti si crogiola tutto nel baciare la guancia liscia di Maria.

198.3

Ma GesĂč ha cercato e scorto Giovanni di Endor e lo va a prendere nel suo angolino remoto. E mentre tutti gli apostoli salutano Maria, GesĂč viene a Lei tenendo per mano Giovanni di Endor e dice: «Ecco, Madre, l’altro discepolo. Questi due figli ti ha ottenuto il tuo comando».

«La tua ubbidienza, Figlio», ripete Maria e poi saluta l’uomo dicendo: «La Pace Ăš con te».

L’uomo, il rude, inquieto uomo di Endor, che tanto si Ăš giĂ  mutato da quel mattino in cui il capriccio dell’Iscariota ha portato GesĂč a Endor, finisce di spogliarsi del suo passato mentre si inchina a Maria. Io credo sia cosĂŹ, tanto il volto che si rialza dopo il profondo inchino appare sereno, veramente «pacificato».

198.4

Si avviano tutti verso la casa di Simone: Maria con JabĂ© in braccio, GesĂč tenendo per mano Giovanni di Endor e poi, intorno e dietro, Lazzaro e Marta, gli apostoli con Massimino, Isacco, Giuseppe, Timoneo.

Entrano nella casa sulla cui soglia il vecchio servo di Simone venera GesĂč e il suo padrone.

«La pace a te, Giuseppe, e a questa casa», dice GesĂč alzando la mano a benedire dopo averla posata sulla testa bianca del vecchio servitore.

Lazzaro e Marta, dopo la prima gioia, sono un poco tristi, e GesĂč chiede: «PerchĂ©, amici?».

«PerchĂ© Tu non sei con noi, e perchĂ© tutti vengono a Te meno l’anima che vorremmo fosse tua».

«Fortificate pazienza, speranza e preghiera. E poi, Io sono con voi. Questa casa!
 Questa casa non Ăš che il nido da cui il Figlio dell’uomo volerĂ  ogni giorno dai cari amici, cosĂŹ vicini nello spazio, ma, se si considera la cosa soprannaturalmente, infinitamente piĂč vicini nell’amore. Voi siete nel mio cuore ed Io sono nel vostro. Si puĂČ essere piĂč vicini di cosĂŹ? Ma questa sera staremo insieme. Vogliate sedervi alla mia tavola».

«Oh! povera me! Ed io qui mi ciondolo! Vieni, Salome. Abbiamo da fare!». Il grido di Maria d’Alfeo fa sorridere tutti, mentre la buona parente di GesĂč si alza sollecita per andare al suo lavoro.

Ma Marta la raggiunge: «Non ti preoccupare, Maria, per il cibo. Vado a dare ordini. Tu prepara solo le mense. Ti manderĂČ sedili sufficienti e quanto abbisogna. Vieni, Marcella. Torno subito, Maestro».

198.5

«Ho visto Giuseppe d’Arimatea, Lazzaro. LunedĂŹ viene qui con degli amici».

«Oh! allora quel giorno sei mio!».

«SÏ. Viene per stare insieme, ma anche per combinare per una cerimonia che si riflette a Jabé. Giovanni, porta il bambino sulla terrazza. Si divertirà».

Giovanni di Zebedeo, ubbidiente sempre, si alza subito dal suo posto, e dopo poco si sente il cinguettio del bambino e le sue piccole pedate sulla terrazza che cinge la casa.

«Il bambino», spiega GesĂč alla Madre, agli amici, alle donne, fra cui Ăš Marta, che ha volato per non perdere un minuto di gioia presso il Maestro, «Ú nipote di un contadino di Doras. Sono passato da Esdrelon ».

«È vero che i campi sono una desolazione e che li vuole vendere?».

«Una desolazione lo sono. Della vendita non so. Un contadino di Giocana me ne ha accennato. Ma non so se Ú cosa sicura».

«Se li vendesse
 li comprerei volentieri per avere un asilo per Te anche in mezzo a quel nido di serpenti».

«Non credo che ci riuscirai. Giocana Ú pronto a prenderli».

«Vedremo
 Ma continua il racconto. Che contadini sono?

Quelli di prima li ha tutti sparsi».

«SĂŹ. Questi vengono dalle sue terre di Giudea, almeno il vecchio che Ăš parente del bambino. Il bambino era tenuto nel bosco, come un animale selvatico, perchĂ© Doras non lo scorgesse
 e vi Ăš dall’inverno ».

«Oh! povero bambino! Ma perché?». Le donne sono tutte commosse.

«Perché suo padre e sua madre sono rimasti sepolti dalla frana nei pressi di Emmaus. Tutti: padre, madre, fratellini. Lui Ú vissuto perché non era in casa. Lo hanno condotto dal vecchio padre. Ma che poteva un contadino di Doras? Tu, Isacco, hai parlato di Me come di un salvatore, anche per questo caso».

«Ho fatto male, Signore?», chiede umilmente Isacco.

«Hai fatto bene. Dio lo voleva. Il vecchio mi ha dato il bambino, che deve anche divenire maggiorenne in questi giorni».

«Oh! miserello! CosĂŹ piccolo a dodici anni?! Il mio Giuda era alto quasi il doppio a quell’età
 E GesĂč? Che fiore!», dice Maria d’Alfeo.

E Salome: «Anche i miei figli erano ben piĂč forti!».

Marta mormora: «Veramente Ú ben piccolino! Credevo non avesse ancora dieci anni».

«Eh! la fame Ăš brutta! E la deve avere fatta da quando fu al mondo. Ora poi
 Cosa gli doveva dare il vecchio, se lĂ  si muore tutti di fame?», dice Pietro.

«SĂŹ, ha molto sofferto. Ma Ăš molto buono e intelligente. L’ho preso per consolare il vecchio e il bambino».

198.6

«Lo adotti?», chiede Lazzaro.

«No. Non posso».

«Allora lo prendo io».

Pietro si vede dileguare la speranza e ha un gemito vero e proprio: «Signore! Tutto a lui?».

GesĂč sorride: «Lazzaro, tu hai giĂ  fatto tanto e te ne sono grato. Ma questo bambino non te lo posso confidare. È il “nostro” bambino. Di tutti noi. La gioia degli apostoli e del Maestro. Inoltre qui crescerebbe fra il fasto. Io gli voglio fare dono del mio manto regale: “l’onesta povertà”. Quella che il Figlio dell’uomo volle per SĂ©, per poter avvicinare tutte le piĂč grandi miserie senza mortificare nessuno. Tu hai avuto anche di recente un mio dono ».

«Ah! sÏ! Il vecchio patriarca e sua figlia. Molto attiva la donna, e il vecchio molto buono».

«Dove sono ora? Voglio dire: in quale luogo?».

«Ma qui, a Betania. Ti pare che volessi allontanare la benedizione che Tu mi mandavi? La donna Ăš al lino. Ci vogliono mani leggere ed esperte per quel lavoro. Il vecchio, posto che vuole proprio lavorare, l’ho messo agli alveari. Ieri – vero, sorella? – aveva la lunga barba tutta d’oro. Le api, sciamando, si erano attaccate tutte a quel barbone, ed egli parlava loro come a tante figlie. È felice».

«Lo credo! Che tu sia benedetto!», dice GesĂč.

«Grazie, Maestro.

198.7

Ma quel bambino ti costerĂ ! Mi permetterai almeno ».

«Ci penso io alla sua veste di festa», strilla Pietro. Ridono tutti per l’impulsivitĂ  del grido.

«Va bene. Ma avrà bisogno di altre vesti. Simone, sii buono. Sono anche io senza bambini. Lascia che io e Marta ci si consoli pensando a delle piccole vesti da fare».

Pietro, cosĂŹ pregato, si commuove subito e dice: «Le vesti
 sì
 Ma la veste per mercoledĂŹ la prendo io. Me l’ha promesso il Maestro, e ha detto che anderĂČ con la Madre ad acquistarla domani». Pietro dice tutto per paura di qualche mutazione in suo sfavore.

GesĂč sorride e dice: «SĂŹ, Madre. Ti prego di andare domani con Simone. Altrimenti quest’uomo mi muore d’affanno. Lo consiglierai nella scelta».

«Io ho detto: veste rossa e cintura verde. Starà molto bene. Meglio che con quel colore che ha ora».

«Rosso andrĂ  molto bene. Anche GesĂč era vestito di rosso. Ma io direi che starebbe meglio sul rosso una cintura rossa, o almeno ricamata in rosso», dice dolcemente Maria.

«Io dicevo cosĂŹ perchĂ© vedo che Giuda, che Ăš bruno, sta molto bene con quelle strisce verdi sull’abito rosso».

«Ma queste non sono verdi, amico!», ride l’Iscariota.

«No? E che colore Ú allora?».

«Questo colore Ăš detto “vena d’agata”».

«E che vuoi che ne sappia io?! Mi pareva verde. L’ho visto anche sulle foglie ».

Maria Ss. interviene benigna: «Simone ha ragione. È il colore esatto che prendono le foglie alle prime acque di tisri ».

«Ecco! e siccome le foglie sono verdi io dicevo che era verde», termina contento Pietro.

La Soave ha messo pace e gioia anche in questa piccola cosa.

198.8

«Chiamate il piccino», prega Maria.

E il bambino accorre subito insieme a Giovanni.

«Come ti chiami?», chiede Maria accarezzandolo.

«Sono
 ero JabĂ©. Ma ora aspetto il nome ».

«Lo aspetti?».

«SĂŹ, JabĂ© vuole un nome che voglia dire che Io l’ho salvato.

Tu lo cercherai, Madre. Un nome d’amore e di salvezza».

Maria pensa
 e poi dice: «Marjiam (Maarhgziam). Tu sei la piccola stilla nel mare dei salvati di GesĂč. Ti piace? CosĂŹ ricorda anche me oltre che la Salvezza».

«È molto bello», dice contento il bambino.

«Ma non Ú un nome di donna?», chiede Bartolomeo.

«Con una elle al fondo, invece della emme, quando questa stilla di UmanitĂ  sarĂ  adulto, potrete mutare il suo nome in nome d’uomo. Ora porta il nome che gli ha dato la Mamma.

Non Ú vero?».

Il bambino dice di sĂŹ e Maria lo carezza.

La cognata la interpella: «È bella questa lana», e tocca il mantellino di Jabé. «Ma ha un tal colore! Che dici? Io la tingerei in rosso scurissimo. Verrà bene».

«Domani sera lo faremo. Perché domani avrà la sua nuova veste. Ora non glielo possiamo levare».

Marta dice: «Verresti con me, bambino? Ti porto qui vicino, a vedere tante cose, e poi si torna qui ».

JabĂ© non si rifiuta. Non rifiuta mai niente
 ma pare un poco spaurito ad andare con la donna quasi sconosciuta. Dice timido e gentile: «Potrebbe venire con me Giovanni?».

«Ma certo! ».

Se ne vanno.

198.9

E nella loro assenza le conversazioni continuano fra i vari gruppi. Narrazioni, commenti, sospiri sulla durezza umana.

Isacco racconta quanto ha potuto sapere del Battista. C’ù chi lo dice in Macheronte e chi a Tiberiade. I discepoli non sono ancora tornati
 «Ma non lo avevano seguito?».

«SÏ. Ma presso Doco i catturatori traversarono il fiume col prigioniero e non si sa se poi sono risaliti al lago o scesi a Macheronte. Giovanni, Mattia e Simeone si sono sguinzagliati per sapere e non lo abbandoneranno certo».

«E tu, Isacco, non mi abbandonerai certo questo nuovo discepolo. Per ora sta con Me. Voglio faccia la Pasqua con Me».

«Io la farĂČ in Gerusalemme, in casa di Giovanna. Mi ha visto e mi ha offerto una stanza per me e i compagni. Vengono tutti, quest’anno. E saremo con Gionata».

«Anche quelli del Libano?».

«Anche. Ma non potranno forse venire i discepoli di Giovanni».

«Vengono quelli di Giocana, lo sai?».

«Davvero? StarĂČ alla porta, presso i sacerdoti che immolano. Li vedrĂČ e li porterĂČ con me».

«Attendili proprio per l’ultima ora. Non hanno che tempo misurato. Ma hanno l’agnello».

«Io pure. Splendido. Me lo ha dato Lazzaro. Immoleremo questo, e l’altro, il loro, servirĂ  loro per il ritorno».

198.10

Rientra Marta con Giovanni e il bambino in una piccola veste di lino bianco con una sopraveste rossa. Sul braccio ha un mantello pure rosso.

«Li riconosci, Lazzaro? Vedi che tutto serve?».

I due fratelli si sorridono.

GesĂč dice: «Io ti ringrazio, Marta».

«Oh! Signore mio! Ho la malattia di conservare tutto. L’ho ereditata dalla madre mia. Ho ancora molte vesti di mio fratello. Care perchĂ© toccate dalla madre. Ogni tanto ne levo un capo per qualche bambino. Ora li darĂČ a Margziam. Sono un poco lunghe, ma si possono rimborsare. Lazzaro, divenuto maggiorenne, non le volle piĂč
 Un bel capriccio, tutt’affatto da pargolo
 e l’ebbe vinta perchĂ© mia madre adorava il suo Lazzaro».

La sorella lo carezza con amore e Lazzaro ne prende la bellissima mano, la bacia e dice: «E tu no?». Si sorridono.

«È una provvidenza questa», osservano in molti.

«SÏ, il mio capriccio ha fatto del bene. Forse mi sarà perdonato per questo».

La cena ù pronta e ognuno va al suo posto


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EMR 198.11 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione


È notte fatta quando GesĂč puĂČ parlare in pace con la Madre. Sono saliti sulla terrazza e, seduti su un sedile, l’uno presso l’altra, con la mano nella mano, si parlano e si ascoltano.

Prima Ăš GesĂč che narra le cose avvenute. Poi Ăš Maria che dice: «Figlio, dopo la tua partenza, subito dopo, Ăš venuta da me una donna
 Ti cercava. Una grande miseria. E una grande redenzione. Ma questa creatura ha bisogno del tuo perdono per essere tenace nella sua risoluzione. L’ho affidata a Susanna dicendo che era una tua guarita. È vero. L’avrei potuta tenere con me se la nostra casa non fosse un mare ormai, dove tutti fanno vela
 e molti con malvagi intenti. E la donna ha ribrezzo del mondo, ormai. Vuoi sapere chi Ăš?».

«Un’anima Ăš. Ma dimmi il nome, perchĂ© Io la possa accogliere senza errore».

«Aglae Ăš. La romana, mima e peccatrice, che Tu hai cominciato a salvare ad Ebron, che ti ha cercato e trovato all’Acqua Speciosa, che per la sua rinata onestĂ  ha giĂ  sofferto. Quanto!
 Mi ha detto tutto
 Che orrore! ».

«Il suo peccato?».

«Questo e
 direi piĂč ancora: che orrore Ăš il mondo! Oh! Figlio mio! Diffida dei farisei di Cafarnao! Di questa infelice si volevano servire per nuocerti. Anche di questa ».

«Lo so, Madre
 Dove Ăš Aglae?».

«Giungerà con Susanna avanti la Pasqua».

«Va bene. Io le parlerĂČ. SarĂČ qui ogni sera e, meno quella pasquale che consacrerĂČ alla famiglia, l’attenderĂČ. Non hai che da trattenerla, se viene. È una grande redenzione, lo hai detto. E cosĂŹ spontanea! In veritĂ  ti dico che in pochi cuori il mio seme attecchĂŹ con la forza con cui attecchĂŹ su questo terreno infelice. E dopo ne aiutĂČ la crescita, fino a completa formazione, Andrea».

«Me lo ha detto».

«Madre, che hai provato avvicinando quella rovina?».

«Ribrezzo e gioia. Mi pareva di essere sull’orlo di un abisso d’inferno, ma insieme mi sentivo trasportare nell’azzurro. Come sei Dio, mio GesĂč, quando compi di questi miracoli!».

Restano zitti, sotto le stelle luminosissime e nel biancore di un quarto di luna già tendente ad essere piena. Zitti, amandosi e riposandosi l’uno nell’amore dell’altra.

Parole chiave

EMR 199.1-3 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

La mattinata splendida invita veramente a passeggiare lasciando i letti e le case, e gli abitanti della casa dello Zelote, come tante api al primo sole, sorgono molto presto ed escono a respirare l’aria pura nel frutteto di Lazzaro che circonda la casetta ospitale. Presto si aggiungono anche quelli che sono ospitati da Lazzaro, ossia Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Andrea e Giacomo di Zebedeo. Il sole entra festoso per tutte le finestre e porte spalancate, e le stanze, semplici e linde, si ve stono di una tinta d’oro che avviva i colori delle vesti e fa piĂč lucenti i colori dei capelli e delle pupille.

Maria d’Alfeo e Salome sono intente a servire questi uomini dal gagliardo appetito. Maria invece sta sorvegliando un servo di Lazzaro che mette in ordine i capellucci di Margziam pareggiandoli con piĂč sapienza di quanto non avesse fatto il suo primo parrucchiere.

«Per ora cosÏ», dice il servo. «Poi, quando avrai offerto a Dio le tue chiome di bambino, te li raccorcerĂČ per bene. Viene il caldo e starai meglio senza capelli sul collo. E ti si rinforzeranno. Sono aridi e friabili, trascurati. Lo vedi, Maria? Hanno bisogno di cure. Ora li ungo per tenerli al posto. Senti, bambino, che buon odore? È l’olio che usa Marta. Mandorla, palma e midollo del piĂč fino con essenza rara. Fa molto bene. La mia padrona ha detto di tenere questo vasetto per il bambino. Oh!

ecco! Ora sembri il figlio del re», e il servo, che forse Ú il barbiere della casa di Lazzaro, dà un buffetto sulla guancia di Margziam, saluta Maria e se ne va soddisfatto.

«Vieni che ti vesto», dice Maria al bambino, che per ora ha unicamente una tunichella a maniche corte; credo sia la camicia o quanto a quei tempi ne faceva funzione. E per la finezza del lino comprendo che faceva parte del corredo di Lazzaro bambino. Maria leva l’asciugatoio in cui era quasi fasciato Marjziam e lo riveste della sottoveste di lino increspata alla radice del collo e ai polsi, e della sopraveste rossa, di lana, dall’ampia scollatura e dalle ampie maniche. Il lino splendente esce candidissimo dalla scollatura e dalle maniche della stoffa rossa e opaca. La mano di Maria deve aver provveduto nella notte a regolare la lunghezza della veste e delle maniche, e ora va tutto bene, specie quando Maria gli cinge la vita colla morbida fascia della cintura terminata in un fiocco di lana bianca e rossa. Il bambino non sembra piĂč il povero esserino di pochi giorni or sono.

«Ora vai a giocare, senza sporcarti, mentre io mi preparo», dice Maria accarezzandolo. E il bambino esce, saltellando contento, a cercare i suoi grandi amici.

199.2

Il primo a vederlo Ăš Tommaso: «Ma come sei bello! Di nozze! Mi fai scomparire», dice il sempre allegro Tommaso, grassoccio, tranquillo. E lo prende per mano dicendo: «Vieni che andiamo dalle donne. Ti cercavano per darti l’imbeccata».

Entrano nella cucina e Tommaso fa sobbalzare le due Marie curve sui fornelli gridando col suo vocione: «C’ù qui un giovanotto che vi desidera», e ridendo presenta il bambino che si era nascosto dietro la robusta persona.

«Oh! caro! Ma vieni che ti do un bacio! Guarda, Salome, come sta bene!», esclama Maria d’Alfeo.

«Davvero! Ora ha solo bisogno di farsi piĂč robusto. Ma ci penserĂČ io. Vieni che ti bacio anche io», risponde Salome.

«Ma GesĂč lo affida ai pastori », obbietta Tommaso.

«Neanche per idea! In questo il mio GesĂč sbaglia. Cosa volete fare e saper fare voi uomini? Litigare – perchĂ©, sia detto per caso, siete piuttosto litigiosi
 come capretti che si amano ma si danno cornate – mangiare, parlare, avere mille bisogni, e pretendere dal Maestro tutta l’attenzione su di voi
 altrimenti sono bronci
 I bambini hanno bisogno delle mamme.

Non Ăš vero
 come ti chiami?».

«Marjziam».

«Ah! giĂ ! Ma benedetta la mia Maria! Poteva metterti un nome piĂč facile!».

«È quasi come il suo!», esclama Salome.

«SĂŹ. Ma il suo Ăš piĂč semplice. Non ci sono quelle tre lettere al centro
 Tre sono troppe ».

È entrato l’Iscariota e dice: «Ha messo il nome esatto nel suo significato, secondo l’antica lingua incorrotta».

«Va bene. Ma Ăš difficile, e io ne levo una e dico Marziam. È piĂč facile e non cascherĂ  il mondo per questo. Vero, Simone?».

Pietro, che sta passando davanti alla finestra parlando con Giovanni di Endor, si affaccia e dice: «Che vuoi?».

«Dicevo che io il bambino lo chiamo Marziam. È piĂč facile».

«Hai ragione, donna. Se la Madre me lo permette, lo chiamo anche io cosĂŹ. Ma come stai bene! PerĂČ anche io, eh? Guardate!». Infatti Ăš tutto spazzolato, sbarbato sulle guance, con capelli e barba regolati, unti, la veste senza sgualciture, i sandali che sembrano nuovi tanto sono mondi e lucidati con non so che. Le donne lo ammirano ed egli ride contento.

Il bambino ha finito il suo pasto ed esce per andare dal suo grande amico, che egli chiama sempre: «Padre».

199.3

Ecco GesĂč che viene dalla casa di Lazzaro insieme allo stesso, e al bambino che gli corre incontro dice: «La pace fra noi, Marjziam. Diamoci il bacio di pace».

Lazzaro, salutato dal bambino, lo carezza e gli dĂ  un dolcetto.

Tutti si riuniscono intorno a GesĂč. Anche Maria, rivestita di una veste di lino color turchese su cui Ăš drappeggiato il mantello piĂč scuro, viene verso suo Figlio sorridendo.

«Possiamo andare, allora», dice GesĂč. «Tu, Simone, colla Madre mia e il bambino, se proprio vuoi spendere anche ora che Lazzaro ha provveduto».

«Ma certo! E poi
 potrĂČ dire di avere potuto per una volta camminare al fianco di tua Madre. Grande onore».

«E allora vai. Tu, Simone, mi accompagnerai dai tuoi amici lebbrosi ».

«Davvero, Maestro? Allora se permetti vado avanti di corsa, a radunarli
 Mi raggiungerai. Tanto lo sai dove sono ».

«Va bene. Vai. Gli altri facciano quello che credono. Siete tutti liberi fino a mercoledĂŹ mattina. All’ora di terza tutti alla porta Dorata».

«Io vengo con Te, Maestro», dice Giovanni.

«Io pure», dice Giacomo suo fratello.

«Ed anche noi», dicono i due cugini.

«Vengo anche io», dice Matteo e con lui lo dice Andrea.

«E io? Vorrei venire anche io
 ma se vado per le spese non posso venire », dice Pietro, preso fra due voglie.

«Si puĂČ fare. Prima si va dai lebbrosi, intanto mia Madre col bambino va in una casa amica di Ofel. Poi la raggiungiamo e tu vai con Lei, mentre Io e gli altri andiamo da Giovanna. Ci riuniremo al GetsemnĂŹ per il cibo, e poi verso il tramonto torneremo qui».

«Io, se permetti, vado da alcuni amici », dice Giuda Iscariota.

«Ma l’ho detto. Fate quello che credete».

«Allora io andrĂČ dai parenti. Forse Ăš giĂ  venuto mio padre.

Se c’ù te lo conduco», dice Tommaso.

«Noi due, che dici Filippo? Si potrebbe andare da Samuele».

«Ben detto», risponde questo a Bartolomeo.

«E tu, Giovanni?», chiede GesĂč all’uomo di Endor. «Preferisci rimanere qui per sistemare i tuoi libri o venire con Me?».

«Veramente preferirei venire con Te
 I libri
 mi piacciono giĂ  meno. Preferisco leggere Te, Libro vivente».

«Allora vieni. Addio, Lazzaro, a ».

«Ma vengo anche io. Le gambe stanno un poco meglio e ti lascerĂČ, dopo i lebbrosi, andando al GetsemnĂŹ ad attenderti».

«Andiamo. La pace a voi, donne».

Fino alle vicinanze di Gerusalemme stanno tutti uniti. Poi si separano, andando l’Iscariota per conto suo, entrando in cittĂ  probabilmente da quella porta che Ăš verso la torre Antonia; mentre Tommaso, con Filippo e Natanaele, fanno ancora qualche decina di metri con GesĂč e i compagni e poi entrano in cittĂ  dal sobborgo di Ofel, insieme a Maria e al bambino.

Annotazione

"Come ti chiami?

- Marziam.

- Capisco! Ma la mia benedetta Maria avrebbe potuto darti un nome piĂč facile!

- È quasi il suo! esclama Salomé.

- SĂŹ, ma il suo Ăš piĂč semplice. Non ha quelle tre consonanti in mezzo... Tre sono troppe...". MaRGZiam, semplificato in Marziam nella nuova traduzione in linea con quanto dicono Marie d'AlphĂ©e e Pierre nel resto del testo.

"Prese il nome esatto per quello che significava, in accordo con la lingua antica". Ebraico, senza dubbio, poichĂ© l'aramaico (una lingua strettamente correlata) era diventato la lingua comune al tempo di GesĂč. Questa vicinanza Ăš perfettamente colta nella riflessione di SalomĂš. Conosciamo questa vicinanza anche dalla preghiera di GesĂč sulla croce: ElĂŽi, elĂŽi, lama sabachthani, una citazione aramaica che Ăš leggermente diversa in Matteo 27,46 e in Marco 15,34. Questa vicinanza non esclude comunque delle differenze, poichĂ© il capitolo 8 del libro di Neemia riferisce che gli esuli che tornavano a Gerusalemme sentivano leggere la Torah "nella lingua antica", ma non la capivano: bisognava tradurla.

Tu, Simone, mi accompagnerai dai tuoi amici lebbrosi ... Simone lo Zelota Ăš un ex lebbroso, guarito da GesĂč.

Siete tutti liberi fino a mercoledĂŹ mattina. All'ora della tregua, tutti si recano alla Porta d'Oro. Questa porta conduce direttamente al Tempio da Betania e dal Getsemani.

Nel frattempo, mia Madre e il bambino vanno in una casa amica a Ophel. Questo quartiere si trova a sud del Tempio e quindi a est della cittĂ .

Cosa ne pensi, Filippo, del fatto che noi due andiamo a casa di Samuele? Probabilmente Samuele, il fidanzato di Annalia.

Probabilmente entra in cittĂ  dalla porta vicino alla Torre Antonia. La porta dei Pesci.

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EMR 199.6 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

«Ed ora andiamo dalla Madre», dice poi agli apostoli.

«Ma dove Ú?», chiedono in molti.

«In una casa che Giovanni sa. In casa della fanciulla guarita[1] lo scorso anno».

Entrano in cittĂ , percorrono buona parte del popoloso sobborgo di Ofel fino ad una casetta bianca.

Entra col suo dolce saluto nella casa la cui porta Ăš socchiusa, e ne esce la voce dolce di Maria e la argentina voce di Annalia e quella piĂč grossa di sua madre. La fanciulla si prostra adorando, la madre si inginocchia. Maria si alza.

Vorrebbero trattenere il Maestro con la Madre. Ma GesĂč, promettendo di tornare in un altro giorno, benedice e si accomiata.

Annotazione

Nella ragazza guarita l'anno scorso. Cfr.EMV 85 eEMV 86,4/5, la guarigione di Annalia.

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EMR 199.6 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

Pietro se ne va felice con Maria. Tengono tutti e due il bambino per mano e sembrano una famigliola felice. Molti si volgono a guardarli. GesĂč osserva il loro andare con un sorriso.

«Simone Ú felice!», esclama lo Zelote.

«Perché sorridi, Maestro?», chiede Giacomo di Zebedeo.

«Perché vedo in quel gruppo una grande promessa».

«Quale, Fratello? Che vedi?», domanda il Taddeo.

«Vedo questo: che potrĂČ andarmene tranquillo, quando sarĂ  l’ora. Non devo temere per la mia Chiesa. Allora sarĂ  piccola ed esile come Margziam. Ma ci sarĂ  mia Madre a tenerla per mano cosĂŹ e a farle da Madre; e ci sarĂ  Pietro a farle da padre. Nella sua mano onesta e callosa posso mettere senza preoccupazione la mano della mia nascente Chiesa. Egli le darĂ  la forza della protezione sua. Mia Madre la forza del suo amore. E la Chiesa crescerà
 come Margziam
 È veramente il bambinosimbolo! Dio benedica mia Madre, il mio Pietro, e il loro e nostro bambino! Andiamo ora da Giovanna » 

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EMR 199.7-9 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione


E di nuovo siamo, a sera, nella casetta di Betania. Molti, stanchi, si sono giĂ  ritirati. Ma Pietro passeggia avanti e indietro per il sentiero, alzando la testa molto sovente verso la terrazza dove sono seduti in colloquio GesĂč e Maria. Giovanni di Endor, invece, parla con lo Zelote stando seduti sotto un melograno tutto in fiore.

Maria ha giĂ  molto parlato, perchĂ© sento che GesĂč dice:

«Tutto quanto mi hai detto Ăš ben giusto e ne terrĂČ presente la giustizia. E anche per Annalia dico che Ăš giusto il tuo consiglio. Che l’uomo l’abbia accolto con tanta prontezza Ăš buon segno. Veramente l’alta Gerusalemme Ăš piena di ottusitĂ  e livore, potrei dire anche di lordura. Ma nel suo popolo umile vi sono perle di ignorato valore. Sono lieto che Annalia sia felice. È una creatura piĂč del Cielo che della Terra, e forse l’uomo, ora che Ăš entrato nel concetto dello spirito, lo intuisce e ne ha quasi un rispetto venerabondo. Il suo pensiero di andare altrove, per non turbare di un palpito umano il candido voto della sua fanciulla, lo dimostra».

«SĂŹ, Figlio mio. L’uomo avverte il profumo dei vergini
 Mi ricordo Giuseppe. Io non sapevo che parole usare. Egli non sapeva il mio segreto
 Eppure mi aiutĂČ a dirlo con una percezione di santo. Aveva sentito l’odore dell’anima mia
 Vedi anche Giovanni?
 Che pace!
 E tutti lo cercano
 Lo stesso Giuda di Keriot, per quanto
 No, Figlio. Giuda non Ăš cambiato. Io lo so e Tu lo sai. Noi non parliamo perchĂ© non vogliamo dare inizio alla guerra. Ma anche se non parliamo, sappiamo
 e anche se non parliamo, gli altri intuiscono
 Oh! mio GesĂč! Mi hanno raccontato i giovani, oggi, al Getsemani, l’episodio di Magdala e quello della mattina del sabato
 L’innocenza parla
 perchĂ© vede per gli occhi del suo angelo. Ma anche i vecchi intravedono
 Non hanno torto. È un essere sfuggente
 Tutto in lui Ăš sfuggente
 ed io ho paura di lui ed ho sul labbro le stesse parole di Beniamino a Magdala e di Marjziam al Getsemani, perchĂ© ho lo stesso ribrezzo per Giuda che hanno i bambini».

«Non tutti possono essere Giovanni! ».

«Ma non lo pretendo! Sarebbe un paradiso la Terra, allora.

Ma, vedi, Tu mi hai detto dell’altro Giovanni
 Un uomo che ha ucciso
 ma mi fa solo pietĂ . Giuda mi fa paura».

«Amalo, Madre! Amalo, per amor mio!».

«SÏ, Figlio. Ma non servirà neppure il mio amore. Sarà solo sofferenza a me e colpa in lui. Oh! perché mai Ú entrato! Turba tutti, offende Pietro che Ú degno di ogni rispetto».

199.8

«SÏ. Pietro Ú molto buono. Per lui farei qualunque cosa, perché lo merita».

«Se ti sentisse direbbe col suo buon sorriso schietto: “Ah! Signore, ciĂČ non Ăš vero!”. E avrebbe ragione».

«PerchĂ©, Madre?». Ma GesĂč sorride giĂ  perchĂ© ha capito.

«PerchĂ© Tu non lo accontenti dandogli un figlio. Mi ha detto tutte le sue speranze, i suoi desideri
 e le tue ripulse».

«E non ti ha detto le ragioni con cui le ho giustificate?».

«SĂŹ. Me le ha dette ed ha aggiunto: “È vero
 ma io sono un uomo, un povero uomo. GesĂč si ostina a vedere in me un grande uomo. Ma io so di essere ben meschino, e perciĂČ
 mi potrebbe dare un bambino. Mi ero sposato per averne
 muoio senza averne”. E ha detto – accennando al bambino che, felice della bella veste comperata da Pietro, lo aveva baciato dicendogli: “Padre amato” – ha detto: “Vedi, quando questo esserino, che solo dieci giorni or sono non conoscevo ancora, mi dice cosĂŹ, io mi sento diventare piĂč morbido del burro e piĂč dolce del miele, e piango perché  ogni giorno che passa me lo porta via questo bambino ”».

Maria tace osservando GesĂč, studiandolo in volto, aspettando una parola
 Ma GesĂč ha messo il gomito sul ginocchio, la testa sulla mano, e tace guardando la distesa verde del frutteto.

Maria gli prende la mano e la carezza e dice: «Simone ha questo grande desiderio
 Mentre andavo con lui non ha fatto che parlarmene, e con ragioni cosĂŹ giuste che
 non ho potuto dire nulla per farlo tacere. Erano le stesse ragioni che pensiamo tutte noi, donne e madri. Il bambino non Ăš robusto. Fosse stato come eri Tu
 oh! allora avrebbe potuto andare incontro alla vita del discepolo senza paura. Ma Ăš cosĂŹ esile!
 Molto intelligente, molto buono
 ma nulla di piĂč. Quando un tortorino Ăš delicato non si puĂČ lanciarlo a volo presto, come si fa con i forti. I pastori sono buoni
 ma sempre uomini. I bambini hanno bisogno delle donne. PerchĂ© non lo lasci a Simone? FinchĂ© gli neghi una creatura proprio nata da lui, comprendo il motivo. Un piccino nostro Ăš come un’àncora. E Simone, destinato a tanta sorte, non puĂČ avere Ă ncore che lo trattengano. Ma perĂČ, devi convenire che egli deve essere il “padre” di tutti i figli che Tu gli lascerai. Come puĂČ essere padre se non ha fatto scuola con un bambino? Dolce deve essere un padre. Simone Ăš buono, ma dolce no. È impulsivo e intransigente. Non c’ù che una creaturina che gli possa insegnare l’arte sottile del compatimento per chi Ăš debole
 Considera questa sorte di Simone
 È bene il tuo successore! Oh! che la devo pur dire questa atroce parola! Ma per tutto il dolore che mi costa a dirla, ascoltami. Mai ti consiglierei cosa che non fosse buona. Marjziam
 Tu ne vuoi fare un perfetto discepolo
 Ma Ăš ancora bambino. Tu
 te ne andrai prima che lui sia uomo. A chi allora darlo, per completarne la formazione, meglio che a Simone? Infine, povero Simone, Tu sai come Ăš stato tribolato, anche per causa di Te, dalla suocera sua; eppure non ha ripreso un granello del suo passato, della sua libertĂ  di or Ăš un anno, per essere lasciato in pace dalla suocera, che neppur Tu hai potuto mutare. E quella povera creatura di sua moglie? Oh! ha un tale desiderio di amare e di essere amata. La madre
 oh!
 Il marito? Un caro prepotente
 Mai un affetto che le si sia dato senza troppo esigere
 Povera donna!
 Lasciale il bambino. Ascolta, Figlio. Per ora lo portiamo con noi. VerrĂČ anche io in Giudea. Mi porterai con Te da una mia compagna nel Tempio, e quasi parente, perchĂ© da Davide viene. Sta a Betzur. La vedrĂČ volentieri, se ancora vive. Poi, al ritorno in Galilea, lo daremo a Porpora. Quando saremo nei pressi di Betsaida Pietro lo prenderĂ . Quando verremo qui, lontano, il bambino starĂ  con lei. Ah! ma Tu sorridi ora! Allora fai contenta la tua Mamma. Grazie, mio GesĂč».

«SÏ, sia fatto come tu vuoi».

199.9

GesĂč si alza e chiama forte:

«Simone di Giona, vieni qui».

Pietro ha uno scatto e fa di corsa gli scalini: «Che vuoi, Maestro?».

«Vieni qui, uomo usurpatore e corruttore!».

«Io? Perché? Che ho fatto, Signore?».

«Mi hai corrotto la Madre. Per questo volesti essere solo.

Che ti devo fare?». Ma GesĂč sorride e Pietro si rassicura.

«Oh!», dice, «mi hai fatto proprio paura! Ma ora ridi
 Che vuoi da me, Maestro? La vita? Non ho piĂč che quella, perchĂ© mi hai preso tutto
 Ma se vuoi te la do».

«Non ti voglio prendere. Ma ti voglio dare. PerĂČ non approfittartene della vittoria e non dare il segreto agli altri, furbissimo uomo che vinci il Maestro con l’arma della parola materna. Avrai il bambino ma ».

GesĂč non puĂČ piĂč parlare perchĂ© Pietro, che si era inginocchiato, salta in piedi e bacia GesĂč con tale impeto che gli mozza la parola.

«Ringrazia Lei, non Me. Ma perĂČ ricorda che questo ti deve essere di aiuto, non di ostacolo ».

«Signore, non avrai a pentirti del dono
 Oh! Maria! Che tu sia sempre benedetta, santa e buona ». E Pietro, che Ăš riscivolato in ginocchio, piange proprio, baciando la mano di Maria


Annotazione

Per quanto riguarda Annalia, penso che anche il tuo consiglio sia giusto. È un buon segno che l'uomo l'abbia accettata cosÏ prontamente. Samuel Ú il suo fidanzato. Annalia fece voto di verginità, la prima delle Vergini Consacrate. Cfr. EMV 156,3/5.

Oh, mio GesĂč! I giovani mi hanno raccontato oggi, nel Getsemani, l'episodio di Magdala e il mattino del sabato. Due bambini hanno detto che Giuda li ha "spaventati": Beniamino di Magdala in EMV 184,7 e Marziam in EMV 196,6.

Anch'io verrĂČ in Giudea. Mi porterai lĂŹ con te da una delle mie compagne di Tempio - quasi una parente, visto che Ăš una discendente di Davide. Vive a Bet-zur. Mi piacerebbe rivederla, se Ăš ancora viva. Si chiama Elisedi Betzur.

199.9 GesĂč si alzĂČ e chiamĂČ a gran voce:

"Simone, figlio di Giona, vieni qui!".

Pietro Ăš sbigottito e si precipita su per le scale:

"Cosa vuoi, Maestro?

- Vieni qui, usurpatore e corruttore!

- Io? Perché? Che cosa ho fatto, Signore?

- Hai corrotto mia Madre. Per questo volevi stare da solo. Cosa dovrei fare a te?".

Ma GesĂč sorrise e Pietro si rassicurĂČ.

Oh", disse, "mi hai davvero spaventato! Ma ora stai ridendo... Cosa vuoi da me, Maestro?

GESU' CHE FA PIACERE: Questo passo ha suscitato polemiche tra alcune persone:

- alcuni non riuscivano a immaginare GesĂč che scherzava come si fa con i migliori amici (sembrando accusarli dell'antitesi di ciĂČ che evidentemente sono).

- Altri hanno una lettura parziale che interpreta la corruzione isolata come una pratica indegna e sconvolgente.

MARIA MEDIATRICE DI TUTTE LE GRAZIE:

Sul primo punto, la barzelletta, va notato che GesĂč non usa la volgaritĂ  solitamente associata a questo tipo di barzellette, ma ne trae una santa lezione: Maria, Mediatrice di tutte le grazie. Egli sta "evangelizzando" la nostra umanitĂ .

Quanto all'altra, la lettura del contesto toglie ogni dubbio sull'intenzione di Pietro che, vedendo negato il suo desiderio piĂč profondo, chiede l'aiuto e la mediazione di Maria.

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EMR 200.2 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

Estå tão absorto, que nem percebe o barulho das muitas vozes e do tropel dos muitos passos pelo corredor da entrada, e depois, de dois passos mais leves de alguém que sobe pela escadinha externa e que se aproxima do salão. Só quando Maria o chama é que Ele levanta a cabeça.

– Meu Filho, chegou a Susana de JerusalĂ©m com a famĂ­lia, e logo AglaĂ© me acompanhou. Queres atendĂȘ-la, enquanto estamos sĂłs?

– Sim, mĂŁe. Vou atendĂȘ-la jĂĄ. E que ninguĂ©m suba, enquanto nĂŁo terminar tudo. Espero ter acabado, antes da volta dos outros. Mas Eu te peço que cuides para que nĂŁo haja curiosidades indiscretas
 em ninguĂ©m
 e especialmente em Judas de SimĂŁo.

– Estarei atenta, e cuidarei disso


Maria sai, para voltar pouco depois, segurando Aglaé pela mão, não mais embrulhada em seu manto cinzento e com o seu véu caído para a frente, não mais com suas sandålias altas e cheias de fivelas e fitas, que ela antes usava, mas totalmente transformada como mulher hebreia, pelas sandålias planas e baixas, muito simples como as de Maria, com a veste de um azul escuro, sobre a qual estå posta o manto, e com um véu branco, colocado como fazem as mulheres hebreias do povo, isto é, posto simplesmente na cabeça, com uma parte jogada para as costas, de modo que o rosto fica coberto por ele, mas não completamente. O håbito comum, como é usado por muitíssimas mulheres, e estando ela no meio de um grupo de galileus, tudo isso tornava possível que Aglaé deixasse de ser reconhecida.

Ela entra de cabeça inclinada, enrubescendo a cada passo que då, e acho que, se Maria não a fosse puxando docemente para Jesus, ela se teria ajoelhado na soleira.

– Aqui está, meu Filho, aquela que vinha te procurando há tanto tempo. Escuta-a –diz Maria, ao chegar perto de Jesus, e depois se retira, abaixando os toldos sobre as portas escancaradas e fechando a que estava mais perto da escadinha.

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