Note della parola chiave

Dolore e sofferenza

Tema: Parole chiave principali e trasversali 🌟 · Pagina 10 di 12

Comfort di lettura

EMR 185.6 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

I poveri uomini potrebbero obbiettare: “E allora perchĂ© permetti alle tempeste singole o collettive di formarsi?”.

Se Io con la mia potenza distruggessi il Male, quale che sia, voi giungereste a credervi autori del Bene, che in realtĂ  sarebbe mio dono, e non vi ricordereste mai piĂč di Me. Mai piĂč.

Avete bisogno, poveri figli, del dolore per ricordarvi che avete un Padre. Come il figliol prodigo che si ricordĂČ di averlo quando ebbe fame. Le sventure servono a farvi persuasi del vostro nulla, della vostra insipienza, causa di tanti errori, e della vostra cattiveria, causa di tanti lutti e dolori, delle vostre colpe, causa di punizione che da voi vi date, e della mia esistenza, della mia potenza, della mia bontĂ .

Ecco quel che vi dice il Vangelo di oggi. Il “vostro” vangelo dell’ora presente, poveri figli. Chiamatemi. GesĂč non dorme che perchĂ© Ăš angosciato di vedersi disamato da voi. Chiamatemi e verrĂČ».

Dettaglio

Il significato della sfortuna.

Parole chiave

EMR 208.7-11

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

Il tramonto ha inizio quando appare Betsur sulla sua collina, e quasi subito, sulla via secondaria presa per andarvi, ecco i greggi dei pastori e i pastori che accorrono.

Ma quando Elia vede che c’ù anche Maria, alza le braccia con stupore e resta così, non osando credere a se stesso.

«La pace a te, Elia. Sono proprio io. Ti era stato promesso e a Gerusalemme non fu possibile vederci
 Ma non ci pensare. Ora ci vediamo», dice dolcemente Maria.

«Oh! Madre, Madre! ». Elia non sa che dire. Poi finalmente trova: «Ecco, la mia Pasqua la faccio ora. È lo stesso, e meglio ancora».

«Ma sĂŹ, Elia. Abbiamo venduto bene. Possiamo uccidere un agnellino. Oh! siate ospiti della povera tavola », prega Levi e anche Giuseppe.

«Questa sera siamo stanchi. Domani. Udite. Conoscete una certa Elisa, sposa ad Abramo di Samuele?».

«SĂŹ. È nella sua casa di Betsur. Ma Abramo Ăš morto e lo scorso anno sono morti i suoi figli. Un male di poche ore il primo, nĂ© mai si comprese di che Ăš morto. L’altro andĂČ lentamente e nulla fermĂČ il male. Noi le davamo latte di capra novella, perchĂ© i medici lo dicevano buono per il malato. Ne beveva tanto, preso da tutti i pastori, perchĂ© la povera madre aveva mandato a cercare chiunque avesse una capra di primo latte nel gregge. Ma non servĂŹ a nulla. Quando siamo tornati al piano il giovane non si nutriva piĂč. Quando siamo tornati in adar era morto da due lune».

«Povera amica mia! Mi voleva bene nel Tempio
 un poco parente mi era nell’antenato
 Era buona
 UscĂŹ, per sposare Abramo al quale era promessa dall’infanzia, due anni prima di me, e la ricordo quando venne per l’offerta del primogenito al Signore. Mi fece chiamare, non me sola, ma mi volle da sola poi per piĂč tempo
 E ora Ăš sola
 Oh! bisogna che mi affretti a consolarla! Voi restate. Vado con Elia ed entrerĂČ sola. Il dolore vuole rispetto intorno a sé ».

«Neppure Io, Madre?».

«Tu sempre. Ma gli altri
 Neppure tu, piccolino. Sarebbe un dolore. Vieni, vieni, GesĂč!».

«Attendeteci sulla piazza del paese. Cercate un ricovero per la notte. Addio», ordina GesĂč a tutti.

208.8

E soli con Elia, GesĂč e la Madre vanno fino ad una vasta casa tutta chiusa e silenziosa, alla quale il pastore bussa col suo bastone. Una serva mette il viso al finestrino chiedendo chi Ăš.

Maria si fa avanti dicendo: «Maria di Gioacchino e suo Figlio, di Nazaret. Dillo alla tua padrona».

«È inutile. Non vuole vedere nessuno. Si lascia morire nel pianto».

«PrĂČvati».

«No. So come mi caccia se cerco di distrarla. Non vuole nessuno, vedere nessuno, parlare a nessuno. Solo con il ricordo dei figli parla».

«Vai, donna. Te lo ordino. Dille: “C’ù la piccola Maria di Nazaret, quella che nel Tempio t’era figlia
”. Vedrai che mi vuole».

La donna se ne va scuotendo il capo.

Maria spiega al Figlio e al pastore: «Elisa era molto piĂč vecchia di me. Attendeva nel Tempio il ritorno dello sposo, andato in Egitto per affari di ereditĂ , e vi stette perciĂČ fino ad etĂ  insolita. Ha quasi dieci anni di piĂč. Le maestre usavano dare alle piccine delle allieve adulte per guidarle
 e lei fu la mia compagna-maestra. Era buona e
 Ecco la donna».

Infatti la servente accorre stupita e apre il portone ben largo: «Entra, entra!», dice. E poi a bassa voce: «Te benedetta che la fai uscire da quella stanza».

Elia si congeda ed entrano Maria col Figlio.

«Ma quest’uomo, veramente
 Per pietĂ ! Ha l’etĂ  di Levi ».

«Lascialo entrare. È mio Figlio e la consolerĂ  piĂč di me». La donna si stringe nelle spalle e li precede per il lungo vestibolo di una bella ma triste casa. Tutto Ăš pulito, ma tutto pare morto


208.9

Una donna alta, ma che va curva nelle sue vesti oscure, viene avanti per l’andito in penombra.

«Elisa! Cara! Sono Maria!», dice Maria correndole incontro e abbracciandola.

«Maria? Tu
 Credevo morta tu pure. Mi era stato raccontato
 quando? Non so piĂč!
 Ho un vuoto qui nella testa
 Mi era stato detto che tu eri morta con molte madri dopo la venuta dei Magi. Ma chi mi ha detto che tu eri la Madre del Salvatore?».

«I pastori forse ».

«Oh! i pastori!». La donna ha uno scoppio di pianto angoscioso. «Non lo dire quel nome. Mi ricorda l’ultima speranza per la vita di Levi
 Eppure
 sì
 un pastore mi parlĂČ del Salvatore, ed io ho ucciso mio figlio portandolo al posto dove si diceva che era il Messia, presso il Giordano. Ma non c’era nessuno
 e mio figlio Ăš tornato in tempo per morire
 La fatica, il freddo
 io l’ho ucciso
 Ma non ho voluto essere assassina. Mi si diceva che Egli, il Messia, guariva i morbi
 e l’ho fatto per quello
 Ora mio figlio mi accusa di averlo ucciso ».

«No, Elisa. Sei tu che lo pensi. Ascolta. Io credo che tuo figlio invece mi ha proprio presa per mano dicendo: “Vieni dalla mia cara mamma. Portale il Salvatore. Io sto meglio qui che sulla Terra. Ma lei sente solo il suo pianto, e non puĂČ udire le parole che io le sussurro fra i baci, povera mamma che Ăš come posseduta da un demone che la tenta alla disperazione, perchĂ© ci vuole divisi. Mentre, se lei si rassegna e crede che Dio tutto fa per un fine di bene, saremo uniti per sempre, col padre e col fratello. GesĂč lo puĂČ fare”. Ed io sono venuta
 con Lui
 Non lo vuoi vedere? ». Maria ha parlato tenendo sempre fra le braccia la sventurata, baciandola sui capelli grigi, e con una dolcezza quale Lei sola la puĂČ avere.

«Oh! fosse vero! Ma perchĂ©, perchĂ© allora Daniele non Ăš venuto da te, a dirti di venire prima?
 Ma chi mi ha detto un tempo che eri morta? Non ricordo
 non ricordo
 Anche per questo ho aspettato forse troppo a venire dal Messia. Ma avevano detto che era morto Lui, tu, tutti a Betlemme ».

«Non pensare a chi l’ha detto.

208.10

Vieni, guarda, qui Ăš mio Figlio. Vieni da Lui. Fa’ contente le tue creature e la tua Maria. Lo sai che soffriamo a vederti cosĂŹ?». E la conduce verso GesĂč, che si Ăš messo in un angolo buio e che solo ora si fa avanti, sotto ad un lume che la donna di servizio ha messo su un alto scrigno.

La povera madre alza il capo
 e vedo allora che Ăš l’Elisa che era anche sul Calvario fra le pie donne. GesĂč le tende le mani con atto di invito tutto amore. La sventurata lotta un poco, poi gli affida le sue e infine di colpo si abbandona sul petto di GesĂč gemendo: «Dimmelo, dimmelo che io non ho colpa della morte di Levi! Dimmelo che essi non sono perduti per sempre! Dimmelo che presto io sarĂČ con loro! ».

«SĂŹ, sĂŹ. Ascolta. Essi sono tripudianti ora che tu sei fra le mie braccia. Presto Io andrĂČ da loro, e che devo loro dire, allora? Che tu non ti rassegni al Signore? Questo devo dire? Le donne d’Israele, le donne di Davide, cosĂŹ forti, cosĂŹ savie, devono avere una smentita in te? No. Tu soffri, ma perchĂ© hai sofferto sola. Il tuo dolore e te. Tu e il dolore. Non puĂČ sopportarsi allora. Non hai piĂč presenti le parole[3] di speranza su coloro che la morte ci ha presi? “Io vi trarrĂČ dai vostri sepolcri e vi condurrĂČ nella terra di Israele. E voi conoscerete che Io sono il Signore quando avrĂČ aperto le vostre tombe e vi avrĂČ tratti dai vostri sepolcri. Quando avrĂČ infuso in voi il mio spirito avrete vita”. La terra d’Israele, per i giusti addormentati nel Signore, Ăš il Regno di Dio. Io lo aprirĂČ e lo darĂČ a quelli che attendono».

«Anche al mio Daniele? Anche al mio Levi?
 Aveva tanto ribrezzo della morte!
 Non poteva pensare di essere lontano dalla sua mamma. Per questo io volevo morire e andare al suo fianco nel sepolcro ».

«Ma lĂ  essi non erano con la loro parte viva. LĂ  erano le cose morte che non potevano udirti. Essi sono nel luogo di attesa ».

«Ma c’ù proprio? Oh! non ti fare scandalo di me. La mia memoria se ne Ăš andata in pianto! Ho il capo pieno del rumore del pianto e del rantolo dei figli. Quel rantolo! Quel rantolo!
 Mi ha disciolto il cervello. Non ho che quel rantolo qui dentro ».

«Ed Io ti ci metterĂČ le parole della vita. SeminerĂČ la Vita, perchĂ© Vita Io sono, dove Ăš il fragore della morte. Ricorda il grande Giuda Maccabeo che volle fatto un sacrificio per i morti, rettamente pensando che essi sono destinati a risorgere, e che occorre loro accelerare la pace con opportuni sacrifici. Se Giuda il Maccabeo non fosse stato certo della risurrezione, avrebbe pregato e fatto pregare per i morti? Egli invece, come Ăš scritto[4], pensĂČ che grande ricompensa Ăš riserbata a coloro che muoiono piamente, come certo i tuoi figli fecero
 Vedi che dici di sĂŹ? Or dunque non disperare. Ma santamente prega per i tuoi morti perchĂ© i loro peccati siano annullati prima della mia venuta a loro. Allora, senza un attimo di attesa, verranno con Me in Cielo. PerchĂ© Io sono la Via, la VeritĂ  e la Vita, e conduco e dico il Vero e do Vita a chi crede al mio Vero e mi segue. Dimmi. I tuoi figli credevano nella venuta del Messia?».

«Certo, Signore. Lo avevano imparato da me questo credere».

«E Levi credeva possibile la guarigione per mio volere?».

«SĂŹ, Signore. Speravamo in Te ma
 non Ăš giovato
 ed egli Ăš morto sconfortato dopo avere tanto sperato ». Il pianto della donna riprende piĂč calmo ma piĂč desolato, nella sua calma, di quanto non fosse nella furia di prima.

«Non dire che non Ăš giovato. Chi crede in Me, anche se Ăš morto, vivrĂ  in eterno


208.11

La sera scende, donna. Io raggiungo i miei apostoli. Ti lascio la Madre mia ».

«Oh! resta Tu pure!
 Ho paura che, andando via Tu, mi riprenda quel tormento
 Comincia appena appena a calmarsi la bufera sotto il suono delle tue parole ».

«Non temere! Hai Maria con te. Domani verrĂČ di nuovo. Ho alcune cose da dire ai pastori. Posso dire loro di venire presso la tua casa? ».

«Oh! sĂŹ. Ci venivano anche lo scorso anno per il figlio mio
 Dietro alla casa Ăš un orto e poi un rustico cortile. Possono andare lĂ , come facevano allora per tenere raccolte le greggi ».

«Va bene. VerrĂČ. Sii buona. Ricordati che Maria nel Tempio era affidata a te. Io pure te l’affido questa notte».

«SĂŹ, sta’ quieto. La curerĂČ, la
 DovrĂČ pensare alla sua cena, al suo riposo
 Quanto Ăš che non penso a queste cose! Maria, vuoi dormire nella mia stanza come faceva Levi nella sua malattia? Io nel letto del figlio, tu nel mio. E mi sembrerĂ  di risentire il suo respiro leggero
 Mi teneva sempre per mano ».

«SÏ, Elisa. E prima parleremo di tante cose».

«No. Sei stanca. Devi dormire».

«Tu pure ».

«Oh! io! Non dormo piĂč da mesi
 Piango
 piango
 Non so fare altro ».

«Questa sera invece pregheremo e poi andremo nel letto e tu dormirai
 Dormiremo con la mano nella mano anche noi due. Va’ pure, Figlio, e prega per noi ».

«Vi benedico. La pace sia con voi e a questa casa!».

E GesĂč se ne va con la servente, che Ăš di stucco e non fa che ripetere: «Che miracolo, Signore! Che miracolo! Dopo tanti mesi ha parlato, ha pensato
 Oh! che cosa!
 Dicevano che moriva folle
 E ne avevo pena perchĂ© Ăš buona».

«SĂŹ, Ăš buona, e Dio l’aiuterĂ  perciĂČ. Addio, donna. La pace anche a te».

GesĂč esce nella strada semibuia e tutto ha fine.

Dettaglio

Il caso di una madre che ha perso i suoi due figli a causa di una malattia. GesĂč viene a consolarla con la Vergine Maria.

Annotazione

Elise era molto piĂč grande di me. Circa dieci anni. Quindi aveva circa sessant'anni.

Quando siamo tornati, nel mese di Adar, era morto da due lune. Addar Ăš in febbraio/marzo.

Non avete mai tenuto a mente le parole di speranza su coloro che la morte ci ha portato via? "Vi farĂČ uscire dalle vostre tombe e vi ricondurrĂČ nella terra d'Israele. Allora saprete che io sono il Signore, quando aprirĂČ le vostre tombe e vi risusciterĂČ dai vostri sepolcri. MetterĂČ il mio spirito dentro di voi e vivrete". "Vedi Ezechiele 37, 11-14.

Ricordiamo il grande Giuda Maccabeo che voleva fare un sacrificio per i morti, perché pensava giustamente che fossero destinati a risorgere e che l'ora della pace dovesse essere affrettata per loro con sacrifici tempestivi. Se Giuda Maccabeo non fosse stato certo della risurrezione, avrebbe pregato e fatto pregare per i morti? Al contrario, come Ú scritto, egli pensava che una grande ricompensa fosse riservata a coloro che muoiono piamente, come sicuramente fecero i vostri figli... Si veda il secondo libro dei Maccabei 12, 43-46.

Libro di Ezechiele 37, 11-14

Ezechiele 37, 11-14: E mi disse: "Figlio d'uomo, queste ossa sono tutta la casa d'Israele. Ecco, essi dicono: 'Le nostre ossa sono secche, la nostra speranza Ăš morta, siamo perduti! PerciĂČ profetizza e di' loro: "CosĂŹ dice il Signore Yahweh: 'Ecco, io aprirĂČ le vostre tombe e vi risusciterĂČ dai vostri sepolcri, o popolo mio, e vi ricondurrĂČ nella terra d'Israele. E saprete che io sono Yahweh quando aprirĂČ le vostre tombe e vi risusciterĂČ dai vostri sepolcri, o popolo mio. MetterĂČ il mio Spirito dentro di voi e vivrete; vi darĂČ riposo sulla vostra terra e saprete che io, Yahweh, dico e faccio, - oracolo di Yahweh!".

Secondo libro dei Maccabei 12, 43-45

2 M 12, 43-46 : Poi, raccolta la somma di duemila dracme, la inviĂČ a Gerusalemme perchĂ© fosse utilizzata per un sacrificio espiatorio. Un'azione bella e nobile, ispirata dal pensiero della risurrezione! Infatti, se non avesse creduto che i soldati uccisi in battaglia sarebbero risorti, sarebbe stato inutile e vano pregare per i morti. 45 Inoltre, riteneva che un'ottima ricompensa Ăš riservata a coloro che si addormentano nella pietĂ , e questo Ăš un pensiero santo e pio. Per questo fece questo sacrificio espiatorio per i morti, affinchĂ© fossero liberati dai loro peccati.

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EMR 208.10 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

Tu soffri, ma perchĂ© hai sofferto sola. Il tuo dolore e te. Tu e il dolore. Non puĂČ sopportarsi allora. Non hai piĂč presenti le parole di speranza su coloro che la morte ci ha presi? “Io vi trarrĂČ dai vostri sepolcri e vi condurrĂČ nella terra di Israele. E voi conoscerete che Io sono il Signore quando avrĂČ aperto le vostre tombe e vi avrĂČ tratti dai vostri sepolcri. Quando avrĂČ infuso in voi il mio spirito avrete vita”. La terra d’Israele, per i giusti addormentati nel Signore, Ăš il Regno di Dio. Io lo aprirĂČ e lo darĂČ a quelli che attendono.

Dettaglio

GesĂč parla a una madre vedova, affranta dalla morte dei suoi due figli.

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EMR 209.5-7 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

«La pace sia con voi.

Ieri ho sentito parlare due grandi sventurati. L’uno all’aurora della vita, l’altra al tramonto: due anime che piangevano la loro desolazione. Ed ho pianto nel mio cuore con loro, vedendo quanto dolore Ăš sulla Terra e come solo Dio lo puĂČ sollevare. Dio! La conoscenza esatta di Dio, della sua grande, infinita bontĂ , della sua costante presenza, delle sue promesse. Ho visto come l’uomo puĂČ essere torturato dall’uomo e come puĂČ essere travolto dalla morte in desolazioni, sulle quali lavora Satana per aumentare il dolore e per creare rovine. Mi sono detto allora: “Non devono i figli di Dio soffrire di questa tortura nelle torture. Diamo la conoscenza di Dio a chi la ignora, ridiamola a chi l’ha dimenticata sotto bufere di dolore”. Ma anche ho visto che da Me solo non basto piĂč agli infiniti bisogni dei fratelli. E ho deciso di chiamare molti, in numero sempre piĂč grande, perchĂ© tutti coloro che hanno bisogno del conforto della conoscenza di Dio lo possano avere.

Questi dodici sono i primi. Come secondi Me sono capaci di condurre a Me, e perciĂČ al conforto, tutti coloro che piegano sotto pesi troppo grandi di dolore. In veritĂ  Io ve lo dico: venite a Me, voi tutti che siete addolorati, disgustati, col cuore ferito, stanchi, ed Io condividerĂČ il vostro dolore e vi darĂČ pace. Venite, attraverso ai miei apostoli, attraverso ai miei discepoli e discepole che ogni giorno si aumentano di nuovi volonterosi. Troverete il conforto nei vostri dolori, la compagnia nelle vostre solitudini, l’amore dei fratelli a farvi dimenticare l’odio del mondo; troverete, alto su tutti, consolatore sopra tutti, compagno perfetto, l’amore di Dio. Non dubiterete piĂč di niente. Non direte mai piĂč: “Tutto Ăš finito per me!”. Ma direte: “Tutto per me ha inizio in un mondo soprannaturale che abolisce le distanze e annulla le separazioni”, per cui i figli orfani saranno riuniti coi genitori assurti al seno d’Abramo, e i padri e le madri, le spose e i vedovi, ritroveranno i figli perduti e il perduto consorte.

209.6

In questa terra di Giudea, ancora prossima a Betlemme di Noemi[1], Io vi ricordo che l’amore solleva dal dolore e rende gioia. Guardate, voi che piangete, la desolazione di Noemi dopo che la sua casa rimase senza uomini. Udite le sue parole di sconfortato commiato ad Orfa e a Rut: “Tornatevene alla casa di vostra madre. Il Signore usi misericordia con voi come voi l’avete usata a quelli che sono morti e con me
”. Udite le sue stanche insistenze. Non sperava piĂč nulla dalla vita colei che un tempo era Noemi la bella e che ora era la tragica Noemi spezzata dal dolore, ma solo tornare, per morire, nei luoghi in cui era stata felice nel tempo della sua giovinezza fra l’amore del marito e i baci dei figli. Diceva: “Andate, andate. Inutile venire con me
 Io sono come una morta
 La mia vita non Ăš piĂč qui, ma lĂ , nell’oltre vita dove essi sono. Non sacrificate piĂč la vostra giovinezza al fianco di una cosa che muore. PerchĂ© realmente io sono ‘una cosa’. Tutto m’ù indifferente. Dio tutto mi ha preso
 Sono un’angoscia. E farei la vostra angoscia
 ed essa mi peserebbe sul cuore. E il Signore me ne chiederebbe ragione, Lui che mi ha giĂ  tanto percossa, perchĂ© tenere voi, vive, presso me morta, sarebbe egoismo. Andate dalle vostre madri
”.

Ma Rut rimase a sorreggere la dolente vecchiaia. Rut aveva compreso che ci sono dolori sempre piĂč grandi del proprio, e che il suo di giovane vedova era piĂč lieve di quello della donna che aveva perduto, oltre che il marito, i due figli; cosĂŹ come il dolore dell’orfano bambino, che si vede costretto a vivere mendicando, senza mai piĂč carezze, senza piĂč consigli buoni, Ăš ben piĂč grande di quello della madre orbata dei figli; cosĂŹ come il dolore di chi, per un complesso di motivi, giunge all’odio contro l’uman genere e vede in ogni uomo un nemico da cui deve difendersi e temere, Ăš ancora piĂč grande degli altri dolori, perchĂ© coinvolge non solo carne e sangue e mente, ma lo spirito con i suoi doveri e diritti soprannaturali, e lo porta a perdersi.

Quante madri senza figli per i figli senza madre vi sono nel mondo! Quante vedove senza prole vi sono per essere pietose alle vecchiezze solitarie! Quanti vi sono, fatti privi di amori perchĂ© siano tutti per gli[2] infelici, con il loro bisogno di amare e combattere cosĂŹ l’odio, dando, dando, dando amore all’umanitĂ  infelice, che sempre piĂč soffre perchĂ© sempre piĂč odia!

209.7

Il dolore ù croce, ma ù anche ala. Il lutto spoglia ma per rivestire. Sorgete, voi che piangete! Aprite gli occhi, uscite dagli incubi, dalle tenebre, dagli egoismi! Guardate
 Il mondo ù la landa dove si piange e muore. E grida: “aiuto!” il mondo, per le bocche degli orfani, dei malati, dei soli, dei dubbiosi, per le bocche di quelli che un tradimento, che una crudeltà fanno prigionieri del rancore. Andate a questi che gridano. Dimenticatevi fra i dimenticati! Guarite fra i malati! Sperate fra i disperati! Il mondo ù aperto alle buone volontà di servire Dio nel prossimo e di conquistarsi il Cielo: l’unione con Dio e la riunione con coloro che piangiamo. Qui ù la palestra. Là ù il trionfo.

Venite. Imitate Rut presso tutti i dolori. Dite voi pure: “Io sarĂČ con voi fino alla morte”. E se anche vi risponderanno, queste sventure che si credono insanabili: “Non chiamatemi piĂč Noemi, ma chiamatemi Mara perchĂ© Dio mi ha colmata d’amarezze”, persistete. Ed Io in veritĂ  vi dico che un giorno, per il vostro persistere, queste sventure esclameranno: “Sia benedetto il Signore che mi ha levata dall’amarezza, dalla desolazione, dalla solitudine, per opera di una creatura che ha saputo far fruttificare il suo dolore in bene. Dio la benedica in eterno perchĂ© ella Ăš la mia salvatrice”.

L’atto buono di Rut presso Noemi, pensatelo, dette al mondo il Messia, perchĂ© da David di Isai, da Isai di Obed, viene il Messia, come Obed da Booz, Booz da Salmon, Salmon da Nahasson, Nahasson da Aminadab, Aminadab da Aram, Aram da Esron, Esron da Fares sono venuti, per popolare i campi di Betlemme preparando gli antenati del Signore. Ogni atto buono Ăš origine a grandi cose. Quali voi non vi pensate. E lo sforzo di uno sul proprio egoismo puĂČ provocare un’onda tale d’amore che Ăš capace di salire, salire, tenendo fra la sua limpidezza colui che l’ha provocata, sino a portarlo ai piedi dell’altare, al cuore di Dio.

Dio vi dia pace».

E GesĂč, senza tornare nel giardino dalla porticina aperta fra la siepe, veglia acciĂČ nessuno si accosti alla siepe, oltre la quale viene un lungo pianto
 Solo quando tutti quelli di Betsur se ne sono andati, si allontana coi suoi senza turbare quel pianto salutare


Dettaglio

Il cuore di questa predicazione Ăš condensato nella nota seguente.

Annotazione

Ieri ho ascoltato parlare due grandi sventurati, uno all'alba della vita, l'altro al suo crepuscolo: sono due anime fatte per piangere dal peso della loro sventura. Sono Marziam(EMV 208,1-4) ed Elise(EMV 208,7-11). Questo discorso viene pronunciato per entrambe.

In veritĂ  vi dico: venite a me, voi tutti che siete afflitti e disgustati, voi tutti che avete il cuore debole e siete stanchi; io condividerĂČ il vostro dolore e vi porterĂČ la pace". Cfr. Matteo 11, 28-29.

È in questa terra di Giudea, ancora vicina alla Betlemme di Naomi, che vi ricordo come l'amore allevia il dolore e porta la gioia. Cfr. il libro di Ruth, capitolo 1, 1-22.

Il Messia discende da Davide, che discende da Iesse, a sua volta discendente da Giobbe, e Giobbe da Boaz e Ruth. Boaz da Salmon, Salmon da Naasson, Naasson da Aminadab, Aminadab da Aram, Aram da Esron, Esron da Phares. Questa Ăš la genealogia di GesĂč. Cfr. Matteo 1, 1-16 e Luca 3, 23-38.

Vangelo di Matteo 11, 28-29

Mt 11, 28-29 : Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darĂČ riposo. Prendete il mio giogo su di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete riposo per le vostre anime. PerchĂ© il mio giogo Ăš facile e il mio carico Ăš leggero.

Libro di Ruth 1, 1-22

Rt 1, 1-22 : Ai tempi in cui governavano i Giudici, c'era una carestia nel paese. Un uomo di Betlemme, in Giuda, andĂČ con la moglie e i due figli a vivere nei campi di Moab. L'uomo si chiamava Elimelech, sua moglie si chiamava Naomi e i suoi due figli si chiamavano Mahalon e Chelon; erano Efratiti di Betlemme di Giuda. Andarono nei campi di Moab e vi si stabilirono.

Quando Elimelech, il marito di Naomi, morĂŹ, lei rimase sola con i suoi due figli; essi presero delle mogli moabite, una delle quali si chiamava Orfa e l'altra Ruth, e vissero lĂŹ per circa dieci anni. Anche Mahalon e Cheljon morirono entrambi e la donna rimase senza i suoi due figli e il marito. Allora si alzĂČ, lei e le sue nuore, e lasciĂČ i campi di Moab, perchĂ© aveva sentito dire nel paese di Moab che Yahweh aveva visitato il suo popolo e gli aveva dato del pane. CosĂŹ lei e le sue due nuore uscirono dal luogo in cui si era stabilita e si misero in cammino per tornare nella terra di Giuda. Naomi disse alle due nuore: "Andate e tornate, ognuna a casa sua. Che Yahweh sia gentile con voi, come lo Ăš stato con quelli che sono morti e con me! Che Yahweh vi faccia trovare riposo nella casa di un marito! E li baciĂČ. Esse alzarono la voce, piansero e le dissero: "No, torneremo con te nel tuo popolo". Naomi disse: "Tornate indietro, figlie mie; perchĂ© dovreste venire con me? Ho ancora dei figli nel mio grembo che possono diventare vostri mariti? Tornate indietro, figlie mie, andate. Sono troppo vecchia per risposarmi. E quando dico: ho una speranza; quando questa notte stessa prenderĂČ marito e partorirĂČ dei figli, aspettereste che siano cresciuti? Vi asterreste per questo dal risposarvi? No, figlie mie. È molto amaro per me, a causa vostra, che la mano di JahvĂš si sia abbattuta su di me". E, alzando la voce, piansero di nuovo. Allora Orfa baciĂČ la suocera, ma Ruth si strinse a lei.

Naomi disse a Ruth: "Ecco, tua cognata Ăš tornata al suo popolo e al suo dio; torna da tua cognata". Ruth rispose: "Non mi costringere a lasciarti quando mi allontanerĂČ da te. Dove andrai tu, andrĂČ io; dove abiterai tu, abiterĂČ io; il tuo popolo sarĂ  il mio popolo e il tuo Dio sarĂ  il mio Dio; dove morirai tu, morirĂČ io e sarĂČ sepolta lĂŹ. Che Yahweh si comporti duramente con me se qualcosa, se non la morte, mi separa da te! Vedendo che Ruth era decisa ad andare con lei, Naomi smise di supplicarla.

Le due proseguirono il loro cammino fino a Betlemme. Quando entrarono a Betlemme, tutta la città si commosse e le donne dissero: "È questa Naomi?" 20Disse loro: "Non chiamatemi Naomi, ma Marah, perché l'Onnipotente mi ha amareggiata: sono partita a mani piene e Yahweh mi riporta a mani vuote. Perché chiamarmi Naomi, dopo che Yahweh ha testimoniato contro di me e l'Onnipotente mi ha afflitta?".

Naomi tornĂČ e con lei la nuora Ruth, la Moabita, che veniva dai campi di Moab. Arrivarono a Betlemme all'inizio della raccolta dell'orzo.

Vangelo di Matteo 1, 1-16

Mt 1, 1-16 : Genealogia di GesĂč Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo. Abramo generĂČ Isacco; Isacco generĂČ Giacobbe; Giacobbe generĂČ Giuda e i suoi fratelli; Giuda da Tamar generĂČ Fares e Zara; Fares generĂČ Esron; Esron generĂČ Aram; Aram generĂČ Aminadab; Aminadab generĂČ Naasson; Naasson generĂČ Salmon; Salmon da Rahab generĂČ Boaz; Boaz da Ruth generĂČ Obed; Obed generĂČ Iesse; Iesse generĂČ il re Davide.

Davide divenne padre di Salomone da colei che era moglie di Uria; Salomone divenne padre di Roboamo; Roboamo divenne padre di Abias; Abias divenne padre di Asa; Asa divenne padre di Giosafat; Giosafat divenne padre di Jehoram; Jehoram divenne padre di Uzzia; 9 Uzzia divenne padre di Joathan; Joathan divenne padre di Ahaz; Ahaz divenne padre di Ezechia; Ezechia divenne padre di Manasse; Manasse divenne padre di Amon; Amon divenne padre di Giosia; Giosia divenne padre di Jechonia e dei suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia.

Dopo la deportazione a Babilonia, Jechonias divenne padre di Salathiel; Salathiel divenne padre di Zorobabel; Zorobabel divenne padre di Abiud; Abiud divenne padre di Eliacim; Eliacim divenne padre di Azor; Azor divenne padre di Sadoc; Sadoc generĂČ Achim; Achim generĂČ Ă‰liud; Éliud generĂČ ElĂ©azar; ElĂ©azar generĂČ Mathan; Mathan generĂČ Giacobbe; Giacobbe generĂČ Giuseppe, marito di Maria, dalla quale nacque GesĂč, che Ăš chiamato Cristo.

Vangelo di Luca 3, 23-38

Lc 3, 23-38: GesĂč aveva circa trent'anni quando iniziĂČ il suo ministero; era figlio di Giuseppe, figlio di Heli, figlio di Matthat, figlio di Levi, figlio di Melchi, figlio di Jannah, figlio di Giuseppe, figlio di Mattathias, figlio di Amos, figlio di Nahum, figlio di Hesli, figlio di Nagge, figlio di Maath, figlio di Mattathias, figlio di Semei, figlio di Josech, figlio di Giuda, figlio di Joanan, figlio di Resa, figlio di Zorobabele, figlio di Salathiel, figlio di Neri, figlio di Melchi, figlio di Addi, figlio di Cosam, figlio di Elmadam, figlio di Her, figlio di GesĂč, figlio di Eliezer, figlio di Jorim, figlio di Matthat, figlio di Levi, figlio di Simeone, figlio di Giuda, figlio di Giuseppe, figlio di Jonan, figlio di Eliakim, figlio di Meleah, figlio di Menna, figlio di Mattatha, figlio di Nathan, figlio di Davide, figlio di Iesse, figlio di Obed, figlio di Boaz, figlio di Salmon, figlio di Naasson, figlio di Aminadab, figlio di Aram, figlio di Esron, figlio di Phares, figlio di Giuda, figlio di Giacobbe, figlio di Isacco, figlio di Abramo, figlio di Tare, figlio di Nahor, figlio di Sarug, figlio di Reu, figlio di Faleg, figlio di Heber, figlio di SalĂ©, figlio di Cainan, figlio di Arphaxad, figlio di Shem, figlio di NoĂš, figlio di Lamech, figlio di Mathusaleh, figlio di Enoch, figlio di Jared, figlio di Malaleel, figlio di Cainan, figlio di Enos, figlio di Seth, figlio di Adamo, figlio di Dio.

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EMR 209.6 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

Il dolore dell’orfano bambino, che si vede costretto a vivere mendicando, senza mai piĂč carezze, senza piĂč consigli buoni, Ăš ben piĂč grande di quello della madre orbata dei figli; cosĂŹ come il dolore di chi, per un complesso di motivi, giunge all’odio contro l’uman genere e vede in ogni uomo un nemico da cui deve difendersi e temere, Ăš ancora piĂč grande degli altri dolori, perchĂ© coinvolge non solo carne e sangue e mente, ma lo spirito con i suoi doveri e diritti soprannaturali, e lo porta a perdersi.

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EMR 209.7 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

«Il dolore Ăš croce, ma Ăš anche ala. Il lutto spoglia ma per rivestire. Sorgete, voi che piangete! Aprite gli occhi, uscite dagli incubi, dalle tenebre, dagli egoismi! Guardate
 Il mondo Ăš la landa dove si piange e muore. E grida: “aiuto!” il mondo, per le bocche degli orfani, dei malati, dei soli, dei dubbiosi, per le bocche di quelli che un tradimento, che una crudeltĂ  fanno prigionieri del rancore. Andate a questi che gridano. Dimenticatevi fra i dimenticati! Guarite fra i malati! Sperate fra i disperati! Il mondo Ăš aperto alle buone volontĂ  di servire Dio nel prossimo e di conquistarsi il Cielo: l’unione con Dio e la riunione con coloro che piangiamo. Qui Ăš la palestra. LĂ  Ăš il trionfo.

Venite. Imitate Rut presso tutti i dolori. Dite voi pure: “Io sarĂČ con voi fino alla morte”. E se anche vi risponderanno, queste sventure che si credono insanabili: “Non chiamatemi piĂč Noemi, ma chiamatemi Mara perchĂ© Dio mi ha colmata d’amarezze”, persistete. Ed Io in veritĂ  vi dico che un giorno, per il vostro persistere, queste sventure esclameranno: “Sia benedetto il Signore che mi ha levata dall’amarezza, dalla desolazione, dalla solitudine, per opera di una creatura che ha saputo far fruttificare il suo dolore in bene. Dio la benedica in eterno perchĂ© ella Ăš la mia salvatrice”.

Annotazione

Se queste persone sfortunate che si credono incurabili vi dicono: "Non chiamatemi piĂč Naomi, ma Mara, perchĂ© Dio mi ha riempito di amarezza", persistete. Cfr. Ruth 1, 1-22.

Libro di Ruth 1, 1-22

Ruth 1, 1-22 : Ai tempi in cui governavano i Giudici, c'era una carestia nel paese. Un uomo di Betlemme, in Giuda, andĂČ con la moglie e i due figli a vivere nei campi di Moab. L'uomo si chiamava Elimelech, sua moglie si chiamava Naomi e i suoi due figli si chiamavano Mahalon e Chelon; erano Efratiti di Betlemme di Giuda. Andarono nei campi di Moab e vi si stabilirono.

Quando Elimelech, il marito di Naomi, morĂŹ, lei rimase sola con i suoi due figli; essi presero delle mogli moabite, una delle quali si chiamava Orfa e l'altra Ruth, e vissero lĂŹ per circa dieci anni. Anche Mahalon e Cheljon morirono entrambi e la donna rimase senza i suoi due figli e il marito. Allora lei e le sue nuore si alzarono e lasciarono i campi di Moab, perchĂ© aveva sentito dire nel paese di Moab che Yahweh aveva visitato il suo popolo e aveva dato loro del pane. CosĂŹ lei e le sue due nuore uscirono dal luogo in cui si erano stabilite e si misero in cammino per tornare nella terra di Giuda. Naomi disse alle due nuore: "Andate e tornate, ognuna a casa sua. Che Yahweh sia gentile con voi, come lo Ăš stato con quelli che sono morti e con me! Che Yahweh vi faccia trovare riposo nella casa di un marito! E li baciĂČ. Esse alzarono la voce, piansero e le dissero: "No, torneremo con te nel tuo popolo". Naomi disse: "Tornate indietro, figlie mie; perchĂ© dovreste venire con me? Ho ancora dei figli nel mio grembo che possono diventare vostri mariti? Tornate indietro, figlie mie, andate. Sono troppo vecchia per risposarmi. E quando dico: ho una speranza; quando questa notte stessa prenderĂČ marito e partorirĂČ dei figli, aspettereste che siano cresciuti? Vi asterreste per questo dal risposarvi? No, figlie mie. È molto amaro per me, a causa vostra, che la mano di JahvĂš si sia abbattuta su di me". E, alzando la voce, piansero di nuovo. Allora Orfa baciĂČ la suocera, ma Ruth si strinse a lei.

Naomi disse a Ruth: "Ecco, tua cognata Ăš tornata al suo popolo e al suo dio; torna da tua cognata". Ruth rispose: "Non mi costringere a lasciarti quando mi allontanerĂČ da te. Dove andrai tu, andrĂČ io; dove abiterai tu, abiterĂČ io; il tuo popolo sarĂ  il mio popolo e il tuo Dio sarĂ  il mio Dio; dove morirai tu, morirĂČ io e sarĂČ sepolta lĂŹ. Che Yahweh si comporti duramente con me se qualcosa, se non la morte, mi separa da te! Vedendo che Ruth era decisa ad andare con lei, Naomi smise di supplicarla.

Le due proseguirono il loro cammino fino a Betlemme. Quando entrarono a Betlemme, tutta la città si commosse e le donne dissero: "È questa Naomi?" 20Disse loro: "Non chiamatemi Naomi, ma Marah, perché l'Onnipotente mi ha amareggiata: sono partita a mani piene e Yahweh mi riporta a mani vuote. Perché chiamarmi Naomi, dopo che Yahweh ha testimoniato contro di me e l'Onnipotente mi ha afflitta?".

Naomi tornĂČ e con lei la nuora Ruth, la Moabita, che veniva dai campi di Moab. Arrivarono a Betlemme all'inizio della raccolta dell'orzo.

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EMR 212.2 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

Il Cristo si rifugia nei cuori fedeli e da lĂŹ guarda, da lĂŹ parla, da lĂŹ benedice l’UmanitĂ  e poi
 e poi si dĂ  a questi cuori ed essi
 ed essi toccano il Cielo con la sua beatitudine, pur rimanendo qui, ma ardendo, fino ad averne delizioso tormento di tutto quanto Ăš l’essere: nei sensi e negli organi, nei sentimenti e nel pensiero, e nello spirito infine
 Lacrime e sorrisi, gemiti e canto, sfinimento e pure urgenza di vita sono i nostri compagni, piĂč che compagni sono il nostro stesso essere, perchĂ© come le ossa sono nella carne e le vene e i nervi sotto l’epidermide e tutto forma un solo uomo, cosĂŹ ugualmente tutte queste cose accese, nate dall’essersi dato a noi GesĂč, sono in noi, nella nostra povera umanitĂ . E che siamo noi in quei momenti, che non potrebbero durare eterni perchĂ©, se durassero piĂč di attimi, si morrebbe arsi e spezzati? Noi non siamo piĂč uomini. Non siamo piĂč gli animali dotati di ragione viventi sulla Terra. Siamo, siamo, oh! Signore! Lascia che io lo dica una volta, non per superbia, ma per cantare le tue glorie, perchĂ© il tuo sguardo mi brucia e mi fa delirare
 Noi siamo allora serafini. E m’ù stupore che da noi non escano fiamme e ardori sensibili alle persone e alle materie, cosĂŹ come Ăš nelle apparizioni dei dannati. PerchĂ©, se Ăš vero che il fuoco d’Inferno Ăš tale che solo un riflesso emanato da un dannato puĂČ ardere il legno e far sgocciolare i metalli, che Ăš mai il tuo fuoco, o Dio, che tutto hai di infinito e perfetto?

Non si muore, no, di febbre, non si arde per essa, non ci si consuma di febbre da mali della carne. Tu sei la febbre di noi, Amore! E di questo si arde, si muore, ci si consuma, di questo e per questo si lacerano le fibre del cuore che non puĂČ resistere a tanto. Ma ho detto male, perchĂ© l’amore Ăš delirio, l’amore Ăš cascata che frange le dighe e scende atterrando tutto quanto non Ăš lui, l’amore Ăš affollarsi di sensazioni nella mente tutte vere, tutte presenti, ma non puĂČ la mano trascriverle tanto Ăš veloce la mente nel tradurre in pensiero il sentimento che prova il cuore. Non Ăš vero che si muore. Si vive. Di una vita decuplicata. Di una vita duplice, vivendo da uomini e da beati: la vita della Terra, quella del Cielo. Si raggiunge e si supera, oh! ne sono certa, la vita senza tare, senza menomazioni nĂ© limitazioni, che Tu, Padre, Figlio e Spirito Santo, Tu, Dio Creatore, uno e trino, avevi dato ad Adamo, preludio della Vita dopo la assunzione a Te, da godersi in Cielo dopo un placido passaggio dal Paradiso terrestre a quello celeste, e un valico fatto sulle amorose braccia degli angeli, cosĂŹ come fu il dolce sonno e il dolce assurgere di Maria al Cielo, per venire a Te, a Te, a Te! Si vive la vera Vita.

E poi ci si ritrova qui e, come io faccio ora, ci si stupisce, ci si vergogna di esser andati tant’oltre e si dice: «Signore, io non sono degno di tanto. Perdona, Signore», e ci si batte il petto, perchĂ© abbiamo terrore di avere commesso superbia, e si cala un piĂč fitto velo sullo splendore che, se non continua a fiammeggiare con una supercompleta ardenza, per pietĂ  della nostra limitatezza, si raccoglie perĂČ al centro del cuore nostro, pronto a rifiammeggiare potente per un nuovo momento di beatitudine, voluta da Dio. Si cala il velo sul sacrario dove Dio arde dei suoi fuochi, delle sue luci, dei suoi amori
 e sfiniti e pur rigenerati si riprende l’andare come
 ebbri di un vino forte e soave, che non ottunde ragione ma che ci preserva da avere occhi e pensieri per ciĂČ che non sia il Signore, Tu, mio GesĂč, anello di congiunzione fra la nostra miseria e la DivinitĂ , mezzo di redenzione per la nostra colpa, creatore di beatitudine per la nostra anima, Tu, Figlio, che con le mani ferite metti le nostre mani fra quelle spirituali del Padre e dello Spirito perchĂ© noi si sia in Voi, ora e sempre. Amen.

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