Note della parola chiave

Come perfezionarsi e santificarsi

Tema: Parole chiave principali e trasversali 🌟 · Pagina 18 di 19

Comfort di lettura

EMR 204.4-5.8 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

Plautina si alza di nuovo e dice: «Ho molto pensato
 avrei tanto da conoscere
 tutto, per giudicare. Ma, se Ăš lecito chiedere, vorrei sapere come si costruisce una fede, la tua, per esempio, su un terreno che Tu hai detto privo di fede vera. Hai detto che le nostre credenze sono vane. Allora rimaniamo senza nulla. Come giungere ad avere?».

«PrenderĂČ l’esempio da una cosa che voi avete. I templi. I vostri edifici sacri, veramente belli, la cui unica imperfezione Ăš di essere dedicati al Nulla, vi possono insegnare come si puĂČ giungere ad avere una fede e dove collocare la fede. Osservate. Dove vengono costruiti? Quale luogo Ăš possibilmente scelto per essi? Come sono costruiti? Il luogo generalmente Ăš spazioso, libero ed elevato. E, se spazioso e libero non Ăš, lo si fa tale demolendo quanto lo ingombra e stringe. Se non Ăš elevato lo si sopraeleva su uno stereobate piĂč elevato di quello usuale di tre gradini, usato per i templi posti giĂ  su una naturale elevazione. Chiusi in una cinta sacra, per lo piĂč, e formata da colonnati e portici entro cui sono chiusi gli alberi sacri agli dĂši, fontane e altari, statue e stele, sono preceduti solitamente dal propileo, oltre il quale Ăš l’altare dove vengono fatte le preci al nume. Di fronte a questo vi Ăš il luogo del sacrificio, perchĂ© il sacrificio precede la preghiera. Molte volte, e specie nei piĂč grandiosi, il peristilio li cinge di una ghirlanda di marmi preziosi. Nell’interno vi Ăš il vestibolo anteriore, esterno o interno al peristilio, la cella del nume, il vestibolo posteriore. Marmi, statue, frontoni, acrotĂšri e timpani, tutti politi, preziosi, decorati, fanno del tempio un edificio nobilissimo anche alla vista piĂč rozza. Non Ăš cosĂŹ?».

«CosÏ Ú, Maestro. Li hai visti e studiati molto bene», conferma e loda Plautina.

«Ma se ci consta che non Ú mai uscito dalla Palestina!?», esclama Quintilliano.

«Non sono mai uscito per andare a Roma o ad Atene. Ma non ignoro l’architettura di Grecia e di Roma, e nel genio dell’uomo che ha decorato il Partenone Io ero presente, perchĂ© Io sono dovunque Ăš vita e manifestazione di vita. LĂ  dove un saggio pensa, uno scultore scolpisce, un poeta compone, una madre canta su una cuna, un uomo fatica sui solchi, un medico lotta con i morbi, un vivente respira, un animale vive, un albero vegeta, lĂ  Io sono insieme a Colui da cui vengo. Nel boato del terremoto o nel fragore dei fulmini, nella luce delle stelle o nel flusso delle maree, nel volo dell’aquila o nel sibilo della zanzara, Io sono col Creatore altissimo».

«Sicché  Tu
 Tu sai tutto? E il pensiero e le opere umane?», chiede ancora Quintilliano.

«Io so».

I romani si guardano stupiti.

204.5

Un silenzio lungo e poi, timidamente, prega Valeria: «Svolgi il tuo pensiero, Maestro, perché noi si sappia cosa fare».

«SÏ. La fede si costruisce come si costruiscono i templi di cui siete tanto orgogliosi. Si fa spazio al tempio, si fa libertà intorno ad esso, si fa elevazione ad esso».

«Ma il tempio dove mettere la fede, questa deità vera, dove Ú?», chiede Plautina.

«Non Ăš deitĂ , Plautina, la fede. È una virtĂč. Non vi sono deitĂ  nella fede vera. Ma vi Ăš un unico e vero Dio».

(...) «Come possiamo fare spazio, libertĂ , elevazione all’anima?».

«Con l’abbattere le inutili cose che avete nel vostro io. Liberarlo da tutte le idee sbagliate, e coi detriti di queste demolizioni fare l’elevazione per il tempio sovrano. L’anima va portata sempre piĂč in alto, sui tre gradini. Oh! voi romani amate i simboli. Guardate i tre gradini alla luce del simbolo. Possono dirvi i loro nomi: penitenza, pazienza, costanza. Oppure: umiltĂ , purezza, giustizia. Oppure: sapienza, generositĂ , misericordia. O infine il trinomio splendido: fede, speranza, caritĂ . Guardate ancora il simbolo della cinta che, ornata e robusta, cinge l’area del tempio. Occorre saper circondare l’anima, regina del corpo, tempio allo Spirito eterno, di una barriera che la difenda senza perĂČ impedirle la luce nĂ© opprimerla con la vista di brutture. Una cinta sicura, e scalpellata dal desiderio di amore, da ciĂČ che Ăš inferiore: la carne e il sangue, verso ciĂČ che Ăš superiore: lo spirito. Scalpellare con la volontĂ . Levare angoli, scheggiature, macchie, vene di debolezza dal marmo del nostro io perchĂ© sia perfetto intorno all’anima. E nello stesso tempo, della cinta messa a riparo del tempio, fare misericordioso rifugio ai piĂč infelici che non conoscono ciĂČ che Ăš CaritĂ . I portici: l’effondersi dell’amore, della pietĂ , del desiderio che altri vengano a Dio, simili ad amorose braccia che si stendono a far velo sulla cuna di un orfano. E oltre la cinta le piante piĂč belle e piĂč profumate, omaggio al Creatore. Seminate sul terreno prima nudo e poi coltivate le piante: le virtĂč d’ogni nome, la seconda cinta viva e fiorita intorno al sacrario; e fra le piante, fra le virtĂč, le fontane, altro amore, altra purificazione prima di accostarsi al propileo vicino al quale, e prima di salire all’altare, si deve compiere il sacrificio della carnalitĂ , svenarsi delle lussurie. E poi passare oltre, all’altare, per deporvi l’offerta, e poi ancora accostarsi alla cella dove Ăš Dio, superando il vestibolo. E la cella che sarĂ ? Una dovizia di spirituali ricchezze perchĂ© nulla Ăš mai troppo per fare cornice a Dio. Avete inteso? Mi avete chiesto come si costruisce la fede. Vi ho detto: “secondo il metodo con cui si alzano i templi”. Vedete che Ăš vero.»

Dettaglio

Plautina, una donna romana e quindi pagana, si rivolge al Maestro.

Parole chiave

EMR 204.8 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

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Citazione

«Come possiamo fare spazio, libertĂ , elevazione all’anima?».

«Con l’abbattere le inutili cose che avete nel vostro io. Liberarlo da tutte le idee sbagliate, e coi detriti di queste demolizioni fare l’elevazione per il tempio sovrano. L’anima va portata sempre piĂč in alto, sui tre gradini. Oh! voi romani amate i simboli. Guardate i tre gradini alla luce del simbolo. Possono dirvi i loro nomi: penitenza, pazienza, costanza. Oppure: umiltĂ , purezza, giustizia. Oppure: sapienza, generositĂ , misericordia. O infine il trinomio splendido: fede, speranza, caritĂ . Guardate ancora il simbolo della cinta che, ornata e robusta, cinge l’area del tempio. Occorre saper circondare l’anima, regina del corpo, tempio allo Spirito eterno, di una barriera che la difenda senza perĂČ impedirle la luce nĂ© opprimerla con la vista di brutture. Una cinta sicura, e scalpellata dal desiderio di amore, da ciĂČ che Ăš inferiore: la carne e il sangue, verso ciĂČ che Ăš superiore: lo spirito. Scalpellare con la volontĂ . Levare angoli, scheggiature, macchie, vene di debolezza dal marmo del nostro io perchĂ© sia perfetto intorno all’anima. E nello stesso tempo, della cinta messa a riparo del tempio, fare misericordioso rifugio ai piĂč infelici che non conoscono ciĂČ che Ăš CaritĂ . I portici: l’effondersi dell’amore, della pietĂ , del desiderio che altri vengano a Dio, simili ad amorose braccia che si stendono a far velo sulla cuna di un orfano. E oltre la cinta le piante piĂč belle e piĂč profumate, omaggio al Creatore. Seminate sul terreno prima nudo e poi coltivate le piante: le virtĂč d’ogni nome, la seconda cinta viva e fiorita intorno al sacrario; e fra le piante, fra le virtĂč, le fontane, altro amore, altra purificazione prima di accostarsi al propileo vicino al quale, e prima di salire all’altare, si deve compiere il sacrificio della carnalitĂ , svenarsi delle lussurie. E poi passare oltre, all’altare, per deporvi l’offerta, e poi ancora accostarsi alla cella dove Ăš Dio, superando il vestibolo. E la cella che sarĂ ? Una dovizia di spirituali ricchezze perchĂ© nulla Ăš mai troppo per fare cornice a Dio. Avete inteso? Mi avete chiesto come si costruisce la fede. Vi ho detto: “secondo il metodo con cui si alzano i templi”. Vedete che Ăš vero.

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EMR 206.5 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

Occorre con l’umiltĂ  tenere sempre netta la veste. Tanto facile Ăš offuscare la purezza del cuore. E chi non Ăš mondo di cuore non puĂČ vedere Dio. L’umiltĂ  Ăš come acqua che lava. L’umile si accorge subito, perchĂ© ha occhio non offuscato da fumi di orgoglio, di essersi offuscata la veste e corre dal suo Signore e dice: “Ho levato la nettezza a questo mio cuore. Io piango per mondarmi, ai tuoi piedi piango. E tu, mio Sole, imbianca dei tuoi benigni perdoni, dei tuoi paterni amori, la veste mia!”.

Dettaglio

GesĂč racconta la parabola delle dieci vergini e sottolinea che hanno vestiti puliti.

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EMR 206.5 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

L’umiltĂ ! Io ho detto: “Quando pregate o fate penitenza, fate che il mondo non se ne avveda”. Nei libri sapienziali Ăš detto: “Non Ăš bene svelare il segreto del Re”. L’umiltĂ  Ăš il velo candido messo a difesa sul bene che si fa e sul bene che Dio ci concede. Non gloria per l’amore di privilegio che Dio concede, non stolta gloria umana. Il dono verrebbe subito ritolto. Ma interno canto del cuore al suo Dio: “L’anima mia ti magnifica, o Signore
 perchĂ© Tu hai rivolto il tuo sguardo alla bassezza della tua serva”.

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EMR 206.5 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

L’anima deve intessersi la sua quotidiana ghirlanda di atti virtuosi, perchĂ© al cospetto dell’Altissimo non devono stare cose vizze, nĂ© si deve stare in aspetto sciatto. Quotidiana, ho detto. PerchĂ© l’anima non sa quando Dio-Sposo puĂČ apparire per dire: “Vieni”. PerciĂČ non stancarsi mai di rinnovare la corona. Non abbiate paura. I fiori avvizziscono. Ma i fiori delle corone virtuose non avvizziscono. L’angelo di Dio, che ogni uomo ha al suo fianco, le raccoglie queste ghirlande quotidiane e le porta in Cielo. E lĂ  faranno da trono al novello beato quando entrerĂ  come sposa nella casa nuziale.

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EMR 206.6 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

Come Ăš fulgida la fede, e che dolce amica ella Ăš! Fa una fiamma raggiante come una stella, una fiamma che ride perchĂ© Ăš sicura nella sua certezza, una fiamma che rende luminoso anche lo strumento che la regge. Anche la carne dell’uomo nutrito di fede pare, fin da questa Terra, farsi piĂč luminosa e spirituale, immune da precoce appassimento. PerchĂ© chi crede si regge sulle parole e sui comandi di Dio per giungere a possedere Dio, suo fine, e perciĂČ fugge ogni corruzione, non ha turbamenti, paure, rimorsi, non Ăš obbligato ad uno sforzo per ricordarsi le sue menzogne o per nascondere le sue male azioni, e si conserva bello e giovane della bella incorruzione del santo. Una carne e un sangue, una mente e un cuore puliti da ogni lussuria per contenere l’olio della fede, per dare luce senza fumo. Una costante volontĂ  per nutrire sempre questa luce.

La vita di ogni giorno, con le sue delusioni, constatazioni, contatti, tentazioni, attriti, tende a sminuire la fede. No! Non deve avvenire. Andate giornalmente alle fonti dell’olio soave, dell’olio sapienziale, dell’olio di Dio. Lampada poco nutrita puĂČ essere spenta dal minimo vento, puĂČ essere spenta dalla pesante guazza della notte. La notte
 L’ora delle tenebre, del peccato, della tentazione viene per tutti. È la notte per l’anima. Ma se questa ha se stessa colma di fede, non puĂČ la fiamma essere spenta dal vento del mondo, dal caligo delle sensualitĂ .

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EMR 209.7 · Volume 3

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

«Il dolore Ăš croce, ma Ăš anche ala. Il lutto spoglia ma per rivestire. Sorgete, voi che piangete! Aprite gli occhi, uscite dagli incubi, dalle tenebre, dagli egoismi! Guardate
 Il mondo Ăš la landa dove si piange e muore. E grida: “aiuto!” il mondo, per le bocche degli orfani, dei malati, dei soli, dei dubbiosi, per le bocche di quelli che un tradimento, che una crudeltĂ  fanno prigionieri del rancore. Andate a questi che gridano. Dimenticatevi fra i dimenticati! Guarite fra i malati! Sperate fra i disperati! Il mondo Ăš aperto alle buone volontĂ  di servire Dio nel prossimo e di conquistarsi il Cielo: l’unione con Dio e la riunione con coloro che piangiamo. Qui Ăš la palestra. LĂ  Ăš il trionfo.

Venite. Imitate Rut presso tutti i dolori. Dite voi pure: “Io sarĂČ con voi fino alla morte”. E se anche vi risponderanno, queste sventure che si credono insanabili: “Non chiamatemi piĂč Noemi, ma chiamatemi Mara perchĂ© Dio mi ha colmata d’amarezze”, persistete. Ed Io in veritĂ  vi dico che un giorno, per il vostro persistere, queste sventure esclameranno: “Sia benedetto il Signore che mi ha levata dall’amarezza, dalla desolazione, dalla solitudine, per opera di una creatura che ha saputo far fruttificare il suo dolore in bene. Dio la benedica in eterno perchĂ© ella Ăš la mia salvatrice”.

Annotazione

Se queste persone sfortunate che si credono incurabili vi dicono: "Non chiamatemi piĂč Naomi, ma Mara, perchĂ© Dio mi ha riempito di amarezza", persistete. Cfr. Ruth 1, 1-22.

Libro di Ruth 1, 1-22

Ruth 1, 1-22 : Ai tempi in cui governavano i Giudici, c'era una carestia nel paese. Un uomo di Betlemme, in Giuda, andĂČ con la moglie e i due figli a vivere nei campi di Moab. L'uomo si chiamava Elimelech, sua moglie si chiamava Naomi e i suoi due figli si chiamavano Mahalon e Chelon; erano Efratiti di Betlemme di Giuda. Andarono nei campi di Moab e vi si stabilirono.

Quando Elimelech, il marito di Naomi, morĂŹ, lei rimase sola con i suoi due figli; essi presero delle mogli moabite, una delle quali si chiamava Orfa e l'altra Ruth, e vissero lĂŹ per circa dieci anni. Anche Mahalon e Cheljon morirono entrambi e la donna rimase senza i suoi due figli e il marito. Allora lei e le sue nuore si alzarono e lasciarono i campi di Moab, perchĂ© aveva sentito dire nel paese di Moab che Yahweh aveva visitato il suo popolo e aveva dato loro del pane. CosĂŹ lei e le sue due nuore uscirono dal luogo in cui si erano stabilite e si misero in cammino per tornare nella terra di Giuda. Naomi disse alle due nuore: "Andate e tornate, ognuna a casa sua. Che Yahweh sia gentile con voi, come lo Ăš stato con quelli che sono morti e con me! Che Yahweh vi faccia trovare riposo nella casa di un marito! E li baciĂČ. Esse alzarono la voce, piansero e le dissero: "No, torneremo con te nel tuo popolo". Naomi disse: "Tornate indietro, figlie mie; perchĂ© dovreste venire con me? Ho ancora dei figli nel mio grembo che possono diventare vostri mariti? Tornate indietro, figlie mie, andate. Sono troppo vecchia per risposarmi. E quando dico: ho una speranza; quando questa notte stessa prenderĂČ marito e partorirĂČ dei figli, aspettereste che siano cresciuti? Vi asterreste per questo dal risposarvi? No, figlie mie. È molto amaro per me, a causa vostra, che la mano di JahvĂš si sia abbattuta su di me". E, alzando la voce, piansero di nuovo. Allora Orfa baciĂČ la suocera, ma Ruth si strinse a lei.

Naomi disse a Ruth: "Ecco, tua cognata Ăš tornata al suo popolo e al suo dio; torna da tua cognata". Ruth rispose: "Non mi costringere a lasciarti quando mi allontanerĂČ da te. Dove andrai tu, andrĂČ io; dove abiterai tu, abiterĂČ io; il tuo popolo sarĂ  il mio popolo e il tuo Dio sarĂ  il mio Dio; dove morirai tu, morirĂČ io e sarĂČ sepolta lĂŹ. Che Yahweh si comporti duramente con me se qualcosa, se non la morte, mi separa da te! Vedendo che Ruth era decisa ad andare con lei, Naomi smise di supplicarla.

Le due proseguirono il loro cammino fino a Betlemme. Quando entrarono a Betlemme, tutta la città si commosse e le donne dissero: "È questa Naomi?" 20Disse loro: "Non chiamatemi Naomi, ma Marah, perché l'Onnipotente mi ha amareggiata: sono partita a mani piene e Yahweh mi riporta a mani vuote. Perché chiamarmi Naomi, dopo che Yahweh ha testimoniato contro di me e l'Onnipotente mi ha afflitta?".

Naomi tornĂČ e con lei la nuora Ruth, la Moabita, che veniva dai campi di Moab. Arrivarono a Betlemme all'inizio della raccolta dell'orzo.

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