Note del tema

Chi sono gli apostoli?

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Comfort di lettura

EMR 82.2-4

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

82.2 Gesù fende il cerchio dei ragazzi, al quale si erano uniti degli adulti, e va verso Giuda e Giovanni che vengono svelti da un’altra via. Giuda è gongolante. Giovanni sorride a Gesù… ma non pare proprio felice.

«Vieni, vieni, Maestro. Credo di aver fatto bene. Però vieni con me. Sulla via non si può parlare».

«Dove, Giuda?».

«All’albergo. Ho già fissato quattro stanze… oh! roba modesta, non temere. Tanto per potere riposare in un letto dopo tanto disagio in questo calore, e mangiare da uomini e non da uccelli sulla frasca, e parlare anche in pace. Ho venduto molto bene. Vero, Giovanni?».

Giovanni annuisce senza molto entusiasmo. Ma Giuda è talmente contento della sua opera che non nota né la poca contentezza di Gesù, per la prospettiva di un alloggio comodo, né l’ancor meno entusiastico atteggiamento di Giovanni. E prosegue: «Avendo venduto a più di quanto avevo stimato, ho detto: “È giusto ne levi una piccola somma, cento denari, per i nostri letti e per i nostri pasti. Se siamo sfiniti noi che abbiamo sempre mangiato, Gesù deve essere sfinito del tutto”. Ho il dovere di guardare che non si ammali, il mio Maestro! Dovere d’amore, perché Tu mi ami ed io ti amo… C’è posto anche per voi e per le pecore», dice ai pastori. «Ho pensato a tutto».

Gesù non dice una parola. Lo segue insieme agli altri. Giungono ad una piazzetta secondaria. Giuda dice: «Vedi quella casa senza finestre sulla via e con quella porticina così stretta da parere una fessura? È la casa del battiloro Diomede. Sembra una povera casa, vero? Ma là dentro è tant’oro da comprare Gerico e… ah! ah!…», Giuda ride maligno…, «e in quell’oro si possono trovare anche molti monili e vasellami e… e anche altre cose di tutte le persone più influenti in Israele. Diomede… oh! tutti fingono di non conoscerlo ma tutti lo conoscono: dagli erodei a… a tutti, ecco. Su quel muro liscio, povero, si potrebbe scrivere: “Mistero e Segreto”. Se parlassero quelle mura! Altro che scandalizzarsi del modo come ho trattato l’affare, Giovanni!… Tu… tu moriresti affogato dallo stupore e dallo scrupolo. Anzi, senti Maestro. Non mi mandare più con Giovanni a certi negozi. Per poco mi fa fallire tutto. Non sa capire a volo, non sa negare, e con un furbo come Diomede bisogna esser svelti e franchi».

Giovanni mormora: «Dicevi certe cose! Così impensate e così… e così… Sì, Maestro. Non mi mandare più. Non sono capace che di amare, io…».

«Difficilmente avremo ancora bisogno di simili vendite», risponde Gesù, che è serio.

«Ecco là l’albergo. Vieni, Maestro. Parlo io perché… ho fatto tutto io».

82.3 Entrano e Giuda parla col padrone, che fa condurre le pecore in una stalla, e poi conduce personalmente gli ospiti in una stanzetta dove sono due stuoie a letto, dei sedili e un tavolo pronto. Poi si ritira.

«Parliamo subito, Maestro, mentre i pastori sono intenti a sistemare le pecore».

«Ti ascolto».

«Giovanni può dire se sono sincero».

«Non ne dubito. Fra uomini onesti non deve esser necessario giuramento e testimonianza. Parla».

«Siamo arrivati a Gerico a sesta. Eravamo sudati come bestie da soma. Non ho voluto dare impressione a Diomede di avere urgente bisogno. E prima sono venuto qui, e mi sono tutto rinfrescato e ho messo veste monda, e così ho voluto facesse lui. Oh! non voleva saperne di farsi ungere e accomodare i capelli… Ma io avevo fatto il mio piano, mentre venivo per via!… Quando era prossimo il vespero ho detto: “Andiamo”. Ormai eravamo riposati e freschi come due ricconi in viaggio di piacere. Quando siamo stati per arrivare da Diomede, ho detto a Giovanni: “Tu assecondami. Non negare e sii svelto a capire”. Ma era meglio se lo lasciavo fuori! Non mi ha aiutato per nulla. Anzi… Per buona sorte io sono svelto per due e ho riparato a tutto.

Dalla casa usciva il gabelliere. “Bene!”, ho detto. “Se esce quello lì, troveremo denari e quel che voglio per fare paragone”. Perché il gabelliere, usuraio e ladro come tutti i suoi pari, ha sempre monili strappati con minacce e strozzinaggio a quei disgraziati che egli tassa più del lecito, per avere poi molto da godere in crapule e donne. Ed è molto amico di Diomede, che compra e vende oro e carne… Siamo entrati dopo che mi sono fatto conoscere. Dico: entrati. Perché altro è andare nell’androne dove lui finge di lavorare onestamente l’oro, e altro è scendere nel sotterraneo dove egli fa i veri affari. Bisogna esser molto conosciuti da lui per potere ciò. Quando mi ha visto, mi ha detto: “Ancora vuoi vendere oro? Sono momenti brutti e ho poco denaro”. La sua solita canzone. Gli ho risposto: “Non vengo a vendere. Ma a comperare. Hai gioielli per donna? Ma belli, ricchi, preziosi e pesanti, d’oro puro?”. Diomede è rimasto stupito. E ha chiesto: “Vuoi una donna?”. “Non te ne occupare”, gli ho risposto. “Non è per me. È per questo mio amico che è sposo e vuole comperare l’oro per la sua amata”.

E qui Giovanni ha cominciato a fare il bambino. Diomede, che lo guardava, lo ha visto diventare una porpora e ha detto, da quel vecchio lurido che è: “Eh! il ragazzo, solo a sentire nominare la sposa, va in febbre d’amore. È molto bella la tua donna?”, ha chiesto. Ho dato un calcio a Giovanni per svegliarlo e fargli capire di non fare lo stolto. Ma ha risposto un “sì” così strangolato che Diomede si è insospettito. Allora ho parlato io: “Se bella o meno non ti deve interessare, vecchio. Non sarà mai del numero delle femmine per cui l’inferno ti avrà. È vergine onesta, e presto onesta sposa. Fuori il tuo oro. Io sono il paraninfo ed ho l’incarico di aiutare il giovane… io giudeo e cittadino”. “Lui è galileo, vero?”. Sempre per quei capelli vi tradite! “È ricco?”. “Molto”.

Allora siamo andati abbasso e Diomede ha aperto cofani e forzieri. Ma di’ il vero, Giovanni! Non pareva d’esser in Cielo davanti a tutte quelle gemme e ori? Collane, serti, bracciali, orecchini, reticelle di oro e pietre preziose per i capelli, forcine, fibbie, anelli… ah! che splendori! Con molto sussiego ho scelto una collana su per giù come quella di Aglae, e anelli, fibbie, bracciali… tutto come quello che avevo nella borsa e in numero uguale. Diomede stupiva e chiedeva: “Ancora? Ma chi è costui? E la sposa chi è? Una principessa?”. Quando ho avuto tutto quel che volevo, ho detto: “Il prezzo?”.

Oh! che litania di lamenti preparatori sui tempi, sulle tasse, sui rischi, sui ladri! Oh! che altra litania di assicurazioni di onestà! Poi ecco la risposta: “Proprio perché sei te, ti dirò il vero. Senza esagerazioni. Ma meno di questo neppure una dramma. Chiedo dodici talenti d’argento”. “Ladro!”, ho detto. Ho detto: “Andiamo, Giovanni. A Gerusalemme troveremo qualcuno meno ladro di costui”. E ho fatto finta d’uscire. Mi è corso dietro. “Mio alto amico, mio diletto amico, vieni, senti il povero tuo servo. Meno non posso. Non posso proprio. Guarda. Faccio proprio uno sforzo e mi rovino. Lo faccio perché tu mi hai sempre dato la tua amicizia e mi hai fatto fare affari. Undici talenti, ecco. È quello che darei se dovessi comperare questo oro da un che ha fame. Non uno spicciolo meno. Sarebbe come levare il sangue dalle mie vecchie vene”. Vero che diceva così? Faceva ridere e faceva nausea.

Quando l’ho visto ben fermo sul prezzo ho fatto il colpo. “Vecchio sporco, sappi che non comperare, ma vendere voglio. Questo voglio vendere. Guarda: è bello come il tuo. Oro di Roma e di foggia nuova. Ti andrà a ruba. È tuo per undici talenti. Quanto hai chiesto per questo. Tu ne hai fatto la stima e tu paga”. Uh! allora!… “È un tradimento! Hai tradito la mia stima in te! Tu sei la mia rovina! Non posso dare tanto!”. “L’hai sti mato tu. Paga”. “Non posso”. “Guarda che lo porto ad altri”. “No, amico” e allungava le mani adunche sul mucchio di Aglae. “E allora paga: dodici talenti dovrei volere. Ma mi accontento della tua ultima richiesta”. “Non posso”. “Usuraio! Guarda che qui ho un testimone e ti posso denunciare come ladro…”, e gli ho detto anche altre virtù che non ripeto per questo ragazzo…

Infine, poiché mi premeva vendere e fare presto, gli ho detto una cosetta, fra me e lui, che non manterrò… Ma che valore ha promessa fatta a un ladro? E ho concluso con dieci talenti e mezzo. Siamo venuti via fra pianti e profferte di amicizia e… di donne. E Giovanni per poco ci piange. Ma che ti importa che ti credano un vizioso? Basta che tu non lo sia. Non sai che il mondo è così e tu sei un aborto del mondo? Un giovane che non sa il sapore della donna? Chi vuoi che ti creda? O se ti credono… oh! io non vorrei pensassero di me ciò che può pensare di te chi ti crede non desideroso di donna.

Ecco, Maestro. Conta Tu stesso. Avevo un mucchio di denari. Ma sono passato dal gabelliere e gli ho detto: “Riprenditi questa zavorra e rendimi i talenti che ti ha dato Isacco”. Perché avevo saputo anche questo per ultima notizia, ad affare fatto.

82.4 Però, per ultima cosa, ho detto a Isacco-Diomede: “Ricordati che il Giuda del Tempio non esiste più. Ora sono discepolo di un santo. Fingi perciò di non avermi mai conosciuto, se ti preme il collo”. E per poco glielo torco subito, perché mi ha risposto male».

«Che ti ha detto?», chiede con indifferenza Simone.

«Mi ha detto: “Tu discepolo di un santo? Non lo crederò mai, o presto vedrò anche qui il santo a chiedermi una donna”. Mi ha detto: “Diomede è una vecchia sciagura del mondo. Ma tu ne sei quella nuova. Ed io potrei ancora cambiare, perché sono diventato quel che sono da vecchio. Ma tu non cambi. Sei nato così”. Vecchio lurido! Nega il tuo potere, capisci?».

«E, da buon greco, dice molte verità».

«Che vuoi dire, Simone? Per me parli?».

«No. Per tutti. È uno che conosce l’oro e i cuori nella stessa maniera. È un ladro, un lurido di tutti i più luridi commerci. Ma si sente in lui la filosofia dei grandi greci. Conosce l’uomo, animale dalle sette branche di peccato, polipo che strozza il bene, l’onestà, l’amore e tante altre cose, in sé e negli altri».

«Ma non conosce Dio».

«E tu glielo vorresti insegnare?».

«Io. Sì. Perché? Sono i peccatori che hanno bisogno di conoscere Dio».

«Vero. Però… il maestro deve conoscerlo per insegnarlo».

«E non lo conosco?».

«Pace, amici. Vengono i pastori. Non turbiamo il loro animo con querele fra noi. Hai contato il denaro tu? Basta. Porta a termine bene ogni tua azione come hai portato questa e, te lo ripeto, se puoi, in futuro, non mentire neppure per raggiungere una azione buona…».

Dettaglio

Giuda e Giovanni tornano dalle trattative con Diomede per vendere i gioielli di Aglaé e Giuda… si comporta da Giuda.

Il carattere di Giovanni viene messo in risalto in 82.2 e alla fine di 82.3.

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EMR 82.3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

82.3 Entrano e Giuda parla col padrone, che fa condurre le pecore in una stalla, e poi conduce personalmente gli ospiti in una stanzetta dove sono due stuoie a letto, dei sedili e un tavolo pronto. Poi si ritira.

«Parliamo subito, Maestro, mentre i pastori sono intenti a sistemare le pecore».

«Ti ascolto».

Dettaglio

I pastori di Betlemme si trovano nelle vicinanze quando Giuda racconta del suo incontro con Diomede, ma non vengono nominati. Si tratta senza dubbio dei pastori Giuseppe, Simeone, Giovanni e Mattia, incontrati nel capitolo precedente. Dovevano attendere il ritorno di Giuda.

Parole chiave

EMR 82.4

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

(...) Per ultima cosa, ho detto a Isacco-Diomede:“Ricordati che il Giuda del Tempio non esiste più. Ora sono discepolo di un santo. Fingi perciò di non avermi mai conosciuto, se ti preme il collo”. E per poco glielo torco subito, perché mi ha risposto male».

«Che ti ha detto?», chiede con indifferenza Simone.

«Mi ha detto: “Tu discepolo di un santo? Non lo crederò mai, o presto vedrò anche qui il santo a chiedermi una donna”. Mi ha detto: “Diomede è una vecchia sciagura del mondo. Ma tu ne sei quella nuova. Ed io potrei ancora cambiare, perché sono diventato quel che sono da vecchio. Ma tu non cambi. Sei nato così”. Vecchio lurido! Nega il tuo potere, capisci?».

«E, da buon greco, dice molte verità».

«Che vuoi dire, Simone? Per me parli?».

«No. Per tutti. È uno che conosce l’oro e i cuori nella stessa maniera. È un ladro, un lurido di tutti i più luridi commerci. Ma si sente in lui la filosofia dei grandi greci. Conosce l’uomo, animale dalle sette branche di peccato, polipo che strozza il bene, l’onestà, l’amore e tante altre cose, in sé e negli altri».

«Ma non conosce Dio».

«E tu glielo vorresti insegnare?».

«Io. Sì. Perché? Sono i peccatori che hanno bisogno di conoscere Dio».

«Vero. Però… il maestro deve conoscerlo per insegnarlo».

«E non lo conosco?».

«Pace, amici. Vengono i pastori. Non turbiamo il loro animo con querele fra noi. Hai contato il denaro tu? Basta. Porta a termine bene ogni tua azione come hai portato questa e, te lo ripeto, se puoi, in futuro, non mentire neppure per raggiungere una azione buona…».

Dettaglio

Giuda si è recato da un commerciante di gioielli a Gerico, di nome Diomede. Uscendo, racconta ciò che è successo.

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EMR 82.4-5

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«Vengono i pastori. Non turbiamo il loro animo con querele fra noi. Hai contato il denaro tu? Basta. Porta a termine bene ogni tua azione come hai portato questa e, te lo ripeto, se puoi, in futuro, non mentire neppure per raggiungere una azione buona…».

82.5 Entrano i pastori.

«Amici. Qui sono dieci talenti e mezzo. Mancano solo cento denari che Giuda ha tenuto per le spese di alloggio. Prendete».

«Tutti li dai?», chiede Giuda.

«Tutti. Non voglio uno spicciolo di quel denaro. Noi abbiamo l’obolo di Dio e di coloro che onestamente cercano Dio… e non ci mancherà mai l’indispensabile. Credilo. Prendete e siate felici, come Io lo sono, per il Battista. Domani andrete verso la sua prigione. Due, ossia Giovanni e Mattia. Simeone con Giuseppe andrà da Elia a riferire e ad istruirsi per il futuro. Elia sa. Poi Giuseppe tornerà con Levi. Il luogo di ritrovo, fra dieci giorni, presso la porta dei Pesci a Gerusalemme, all’ora di prima. E ora mangiamo e prendiamo riposo. Domani, a mattutino, Io parto coi miei. Altro non ho da dirvi per ora. Più tardi saprete di Me».

E tutto si offusca sulla frazione del pane fatta da Gesù.

Dettaglio

Giuda ha raccontato come ha ricavato dieci talenti e mezzo dalla vendita dei gioielli di Aglae.

Alla luce di quanto riportato nell'EMV 83.3, forse il Giovanni menzionato è Giovanni di Zebedeo. Da confermare.

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EMR 83

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Dettaglio

Gesù è in campagna. Sta parlando con un contadino che gli confida il bene che gli viene dall'ascolto di Gesù (è esattamente lo stesso per noi che leggiamo l'Opera). Gesù parla della benedizione di Dio e della sofferenza, del fatto che è espiazione e che è grazia. Poi Giovanni parte e Giuda chiede di andare a Gerusalemme per incontrare un amico. Gesù è depresso da Giuda e piange in silenzio in un boschetto. Ha pregato. Infine, viene raggiunto da Simone lo Zelota, che percepisce il suo dolore. Parlano di Giuda... E Simone esprime anche il desiderio che egli incontri Lazzaro.

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EMR 83.3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

83.3 Si avanza un uomo con un asinello carico di verdure.

«Ecco. Se il tuo amico vuole andare… Il figlio mio va a Gerusalemme per il grande mercato di Parasceve».

«Vai, Giovanni. Tu sai quanto devi fare. Fra quattro giorni ci rivedremo. La mia pace sia con te». Gesù abbraccia Giovanni e lo bacia. Anche Simone fa lo stesso.

«Maestro», dice Giuda. «Se Tu lo permetti, andrei con Giovanni. Mi preme vedere un amico. Ogni sabato è a Gerusalemme. Andrei con Giovanni sino a Betfage e poi andrei per conto mio… È un amico di casa… sai… mia madre mi ha detto…».

«Non ti ho chiesto nulla, amico».

«Mi piange il cuore a lasciarti. Ma fra quattro giorni sarò con Te di nuovo. E sarò così fedele che ti verrò anche a noia».

«Vai pure. All’alba che sorgerà fra quattro giorni siate alla porta dei Pesci. Addio, e Dio ti vegli».

Giuda bacia il Maestro e se ne va vicino al ciuchino che trotterella per la via polverosa.

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EMR 83.3-6

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

La sera scende sulla campagna che si fa silenziosa. Simone osserva il lavoro degli ortolani che irrigano i loro solchi.

83.4

Gesù è rimasto al suo posto per qualche tempo. Poi si alza, gira dietro la casa, si dilunga per il frutteto. Si isola. Va sino ad un folto in cui melograni poderosi sono intersecati a bassi cespugli, che direi di uva spina. Ma non so di preciso. Perché sono spogli di frutti e poco conosco la foglia di questa pianta.

Gesù si nasconde là dietro. Si inginocchia. Prega… e poi si curva col volto contro il suolo, sull’erba, e piange. Me lo dicono i suoi sospiri profondi e spezzati. Un pianto sconfortato, senza singhiozzi, ma tanto triste.

Passa del tempo così. La luce è ormai crepuscolare. Ma non è ancora così buio da non poter vedere. E nella poca luce ecco spuntare da sopra un cespuglio la faccia brutta e onesta di Simone. Guarda, cerca e distingue la forma rannicchiata del Maestro, tutto coperto dal manto blu scuro che lo annulla quasi nelle ombre del suolo. Solo ha spicco la testa bionda e le mani congiunte a preghiera, che sporgono al di sopra del capo al quale i polsi fanno da appoggio. Simone guarda coi suoi occhi piuttosto bovini. Capisce che Gesù è triste per i sospiri che trae, e la sua bocca dalle labbra tumide, e persino violacee, si apre: «Maestro», chiama.

Gesù alza il volto.

«Tu piangi, Maestro? Perché? Mi permetti di venire?». Il viso di Simone è tutto stupito e accorato. È un brutto uomo, decisamente. Alle fattezze non belle, al colorito olivastro scuro si unisce il ricamo bluastro e incavato delle cicatrici lasciate dal suo male. Ma ha uno sguardo così buono che la bruttezza scompare.

«Vieni, Simone, amico».

Gesù si è seduto sull’erba. Simone gli si siede vicino.

«Perché sei triste, Maestro mio? Io non sono Giovanni e non saprò darti tutto quanto ti dà lui. Ma è in me il desiderio di darti ogni conforto. E ho solo un dolore, quello di essere incapace di farlo. Dimmi: ti ho forse spiaciuto in questi ultimi giorni al punto che il dovere stare con me ti accascia?».

«No, amico buono. Non mi hai mai spiaciuto dal momento che ti ho visto. E credo che non mi sarai mai cagione di pianto».

«E allora, Maestro? Non sono degno delle tue confidenze. Ma per l’età quasi ti potrei essere padre, e Tu sai che sete di figli ho sempre avuto… Lascia che io ti accarezzi come fossi un figlio e che ti faccia, in quest’ora di pena, da padre e da madre.

È di tua Madre che Tu hai bisogno per dimenticare tante cose…».

«Oh! sì! È di mia Madre!».

«Ebbene, in attesa di poterti consolare in Lei, lascia al tuo servo la gioia di consolarti.

83.5

Tu piangi, Maestro, perché ci fu chi ti spiacque. Da più giorni il tuo viso è come sole offuscato da nubi. Io ti osservo. La tua bontà cela la tua ferita, perché noi non si odii colui che ti ferisce. Ma questa ferita duole e ti dà nausea. Ma dimmi, mio Signore, perché non allontani la sorgente della pena?».

«Perché è inutile umanamente e sarebbe anticarità».

«Ah! Tu hai capito che io parlo di Giuda! È per lui che soffri. Come puoi, Tu, Verità, sopportare quel menzognero? Egli mente e non cambia colore. È falso più di una volpe. Chiuso più di un macigno. Ora è andato via. Che va a fare? Quanti amici ha egli mai? Mi duole lasciarti. Ma vorrei seguirlo e vedere… Oh! Gesù mio! Quell’uomo… allontanalo, Signore mio».

«È inutile. Quello che deve essere sarà».

«Che vuoi dire?».

«Nulla di speciale».

«Tu lo hai lasciato andare volentieri perché… perché ti sei ripugnato del suo modo di Gerico».

«È vero. Simone, Io ti dico ancora: quello che deve essere sarà. E Giuda è parte di questo futuro. Vi deve essere anche lui».

«Ma Giovanni mi ha detto che Simon-Pietro è tutto schiettezza e fuoco… Lo sopporterà costui?».

«Lo deve sopportare. Pietro è destinato anche lui ad una parte, e Giuda è il canovaccio su cui egli deve tessere la sua parte, o, se più ti piace, è la scuola in cui Pietro si farà più che con ogni altro. Esser buoni con Giovanni, capire gli spiriti come Giovanni, è virtù anche degli ebeti. Ma esser buoni con chi è un Giuda, e saper capire gli spiriti come quelli di Giuda, ed esser medico e sacerdote per essi, è difficile. Giuda è il vostro insegnamento vivente».

«Il nostro?».

«Sì. Il vostro. Il Maestro non è eterno sulla Terra. Se ne andrà dopo aver mangiato il più duro pane e bevuto il più aspro vino. Ma voi resterete a continuarmi… e dovete sapere. Perché il mondo non finisce col Maestro. Ma dura oltre, sino al ritorno finale del Cristo e al giudizio finale dell’uomo. E in verità ti dico che per un Giovanni, un Pietro, un Simone, un Giacomo, Andrea, Filippo, Bartolommeo, Tommaso, vi sono almeno altrettante volte sette Giuda. E più, più ancora!…».

Simone riflette e tace. Poi dice: «I pastori sono buoni. Giuda li sprezza. Ma io li amo».

«Io li amo e lodo».

«Sono anime semplici come piacciono a Te».

«Giuda è vissuto in città».

«Sua unica scusa. Ma tanti lo sono, vissuti in città, eppure…

83.6

Quando verrai dal mio amico?».

«Domani, Simone. E ben volentieri, perché siamo Io e te, soli. Penso sia uomo colto ed esperto come te».

«E molto sofferente… Nel corpo e più nel cuore. Maestro…

Ti vorrei pregare di una cosa: se non ti parla delle sue tristezze, Tu non interrogarlo sulla sua casa».

«Non lo farò. Io sono per chi soffre, ma non forzo le confidenze. Il pianto ha il suo pudore…».

«Ed io non l’ho rispettato… Ma mi hai fatto tanta pena…».

«Tu sei mio amico e già avevi dato un nome al mio dolore.

Io per il tuo amico sono il Rabbi sconosciuto. Quando mi conoscerà… allora… Andiamo. La notte è venuta. Non facciamo attendere gli ospiti che stanchi sono. Domani all’alba andremo a Betania».

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EMR 83.4

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«Tu piangi, Maestro? Perché? Mi permetti di venire?». Il viso di Simone è tutto stupito e accorato. È un brutto uomo, decisamente. Alle fattezze non belle, al colorito olivastro scuro si unisce il ricamo bluastro e incavato delle cicatrici lasciate dal suo male. Ma ha uno sguardo così buono che la bruttezza scompare.

«Vieni, Simone, amico».

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EMR 83.5

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«Simone, Io ti dico ancora: quello che deve essere sarà. E Giuda è parte di questo futuro. Vi deve essere anche lui».

«Ma Giovanni mi ha detto che Simon-Pietro è tutto schiettezza e fuoco… Lo sopporterà costui?».

«Lo deve sopportare. Pietro è destinato anche lui ad una parte, e Giuda è il canovaccio su cui egli deve tessere la sua parte, o, se più ti piace, è la scuola in cui Pietro si farà più che con ogni altro. Esser buoni con Giovanni, capire gli spiriti come Giovanni, è virtù anche degli ebeti. Ma esser buoni con chi è un Giuda, e saper capire gli spiriti come quelli di Giuda, ed esser medico e sacerdote per essi, è difficile. Giuda è il vostro insegnamento vivente».

«Il nostro?».

«Sì. Il vostro. Il Maestro non è eterno sulla Terra. Se ne andrà dopo aver mangiato il più duro pane e bevuto il più aspro vino. Ma voi resterete a continuarmi… e dovete sapere. Perché il mondo non finisce col Maestro. Ma dura oltre, sino al ritorno finale del Cristo e al giudizio finale dell’uomo. E in verità ti dico che per un Giovanni, un Pietro, un Simone, un Giacomo, Andrea, Filippo, Bartolommeo, Tommaso, vi sono almeno altrettante volte sette Giuda. E più, più ancora!…».

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EMR 83.7

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

83.7 Gesù dice poi:

«Piccolo Giovanni, quante volte ho pianto colla faccia al suolo per gli uomini! E voi vorreste esser da meno di Me?

Anche per voi i buoni sono nella proporzione che vi era fra i buoni e Giuda. E più uno è buono e più ne soffre. Ma anche per voi, e questo dico specialmente per coloro che sono preposti alla cura dei cuori, è necessario imparare studiando Giuda. Tutti siete dei “Pietri”, voi sacerdoti. E dovete legare e slegare. Ma quanto, quanto, quanto spirito di osservazione, quanta fusione in Dio, quanto studio vivo, quante comparazioni col metodo del vostro Maestro dovete fare per esserlo come dovete esserlo!

A qualcuno sembrerà inutile, umano, impossibile quanto illustro. Sono i soliti che negano le fasi umane della vita di Gesù, e di Me fanno una cosa tanto fuor della vita umana da esser solo cosa divina. Dove va allora la Ss. Umanità, dove il sacrificio della Seconda Persona a vestire una carne? Oh! che invero ero Uomo fra gli uomini. Ero l’Uomo. E perciò soffrivo di vedere il traditore e gli ingrati. E perciò gioivo di chi mi amava o a Me si convertiva. E perciò fremevo e piangevo davanti al cadavere spirituale di Giuda. Ho fremuto e pianto davanti al morto amico. Ma sapevo che l’avrei chiamato alla vita e gioivo di vederlo già con lo spirito nel Limbo. Qui… qui avevo di fronte il Demonio. E di più non dico.

Tu seguimi, Giovanni. Diamo agli uomini anche questo dono. E poi… Beati quelli che ascoltano la Parola di Dio e si sforzano di fare ciò che essa dice. Beati quelli che vogliono conoscermi per amarmi. In loro e a loro Io sarò benedizione».

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