Va sicuro sino ad un piccolo sobborgo rurale dove gli ortolani coltivano verdure per la città. I campicelli e gli orti sono regolari e ben curati, e donne ed uomini li coltivano e stanno versando acqua nei solchi, estraendola dai pozzi a fatica di braccia, oppure col vecchio e cigolante sistema delle secchie sollevate da un povero asinello che bendato gira intorno al pozzo. Ma non dicono nulla. Gesù saluta: «Pace a voi». Ma la gente rimane, se non ostile, indifferente.
«Signore, qui si corre pericolo di morire di fame. Non capiscono il tuo saluto. Ora provo io», dice Tommaso. E abborda il primo ortolano che vede dicendo: «Costa cara la tua verdura?».
«Non più di quella delle altre ortaglie. Cara o non cara, a seconda di come è grassa la borsa».
«Ben detto. Ma come vedi io non muoio di inedia. Sono grasso e colorito anche senza le tue verdure. Segno che la mia borsa è una buona mammella. Breve: siamo in tredici e possiamo comperare. Cosa ci vendi?».
«Uova, verdure, mandorle primaticce e mele che sono vizze per vecchiaia, ulive… Ciò che vuoi».
«Dàmmi delle uova, delle mele e pane, per tutti».
«Pane non ne ho. In città ne trovi».
«Ho fame ora, non fame fra un’ora. Non lo credo che non hai pane».
«Non ne ho. La donna lo sta facendo. Ma vedi là quel vecchio? Lui ne ha molto sempre, perché essendo più sulla strada ne è spesso richiesto dai pellegrini. Vai da Anania e chiedine. Ora ti porto le uova. Ma guarda che costano un denaro la coppia».
«Ladro! Le tue galline sgravano forse uova d’oro?».
«No. Ma non è bello essere in mezzo al fetore del pollame, e per nulla non ci si sta. E poi, non siete giudei? Pagate».
«Tientele. Sei bell’e pagato», e Tommaso gli volta le spalle.
«Ehi! uomo! Vieni. Te le do per meno. Tre al denaro».
«Neanche quattro. Bevile e ti si annodino nella gola».
«Vieni. Senti. Che mi vuoi dare?». L’ortolano insegue Tommaso.
«Nulla. Non le voglio più. Volevo fare uno spuntino prima di andare in città. Ma è meglio così. Non perderò voce e appetito per cantare le storie del re e per fare un buon pasto all’albergo».
«Te le do per un didramma la coppia».
«Auf! Sei peggio di un tafano. Dàmmi le tue uova. E fresche. Se no torno indietro e ti faccio il muso più giallo di quanto non l’hai», e Tommaso va e torna con almeno due dozzine d’uova nel lembo del mantello. «Visto? Le spese le faccio io d’ora in poi, in questo paese di ladri. So come trattarli. Vengono pieni di denaro a comperare da noi, per le loro donne, e i bracciali non sono mai grossi abbastanza, e tirano sul prezzo a intere giornate. Mi vendico.
218.3
Ora andiamo da quell’altro scorpione. Vieni, Pietro. E tu, Giovanni, tieni le uova».
Vanno dal vecchio, che ha l’orto lungo la via maestra che dal nord, costeggiando le case del sobborgo, conduce alla città. Una bella via ben selciata, certo opera romana. La porta della città nel lato orientale è ormai vicina, e oltre di essa si vede che la via prosegue diritta e veramente artistica, mutata in un duplice porticato ombroso, retto da colonne marmoree, all’ombra fresca del quale la gente cammina lasciando il centro della via agli asini, cammelli, carri e cavalli.
«Salute! Ci vendi del pane?», chiede Tommaso.
Il vecchio o non sente o non vuol sentire. Veramente il cigolio del bindolo è tale che può creare confusione.
Pietro perde la pazienza e urla: «Ferma il tuo Sansone! Almeno prenderà fiato per non morire sotto i miei occhi. E ascoltaci!».
L’uomo ferma il ciuco e guarda storto il suo interlocutore, ma Pietro lo disarma dicendo: «Eh! non è giusto mettere il nome di Sansone ad un ciuco? Se sei filisteo ti deve piacere perché è offesa a Sansone[1]. Se sei d’Israele ti deve piacere perché ricorda una sconfitta filistea. Vedi perciò…».
«Sono filisteo e me ne vanto».
«Fai bene. Ti vanterò anche io se ci dai del pane».
«Ma non sei giudeo?».
«Sono cristiano».
«Che luogo è?».
«Non un luogo. È una persona. E io sono di quella persona».
«Sei schiavo suo?».
«Sono libero più di ogni altro uomo, perché chi è di quella persona non dipende più che da Dio».
«Dici il vero? Neanche da Cesare?».
«Puah! Cosa è Cesare rispetto a Colui che io seguo e al quale appartengo, e nel nome del quale ti chiedo un pane?».
«Ma dove è questo potente?».
«Quell’uomo là, che guarda qui e sorride. È il Cristo, il Messia. Non ne hai mai sentito parlare?».
«Sì. Il re d’Israele. Vincerà Roma?».
«Roma? Ma tutto il mondo e anche l’Inferno».
«E voi ne siete i generali? Così vestiti? Forse per sfuggire alle persecuzioni dei perfidi giudei».
«Sì e no. Ma dàmmi del pane e mentre mangiamo ti spiegherò».
«Pane? Ma anche acqua, anche vino e sedili, all’ombra, per te e il compagno e per il tuo Messia. Chiamalo».
E Pietro sgambetta lesto verso Gesù: «Vieni, vieni. Ci dà quello che vogliamo, quel vecchio filisteo. Credo però che ti assalirà di domande… Gli ho detto chi sei,… su per giù gliel’ho detto. Ma è ben disposto».
218.4
Vanno tutti nell’ortaglia, dove l’uomo ha già sistemato panche intorno ad un tavolo grezzo messo sotto una folta pergola di vite.
«La pace a te, Anania. Ti fiorisca la terra per la tua carità e ti dia pingue frutto».
«Grazie. A te pace. Siedi, sedete. Anibé! Nubi! Pane, vino, acqua. Subito», ordina il vecchio a due donne africane certo, perché una è assolutamente nera dalle grosse labbra e capelli crespi, l’altra è molto scura benché di tipo più europeo. E il vecchio spiega: «Le figlie delle schiave di mia moglie. Lei è morta e morte quelle che erano venute con lei. Ma le figlie sono rimaste. Alto e basso Nilo. Mia moglie era di là. Proibito, eh? Ma io non me ne curo. Non sono d’Israele, e le donne di razza inferiore sono mansuete».
«Non sei d’Israele?».
«Lo sono per forza, perché Israele ci è sul collo come un giogo. Ma… Tu sei israelita e ti offendi di questo che dico?…».
«No. Non mi offendo. Vorrei solo che tu ascoltassi la voce di Dio».
«Non parla a noi».
«Tu lo dici. Io ti parlo, ed è la sua voce».
«Ma Tu sei il Re di Israele».
Le donne, che stanno arrivando con pane, acqua, vino e che sentono parlare di «re», si fermano interdette guardando il giovane biondo, sorridente, dignitoso, che il padrone chiama «re», e poi fanno per ritirarsi, quasi strisciando per il rispetto.
«Grazie, donne. E pace anche a voi». Poi, rivolto al vecchio:
«Sono giovani… Puoi pure continuare il tuo lavoro».
«No. La terra è bagnata e può aspettare. Parla un poco.
Anibé, stacca l’asino e ricoveralo. E tu, Nubi, rovescia le ultime secchie, e poi… Ti fermi, Signore?».
«Non ti disturbare oltre. Mi basta prendere un poco di cibo e poi entro in Ascalona».
«Non mi disturbo. Va’ pure in città. Ma a sera vieni. Spezzeremo il pane e divideremo il sale. Presto, voi! Tu al pane, tu chiama Geteo che uccida un capretto e preparalo per la sera. Andate». E le due donne se ne vanno senza parlare.
218.5
«Sicché Tu sei re? Ma le armi? Erode è crudele, in ogni suo ramo. Ci ha ricostruito Ascalona. Ma per gloria sua. E ora!… Ma Tu le vergogne di Israele le sai più di me. Come farai?».
«Non ho che l’arma che viene da Dio».
«La spada di Davide?».
«La spada della mia parola».
«Oh! povero illuso! Si spunterà e perderà il filo sul bronzo dei cuori».
«Lo credi? Io non miro ad un regno del mondo. Per voi tutti Io miro al Regno dei Cieli».
«Noi tutti? Anche io, filisteo? Anche le mie schiave?».
«Tutti. Tu e loro. E fino per il più selvaggio che è al centro delle foreste africane».
«Vuoi fare un regno così grande? Perché lo chiami dei Cieli?
Potresti chiamarlo: regno della Terra».
«No. Non errare nel comprendere. Il mio è il Regno del vero Dio. Dio è in Cielo. Perciò è Regno del Cielo. Ogni uomo è un’anima vestita di corpo, e l’anima non può vivere che nei Cieli. Io vi voglio curare l’anima, levarne gli errori e gli asti, condurla a Dio attraverso la bontà e l’amore».
«Questo mi piace molto. Gli altri, io a Gerusalemme non vado, ma so che gli altri d’Israele da secoli non parlano così. Sicché Tu non ci odi?».
«Non odio nessuno».
Il vecchio pensa… poi chiede: «E le due schiave hanno anche loro anima come voi d’Israele?».
«Certamente. Non sono belve catturate. Sono creature infelici. Vanno amate. Le ami tu?».
«Non le tratto male. Voglio ubbidienza, ma non uso la frusta e le nutro bene. Bestia mal nutrita non lavora, si dice. Ma anche l’uomo malnutrito non è un buon affare. E poi sono nate in casa. Le ho viste piccole. Ora restano loro sole, perché io sono molto vecchio, sai? Quasi ottanta. Loro e Geteo sono il resto della mia casa di un tempo. Mi sono affezionato come a mobili miei. Mi chiuderanno gli occhi…».
«E poi?».
«E poi… Mah! Non lo so. Andranno a servire, e la casa si disferà. Mi spiace. L’ho fatta ricca col mio lavoro. Questa terra tornerà sabbiosa, sterile… Questa vigna… L’abbiamo piantata io e la moglie. E quel roseto… Egiziano, Signore. L’odore della mia sposa sento in lui… Mi pare un figlio… il figlio unico che è sepolto, farina ormai, ai suoi piedi… Dolori… Meglio morire giovani e non vedere questo e la morte che viene avanti…».
«Il tuo figlio non è morto e non la moglie. Sopravvive il loro spirito. Morta è la carne. La morte non deve spaurire. È vita la morte a chi spera in Dio e vive da giusto. Pensaci… Io vado in città. Tornerò questa sera e ti chiederò quel portico per dormire coi miei».
«No, Signore. Ho molte camere vuote. Te le offro». Giuda mette sul tavolo delle monete.
«No. Non le voglio. Sono di questa terra a voi invisa. Ma forse sono meglio di quelli che ci dominano. Addio, Signore».
«Pace a te, Anania».
Le due schiave insieme a Geteo, un nerboruto e anziano contadino, sono accorse a vederlo partire. «Pace anche a voi. Siate buoni. Addio», e Gesù sfiora i capelli crespi di Nubi e quelli lucidi e tesi di Anibé, sorride all’uomo e se ne va.