Note del tema

Pagani (Romani, Greci e altri)

Pagina 6 di 6

Comfort di lettura

EMR 204.3 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«La Luce venga a voi tutti».

«Salve, Maestro!», saluta Quintilliano, vestito da cittadino.

Le dame si alzano per salutare. Sono Plautina, Valeria e Lidia, più un’altra, anziana, che non so chi sia né che sia, se dello stesso grado o di grado inferiore. Sono tutte vestite molto semplicemente e nulla le distingue.

«Abbiamo voluto sentirti. Tu non sei mai venuto. Ero di… guardia al tuo arrivo. Ma non ti ho mai visto».

«Io pure non ho mai visto un milite, che mi era amico, alla porta dei Pesci. Aveva nome Alessandro…».

«Alessandro? Non so di preciso se è quello. Ma so che tempo fa dovemmo levare, per calmare i giudei, un milite colpevole di… avere parlato con Te. Ora è ad Antiochia. Ma forse tornerà. Auf! come sono seccanti i… quelli che vogliono comandare anche ora che sono soggetti! E bisogna barcamenare per non andare a cose grosse… Ci fanno la vita difficile, credilo… Ma Tu sei buono e sapiente. Ci parli? Forse presto lascerò la Palestina. Vorrei avere qualcosa di Te da ricordare».

«Vi parlerò. Sì. Non deludo mai. Che volete sapere?».

Dettaglio

Alcuni romani vennero a parlare con Gesù.

Parole chiave

EMR 204.3-9 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«La Luce venga a voi tutti».

«Salve, Maestro!», saluta Quintilliano, vestito da cittadino.

Le dame si alzano per salutare. Sono Plautina, Valeria e Lidia, più un’altra, anziana, che non so chi sia né che sia, se dello stesso grado o di grado inferiore. Sono tutte vestite molto semplicemente e nulla le distingue.

«Abbiamo voluto sentirti. Tu non sei mai venuto. Ero di… guardia al tuo arrivo. Ma non ti ho mai visto».

«Io pure non ho mai visto un milite, che mi era amico, alla porta dei Pesci. Aveva nome Alessandro…».

«Alessandro? Non so di preciso se è quello. Ma so che tempo fa dovemmo levare, per calmare i giudei, un milite colpevole di… avere parlato con Te. Ora è ad Antiochia. Ma forse tornerà. Auf! come sono seccanti i… quelli che vogliono comandare anche ora che sono soggetti! E bisogna barcamenare per non andare a cose grosse… Ci fanno la vita difficile, credilo… Ma Tu sei buono e sapiente. Ci parli? Forse presto lascerò la Palestina. Vorrei avere qualcosa di Te da ricordare».

«Vi parlerò. Sì. Non deludo mai. Che volete sapere?».

Quintilliano guarda le dame interrogativamente… «Quello che vuoi, Maestro», dice Valeria.

204.4

Plautina si alza di nuovo e dice: «Ho molto pensato… avrei tanto da conoscere… tutto, per giudicare. Ma, se è lecito chiedere, vorrei sapere come si costruisce una fede, la tua, per esempio, su un terreno che Tu hai detto privo di fede vera. Hai detto che le nostre credenze sono vane. Allora rimaniamo senza nulla. Come giungere ad avere?».

«Prenderò l’esempio da una cosa che voi avete. I templi. I vostri edifici sacri, veramente belli, la cui unica imperfezione è di essere dedicati al Nulla, vi possono insegnare come si può giungere ad avere una fede e dove collocare la fede. Osservate. Dove vengono costruiti? Quale luogo è possibilmente scelto per essi? Come sono costruiti? Il luogo generalmente è spazioso, libero ed elevato. E, se spazioso e libero non è, lo si fa tale demolendo quanto lo ingombra e stringe. Se non è elevato lo si sopraeleva su uno stereobate più elevato di quello usuale di tre gradini, usato per i templi posti già su una naturale elevazione. Chiusi in una cinta sacra, per lo più, e formata da colonnati e portici entro cui sono chiusi gli alberi sacri agli dèi, fontane e altari, statue e stele, sono preceduti solitamente dal propileo, oltre il quale è l’altare dove vengono fatte le preci al nume. Di fronte a questo vi è il luogo del sacrificio, perché il sacrificio precede la preghiera. Molte volte, e specie nei più grandiosi, il peristilio li cinge di una ghirlanda di marmi preziosi. Nell’interno vi è il vestibolo anteriore, esterno o interno al peristilio, la cella del nume, il vestibolo posteriore. Marmi, statue, frontoni, acrotèri e timpani, tutti politi, preziosi, decorati, fanno del tempio un edificio nobilissimo anche alla vista più rozza. Non è così?».

«Così è, Maestro. Li hai visti e studiati molto bene», conferma e loda Plautina.

«Ma se ci consta che non è mai uscito dalla Palestina!?», esclama Quintilliano.

«Non sono mai uscito per andare a Roma o ad Atene. Ma non ignoro l’architettura di Grecia e di Roma, e nel genio dell’uomo che ha decorato il Partenone Io ero presente, perché Io sono dovunque è vita e manifestazione di vita. Là dove un saggio pensa, uno scultore scolpisce, un poeta compone, una madre canta su una cuna, un uomo fatica sui solchi, un medico lotta con i morbi, un vivente respira, un animale vive, un albero vegeta, là Io sono insieme a Colui da cui vengo. Nel boato del terremoto o nel fragore dei fulmini, nella luce delle stelle o nel flusso delle maree, nel volo dell’aquila o nel sibilo della zanzara, Io sono col Creatore altissimo».

«Sicché… Tu… Tu sai tutto? E il pensiero e le opere umane?», chiede ancora Quintilliano.

«Io so».

I romani si guardano stupiti.

204.5

Un silenzio lungo e poi, timidamente, prega Valeria: «Svolgi il tuo pensiero, Maestro, perché noi si sappia cosa fare».

«Sì. La fede si costruisce come si costruiscono i templi di cui siete tanto orgogliosi. Si fa spazio al tempio, si fa libertà intorno ad esso, si fa elevazione ad esso».

«Ma il tempio dove mettere la fede, questa deità vera, dove è?», chiede Plautina.

«Non è deità, Plautina, la fede. È una virtù. Non vi sono deità nella fede vera. Ma vi è un unico e vero Dio».

«Allora… Egli è lassù, solo, nel suo Olimpo? E che fa se è solo?».

«Basta a Se stesso e si occupa di ogni cosa che è nel creato. Ti ho detto prima: anche al sibilo della zanzara è presente Dio. Non si annoia, non dubitare. Non è un povero uomo, padrone di un immenso impero in cui si sente odiato e in cui vive tremando. È l’Amore, e vive amando. La sua Vita è Amore continuo. Basta a Se stesso perché è infinito e potentissimo, è la Perfezione. Ma tante sono le cose create, che vivono per il suo continuo volere, che Egli non ha tempo di annoiarsi. La noia è frutto dell’ozio e del vizio. Nel Cielo del vero Dio non vi è ozio e non vi è vizio. Ma presto Egli avrà, oltre agli angeli che ora lo servono, un popolo di giusti giubilanti in Lui, e sempre più questo popolo si accrescerà per i credenti futuri nel vero Dio».

«Gli angeli sarebbero i geni?», chiede Lidia.

«No. Sono esseri spirituali, come lo è Dio che li ha creati».

«E i geni che sono allora?».

«Quali voi li immaginate sono menzogna. Non esistono, così come voi li immaginate. Ma per quell’istintivo bisogno dell’uomo di cercare la verità – e questo per pungolo dell’anima che è viva e presente anche nei pagani, e sofferente in essi, perché è delusa nel suo desiderio, perché è affamata nella sua nostalgia del Dio vero che essa sola ricorda, in quel corpo in cui ella abita e che è retto da una mente pagana – anche voi avete sentito che l’uomo non è solo carne, e che al suo peribile corpo è unito un che di immortale. E così lo hanno le città e le nazioni. Ecco allora che credete, che sentite il bisogno di credere ai “geni”. E vi date il genio individuale, quello della famiglia, della città, delle nazioni. Voi avete il “genio di Roma”. Avete il “genio dell’imperatore”. E li adorate come divinità minori. Entrate nella vera fede. Avrete conoscenza ed amicizia dell’angelo vostro, al quale darete venerazione, non adorazione. Solo Dio va adorato».

204.6

«Hai detto: “Pungolo dell’anima che è viva e presente anche nei pagani, e sofferente in essi perché delusa”. Ma l’anima da chi viene?», domanda Pubblio Quintilliano.

«Da Dio. Egli è il Creatore».

«Ma non nasciamo da donna per connubio con uomo? Anche i nostri dèi sono generati così».

«I vostri dèi non sono. Sono i fantasmi del vostro pensiero che ha bisogno di credere. Perché questo bisogno è più imperioso di quello del respirare. Anche chi dice di non credere crede. A qualcosa crede. Il fatto solo di dire: “Io non credo in Dio” presuppone un’altra fede. In se stesso, magari, nella propria mente superba. Ma credere si crede sempre. È come il pensiero. Se voi dite: “Io non voglio pensare”, oppure: “Io non credo a Dio”, solo per queste due frasi che dite mostrate di pensare che non volete credere a Quello che sapete esistere e che non volete pensare. Circa l’uomo, per essere esatti nell’esprimere il concetto, dovete dire: “L’uomo è generato come tutti gli animali da un connubio fra maschio e femmina. Ma l’anima, ossia quella cosa che differenzia l’animale-uomo dall’animale-bruto, viene da Dio. Egli la crea di volta in volta che un uomo è generato, meglio, è concepito in un seno, e la innesta in questa carne che altrimenti sarebbe solamente animale”».

«E noi l’abbiamo? Noi pagani? A sentire i tuoi connazionali non parrebbe…», dice ironico Quintilliano.

«Ogni nato da donna l’ha».

«Tu hai detto però che il peccato la uccide. Come allora in noi peccatori è viva?», chiede Plautina.

«Voi non peccate nella fede, credendo di essere nel Vero.

Quando conoscerete la Verità e persisterete nell’errore, allora peccherete. Ugualmente molte cose, che per gli israeliti sono peccato, per voi non lo sono. Perché nessuna legge divina ve le proibisce. Il peccato è quando uno scientemente si ribella all’ordine dato da Dio e dice: “So che ciò che faccio è male. Ma lo voglio fare ugualmente”. Dio è giusto. Non può punire uno che fa il male credendo di fare il bene. Punisce chi, avendo avuto modo di conoscere Bene e Male, sceglie quest’ultimo e vi persiste».

«Allora in noi l’anima è, e viva e presente?».

«Sì».

«E sofferente? Credi proprio che essa si ricordi di Dio? Noi non ci ricordiamo del seno che ci ha portati. Non potremmo dire come era fatto nel suo interno. L’anima, se ho ben capito, viene spiritualmente generata da Dio. Può mai ricordarsi di questo se il corpo non ricorda la lunga sosta nel seno?».

«L’anima non è bruta, Plautina. L’embrione sì. Tanto vero che l’anima viene data quando il feto è già formato[2]. L’anima è, a somiglianza di Dio, eterna e spirituale. Eterna dal momento che viene creata, mentre Dio è il perfettissimo Eterno e perciò non ha principio nel tempo come non avrà fine. L’anima, lucida, intelligente, spirituale, opera di Dio, si ricorda[3]. E soffre perché desidera Dio, il vero Dio da cui viene, e ha fame di Dio. Ecco perché pungola il corpo, torpido a cercare di accostarsi a Dio».

204.7

«Allora noi abbiamo un’anima come l’hanno quelli che voi dite “giusti” del vostro popolo? Proprio uguale?».

«No, Plautina. A seconda di quello che intendi dire, cambia. Se vuoi dire per l’origine e la natura, è in tutto uguale a quella dei nostri santi. Se dici per formazione, allora ti dico che è già diversa. Se poi vuoi dire per perfezione raggiunta avanti la morte, allora la diversità può essere assoluta. Ma questo non solo in voi pagani. Anche un figlio di questo popolo può essere assolutamente diverso, nella vita futura, da un santo. L’anima subisce tre fasi. La prima è di creazione. La seconda di ricreazione. La terza di perfezione. La prima è comune a tutti gli uomini. La seconda è propria dei giusti che con la loro volontà portano l’anima ad una rinascita ancora più completa, unendo le loro buone azioni alla bontà dell’opera di Dio, e fanno perciò un’anima già spiritualmente più perfetta della prima; per cui fanno, fra la prima e la terza, da anello di congiunzione. La terza è propria dei beati, o santi se così vi piace, i quali hanno superato di mille e mille gradi l’iniziale anima loro, adatta all’uomo, e ne hanno fatto un che di adatto a riposare in Dio».

204.8

«Come possiamo fare spazio, libertà, elevazione all’anima?».

«Con l’abbattere le inutili cose che avete nel vostro io. Liberarlo da tutte le idee sbagliate, e coi detriti di queste demolizioni fare l’elevazione per il tempio sovrano. L’anima va portata sempre più in alto, sui tre gradini. Oh! voi romani amate i simboli. Guardate i tre gradini alla luce del simbolo. Possono dirvi i loro nomi: penitenza, pazienza, costanza. Oppure: umiltà, purezza, giustizia. Oppure: sapienza, generosità, misericordia. O infine il trinomio splendido: fede, speranza, carità. Guardate ancora il simbolo della cinta che, ornata e robusta, cinge l’area del tempio. Occorre saper circondare l’anima, regina del corpo, tempio allo Spirito eterno, di una barriera che la difenda senza però impedirle la luce né opprimerla con la vista di brutture. Una cinta sicura, e scalpellata dal desiderio di amore, da ciò che è inferiore: la carne e il sangue, verso ciò che è superiore: lo spirito. Scalpellare con la volontà. Levare angoli, scheggiature, macchie, vene di debolezza dal marmo del nostro io perché sia perfetto intorno all’anima. E nello stesso tempo, della cinta messa a riparo del tempio, fare misericordioso rifugio ai più infelici che non conoscono ciò che è Carità. I portici: l’effondersi dell’amore, della pietà, del desiderio che altri vengano a Dio, simili ad amorose braccia che si stendono a far velo sulla cuna di un orfano. E oltre la cinta le piante più belle e più profumate, omaggio al Creatore. Seminate sul terreno prima nudo e poi coltivate le piante: le virtù d’ogni nome, la seconda cinta viva e fiorita intorno al sacrario; e fra le piante, fra le virtù, le fontane, altro amore, altra purificazione prima di accostarsi al propileo vicino al quale, e prima di salire all’altare, si deve compiere il sacrificio della carnalità, svenarsi delle lussurie. E poi passare oltre, all’altare, per deporvi l’offerta, e poi ancora accostarsi alla cella dove è Dio, superando il vestibolo. E la cella che sarà? Una dovizia di spirituali ricchezze perché nulla è mai troppo per fare cornice a Dio. Avete inteso? Mi avete chiesto come si costruisce la fede. Vi ho detto: “secondo il metodo con cui si alzano i templi”. Vedete che è vero.

204.9

Avete altro da dirmi?».

«No, Maestro. Credo che Flavia abbia scritto le cose che hai detto. Claudia le vuole sapere. Hai scritto?».

«Esattamente», dice la donna passando le tavolette cerate.

«Ci rimarrà tempo[4] per poterle rileggere», dice Plautina.

«È cera. Si cancella. Scrivetevele nei cuori. Non si cancellerà più».

«Maestro, sono ingombri di templi vani. Vi gettiamo contro la tua Parola per atterrarli. Ma è lavoro lungo», dice Plautina con un sospiro. E termina: «Ricordati di noi presso il tuo Cielo…».

«Andate sicure che lo farò. Vi lascio. Sappiate che la vostra venuta mi è stata cara. Addio, Publio Quintilliano. Ricordati di Gesù di Nazaret».

Le dame salutano e se ne vanno per prime. Poi, pensieroso, se ne va Quintilliano. Gesù li guarda andare in compagnia di Massimino, che li riconduce ai loro carri.

Dettaglio

Le donne romane vennero ad incontrare Gesù a Betania.

Annotazione

Le signore si alzano per salutare. Ci sono Plautina, Valéria e Lidia e, in più, un'altra donna anziana, che non so chi sia o cosa sia, se sia dello stesso rango o inferiore. È Flavia Domitilla, che scrive su tavolette di cera ciò che Gesù dice (EMV 204,9).

- L'anima non è materia prima, Plautina. Lo è l'embrione. È tanto vero che l'anima viene data solo quando il feto è già formato INFUSIONE DELL'ANIMA: L'embrione, sì, invece di:il feto, sì, è una correzione di Maria Valtorta sul manoscritto originale, dove inserisce: "È tanto vero che l'anima viene data quando il feto è già formato". Questa frase è presente nella traduzione francese di Felix Sauvage del 1985, ma è stata tolta perché sarebbe in contraddizione con altre affermazioni del capitolo, ma questa affermazione, che è in linea con quella di San Tommaso d'Aquino (vedi sotto), è confermata da altre affermazioni come in EMV 118: L 'uomo è prima di tutto solo un embrione animale, non diverso da quello di una pecora.

L'anima è, a somiglianza di Dio, eterna e spirituale. Questa posizione è stata sostenuta da San Tommaso d'Aquino, Dottore della Chiesa, nella tradizione di Aristotele. Egli stimava il tempo di insufflazione a 40 giorni (circa 6 settimane). Oggi, con il progredire della scienza, Giovanni Paolo II, senza decidere il momento esatto dell'insufflazione, ci ricorda che fin dall'origine dell'embrione c'è una definizione personale da rispettare (tutti ne veniamo). Lo studio antropologico ci porta a riconoscere che, in virtù dell'unità sostanziale del corpo con lo spirito, il genoma umano non ha solo un significato biologico; è portatore di una dignità antropologica che ha la sua fonte nell'anima spirituale che lo penetra e gli dà vita"(Discorso ai membri della Pontificia Accademia per la Vita, 24 febbraio 1998 {it}). Da parte sua, San Tommaso d'Aquino affermava: "L'anima preesiste nell'embrione; lì è prima nutritiva, poi sensibile e infine intellettiva"(Summa Theologica, Parte I, Domanda 118, da dove viene l'anima dell'uomo, Articolo 2, Risposta).

L'anima, lucida, intelligente, spirituale, opera di Dio, lo ricorda. Di questo si è già parlato sopra, in EMV 204.5, così come in EMV 94.7, EMV 121.7, EMV 154.7 (con una nota), EMV 157.5, EMV 169.5, EMV 344.7 (in bocca a un bambino), EMV 428.4 (con una nota), EMV 534.6 (in bocca a un vecchio), EMV 554.10, EMV 556.8.

Il ricordo che le anime hanno di Dio è trattato in modo più specifico in : EMV 10,9 | EMV 286,7 | EMV 290,9. Inoltre, Maria "non fu mai priva del ricordo di Dio", come si legge in EMV 4,6; ciò è illustrato in EMV 10,8/10 e nelle ultime righe diEMV 11,4. L'anima di Maria è menzionata anche in EMV 136,6 e in EMV 348,9/10.

Parole chiave

EMR 206.15 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Lazzaro si felicita con Gesù. Dice: «Oh! mi duole di vederti partire. Ma sono più contento che se ti avessi visto andare via ieri l’altro!».

«Perché, Lazzaro?».

«Perché mi parevi tanto triste e stanco… Non parlavi, poco sorridevi… Ieri e oggi sei tornato il mio santo e dolce Maestro, e ciò mi dà tanta gioia…».

«Lo ero anche se tacevo…».

«Lo eri. Ma Tu sei serenità e parola. Noi vogliamo questo da Te. Beviamo a queste fonti la nostra forza. Ed ora queste fonti parevano disseccate. Era penosa la nostra sete… Tu vedi che anche i gentili se ne sono stupiti, e sono venuti a cercarle…».

L’Iscariota, a cui si era accostato Giovanni di Zebedeo, osa parlare: «Già, avevano domandato anche a me… Perché io stavo molto presso l’Antonia, sperando di vederti».

«Sapevi dove ero», risponde Gesù brevemente.

«Lo sapevo. Ma speravo che non avresti deluso chi ti attendeva. Anche i romani furono delusi. Non so perché hai agito così…».

«E sei tu che me lo chiedi? Non sei al corrente degli umori del Sinedrio, dei farisei, degli altri ancora, per Me?».

«Che? Avresti avuto paura?».

«No. Nausea.»

Annotazione

Vedete, anche i pagani furono sorpresi e vennero a cercarli... Riferimento a EMV 204, con visite di Plautina, Lidia, Flavia Domitilla e Valeria.

Parole chiave

EMR 218.2-5 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

↗

Citazione

Va sicuro sino ad un piccolo sobborgo rurale dove gli ortolani coltivano verdure per la città. I campicelli e gli orti sono regolari e ben curati, e donne ed uomini li coltivano e stanno versando acqua nei solchi, estraendola dai pozzi a fatica di braccia, oppure col vecchio e cigolante sistema delle secchie sollevate da un povero asinello che bendato gira intorno al pozzo. Ma non dicono nulla. Gesù saluta: «Pace a voi». Ma la gente rimane, se non ostile, indifferente.

«Signore, qui si corre pericolo di morire di fame. Non capiscono il tuo saluto. Ora provo io», dice Tommaso. E abborda il primo ortolano che vede dicendo: «Costa cara la tua verdura?».

«Non più di quella delle altre ortaglie. Cara o non cara, a seconda di come è grassa la borsa».

«Ben detto. Ma come vedi io non muoio di inedia. Sono grasso e colorito anche senza le tue verdure. Segno che la mia borsa è una buona mammella. Breve: siamo in tredici e possiamo comperare. Cosa ci vendi?».

«Uova, verdure, mandorle primaticce e mele che sono vizze per vecchiaia, ulive… Ciò che vuoi».

«Dàmmi delle uova, delle mele e pane, per tutti».

«Pane non ne ho. In città ne trovi».

«Ho fame ora, non fame fra un’ora. Non lo credo che non hai pane».

«Non ne ho. La donna lo sta facendo. Ma vedi là quel vecchio? Lui ne ha molto sempre, perché essendo più sulla strada ne è spesso richiesto dai pellegrini. Vai da Anania e chiedine. Ora ti porto le uova. Ma guarda che costano un denaro la coppia».

«Ladro! Le tue galline sgravano forse uova d’oro?».

«No. Ma non è bello essere in mezzo al fetore del pollame, e per nulla non ci si sta. E poi, non siete giudei? Pagate».

«Tientele. Sei bell’e pagato», e Tommaso gli volta le spalle.

«Ehi! uomo! Vieni. Te le do per meno. Tre al denaro».

«Neanche quattro. Bevile e ti si annodino nella gola».

«Vieni. Senti. Che mi vuoi dare?». L’ortolano insegue Tommaso.

«Nulla. Non le voglio più. Volevo fare uno spuntino prima di andare in città. Ma è meglio così. Non perderò voce e appetito per cantare le storie del re e per fare un buon pasto all’albergo».

«Te le do per un didramma la coppia».

«Auf! Sei peggio di un tafano. Dàmmi le tue uova. E fresche. Se no torno indietro e ti faccio il muso più giallo di quanto non l’hai», e Tommaso va e torna con almeno due dozzine d’uova nel lembo del mantello. «Visto? Le spese le faccio io d’ora in poi, in questo paese di ladri. So come trattarli. Vengono pieni di denaro a comperare da noi, per le loro donne, e i bracciali non sono mai grossi abbastanza, e tirano sul prezzo a intere giornate. Mi vendico.

218.3

Ora andiamo da quell’altro scorpione. Vieni, Pietro. E tu, Giovanni, tieni le uova».

Vanno dal vecchio, che ha l’orto lungo la via maestra che dal nord, costeggiando le case del sobborgo, conduce alla città. Una bella via ben selciata, certo opera romana. La porta della città nel lato orientale è ormai vicina, e oltre di essa si vede che la via prosegue diritta e veramente artistica, mutata in un duplice porticato ombroso, retto da colonne marmoree, all’ombra fresca del quale la gente cammina lasciando il centro della via agli asini, cammelli, carri e cavalli.

«Salute! Ci vendi del pane?», chiede Tommaso.

Il vecchio o non sente o non vuol sentire. Veramente il cigolio del bindolo è tale che può creare confusione.

Pietro perde la pazienza e urla: «Ferma il tuo Sansone! Almeno prenderà fiato per non morire sotto i miei occhi. E ascoltaci!».

L’uomo ferma il ciuco e guarda storto il suo interlocutore, ma Pietro lo disarma dicendo: «Eh! non è giusto mettere il nome di Sansone ad un ciuco? Se sei filisteo ti deve piacere perché è offesa a Sansone[1]. Se sei d’Israele ti deve piacere perché ricorda una sconfitta filistea. Vedi perciò…».

«Sono filisteo e me ne vanto».

«Fai bene. Ti vanterò anche io se ci dai del pane».

«Ma non sei giudeo?».

«Sono cristiano».

«Che luogo è?».

«Non un luogo. È una persona. E io sono di quella persona».

«Sei schiavo suo?».

«Sono libero più di ogni altro uomo, perché chi è di quella persona non dipende più che da Dio».

«Dici il vero? Neanche da Cesare?».

«Puah! Cosa è Cesare rispetto a Colui che io seguo e al quale appartengo, e nel nome del quale ti chiedo un pane?».

«Ma dove è questo potente?».

«Quell’uomo là, che guarda qui e sorride. È il Cristo, il Messia. Non ne hai mai sentito parlare?».

«Sì. Il re d’Israele. Vincerà Roma?».

«Roma? Ma tutto il mondo e anche l’Inferno».

«E voi ne siete i generali? Così vestiti? Forse per sfuggire alle persecuzioni dei perfidi giudei».

«Sì e no. Ma dàmmi del pane e mentre mangiamo ti spiegherò».

«Pane? Ma anche acqua, anche vino e sedili, all’ombra, per te e il compagno e per il tuo Messia. Chiamalo».

E Pietro sgambetta lesto verso Gesù: «Vieni, vieni. Ci dà quello che vogliamo, quel vecchio filisteo. Credo però che ti assalirà di domande… Gli ho detto chi sei,… su per giù gliel’ho detto. Ma è ben disposto».

218.4

Vanno tutti nell’ortaglia, dove l’uomo ha già sistemato panche intorno ad un tavolo grezzo messo sotto una folta pergola di vite.

«La pace a te, Anania. Ti fiorisca la terra per la tua carità e ti dia pingue frutto».

«Grazie. A te pace. Siedi, sedete. Anibé! Nubi! Pane, vino, acqua. Subito», ordina il vecchio a due donne africane certo, perché una è assolutamente nera dalle grosse labbra e capelli crespi, l’altra è molto scura benché di tipo più europeo. E il vecchio spiega: «Le figlie delle schiave di mia moglie. Lei è morta e morte quelle che erano venute con lei. Ma le figlie sono rimaste. Alto e basso Nilo. Mia moglie era di là. Proibito, eh? Ma io non me ne curo. Non sono d’Israele, e le donne di razza inferiore sono mansuete».

«Non sei d’Israele?».

«Lo sono per forza, perché Israele ci è sul collo come un giogo. Ma… Tu sei israelita e ti offendi di questo che dico?…».

«No. Non mi offendo. Vorrei solo che tu ascoltassi la voce di Dio».

«Non parla a noi».

«Tu lo dici. Io ti parlo, ed è la sua voce».

«Ma Tu sei il Re di Israele».

Le donne, che stanno arrivando con pane, acqua, vino e che sentono parlare di «re», si fermano interdette guardando il giovane biondo, sorridente, dignitoso, che il padrone chiama «re», e poi fanno per ritirarsi, quasi strisciando per il rispetto.

«Grazie, donne. E pace anche a voi». Poi, rivolto al vecchio:

«Sono giovani… Puoi pure continuare il tuo lavoro».

«No. La terra è bagnata e può aspettare. Parla un poco.

Anibé, stacca l’asino e ricoveralo. E tu, Nubi, rovescia le ultime secchie, e poi… Ti fermi, Signore?».

«Non ti disturbare oltre. Mi basta prendere un poco di cibo e poi entro in Ascalona».

«Non mi disturbo. Va’ pure in città. Ma a sera vieni. Spezzeremo il pane e divideremo il sale. Presto, voi! Tu al pane, tu chiama Geteo che uccida un capretto e preparalo per la sera. Andate». E le due donne se ne vanno senza parlare.

218.5

«Sicché Tu sei re? Ma le armi? Erode è crudele, in ogni suo ramo. Ci ha ricostruito Ascalona. Ma per gloria sua. E ora!… Ma Tu le vergogne di Israele le sai più di me. Come farai?».

«Non ho che l’arma che viene da Dio».

«La spada di Davide?».

«La spada della mia parola».

«Oh! povero illuso! Si spunterà e perderà il filo sul bronzo dei cuori».

«Lo credi? Io non miro ad un regno del mondo. Per voi tutti Io miro al Regno dei Cieli».

«Noi tutti? Anche io, filisteo? Anche le mie schiave?».

«Tutti. Tu e loro. E fino per il più selvaggio che è al centro delle foreste africane».

«Vuoi fare un regno così grande? Perché lo chiami dei Cieli?

Potresti chiamarlo: regno della Terra».

«No. Non errare nel comprendere. Il mio è il Regno del vero Dio. Dio è in Cielo. Perciò è Regno del Cielo. Ogni uomo è un’anima vestita di corpo, e l’anima non può vivere che nei Cieli. Io vi voglio curare l’anima, levarne gli errori e gli asti, condurla a Dio attraverso la bontà e l’amore».

«Questo mi piace molto. Gli altri, io a Gerusalemme non vado, ma so che gli altri d’Israele da secoli non parlano così. Sicché Tu non ci odi?».

«Non odio nessuno».

Il vecchio pensa… poi chiede: «E le due schiave hanno anche loro anima come voi d’Israele?».

«Certamente. Non sono belve catturate. Sono creature infelici. Vanno amate. Le ami tu?».

«Non le tratto male. Voglio ubbidienza, ma non uso la frusta e le nutro bene. Bestia mal nutrita non lavora, si dice. Ma anche l’uomo malnutrito non è un buon affare. E poi sono nate in casa. Le ho viste piccole. Ora restano loro sole, perché io sono molto vecchio, sai? Quasi ottanta. Loro e Geteo sono il resto della mia casa di un tempo. Mi sono affezionato come a mobili miei. Mi chiuderanno gli occhi…».

«E poi?».

«E poi… Mah! Non lo so. Andranno a servire, e la casa si disferà. Mi spiace. L’ho fatta ricca col mio lavoro. Questa terra tornerà sabbiosa, sterile… Questa vigna… L’abbiamo piantata io e la moglie. E quel roseto… Egiziano, Signore. L’odore della mia sposa sento in lui… Mi pare un figlio… il figlio unico che è sepolto, farina ormai, ai suoi piedi… Dolori… Meglio morire giovani e non vedere questo e la morte che viene avanti…».

«Il tuo figlio non è morto e non la moglie. Sopravvive il loro spirito. Morta è la carne. La morte non deve spaurire. È vita la morte a chi spera in Dio e vive da giusto. Pensaci… Io vado in città. Tornerò questa sera e ti chiederò quel portico per dormire coi miei».

«No, Signore. Ho molte camere vuote. Te le offro». Giuda mette sul tavolo delle monete.

«No. Non le voglio. Sono di questa terra a voi invisa. Ma forse sono meglio di quelli che ci dominano. Addio, Signore».

«Pace a te, Anania».

Le due schiave insieme a Geteo, un nerboruto e anziano contadino, sono accorse a vederlo partire. «Pace anche a voi. Siate buoni. Addio», e Gesù sfiora i capelli crespi di Nubi e quelli lucidi e tesi di Anibé, sorride all’uomo e se ne va.

Parole chiave

EMR 594.4

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Traduzione in corso

Parole chiave

EMR 604.33-34

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Traduzione in corso

Parole chiave