Note del tema

Parole chiave principali e trasversali 🌟

Pagina 7 di 198

Comfort di lettura

EMR 13.1-7

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

13.1 Come Ăš bella Maria nelle sue vesti di sposa, fra le amiche e maestre festanti! Vi Ăš anche, fra queste, Elisabetta.

Tutta vestita di candidissimo lino, cosĂŹ setoso e fino che pare una seta preziosa. Una cintura in oro e argento lavorato a bulino, fatta tutta a medaglioni tenuti insieme da catenelle — e ogni medaglione Ăš un ricamo di linee d’oro fra il pesante argento che il tempo ha brunito — le cinge la vita sottile e, forse perchĂ© troppo larga per Lei, ancor giovinetta gentile, le pende davanti coi tre ultimi medaglioni, scendendo fra le pieghe della veste amplissima e lievemente a strascico tanto Ăš lunga. Ai piedini, sandali di pelle bianchissima con fibbie in argento.

Al collo la veste Ăš tenuta da una catenella a rosette d’oro e di filigrana d’argento, che riprendono in piccolo il motivo della cintura, e che passa fra larghe asole che sono all’ampia scollatura, riunendola perciĂČ in crespe che formano come una piccola gala. Il collo di Maria emerge da quel candore pieghettato con la grazia di uno stelo avvolto in una garza preziosa, e pare ancor piĂč esile e bianco, uno stelo di giglio terminante nel viso liliale, ancor piĂč pallido per l’emozione e piĂč puro. Un viso di ostia purissima.

I capelli non pendono piĂč sulle spalle. Sono vezzosamente disposti a nodo di trecce, e delle preziose forcine di argento brunito, tutte fatte a ricamo di filigrana nell’arco del sommo, le tengono a posto. Il velo materno Ăš posato su queste trecce e ricade con belle pieghe al disotto della lamina preziosa, che stringe la fronte bianchissima. Scende sino ai fianchi, perchĂ© Maria non Ăš alta come sua madre, e il velo le sorpassa le anche, mentre ad Anna giungeva alla cintura.

Alle mani nulla, ai polsi braccialetti. Ma sono cosĂŹ sottili questi polsi, che i pesanti braccialetti materni le ricadono fin sul dorso e forse, se scuotesse le mani, cadrebbero al suolo.

13.2 Le compagne la rimirano in tutti i sensi e l’ammirano. Fanno un gaio cinguettio di passerette con le loro domande e le loro frasi di ammirazione.

«Son di tua madre?».

«Antichi, vero?».

«Che bella, Sara, questa cintura!».

«E questo velo, Susanna? Ma guarda che finezza! Ma guarda questi gigli tessuti in esso!».

«Fammi vedere i bracciali, Maria! Erano di tua madre?».

«Li portĂČ. Ma sono della madre di Gioacchino mio padre».

«Oh! guarda! Hanno il sigillo di Salomone intrecciato con esili rametti di palma e d’ulivo, e fra questi son gigli e rose. Oh! chi ha fatto sĂŹ perfetto e minuto lavoro?».

«Sono della casa di Davide», spiega Maria. «Li mettono da secoli le donne della stirpe che vanno a spose, e restano in retaggio all’erede».

«GiĂ ! Tu sei figlia erede ».

«Ti hanno portato tutto da Nazareth?».

«No. Quando morĂŹ mia madre, mia cugina portĂČ il corredo nella sua casa per conservarlo senza guasto. Ora me lo ha portato».

«Dove Ú? dove Ú? Mostralo alle amiche».

Maria non sa come fare
 Vorrebbe esser cortese, ma vorrebbe anche non smuovere tutta la roba, disposta in tre pesanti cofani.

In suo aiuto intervengono le maestre. «Lo sposo sta per giungere. Non Ú tempo di metter confusione. Lasciatela stare, ché la stancate, e andate a prepararvi».

Lo sciame garrulo si allontana un po’ imbronciato. Maria puĂČ godersi in pace le sue maestre, che le dicono parole di lode e benedizione.

13.3 Anche Elisabetta si Ăš fatta vicina. E poichĂ© Maria, commossa, piange perchĂ© Anna di Fanuel la chiama: «Figlia!», e la bacia con un affetto veramente materno, Elisabetta le dice: «Maria, tua madre non c’ù, ma c’ù. Il suo spirito esulta presso il tuo. E, guarda, le cose che tu porti ti ridanno la sua carezza. Vi trovi ancora il sapore dei suoi baci. Un giorno lontano, il giorno in cui tu venisti al Tempio, ella mi disse: “Le ho preparato le vesti e il corredo di sposa, perchĂ© voglio esser sempre io quella che le fila i lini e le fa le vesti di sposa, per non esser assente nel giorno della sua gioia”. E, sai? Negli ultimi tempi, quando io l’assistevo, ella voleva ogni sera carezzare le tue prime vesti e queste che ora porti, e diceva: “Qui sento l’odore di gelsomino della mia piccina, e qui voglio Ella senta il bacio di sua mamma”. Quanti baci a questo velo che ti ombreggia la fronte! PiĂč baci che fili!
 E, quando metterai le tele da lei tessute, pensa che, piĂč che lo stame, le ha formate l’amor di tua madre. E questi monili
 Anche in ore penose furono salvati dal padre per te, per farti bella, come a principessa di Davide spetta, in quest’ora. Sii lieta, Maria. Non sei orfana, chĂ© i tuoi sono teco e hai uno sposo che ti Ăš padre e madre, tanto Ăš perfetto ».

«Oh! sĂŹ! Questo Ăš vero. Di lui non mi posso certo rammaricare. In men di due mesi Ăš venuto due volte, ed oggi viene per la terza, sfidando piogge e tempo ventoso, per prendere ordini da me
 Pensa: ordini! Io che sono una povera donna e di lui tanto piĂč giovane! E non mi ha negato nulla. Anzi neppure attende che io chieda. Pare che un angelo gli dica ciĂČ che io desidero, e me lo dice lui prima che io parli. L’ultima volta ha detto: “Maria, io penso che tu preferisca stare nella tua casa paterna. Dato che sei figlia erede, lo puoi fare, se credi. Io verrĂČ in casa tua. Solo, per osservare il rito, tu andrai per una settimana in casa di Alfeo, mio fratello. Maria ti ama tanto giĂ . E da lĂ  partirĂ  la sera delle nozze il corteo che ti porterĂ  a casa”. Non Ăš gentile? Non gli Ăš importato neppure di far dire alla gente che egli non ha una casa che mi piaccia
 A me sarebbe sempre piaciuta, perchĂ© vi Ăš lui, tanto buono. Ma certo
 preferisco la mia casa,
 per i ricordi
 Oh! Ăš buono Giuseppe!».

«Che ha detto del voto? Ancora non mi dicesti nulla».

«Nulla ha opposto. Anzi, saputene le ragioni, ha detto: “Io unirĂČ il mio sacrificio al tuo”».

«È un giovane santo!», dice Anna di Fanuel.

13.4 Il «giovane santo» entra in questo punto accompagnato da Zaccaria.

È letteralmente splendido. Tutto in giallo oro, pare un sovrano orientale. Una splendida cintura sorregge borsa e pugnale, l’una di marocchino a ricami in oro, l’altro in guaina pure di marocchino a fregi d’oro. In capo un turbante, ossia il solito telo messo a cappuccio come ancora lo hanno certi popoli dell’Africa, i beduini per esempio, tenuto a posto da un cerchio prezioso, un filo d’oro sottile al quale sono legati mazzetti di mirto. Ha un manto nuovissimo, pieno di frange, nel quale si drappeggia con maestà, ed ù sfolgorante di gioia. Fra le mani ha mazzetti di mirto in fiore.

«Pace a te, sposa mia!», saluta. «Pace a tutti». E, avuto il saluto di risposta, dice: «Ho visto la tua gioia quel giorno che ti ho dato il ramo del tuo orto. Ho pensato portarti il mirto, colto presso la grotta a te tanto cara. Volevo portarti le rose, che giĂ  mettono i primi fiori contro la tua casa. Ma le rose non durano in piĂč giorni di viaggio
 Sarei arrivato con sole spine. Ed io a te, diletta, voglio offrire solo rose, e di fiori morbidi e profumati spargere il cammino, perchĂ© su essi tu posi il piede senza incontrare sozzura o asprezza».

«Oh! grazie a te, buono! Come hai potuto farlo giungere fresco cosÏ?».

«Ho legato un vaso alla sella e dentro vi ho messo i rami dei fiori in boccio. Lungo il cammino sono fioriti. Eccoteli, Maria. La tua fronte si inghirlandi di purezza, simbolo della sposa, ma sempre, sempre tanto minore a quella che t’ù in cuore».

Elisabetta e le maestre ornano Maria della fiorita ghirlandetta, che si forma fissando al cerchio prezioso i ciuffetti candidi del mirto, e intersecano piccole, candide rose, prese da un vaso posto su un cofano.

Maria fa per prendere il suo ampio manto candido per metterlo puntato sulle spalle. Ma lo sposo la precede nel gesto e l’aiuta a fissare con due fibbie d’argento l’ampio mantello al sommo delle spalle. Le maestre dispongono le pieghe con amore e grazia.

13.5 Tutto Ăš pronto. Mentre attendono non so che, Giuseppe dice (lo dice appartandosi un poco con Maria): «Ho pensato in questo tempo al tuo voto. Io ti ho detto che lo condivido. Ma piĂč vi penso e piĂč comprendo che non basta il nazareato temporaneo, sebbene rinnovato piĂč volte. Ti ho compresa, Maria. Non ancora merito la parola della Luce. Ma un murmure me ne viene. E questo mi fa leggere il tuo segreto, almeno nelle linee piĂč forti. Sono un povero ignorante, Maria. Sono un povero operaio. Non so di lettere e non ho tesori. Ma ai piedi tuoi metto il mio tesoro. In perpetuo. La mia castitĂ  assoluta, per esser degno di starti accanto, Vergine di Dio, “sorella mia sposa, chiuso giardino, fonte sigillata”, come dice l’Avo nostro, che forse scrisse il Cantico vedendo te
 Io sarĂČ il guardiano di questo giardino d’aromi, in cui sono le piĂč preziose frutta e da cui sgorga una polla d’acqua viva con impeto soave: la tua dolcezza, o sposa che col tuo candore mi hai conquiso lo spirito, o tutta bella. Bella piĂč di un’aurora, sole che splendi poichĂ© ti splende il cuore, o tutta amore per il tuo Dio e per il mondo, a cui vuoi dare il Salvatore col tuo sacrificio di donna. Vieni, mia amata», e la prende delicatamente per mano, guidandola verso la porta.

Li seguono tutti gli altri, e fuori si uniscono le compagne festanti e tutte in bianco e con veli.

13.6 Vanno per cortili e portici, fra la folla che osserva, sino ad un punto che non Ăš il Tempio, ma pare quasi una sala data al culto, perchĂ© vi sono lampade e rotoli di pergamena come nelle sinagoghe. Gli sposi vanno fin contro ad un alto leggio, quasi una cattedra, e attendono. Gli altri si mettono dietro a loro in bell’ordine. Altri sacerdoti e curiosi si assiepano in fondo.

Entra solenne il Sommo Sacerdote. Brusio fra i curiosi: «È lui che sposa?».

«SĂŹ, perchĂ© Ăš di casta regale e sacerdotale. Fiore di Davide e Aronne la sposa, e vergine del Tempio. Lo sposo Ăš della tribĂč di Davide».

Il Pontefice mette la destra della sposa in quella dello sposo e li benedice solennemente: «Il Dio d’Abramo, Isacco e Giacobbe sia con voi. Egli vi unisca e si adempia in voi la sua benedizione, dandovi la sua pace e numerosa posteritĂ  con lunga vita e morte beata nel seno di Abramo». E poi si ritira, solenne come Ăš entrato.

La promessa Ăš scambiata. Maria Ăš sposa a Giuseppe.

Tutti escono e, sempre in bell’ordine, vanno in una sala, dove viene steso il contratto di nozze, in cui si dice che Maria, figlia-erede di Gioacchino di Davide e Anna di Aronne, porta in dote allo sposo la sua casa e annessi beni e il suo personale corredo e ogni altro bene, che ha dal padre ereditato.

Tutto Ăš compiuto.

13.7 Gli sposi escono nel cortile e da questo passano oltre, verso l’uscita che ù presso il quartiere delle donne adibite al Tempio. Un comodo, pesante carro attende. Su esso ù stesa una tenda a riparo e sono già i pesanti cofani di Maria.

Commiati, baci e lacrime, benedizioni, consigli, raccomandazioni, e poi Maria sale con Elisabetta e si pone nell’interno del carro, e sul davanti si mettono Giuseppe e Zaccaria. Hanno levato i manti di festa e sono tutti avvolti in un mantellone scuro.

Il carro parte al trotto pesante di un cavallone scuro. Le mura del Tempio si allontanano, e poi quelle della cittĂ , ed ecco la campagna, nuova, fresca, fiorita nei primi soli di primavera, coi grani alti un buon palmo dal suolo e che paiono smeraldi ridotti a foglioline ondeggianti ad una brezza leggera, che sa di fiori di pesco e melo, che sa di trifogli in fiore e di mentucce selvagge.

Maria piange piano, sotto al suo velo, e ogni tanto scosta la tenda e guarda ancora il Tempio lontano, la città lasciata


La visione cessa cosĂŹ.

Dettaglio

Il fidanzamento di Giuseppe e Maria

Parole chiave

EMR 13.8-11

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

13.8 Dice GesĂč:

«Che dice il libro della Sapienza cantando le lodi di essa? “Nella sapienza Ăš infatti lo spirito d’intelligenza, santo, unico, molteplice, sottile”. E continua enumerandone le doti, terminando il periodo con le parole: “
che tutto puĂČ, tutto prevede, che comprende tutti gli spiriti, intelligente, puro, sottile. La sapienza penetra con la sua purezza, Ăš vapore della virtĂč di Dio
 per questo nulla in lei vi Ăš d’impuro
 immagine della bontĂ  di Dio. Pur essendo unica puĂČ tutto, immutabile come Ăš rinnovella ogni cosa, si comunica alle anime sante e forma gli amici di Dio e i profeti”.

13.9 Tu hai visto come Giuseppe, non per cultura umana ma per istruzione soprannaturale, sappia leggere nel libro sigillato della Vergine intemerata, e come rasenti le profetiche veritĂ  col suo “vedere” un mistero soprumano lĂ  dove gli altri vedevano unicamente una grande virtĂč. Impregnato di questa sapienza, che Ăš vapore della virtĂč di Dio e certa emanazione dell’Onnipotente, si dirige con spirito sicuro nel mare di questo mistero di grazia che Ăš Maria, si intona con Lei con spirituali contatti in cui, piĂč che le labbra, sono i due spiriti che si parlano nel sacro silenzio delle anime, dove ode voci unicamente Dio e le percepiscono coloro che a Dio sono grati, perchĂ© servi a Lui fedeli e di Lui pieni.

La sapienza del Giusto, che aumenta per l’unione e vicinanza con la Tutta Grazia, lo prepara a penetrare nei segreti piĂč alti di Dio e a poterli tutelare e difendere da insidie d’uomo e di demone. E intanto lo rinnovella. Del giusto fa un santo, del santo il custode della Sposa e del Figlio di Dio.

Senza sollevare il sigillo di Dio, egli, il casto, che ora porta la sua castitĂ  ad eroismo angelico, puĂČ leggere la parola di fuoco scritta sul diamante virginale dal dito di Dio, e vi legge quello che la sua prudenza non dice, ma che Ăš ben piĂč grande di quel che lesse MosĂš sulle tavole di pietra. E, perchĂ© occhio profano non sfiori il Mistero, egli si pone, sigillo sul sigillo, arcangelo di fuoco sulla soglia del Paradiso, entro il quale l’Eterno prende le sue delizie “passeggiando al rezzo della sera” e parlando con Quella che Ăš il suo amore, bosco di gigli in fiore, aura profumata di aromi, venticello di freschezza mattutina, vaga stella, delizia di Dio. La nuova Eva Ăš lĂŹ, davanti a lui, non osso delle sue ossa nĂ© carne della sua carne, ma compagna della sua vita, Arca viva di Dio, che egli riceve in tutela e che a Dio egli deve rendere pura come l’ha ricevuta.

“Sposa a Dio” era scritto in quel libro mistico dalle pagine immacolate
 E quando il sospetto, nell’ora della prova, gli fischiĂČ il suo tormento, egli, come uomo e come servo di Dio, soffrĂŹ, come nessuno, per il sospettato sacrilegio. Ma questa fu la prova futura. Ora, in questo tempo di grazia, egli vede e mette sĂ© al servizio piĂč vero di Dio. Dopo verrĂ  la bufera della prova, come per tutti i santi, per esser provati e resi coadiutori di Dio.

13.10 Cosa si legge nel Levitico? “Di’ ad Aronne tuo fratello di non entrare in ogni tempo nel santuario che Ăš dietro al Velo dinanzi al propiziatorio che copre l’Arca, per non morire — chĂ© Io apparirĂČ nella nuvola sopra l’oracolo — se prima non avrĂ  fatto queste cose: offrirĂ  un vitello per il peccato e un montone in olocausto, indosserĂ  la tunica di lino e con brache di lino coprirĂ  la sua nudità”.

E veramente Giuseppe entra, quando Dio vuole e quanto Dio vuole, nel santuario di Dio, oltre il velo che cela l’Arca sulla quale si libra lo Spirito di Dio, e offre sĂ© e offrirĂ  l’Agnello, olocausto per il peccato del mondo e l’espiazione di esso peccato. E questo fa, vestito di lino e con mortificate le membra virili per abolirne il senso, che una volta, al principio dei tempi, ha trionfato ledendo il diritto di Dio sull’uomo, e che ora sarĂ  conculcato nel Figlio, nella Madre e nel padre putativo, per tornare gli uomini alla Grazia e rendere a Dio il suo diritto sull’uomo. Fa questo con la sua castitĂ  perpetua.

Non vi era Giuseppe sul Golgota? Vi pare non sia fra i corredentori? In veritĂ  vi dico che egli ne fu il primo e che grande Ăš perciĂČ agli occhi di Dio. Grande per il sacrificio, la pazienza, la costanza e la fede. Quale fede piĂč grande di questa, che credette senza aver visto i miracoli del Messia?

13.11 Sia lode al mio padre putativo, esempio a voi di ciĂČ che in voi piĂč manca: purezza, fedeltĂ  e perfetto amore. Al magnifico lettore del Libro sigillato, istruito dalla Sapienza a saper comprendere i misteri della Grazia ed eletto a tutelare la Salvezza del mondo contro le insidie di ogni nemico».

Dettaglio

Dopo aver dato la visione del fidanzamento di Giuseppe e Maria, GesĂč parla del suo padre putativo e dice:

Parole chiave

EMR 14

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Dettaglio

Titolo del capitolo : La coppia arriva a Nazareth

Data della visione: 6 settembre 1944

Calendario:6 marzo d.C.

Luogo (mappa) : Nazareth

Ciclo: Matrimonio con Giuseppe

Sommario: Maria descrive Nazareth. Maria torna nella sua cittĂ  dopo aver vissuto per anni nel Tempio. È promessa sposa di Giuseppe, che l'accompagna insieme a Zaccaria ed Elisabetta. Nazareth festeggia con loro. Arrivano alla casa e Giuseppe, Zaccaria ed Elisabetta le mostrano la casa e il giardino di Gioacchino. La Vergine incontrĂČ anche Alfeo, Maria di Cleofa e i suoi figli. Poi incontra Sarah e suo figlio AlphĂ©e, il fidanzato di Anna. Giuseppe fece il giro della casa con la moglie e il fratello di lei venne a sapere che non si sarebbero celebrate subito le nozze. Il fratello rimase sorpreso e Giuseppe rispose che non avrebbero celebrato la cerimonia fino al compimento del sedicesimo anno di etĂ  di Maria. Il futuro santo le fece allora promettere che lo avrebbe chiamato ogni volta che avesse avuto bisogno di lui. La famiglia si congedĂČ e Zaccaria decise di lasciare Elisabetta perchĂ© insegnasse alla cugina come essere una perfetta casalinga. Questo permetterĂ  anche a Maria di decorare la casa a suo piacimento.

Contenuti del capitolo: 14,1: La strada attraverso le colline della Galilea. 14,2: Ingresso trionfale a Nazaret. 14,3: Giuseppe indica da lontano la casa di Maria. È lui che lavorerà lÏ. 14,4: Maria accoglie Alfeo e Sara. 14,5: Giuseppe si offre a Maria come confidente. 14,6: Il matrimonio avrà luogo quando lei avrà sedici anni. 14,7: Elisabetta rimarrà per un po' di tempo con la cugina.

Parole chiave

EMR 14.2-7

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

Un carro va per la via. Il carro che porta Giuseppe e Maria ed i cugini di Lei. Il viaggio Ăš al termine.

Maria guarda con l’occhio ansioso di chi vuol conoscere, anzi riconoscere, ciĂČ che giĂ  vide, e non lo ricorda piĂč, e sorride quando qualche larva di ricordo torna e si appoggia come una luce su questa o quella cosa, su questo o quel punto. Elisabetta, e con lei Zaccaria e Giuseppe, aiutano questo suo ricordare, accennando a questa o quella cima, a questa o quella casa.

Case, ormai, perchĂ© Nazareth giĂ  si mostra, stesa sull’ondulazione della sua collina. Presa da sinistra dal sole occiduo, mostra il bianco delle sue casette, larghe e basse, che la terrazza sormonta, pennellato di rosa. E alcune, colpite in pieno, paiono presso ad un incendio, tanto la facciata si fa rossa di sole che accende anche l’acqua delle gore e dei pozzi bassi, quasi senza parapetto, da cui salgono cigolando le secchie per la casa o le ghirbe per l’ortaglia.

Bambini e donne si fanno sul ciglio della via, occhieggiando nel carro, e salutano Giuseppe, molto conosciuto. Ma poi restano perplessi e intimoriti davanti agli altri tre.

Ma, quando proprio s’entra nella cittadina, non vi Ăš perplessitĂ  e timore. Molta e molta gente di ogni etĂ  Ăš all’inizio del paese sotto un arco rustico di fiori e fronde, e appena il carro spunta, da dietro il gomito dell’ultima casa di campagna messa di sghembo, Ăš un trillio di voci acute e un agitar di rami e fiori. Sono le donne, le fanciulle e i bambini di Nazareth, che salutano la sposa. Gli uomini, piĂč gravi, stanno dietro alla siepe irrequieta e trillante, e salutano con gravitĂ .

Maria, ora che il carro Ăš stato scoperto della sua tenda — l’hanno levata prima di giungere al paese, perchĂ© ormai il sole non dava noia e per permettere a Maria di vedere bene la terra natia — appare nella sua bellezza di fiore. Bianca e bionda come un angelo, Ella sorride con bontĂ  ai bambini che le gettano fiori e baci, alle fanciulle della sua etĂ  che la chiamano a nome, alle spose, alle madri, alle vecchie che la benedicono con le loro voci cantanti. Si inchina agli uomini, e specie ad uno che forse Ăš il rabbino o il maggiorente del paese.

Il carro prosegue per la via principale a passo lento, seguito per un buon tratto dalla folla per la quale l’arrivo ù un avvenimento.

14.3

«Ecco la tua casa, Maria», dice Giuseppe accennando con la frusta ad una casetta, che Ăš proprio sotto lo scrimolo di una ondulazione della collina e che ha sul dietro un bello e vasto orto tutto in fiore, che termina con un piccolissimo uliveto. Oltre questo, la solita siepe di biancospino e cactee segna il limite della proprietĂ . I campi, un tempo di Gioacchino, sono oltre


«Poco, vedi, ti Ăš rimasto», dice Zaccaria. «La malattia del padre tuo fu lunga e costosa. E costose le spese per riparare il danno fatto da Roma. Vedi? La strada ha portato via i tre principali ambienti e la casa si Ăš ridotta, e per farla piĂč ampia, senza spese soverchie, fu presa una parte del monte che fa grotta. Gioacchino vi teneva le provviste e Anna i suoi telai. Tu farai ciĂČ che credi».

«Oh! che sia poca cosa non importa! Sempre mi basterĂ . LavorerĂČ ».

«No, Maria». È Giuseppe che parla. «Io lavorerĂČ. Tu non farai che tessere e cucire le cose della casa. Sono giovane e forte, e sono il tuo sposo. Non mi mortificare col tuo lavoro».

«FarĂČ come tu vuoi».

«SÏ, in questo io voglio. Per ogni altra cosa ogni tuo desiderio Ú legge. Ma in questo no».

14.4

Sono arrivati. Il carro si ferma. Due donne e due uomini, rispettivamente sui quaranta e cinquant’anni, sono sull’uscio, e molti bambini e giovinetti sono con loro.

«Dio ti dia pace, Maria», dice l’uomo piĂč anziano, e una donna si accosta a Maria e l’abbraccia e bacia.

«È mio fratello Alfeo e Maria sua moglie, e questi sono i figli loro. Sono venuti apposta per farti festa e dirti che la loro casa Ú tua, se tu vuoi», dice Giuseppe.

«SĂŹ, vieni, Maria, se ti Ăš penoso vivere sola. La campagna Ăš bella in primavera e la nostra casa Ăš in mezzo a campi in fiore. Tu sarai il piĂč bel fiore in essi», dice Maria di Alfeo.

«Io ti ringrazio, Maria. Tanto volentieri verrei. E verrĂČ qualche volta, verrĂČ senza fallo per le nozze. Ma ho tanto desiderio di vedere, di riconoscere la mia casa. L’ho lasciata piccina e ho perduto il suo volto
 Ora lo ritrovo
 e mi pare di ritrovare la mia madre perduta, il padre amato, di ritrovare l’eco delle loro parole
 e il profumo del loro ultimo respiro. Mi pare non esser piĂč orfana, poichĂ© ho intorno di nuovo l’abbraccio di queste mura
 Capiscimi, Maria». Maria ha un poco di pianto nella voce e sulle ciglia.

Maria di Alfeo risponde: «Come tu vuoi, cara. Voglio che tu mi senta sorella e amica e un poco anche madre, perchĂ© di tanto sono piĂč anziana di te».

L’altra donna si Ăš fatta avanti: «Maria, io ti saluto. Sono Sara[2], l’amica di tua madre. Ti ho vista nascere. E questo Ăš Alfeo, nipote d’Alfeo e grande amico della madre tua. Quel che ho fatto per tua madre farĂČ per te, se vuoi. Vedi? La mia casa Ăš la piĂč vicina alla tua e i tuoi campi sono ora di noi. Ma se vi vuoi venire, fallo ad ogni ora. Apriremo un varco nella siepe e saremo insieme, pur essendo ognuna in casa nostra. Questo Ăš mio marito».

«Io vi ringrazio tutti e di tutto. Di tutto il bene che avete voluto ai miei e che mi volete. Ve ne benedica Iddio onnipotente».

14.5

Le casse pesanti sono scaricate e portate in casa. Si entra. E riconosco ora la casetta di Nazareth quale Ăš poi nella vita di GesĂč.

Giuseppe prende per mano — il solito gesto — Maria, ed entra cosĂŹ. Sulla soglia le dice: «Ed ora, su questa soglia, io voglio da te una promessa. Che qualunque cosa ti avvenga o ti occorra, tu non abbia altro amico, altro aiuto a cui volgerti che Giuseppe, e che per nessun motivo tu ti abbia a crucciare da sola. Io sono tutto per te, ricordalo, e sarĂ  mia gioia farti felice il cammino e, poichĂ© la felicitĂ  non Ăš sempre in nostro potere, almeno fartelo quieto e sicuro».

«Te lo prometto, Giuseppe».

Vengono aperte porte e finestre. L’ultimo sole entra curioso.

Maria ora si Ăš levato il manto e il velo, perchĂ©, meno i fiori di mirto, ha ancora la veste di nozze. Esce nell’orto in fiore. E guarda, e sorride e, sempre tenuta per mano da Giuseppe, fa un giro nell’orto. Pare riprenda possesso del luogo perduto.

E Giuseppe mostra le sue fatiche: «Vedi? Qui ho fatto questo scasso per raccogliere l’acqua piovana, chĂ© queste viti hanno sempre arsura. A questo ulivo ho risegato i rami piĂč vecchi per dargli vigore, e ho messo a dimora questi meli perchĂ© due erano morti. E poi lĂ  ho messo dei fichi. Quando saranno cresciuti ripareranno la casa dal troppo sole e da sguardi curiosi. La pergola Ăš quella antica. Non ho fatto che cambiare i pali marciti e lavorare di cesoie. DarĂ  molta uva, spero. E qua, guarda», e la conduce orgoglioso verso la costa che si alza a ridosso della casa e che fa limite al brolo dal lato di tramontana, «e qua ho scavato una grotticella e l’ho rinforzata e, quando saranno attecchite queste piantine, sarĂ  quasi uguale a quella che avevi. Non vi Ăš la sorgente
 ma spero portarne un filo. LavorerĂČ nelle lunghe sere estive, mentre ti verrĂČ a trovare ».

14.6

«Ma come?», dice Alfeo. «Non fate nozze[3] quest’estate?».

«No. Maria desidera filare i pannilani, uniche cose che manchino al corredo. Ed io sono contento che cosĂŹ sia. È tanto giovane, Maria, che nulla Ăš se si attende un anno e oltre. Intanto si ambienta alla casa ».

«Mah! Tu sei sempre stato un poco diverso dagli altri e lo sei anche ora. Non so chi non avrebbe fretta di avere in moglie un fiore come Ăš Maria, e tu ci metti dei mesi fra mezzo! ».

«Gioia lungamente attesa, gioia piĂč intensamente goduta», risponde Giuseppe con un fine sorriso.

Il fratello si stringe nelle spalle e chiede: «E allora? Quando conti pensare alle nozze?».

«Al sedicesimo anno di Maria. Dopo la festa dei Tabernacoli. Saran dolci le sere d’inverno per i novelli sposi! », e sorride ancora guardando Maria. Un sorriso d’intesa segreta e soave. Di una castitĂ  fraterna che consola.

Poi riprende il suo giro: «Questo Ăš lo stanzone nel monte. Se credi, ne farĂČ la mia officina quando verrĂČ. È unito, ma non nella casa. CosĂŹ non darĂČ disturbo di rumori e di disordine. Se perĂČ vuoi diversamente ».

«No, Giuseppe. Va benissimo cosÏ».

14.7

Rientrano in casa e si accendono le lampade.

«Maria Ú stanca», dice Giuseppe. «Lasciamola alla sua quiete, coi cugini».

Saluti di tutti, che se ne vanno. Resta Giuseppe, ancora qualche minuto, e parla con Zaccaria sottovoce.

«Tuo cugino ti lascia qualche tempo Elisabetta. Sei contenta? Io sĂŹ. PerchĂ© ti aiuterĂ  a
 farti una perfetta donna di casa. Con lei potrai disporre come vuoi le tue cose e i tuoi arredi, ed io verrĂČ ogni sera ad aiutarti. Con lei potrai acquistare lana e quanto ti occorre. Ed io provvederĂČ alla spesa. Ricordati che lo hai promesso di venire a me per ogni cosa. Addio, Maria. Dormi il primo sonno di signora in questa tua casa e l’angelo di Dio te lo renda sereno. Il Signore sia sempre con te».

«Addio, Giuseppe. Anche tu sii sotto l’ali dell’angelo di Dio. Grazie, Giuseppe. Di tutto. Per quanto posso, ti compenserĂČ del tuo amore col mio».

Giuseppe saluta i cugini ed esce.

E con lui cessa la visione.

Parole chiave

EMR 14.5.6

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

Le casse pesanti sono scaricate e portate in casa. Si entra. E riconosco ora la casetta di Nazareth quale Ăš poi nella vita di GesĂč.

Giuseppe prende per mano — il solito gesto — Maria, ed entra cosĂŹ. Sulla soglia le dice: «Ed ora, su questa soglia, io voglio da te una promessa. Che qualunque cosa ti avvenga o ti occorra, tu non abbia altro amico, altro aiuto a cui volgerti che Giuseppe, e che per nessun motivo tu ti abbia a crucciare da sola. Io sono tutto per te, ricordalo, e sarĂ  mia gioia farti felice il cammino e, poichĂ© la felicitĂ  non Ăš sempre in nostro potere, almeno fartelo quieto e sicuro».

«Te lo prometto, Giuseppe». (...)

[Il fratello di Giuseppe, Alpheus, chiede:]

«Quando conti pensare alle nozze?».

«Al sedicesimo anno di Maria. Dopo la festa dei Tabernacoli. Saran dolci le sere d’inverno per i novelli sposi! », e sorride ancora guardando Maria. Un sorriso d’intesa segreta e soave. Di una castitĂ  fraterna che consola.

Poi riprende il suo giro: «Questo Ăš lo stanzone nel monte. Se credi, ne farĂČ la mia officina quando verrĂČ. È unito, ma non nella casa. CosĂŹ non darĂČ disturbo di rumori e di disordine. Se perĂČ vuoi diversamente ».

«No, Giuseppe. Va benissimo cosÏ».

Dettaglio

Maria torna a Nazareth dopo aver vissuto per anni nel Tempio. È promessa sposa a Giuseppe, che l'accompagna insieme a Zaccaria ed Elisabetta.

Parole chiave

EMR 15

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Dettaglio

Titolo del capitolo: En guise de conclusion au Protévangile

Data della dettatura: Sabato 16 settembre 1944.

Ciclo: Matrimonio con Giuseppe

Sommario: GesĂč annuncia che il Vangelo Ăš finito. Maria Ăš in esilio in quel momento e lui le dice che le ha fatto vedere queste visioni in questi tempi molto duri perchĂ© voleva prendersi cura di lei. Ben presto le annuncia la fine della guerra e la fine dell'esilio. Cristo la ringrazia anche perchĂ© ha aiutato tanto l'Italia e il suo villaggio con il suo spirito di vittima. La incoraggia poi a continuare, perchĂ© Ăš attraverso le anime-ospiti che si puĂČ evitare la completa rovina di una patria. Segue un breve intervento della Vergine: Maria ha visto questi episodi per questo periodo travagliato e ha ricevuto una catena di doni. La Vergine la invita ad amarlo sempre di piĂč.

Contenuti del capitolo: 15.1: Visioni benedette lontane dalla ferocia che circonda Maria Valtorta. 15.2: Alcune delle tue sofferenze cesseranno. 15.3: Molte schiere si sono consumate a causa del suo esempio. 15.4: La Sapienza ti istruisce sempre piĂč nella comprensione e nella pratica della Scienza della Vita. 15.5: Maria a Maria: Ti ho portato con me nel segreto dei miei primi anni; ora amami come figlia e sorella nel tuo destino di vittima.

Parole chiave

EMR 15.1-4

L’Evangelo come mi ù stato rivelato

Citazione

Dice GesĂč:

«Il ciclo Ăš terminato. E con questo, cosĂŹ dolce e soave, il tuo GesĂč ti ha portato senza scosse fuori del tumulto di questi giorni. Come un bambino fasciato da morbide lane e posato su soffici cuscini, tu sei stata fasciata da queste beate visioni, perchĂ© non sentissi, avendone terrore, la ferocia degli uomini che si odiano[1] invece di amarsi. Non potresti piĂč sopportare certe cose, ed Io non voglio che tu ne muoia, perchĂ© ho cura del mio “portavoce”.

15.2

Sta per cessare nel mondo la causa per cui le vittime sono state torturate da tutte le disperazioni. Anche per te, Maria, cessa perciĂČ il tempo del tremendo soffrire per troppe cause, cosĂŹ in contrasto col tuo modo di sentire. Non ti cesserĂ  il soffrire: sei vittima. Ma parte di esso: questa, cessa. Poi verrĂ  il giorno in cui Io ti dirĂČ, come a Maria di Magdala morente[2]: “Riposa. Ora Ăš tempo per te di riposare. Dammi le tue spine. Ora Ăš tempo di rose. Riposa e aspetta. Ti benedico, benedetta”.

Questo ti dicevo, ed era una promessa e tu non l’hai capita, quando veniva il tempo che saresti stata tuffata, rivoltolata, incatenata, empita, fin nelle latebre piĂč fonde, di spine
 Questo ti ripeto ora, con una gioia quale solo l’Amore che sono puĂČ provare quando puĂČ fare cessare un dolore ad un suo diletto. Questo ti dico ora che quel tempo di sacrificio cessa. E Io, che so, ti dico, per il mondo che non sa, per l’Italia, per Viareggio, per questo piccolo paese, in cui tu mi hai portato — medita il senso di queste parole — il grazie che spetta agli olocausti per il loro sacrificio.

15.3

Quando ti ho mostrato Cecilia vergine-sposa, ti ho detto che ella si Ăš impregnata dei miei profumi e dietro ad essi ha trascinato marito, cognato, servi, parenti, amici. Tu hai fatto, e non lo sai, ma Io te lo dico, Io che so, la parte di Cecilia in questo mondo impazzito. Ti sei saturata di Me, della mia parola, hai portato i miei desideri fra le persone, e le migliori hanno compreso e dietro te, vittima, molte e molte ne sono sorte, e se non Ăš la rovina completa della tua patria e dei luoghi che a te sono piĂč cari Ăš perchĂ© molte ostie sono state consumate dietro il tuo esempio e il tuo ministero.

Grazie, benedetta. Ma continua ancora. Ho molto bisogno di salvare la Terra. Di ricomprare la Terra. Le monete siete voi, vittime.

15.4

La Sapienza, che ha istruito i santi e istruisce te con un magistero diretto, ti elevi sempre piĂč nel comprendere la Scienza di vita e nel praticarla. Drizza anche te la tua piccola tenda presso la casa del Signore. Ficca, anzi, i pioli della stessa tua dimora nella dimora della Sapienza e dimĂłravi senza mai uscirne. Riposerai, sotto la protezione del Signore che ti ama, come un uccello fra i rami fioriti, ed Egli ti farĂ  riparo da ogni intemperia spirituale e sarai nella luce della gloria di Dio, da cui scenderanno per te parole di pace e veritĂ .

Va’ in pace. Ti benedico, benedetta».

Dettaglio

GesĂč mostrĂČ a Maria il Vangelo e le diede il seguente dettato.

La visione di Maria Maddalena morente si trova nei Cahiers del 1944 (30 marzo 1944). Cécile, la vergine sposa, Ú vista nelle visioni e nei dettati del 22 e 23 luglio 1944.

Parole chiave