EMR 57.5
LâEvangelo come mi Ăš stato rivelato
Citazione
Il mio GesĂč fa tutto bene quanto fa.
Dettaglio
Marie dice:
Note del tema
EMR 57.5
Il mio GesĂč fa tutto bene quanto fa.
Marie dice:
EMR 58
GesĂč Ăš a Cafarnao: va a pescare con Pietro e Andrea. Giovanni e Giacomo sono nell'altra barca.
Pietro spiega il suo lavoro a Cristo, che fa un'analogia con le anime. Spiega che un difetto non Ăš di per sĂ© irreparabile, ma che l'accumulo di difetti puĂČ diventare un'abitudine e persino un vizio capitale. Dobbiamo sempre vigilare per evitare di cadere nel peccato.
Simone di Giona chiede se il Padre non sarĂ troppo severo con lui e GesĂč gli assicura che non sarĂ troppo severo con Pietro, l'uomo nuovo. Assicura anche ad Andrea il suo amore e parla di tutti i discepoli che verranno dopo di loro, menzionando il Regno dei Cieli e l'abbondante pesca che il Salvatore farĂ . Inoltre, incoraggia il suo apostolo a non essere geloso, perchĂ© tutti hanno un posto nel suo cuore. Pietro si commuove alle sue parole; quanto ad Andrea, GesĂč gli parla della sua morte benedetta.
Nel frattempo arriva Giovanni e rivela che un cieco Ăš venuto a farsi guarire da Cristo. GesĂč vuole guarirlo subito e, in risposta ai pensieri di Pietro, che si rattrista all'idea di non avere una buona presa, gli assicura l'aiuto di Dio ogni volta che Ăš caritatevole.
Infine, il Signore guarisce il cieco. E fu una guarigione molto bella.
EMR 58.3-4
58.3 GesĂč interpella il suo apostolo: «SarĂ buona pesca?».
«à il tempo propizio. Calma lâacqua, e chiara sarĂ la luna. I pesci affioreranno dal profondo e la mia rete li trascinerĂ seco».
«Andiamo soli?».
«Oh! Maestro! Ma come vuoi fare, con questo sistema di reti, ad esser soli?».
«Non ho mai pescato e aspetto che tu mi insegni». GesĂč scende piano piano verso il lago e si ferma sulla riva di rena grossa e ciottolosa, presso la barca.
«Vedi, Maestro, si fa cosÏ. Io esco a fianco della barca di Giacomo di Zebedeo e si va sino al punto buono, cosÏ a pariglia. Poi si cala la rete. Un capo lo teniamo noi. Tu lo vuoi tenere, mi hai detto».
«SÏ, se mi dici che devo fare».
«Oh! non câĂš che da sorvegliare la discesa. Che la rete scenda adagio e senza far nodi. Adagio, perchĂ© saremo su acque di pescagione e un movimento troppo brusco puĂČ allontanare i pesci. E senza nodi per non rendere chiusa la rete, che si deve aprire come una borsa, o un velo, se piĂč ti piace, gonfiato dal vento. Poi, quando la rete Ăš tutta discesa, noi remeremo piano o andremo con la vela, a seconda del bisogno, facendo un semicerchio sul lago, e quando il vibrare del cavicchio di sicurezza ci dirĂ che la pesca Ăš buona, dirigeremo a terra e lĂ , quasi a riva â non prima per non risicare di veder sfuggire la preda, non dopo per non rovinare pesci e rete sui sassi â isseremo la rete. E qui ci vuole occhio, perchĂ© le barche devono venire tanto vicine che da una si possa ritirare lâestremo della rete dato allâaltra, ma non urtarsi per non schiacciare la sacca piena di pesce.
58.4 Mi raccomando, Maestro, Ú il nostro pane. Occhio alla rete, che non si scavicchi con le scosse. I pesci difendono la loro libertà con forti colpi di coda, e se sono molti⊠Tu capisci⊠Sono piccole bestie, ma messe in dieci, in cento, in mille, diventano forti come Leviatan».
«Come avviene delle colpe, Pietro. In fondo, una non Ăš irreparabile. Ma se uno non cura di limitarsi a quellâuna e accumula, accumula, accumula, finisce che la piccola colpa, forse una semplice omissione, una semplice debolezza, diviene sempre piĂč grossa, diviene abitudine, diviene vizio capitale. Delle volte si comincia da uno sguardo concupiscente e si finisce ad un adulterio consumato. Delle volte da una mancanza di caritĂ di parola verso un parente, e si finisce a una violenza contro un prossimo. Guai a incominciare e a lasciare che le colpe aumentino di peso col loro numero! Diventano pericolose e prepotenti come il Serpente infernale stesso, e trascinano nellâabisso della Geenna».
«Dici bene, Maestro⊠Ma siamo tanto deboli!».
«Avvertenza e preghiera per esser forti e avere aiuto, e ferma volontĂ di non peccare. Poi una grande fiducia nellâamorosa giustizia del Padre».
EMR 58.4
58.4 Mi raccomando, Maestro, Ú il nostro pane. Occhio alla rete, che non si scavicchi con le scosse. I pesci difendono la loro libertà con forti colpi di coda, e se sono molti⊠Tu capisci⊠Sono piccole bestie, ma messe in dieci, in cento, in mille, diventano forti come Leviatan».
«Come avviene delle colpe, Pietro. In fondo, una non Ăš irreparabile. Ma se uno non cura di limitarsi a quellâuna e accumula, accumula, accumula, finisce che la piccola colpa, forse una semplice omissione, una semplice debolezza, diviene sempre piĂč grossa, diviene abitudine, diviene vizio capitale. Delle volte si comincia da uno sguardo concupiscente e si finisce ad un adulterio consumato. Delle volte da una mancanza di caritĂ di parola verso un parente, e si finisce a una violenza contro un prossimo. Guai a incominciare e a lasciare che le colpe aumentino di peso col loro numero! Diventano pericolose e prepotenti come il Serpente infernale stesso, e trascinano nellâabisso della Geenna».
«Dici bene, Maestro⊠Ma siamo tanto deboli!».
«Avvertenza e preghiera per esser forti e avere aiuto, e ferma volontĂ di non peccare. Poi una grande fiducia nellâamorosa giustizia del Padre».
Pietro spiega a GesĂč come si pecca e GesĂč coglie l'occasione per dargli una lezione sulla colpa e sul peso del peccato.
EMR 58.5
«Ma saremo noi soli i tuoi apostoli?».
«Geloso, Pietro? No. Non lo essere. Altri verranno, e nel mio cuore ci sarĂ amore per tutti. Non essere avaro, Pietro. Tu non sai ancora Chi ti ama. Hai mai contato le stelle? E le pietre di questo fondale? No. Non potresti. Ma ancor meno potresti contare i palpiti dâamore di cui Ăš capace il mio cuore. Hai mai potuto tener conto di quante volte questo mare baci la sponda col suo bacio dâonda nel corso di dodici lune? No. Non potresti. Ma ancor meno potresti contare le onde dâamore che da questo cuore si riversano a baciare gli uomini. Staâ sicuro, Pietro, del mio amore».
EMR 58.6-8
«Simone! Andrea! VengoâŠÂ». Giovanni accorre affannato. «Oh! Maestro! Ti ho fatto attendere?». Giovanni guarda col suo occhio innamorato GesĂč.
Risponde Pietro: «Veramente cominciavo a pensare che non venissi piĂč. Prepara presto la tua barca. E Giacomo?âŠÂ».
«Ecco⊠abbiamo fatto tardi, per un cieco. Credeva che GesĂč fosse nella nostra casa ed Ăš venuto. Gli abbiamo detto: âĂ altrove. Forse domani ti guarirĂ . Aspettaâ. Ma non voleva aspettare. Giacomo diceva: âHai aspettato tanto la luce. Che ti Ăš attendere unâaltra notte?â. Ma non intende ragioneâŠÂ».
«Giovanni, se tu fossi cieco, avresti fretta di rivedere tua madre?».
«Eh!⊠certo!».
«E allora? Dove Ú il cieco?».
«Viene avanti con Giacomo. Si Ú attaccato al mantello e non lo lascia. Ma viene avanti adagio perché la riva Ú sassosa ed egli inciampa⊠Maestro, mi perdoni di esser stato duro?».
«SĂŹ. Ma per riparare vaâ a dare aiuto al cieco e portalo a Me».
Giovanni va via di corsa.
Pietro scuote un poco il capo, ma tace. Guarda il cielo che tende a farsi azzurro dopo tanto color rame, guarda il lago e guarda altre barche giĂ uscite per la pesca, e sospira.
«Simone?».
«Maestro?».
«Non aver paura. Avrai una pesca abbondante anche se esci ultimo».
«Anche questa volta?».
«Tutte le volte che avrai carità , Dio ti userà grazia di abbondanza».
58.7 «Ecco il cieco».
Il poveretto avanza fra Giacomo e Giovanni. Ha fra le mani un bastone, ma non se ne serve ora. Va meglio affidandosi ai due.
«Ecco, uomo, il Maestro ti sta avanti».
Il cieco si inginocchia: «Signor mio! Pietà !».
«Vuoi vedere? Alzati. Da quanto sei cieco?».
I quattro apostoli fanno gruppo intorno ai due.
«Da sette anni, Signore. Prima vedevo bene e lavoravo. Ero fabbro in Cesarea Marittima. Guadagnavo bene. Il porto, i molti commerci avevano sempre bisogno di me per lavori. Ma nel battere un ferro ad ancora, e puoi pensare se era rosso per esser morbido al colpo, se ne partĂŹ una scheggia rovente e mi bruciĂČ lâocchio. Li avevo giĂ malati per il calore della fucina. Persi lâocchio colpito, e lâaltro pure si spense dopo tre mesi. Ho finito i risparmi ed ora vivo di caritĂ âŠÂ».
«Sei solo?».
«Ho sposa e tre figli piccoliniâŠ, di uno non so neppure il voltoâŠ, e ho una madre vecchia. Eppure ora Ăš lei e la moglie che guadagnano un poâ di pane, e con questo e lâobolo che io porto non si muore di fame. Se mi guarissi!⊠Tornerei al lavoro. Non chiedo che di lavorare da buon israelita e dare un pane a quelli che amo».
«E sei venuto da Me? Chi ti ha detto?».
«Un lebbroso che Tu hai guarito ai piedi del Tabor, quando tornavi al lago dopo quel discorso cosÏ bello».
«Che ti ha detto?».
«Che Tu puoi tutto. Che sei salute dei corpi e delle anime. Che sei luce alle anime e ai corpi, perchĂ© sei la Luce di Dio. Lui, il lebbroso, aveva osato mescolarsi alla folla, a rischio di esser lapidato, tutto avvolto in un mantello, perchĂ© ti aveva visto passare, diretto al monte, e il tuo viso gli aveva messo in cuore una speranza. Mi ha detto: âHo visto in quel viso qualche cosa che mi ha detto: â LĂŹ Ăš salute. Vaâ! â. E sono andatoâ. E cosĂŹ mi ha ripetuto il tuo discorso e mi ha detto che Tu lo hai guarito toccandolo senza ribrezzo con la tua mano. Tornava dai sacerdoti dopo la purificazione. Io lo conoscevo, perchĂ© lâavevo servito quando avevo fĂłndaco in Cesarea. Sono venuto, domandando per cittĂ e paesi di Te. Ti ho trovato⊠PietĂ di me!».
58.8 «Vieni. Troppo viva Ú la luce ancora per uno che esce dal buio!».
«Mi guarisci, allora?».
GesĂč lo guida verso la casa della suocera di Pietro, nella luce attenuata dellâorticello, se lo pone di fronte, ma in modo che gli occhi guariti non abbiano a prima visione il lago ancor tutto marezzato di luce. Lâuomo pare un bambino dolcissimo, tanto si lascia fare senza neppur chiedere.
«Padre! La tua luce a questo tuo figlio!». GesĂč ha steso le mani sul capo dellâuomo in ginocchio. Sta cosĂŹ un attimo. Poi si bagna la punta delle dita di saliva e sfiora con la sua destra gli occhi aperti ma senza vita.
Un attimo. Poi lâuomo sbatte le palpebre, se le soffrega come chi esce dal sonno e ne ha nebbia agli occhi.
«Che vedi?».
«Oh!⊠oh!⊠oh, Dio eterno! Mi pare⊠mi pare⊠oh! che vedo⊠ti vedo la veste⊠Ú rossa, non Ăš vero? E una mano bianca⊠e una cintura di lana⊠Oh! GesĂč buono⊠vedo sempre meglio, piĂč mi abituo a vedere⊠Ecco lâerba del suolo⊠e quello Ăš un pozzo certo, e lĂŹ câĂš una pianta di viteâŠÂ».
«Alzati, amico».
Lâuomo, che piange e ride, si alza e, dopo un attimo di lotta fra rispetto e desiderio, leva il volto e incontra lo sguardo di GesĂč. Un GesĂč sorridente di pietĂ tutto amore. Deve esser gran bello riacquistare la vista e vedere per primo sole quel volto! Lâuomo ha un grido e tende le braccia. Ă un atto istintivo. Ma si frena.
Ma Ăš GesĂč che gli apre le sue a attira a SĂ© lâuomo, molto piĂč basso di Lui. «Vaâ a casa tua, ora, e sii felice e giusto. Vaâ con la mia pace».
«Maestro, Maestro! Signore! GesĂč! Santo! Benedetto! La luce⊠ci vedo⊠tutto vedo⊠Ecco il lago azzurro, e il cielo sereno, e lâultimo sole, e lĂ la prima larva di luna⊠Ma lâazzurro piĂč bello e sereno lo vedo nel tuo occhio, e in Te vedo il bello del sole piĂč vero, e splendere il puro della piĂč santa luna. Astro dei dolenti, Luce dei ciechi, PietĂ che vivi e operi!».
«Luce degli spiriti Io sono. Sii figlio della Luce».
«Sempre, GesĂč. Ad ogni battito della mia palpebra sulla pupilla rinata io rinnoverĂČ questo giuramento. Sii benedetto Te e lâAltissimo!».
«Benedetto sia lâAltissimo Padre! Vaâ».
E lâuomo va felice, sicuro, mentre GesĂč e gli stupefatti apostoli scendono in due barche e iniziano la manovra della navigazione.
E la visione ha termine.
Guarigione di un cieco. In 58,7 viene descritto un altro miracolo: un lebbroso viene guarito da GesĂč e sarĂ proprio questo storpio a incoraggiare il cieco a venire da GesĂč. Secondo maria-valtorta.org, questo Ăš il primo miracolo anonimo di Cristo, ma, come GesĂč sottolinea in EMV 54,7, il miracolo di Cana fu il suo primo prodigio.
EMR 58.8
«Luce degli spiriti Io sono. Sii figlio della Luce».
EMR 59
GesĂč viene a predicare nella sinagoga di Cafarnao. Giairo lo accoglie e GesĂč gli chiede un rotolo: lo Spirito lo guiderĂ . CosĂŹ GesĂč fa un commento al Libro di GiosuĂš e parla del Regno di Dio, della necessitĂ di non peccare piĂč, di pentirsi e di prepararsi al Paradiso e all'eternitĂ che verrĂ . Alla fine del suo sermone, un uomo lo contraddice e cita il secondo libro dei Maccabei. Egli disse che Dio aveva colpito Israele, e GesĂč rispose che egli stava applicando una visione umana a queste parole, mentre il Signore le interpretava in modo soprannaturale. Egli dice che, sebbene Dio abbia colpito il suo popolo, ha comunque amato profondamente Israele inviandogli la salvezza che Ăš il suo Messia.
L'uomo critica Cristo e dubita che sia il Redentore. In risposta, GesĂč evoca il Precursore e la colomba scesa al suo battesimo: afferma in tutta semplicitĂ di essere il Redentore promesso. PoichĂ© il suo interlocutore aveva dei dubbi, mandĂČ a chiamare un indemoniato, al quale non aveva mai parlato. L'indemoniato si agita quando si trova davanti al Figlio di Dio e afferma di essere il Santo di Dio. GesĂč gli ordina di fare silenzio e di andarsene. L'uomo fu guarito e il demone, sconfitto, se ne andĂČ tra gli scherni della folla.
GesĂč compĂŹ diversi miracoli fisici e poi lasciĂČ la sinagoga con difficoltĂ .
EMR 59.1
«La pace sia su tutti coloro che cercano la Verità ».
EMR 59.1-8
59.1 Vedo la sinagoga di Cafarnao. à già piena di folla in attesa. Gente sulla porta occhieggia sulla piazza ancora assolata, benché sia verso sera.
Finalmente un grido: «Ecco il Rabbi che viene». La gente si volta tutta verso lâuscio, i piĂč bassi si alzano sulle punte dei piedi o cercano di spingersi avanti. Qualche disputa, qualche spintone, nonostante i rimproveri degli addetti alla sinagoga e dei maggiorenti della cittĂ .
«La pace sia su tutti coloro che cercano la Verità ». GesĂč Ăš sulla soglia e saluta benedicendo a braccia tese in avanti. La luce vivissima che Ăš nella piazza assolata ne staglia lâalta figura, innimbandola di luce. Egli ha deposto il candido abito ed Ăš nel suo solito azzurro cupo. Si avanza fra la folla, che si apre e si rinserra intorno a Lui come onda intorno ad una nave.
59.2 «Sono malato, guariscimi!», geme un giovane, che mi pare tisico allâaspetto, e prende GesĂč per la veste.
GesĂč gli pone la mano sul capo e dice: «Confida. Dio ti ascolterĂ . Lascia ora che Io parli al popolo, poi verrĂČ a te».
Il giovane lo lascia andare e si mette quieto.
«Che ti ha detto?», gli chiede una donna con un bambino in braccio.
«Mi ha detto che dopo aver parlato al popolo verrà a me».
«Ti guarisce, allora?».
«Non so. Mi ha detto: âConfidaâ. Io spero».
«Che ha detto? Che ha detto?». La folla vuol sapere. La risposta di GesĂč Ăš ripetuta fra il popolo.
«Allora io vado a prendere il mio bambino».
«Ed io porto qui il mio vecchio padre».
«Oh! se Aggeo volesse venire! Io provo⊠ma non verrà ».
59.3 GesĂč ha raggiunto il suo posto. Saluta il capo della sinagoga ed Ăš salutato da questi. Ă un ometto basso, grasso e vecchiotto. Per parlare a lui GesĂč si china. Pare una palma che si curvi su un arbusto piĂč largo che alto.
«Che vuoi che ti dia?», chiede lâarchisinagogo.
«Quello che credi, oppure a caso. Lo Spirito guiderà ».
«Ma⊠e sarai preparato?».
«Lo sono. Dà i a caso. Ripeto: lo Spirito del Signore guiderà la scelta per il bene di questo popolo».
Lâarchisinagogo stende una mano sul mucchio dei rotoli, ne prende uno, apre e si ferma a un dato punto. «Questo», dice.
GesĂč prende il rotolo e legge il punto segnato: «GiosuĂš: âAlzati e santifica il popolo e diâ loro: âSantificatevi per domani perchĂ©, dice il Signore Dio dâIsraele, lâanatema Ăš in mezzo a voi, o Israele; tu non potrai stare a fronte dei tuoi nemici fino a tanto che non sia tolto di mezzo a te chi sâĂš contaminato con tal delittoââ». Si ferma, arrotola il rotolo e lo riconsegna.
La folla Ú attentissima. Solo bisbiglia alcuno: «Ne udremo di belle contro i nemici!». «à il Re di Israele, il Promesso, che raccoglie il suo popolo!».
59.4 GesĂč tende le braccia nella solita posa oratoria. Il silenzio si fa completo.
«Chi Ăš venuto per santificarvi si Ăš alzato. Ă uscito dal segreto della casa dove si Ăš preparato a questa missione. Si Ăš purificato per darvi esempio di purificazione. Ha preso la sua posizione di fronte ai potenti del Tempio e al popolo di Dio, e ora Ăš fra voi. Io sono. Non come, con mente annebbiata e fermento nel cuore, alcuni fra voi pensano e sperano. PiĂč alto e piĂč grande Ăš il Regno di cui sono il Re futuro e a cui vi chiamo.
Vi chiamo, o voi di Israele, prima dâogni altro popolo, perchĂ© voi siete quelli che nei padri dei padri ebbero promessa di questâora e alleanza col Signore altissimo. Ma non con turbe di armati, non con ferocie di sangue sarĂ formato questo Regno, e ad esso non i violenti, non i prepotenti, non i superbi, gli iracondi, gli invidiosi, i lussuriosi, gli avari, ma i buoni, i miti, i continenti, i misericordiosi, gli umili, gli amorosi del prossimo e di Dio, i pazienti, avranno entrata.
Israele! Non contro i nemici di fuori sei chiamato a combattere. Ma contro i nemici di dentro. Contro quelli che sono in ogni tuo cuore. Nel cuore dei dieci e dieci e diecimila tuoi figli. Levate lâanatema del peccato da tutti i vostri singoli cuori, se volete che domani Dio vi raduni e vi dica: âMio popolo, a te il Regno che non sarĂ piĂč sconfitto, nĂ© invaso, nĂ© insidiato da nemiciâ.
Domani. Quale, questo domani? Fra un anno o fra un mese? Oh! non cercate! Non cercate, con sete malsana, di sapere ciĂČ che Ăš futuro con mezzo che ha sapore di colpevole stregoneria. Lasciate ai pagani lo spirito pitone. Lasciate a Dio eterno il segreto del suo tempo. Voi da domani, il domani che sorgerĂ dopo questâora di sera, e quella che verrĂ di notte, che sorgerĂ col canto del gallo, venite a purificarvi nella vera penitenza.
Pentitevi dei vostri peccati per esser perdonati e pronti al Regno. Levate da voi lâanatema del peccato. Ognuno ha il suo. Ognuno ha quello che Ăš contrario ai dieci comandi di salute eterna. Esaminatevi ognuno con sinceritĂ e troverete il punto in cui avete sbagliato. Umilmente abbiatene pentimento sincero. Vogliate pentirvi. Non a parole. Dio non si irride e non si inganna. Ma pentitevi colla volontĂ ferma, che vi porti a mutare vita, a rientrare nella Legge del Signore. Il Regno dei Cieli vi aspetta. Domani.
Domani? vi chiedete. Oh! Ăš sempre un domani sollecito lâora di Dio, anche se viene al termine di una vita longeva come quella dei Patriarchi. LâeternitĂ non ha per misura di tempo lo scorrere lento della clessidra. E quelle misure di tempo che voi chiamate giorni, mesi, anni, secoli, sono palpiti dello Spirito eterno che vi mantiene in vita. Ma voi eterni siete nello spirito vostro, e dovete, per lo spirito, tenere lo stesso metodo di misurazione del tempo che ha il Creatore vostro. Dire, dunque: âDomani sarĂ il giorno della mia morteâ. Anzi, non morte per il fedele. Ma riposo di attesa, in attesa del Messia che apra le porte dei Cieli.
E in verità vi dico che fra i presenti solo ventisette morranno dovendo attendere. Gli altri saranno già giudicati prima della morte, e la morte sarà il passaggio a Dio o a Mammona senza indugio, perché il Messia Ú venuto, Ú fra voi e vi chiama per darvi la Buona Novella, per istruirvi alla Verità , per salvarvi al Cielo.
Fate penitenza! Il âdomaniâ del Regno dei Cieli Ăš imminente. Vi trovi mondi per divenire possessori dellâeterno giorno.
La pace sia con voi».
59.5 Si alza a contraddirlo un barbuto e impaludato israelita. Dice: «Maestro, quanto Tu dici mi pare in contrasto con quanto Ăš detto nel libro secondo dei Maccabei, gloria dâIsraele. LĂ Ăš detto: âĂ infatti segno di grande benevolenza il non permettere ai peccatori di andare dietro per lungo tempo ai loro capricci, ma di dare subito mano al castigo. Il Signore non fa come con le altre nazioni, che le aspetta con pazienza per punirle, venuto il giorno del giudizio, quando Ăš colma la misura dei peccatiâ. Tu invece parli come se lâAltissimo potesse esser molto lento nel punirci, attendendoci, come gli altri popoli, al tempo del Giudizio, quando sarĂ colma la misura dei peccati. Veramente i fatti ti smentiscono. Israele Ăš punito come dice lo storico dei Maccabei. Ma, se fosse come Tu dici, non vi Ăš dissapore fra la tua dottrina e quella chiusa nella frase che ti ho detto?».
«Chi sei, Io non so. Ma, chiunque tu sia, ti rispondo. Non câĂš dissapore nella dottrina, ma nel modo di interpretare le parole. Tu le interpreti secondo il modo umano. Io secondo quello dello spirito. Tu, rappresentante della maggioranza, vedi tutto con riferimenti al presente e al caduco. Io, rappresentante di Dio, tutto spiego e applico allâeterno e al soprannaturale. Vi ha colpiti, sĂŹ, GeavĂš nel presente, nella superbia e nella ingiustizia[4] dâesser un âpopoloâ, secondo la Terra. Ma come vi ha amati e come vi usa pazienza, piĂč che con ogni altro, concedendo a voi il Salvatore, il suo Messia, perchĂ© lo ascoltiate e vi salviate prima dellâora dellâira divina! Non vuole piĂč che voi siate peccatori. Ma se nel caduco vi ha colpiti, vedendo che la ferita non sana, ma anzi ottunde sempre piĂč il vostro spirito, ecco che vi manda non punizione ma salvezza. Vi manda Colui che vi sana e vi salva. Io che vi parlo».59.6 «Non trovi di essere audace nel professarti rappresentante di Dio? Nes
suno dei profeti osĂČ tanto, e Tu⊠Chi sei, Tu che parli? E per ordine di chi parli?».
«Non potevano i profeti dire di loro stessi ciĂČ che Io di Me stesso dico. Chi sono? LâAtteso, il Promesso, il Redentore. GiĂ avete udito colui che lo precorre dire: âPreparate la via del Signore⊠Ecco il Signore Iddio che viene⊠Come un pastore pascerĂ il suo gregge, pure essendo lâAgnello della Pasqua veraâ. Fra voi sono quelli che hanno udito dal Precursore queste parole e hanno visto balenare il cielo per una luce che scendeva in forma di colomba, e udito una voce che parlava dicendo chi ero. Per ordine di chi parlo? Di Colui che Ăš e che mi manda».
«Tu lo puoi dire, ma puoi esser anche un mentitore o un illuso. Le tue parole sono sante, ma talora Satana ha parole di inganno tinte di santità per trarre in errore. Noi non ti conosciamo».
«Io sono GesĂč di Giuseppe della stirpe di Davide, nato a Betlem Efrata, secondo le promesse, detto nazareno perchĂ© a Nazaret ho casa. Questo secondo il mondo. Secondo Dio sono il suo Messo. I miei discepoli lo sanno».
«Oh! loro! Possono dire ciĂČ che vogliono e ciĂČ che Tu fai loro dire».
«Un altro parlerà , che non mi ama, e dirà chi sono. Attendi che Io chiami un di questi presenti».
59.7 GesĂč guarda la folla che Ăš stupita dalla disputa, urtata e divisa fra opposte correnti. La guarda, cercando qualcuno coi suoi occhi di zaffiro, poi chiama forte: «Aggeo! Vieni avanti. Te lo comando».
Grande brusio fra la folla, che si apre per lasciar passare un uomo, tutto scosso da un tremito e sorretto da una donna.
«Conosci tu questâuomo?».
«SÏ. à Aggeo di Malachia, qui di Cafarnao. Posseduto Ú da uno spirito malvagio che lo dissenna in furie repentine».
«Tutti lo conoscono?».
La folla grida: «SÏ, sÏ».
«PuĂČ alcuno dire che fu meco in parole, anche per pochi minuti?».
La folla grida: «No, no, quasi ebete Ú, e non esce mai dalla sua casa, e nessuno ti ha visto in essa».
«Donna, portalo a Me davanti».
La donna lo spinge e trascina, mentre il poveretto trema piĂč forte.
Lâarchisinagogo avverte GesĂč: «Staâ attento! Il demonio sta per tormentarlo⊠e allora si avventa, graffia e morde».
La folla fa largo, pigiandosi contro le pareti.
I due sono ormai di fronte. Un attimo di lotta. Pare che lâuomo, uso al mutismo, stenti a parlare e mugola, poi la voce si forma in parola: «Che câĂš fra noi e Te, GesĂč di Nazaret? PerchĂ© sei venuto a tormentarci? PerchĂ© a sterminarci, Tu, Padrone del Cielo e della Terra? So chi sei: il Santo di Dio. Nessuno, nella carne, fu piĂč grande di Te, perchĂ© nella tua carne dâuomo Ăš chiuso lo Spirito del Vincitore eterno. GiĂ mi hai vinto inâŠÂ».
«Taci! Esci da costui. Lo comando».
Lâuomo Ăš preso come da un parossismo strano. Si dimena a strattoni, come se ci fosse chi lo maltratta con urti e strapponate, urla con voce disumana, spuma e poi viene gettato al suolo da cui poi si rialza stupito e guarito.
59.8 «Hai udito? Che rispondi ora?», chiede GesĂč al suo oppositore.
Lâuomo barbuto e impaludato fa una alzata di spalle e, vinto, se ne va senza rispondere. La folla lo sbeffeggia e applaude GesĂč.
«Silenzio. Il luogo Ăš sacro!», dice GesĂč e poi ordina: «A Me il giovane al quale ho promesso aiuto da Dio».
Viene il malato. GesĂč lo carezza: «Hai avuto fede! Sii sanato. Vaâ in pace e sii giusto».
Il giovane ha un grido. ChissĂ che sente? Si prostra ai piedi di GesĂč e li bacia ringraziando: «Grazie per me e per la madre mia!».
Vengono altri malati: un bimbo dalle gambine paralizzate. GesĂč lo prende fra le braccia, lo carezza e lo pone in terra⊠e lo lascia. E il bambino non cade, ma corre dalla mamma, che lo riceve sul cuore piangendo e che benedice a gran voce «il Santo dâIsraele». Viene un vecchietto cieco, guidato dalla figlia. Anche lui viene sanato con una carezza sulle orbite malate.
La folla Ăš in un tumulto di benedizioni.
GesĂč si fa largo sorridendo e, per quanto sia alto, non arriverebbe a fendere la folla se Pietro, Giacomo, Andrea e Giovanni non lavorassero di gomito generosamente e si aprissero un varco dal loro angolo sino a GesĂč e, poi, lo proteggessero sino allâuscita nella piazza, dove ora non Ăš piĂč sole.
La visione termina cosĂŹ.
Marco 1:21-28
Entrarono a Cafarnao. Subito, di sabato, GesĂč si recĂČ nella sinagoga e vi insegnĂČ. Erano stupiti del suo insegnamento, perchĂ© insegnava come un uomo di autoritĂ e non come gli scribi.
Ora nella loro sinagoga c'era un uomo tormentato da uno spirito immondo, che cominciĂČ a gridare: "Che cosa vuoi da noi, GesĂč di Nazareth? Sei venuto a perderci? Io so chi sei: sei il Santo di Dio". GesĂč gli gridĂČ: "Taci! Esci da quell'uomo". Lo spirito immondo lo convulse e poi, con un forte grido, uscĂŹ da lui. Tutti rimasero sbalorditi e si chiesero l'un l'altro: "Che cosa significa questo? Questo Ăš un insegnamento nuovo, dato con autoritĂ ! Egli comanda persino agli spiriti immondi ed essi gli obbediscono. Immediatamente la sua fama si diffuse in tutta la regione della Galilea.
Luca 4:33-37
Ora nella sinagoga c'era un uomo posseduto dallo spirito di un demone immondo, che si mise a gridare a gran voce: "Ah! Che cosa vuoi da noi, GesĂč di Nazareth? Sei venuto a perderci? Io so chi sei: sei il Santo di Dio". GesĂč lo minacciĂČ: "Silenzio! Esci da quest'uomo! Allora l'indemoniato gettĂČ l'uomo proprio nel mezzo e uscĂŹ da lui senza fargli alcun male. Tutti erano terrorizzati e si dicevano l'un l'altro: "Che dice questo? Egli comanda agli spiriti immondi con autoritĂ e potenza, ed essi escono! E la fama di GesĂč si diffuse in tutta la regione.