EMR 22.10-13
LâEvangelo come mi Ăš stato rivelato
Citazione
22.10 Dice Maria:
«La prima delle caritĂ di prossimo va esercitata verso il prossimo. Non ti paia un giuoco di parole. La caritĂ si ha verso Dio e verso il prossimo. Nella caritĂ verso il prossimo Ăš compresa anche quella che va a noi. Ma se ci amiamo piĂč degli altri, non siamo piĂč caritatevoli. Siamo egoisti. Anche nelle cose lecite occorre esser tanto santi da dare sempre la precedenza ai bisogni del prossimo nostro. State sicuri, figli, che Dio ai generosi supplisce con mezzi della sua potenza e bontĂ .
22.11 Questa certezza mi ha spinta a Ebron per sovvenire la parente nel suo stato. E alla mia attenzione di soccorso umano, Dio, dando oltre misura come Egli usa, unisce un impensato dono di soccorso soprannaturale. Io vado per portare aiuto materiale, e Dio santifica la mia retta intenzione col fare, di essa, santificazione del frutto del seno di Elisabetta e, attraverso a questa santificazione, per cui il Battista fu presantificato, annullare la sofferenza fisica della matura figlia dâEva concepente ad etĂ inusata.
Elisabetta, donna di fede intrepida e di fiducioso abbandono al volere di Dio, merita di comprendere il mistero chiuso in me. Lo Spirito le parla attraverso il balzare del suo seno. Il Battista ha pronunciato il suo primo discorso di Annunziatore del Verbo attraverso i veli e i diaframmi di vene e di carne, che lo separano e insieme lo uniscono alla sua santa genitrice.
NĂ© io nego, a lei che ne Ăš degna e alla quale la Luce si svela, la mia qualitĂ di Madre del Signore. Negarla sarebbe stato negare a Dio la lode che era giusto dargli, la lode che portavo in me e che, non potendola dire ad alcuno, dicevo alle erbe, ai fiori, alle stelle, al sole, ai canori uccelli e alle pazienti pecore, alle acque canterine e alla luce dâoro che mi baciava scendendo dal cielo. Ma pregare in due Ăš piĂč dolce che dire da sole la nostra preghiera. Avrei voluto che tutto il mondo sapesse la mia sorte, non per me, ma perchĂ© a me si unisse per lodare il mio Signore.
La prudenza mi ha vietato di rivelare a Zaccaria la veritĂ . Sarebbe stato andare oltre lâopera di Dio. E se io ero la sua Sposa e Madre, ero sempre la sua Serva e non dovevo, perchĂ© Egli mi aveva amata oltre misura, permettermi di sostituirmi a Lui e di superarlo in un decreto.
Elisabetta, nella sua santità , comprende e tace. Perché chi Ú santo Ú sempre remissivo e umile.
22.12 Il dono di Dio deve farci sempre piĂč buoni. PiĂč da Lui riceviamo e piĂč dobbiamo dare. PerchĂ© piĂč riceviamo e piĂč Ăš segno che Egli Ăš in noi e con noi. E piĂč Egli Ăš in noi e con noi, e piĂč noi dobbiamo sforzarci a raggiungere la sua perfezione.
Ecco perchĂ© io, posponendo il mio lavoro, lavoro per Elisabetta. Non mi lascio prendere dalla paura di non avere tempo. Dio Ăš padrone del tempo. A chi spera in Lui, anche nelle cose usuali, Egli provvede. Lâegoismo non affretta, ritarda. La caritĂ non ritarda, affretta. Tenetevelo sempre presente.
22.13
Quanta pace nella casa di Elisabetta! Se non avessi avuto il pensiero di Giuseppe e quello, quello, quello del mio Bambino che era il Redentore del mondo, sarei stata felice. Ma giĂ la Croce gettava la sua ombra sulla mia vita e, come suono funebre, sentivo le voci dei ProfetiâŠ
Mi chiamavo Maria. Lâamarezza era sempre mescolata alle dolcezze che Dio versava nel mio cuore. Ed Ăš sempre andata aumentando sino alla morte del Figlio mio. Ma quando Dio ci chiama, Maria, ad una sorte di vittime per il suo onore, oh! dolce esser frante come grano nella mola, per fare del nostro dolore il pane che corrobora i deboli e li fa capaci di raggiungere il Cielo!
Ora basta. Sei stanca e beata. Riposa con la mia benedizione».