EMR 169.4-9
LâEvangelo come mi Ăš stato rivelato
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Note della parola chiave
EMR 169.4-9
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EMR 180.4-6 · Volume 3
Pietro sembra gli venga un colpo apoplettico tanto diventa rosso. Resta muto per qualche momento e poi dice: «Ebbene, allora dĂ mmi il premio. La parabola di stamaneâŠÂ».
Anche gli altri si uniscono a Pietro dicendo: «SÏ. Lo hai promesso. Le parabole servono bene a fare comprendere il paragone. Ma noi comprendiamo che esse hanno uno spirito superiore al paragone.
180.5
Perché parli ad essi in parabole?».
«PerchĂ© a loro non Ăš concesso di intendere piĂč di ciĂČ che spiego. A voi va dato molto di piĂč perchĂ© voi, miei apostoli, dovete conoscere il mistero; e vi Ăš perciĂČ dato di intendere i misteri del Regno dei Cieli. Per questo vi dico: âDomandate se non comprendete lo spirito della parabolaâ. Voi date tutto, e tutto vi va dato perchĂ© a vostra volta tutto voi possiate dare. Voi tutto date a Dio: affetti, tempo, interessi, libertĂ , vita. E tutto Dio vi dĂ per compensarvi e per farvi capaci di tutto dare in nome di Dio a chi Ăš dopo di voi. CosĂŹ a chi ha dato sarĂ dato e con abbondanza. Ma a chi non ha dato che parzialmente o non ha dato affatto, sarĂ tolto anche quello che ha.
Parlo loro in parabole perchĂ© vedendo vedano solo quello che la loro volontĂ di aderire a Dio illumina, perchĂ© udendo, sempre per la stessa loro volontĂ di adesione, odano e comprendano. Voi vedete! Molti odono la mia parola, pochi aderiscono a Dio. I loro spiriti sono monchi della buona volontĂ . In loro si adempie la profezia di Isaia: âUdirete con le orecchie e non intenderete, guarderete con gli occhi e non vedreteâ. PerchĂ© questo popolo ha un cuore insensibile; sono duri gli orecchi e hanno chiusi gli occhi per non vedere e per non sentire, per non intendere col cuore e non convertirsi acciĂČ Io li guarisca. Ma voi beati per i vostri occhi che vedono e i vostri orecchi che odono, per la vostra buona volontĂ !
In veritĂ vi dico che molti profeti e molti giusti desiderarono vedere ciĂČ che voi vedete e non lo videro, e udire ciĂČ che voi udite e non lâudirono. Si consumarono nel desiderio di comprendere il mistero delle parole, ma spenta la luce della profezia ecco le parole rimanere come carboni spenti, anche per il santo che le aveva avute.
Solo Dio disvela Se stesso. Quando la sua luce si ritrae, terminato il suo scopo di illuminare il mistero, lâincapacitĂ di intendere fascia, come le bende di una mummia, la regale veritĂ della parola ricevuta. Per questo Io ti ho detto stamane: âVerrĂ un giorno che ritroverai tutto quanto ti ho datoâ. Ora non puoi ritenere. Ma dopo la luce verrĂ su te, e non per un attimo ma per un inseparabile connubio dello Spirito eterno col tuo, onde infallibile sarĂ il tuo ammaestramento in ciĂČ che Ăš cosa del Regno di Dio. E, cosĂŹ come in te, nei tuoi successori, se vivranno di Dio come di unico pane.
180.6
Ora sentite lo spirito della parabola.
Abbiamo quattro generi di campi: quelli fertili, quelli spinosi, quelli sassosi, quelli pieni di sentieri. Abbiamo anche quattro generi di spiriti.
Abbiamo gli spiriti onesti, gli spiriti di buona volontĂ , preparati dalla stessa e dalla buona opera di un apostolo, di un âveroâ apostolo; perchĂ© ci sono apostoli che hanno il nome ma non lo spirito di apostoli, i quali sono piĂč micidiali sulle volontĂ in formazione degli stessi uccelli, spini e sassi. Sconvolgono in modo tale, con le loro intransigenze, con le loro frette, con i loro rimproveri, con le loro minacce, che allontanano per sempre da Dio. Altri ve ne sono che, allâopposto, con un innaffiamento continuo di benignitĂ fuori posto, fanno marcire il seme in un terreno troppo molle. Devirilizzano con la loro devirilizzazione gli animi che curano. Ma stiamo ai veri apostoli, ossia agli specchi tersi di Dio. Essi sono paterni, misericordiosi, pazienti, e nello stesso tempo forti come Ăš il loro Signore. Or bene, gli spiriti preparati da questi e dalla loro propria volontĂ sono paragonabili ai campi fertili, mondi di pietre e di rovi, netti da gramigne e da logli, in cui prospera la parola di Dio, e ogni parola â un seme â fa cespo e spighe, dando dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta per cento. In questi che mi seguono ce ne sono? Certo. E santi saranno. Fra essi ce ne sono di tutte le caste e di tutti i paesi, anche gentili ci sono, e che pure daranno il cento per cento per la loro buona volontĂ , unicamente per essa, oppure per la loro e quella di un apostolo o discepolo che me li prepara.
I campi spinosi sono quelli in cui lâincuria ha lasciato penetrare spinosi grovigli di interessi personali che soffocano il buon seme. Occorre sorvegliarsi sempre, sempre, sempre. Non dire mai: âOh! ormai io sono formato, seminato, posso stare tranquillo che darĂČ seme di vita eternaâ. Occorre sorvegliarsi: la lotta fra il Bene e Male Ăš continua. Avete mai osservato una tribĂč di formiche che si insedia in una casa? Eccole sul focolare. La donna non lascia piĂč cibarie lĂŹ e le mette sul tavolo; e loro fiutano lâaria e danno lâassalto al tavolo. La donna le mette nella credenza e loro passano dalla serratura nella credenza.
La donna appende al soffitto le sue provviste e loro fanno un lungo cammino lungo le pareti e i travicelli, si calano per la fune e mangiano. La donna le brucia, le scotta, le avvelena. E poi sta tranquilla credendo di averle distrutte. Oh! se non vigila, che sorpresa! Ecco le nuove nate che escono, e siamo da capo. CosĂŹ finchĂ© si vive; bisogna sorvegliarsi per estirpare le male piante non appena spuntano. In caso contrario esse fanno un soffitto di rovi e soffocano il grano. Le cure mondane, lâinganno delle ricchezze creano il groviglio, affogano la pianta del seme di Dio e non le fanno fare spiga.
Ecco ora i campi pieni di sassi. Quanti in Israele! Sono quelli che appartengono ai âfigli delle leggiâ, come ha detto mio fratello Giuda molto giustamente. In loro non Ăš la pietra unica della Testimonianza, non vi Ăš la pietra della Legge. Vi Ăš la sassaia delle piccole, povere, umane leggi create dagli uomini. Tante e tante che col loro peso hanno fatto a scaglie anche la pietra della Legge. Una rovina che impedisce ogni attecchimento di seme. Non Ăš piĂč nutrita la radice. Non câĂš terra, non câĂš succo. Lâacqua fa marcire perchĂ© stagna sul pavimento di selci, il sole si arroventa su quelle selci e brucia le pianticine. Sono gli spiriti dei sostitutori delle complicate dottrine umane alla semplice dottrina di Dio. La ricevono anche con gioia, la mia parola. Al momento ne sono scossi e sedotti. Ma poi⊠Occorrerebbe lâeroismo di sgobbare a mondare il campo, lâanimo e la mente da tutta la sassaia dei retori. Allora il seme farebbe radica e sarebbe un forte cespo. CosÏ⊠Ú nulla. Basta un timore di rappresaglie umane. Basta una riflessione: âMa e poi? Che me ne verrĂ dagli uomini potenti?â, e il povero seme non nutrito langue. Basta che tutta la sassaia si agiti col suono vano dei cento e cento precetti che si sono sostituiti al Precetto, che ecco che lâuomo perisce col seme ricevuto⊠Israele ne Ăš pieno. Questo spiega come il venire a Dio vada in ragione inversa della potenza umana.
Ultimi i campi pieni di strade, polverosi, nudi. Quelli dei mondani, degli egoisti. Il loro comodo Ăš la loro legge, il godimento il loro fine. Non fare fatica, sonnecchiare, ridere, mangiare⊠Lo spirito del mondo Ăš re in questi. La polvere della mondanitĂ ricopre il terreno che diviene terriccio. Gli uccelli, ossia le dissipazioni, si precipitano sui mille sentieri aperti per rendere piĂč facile la vita. Lo spirito del mondo, ossia del Maligno, becca e distrugge ogni seme che cade su questo terreno aperto a tutte le sensualitĂ e le leggerezze.
GesĂč si Ăš appena complimentato con Pietro e Simone, e il fratello di Andrea coglie l'occasione per chiedere una spiegazione della parabola del seminatore.
Dammi la ricompensa. La parabola di questa mattina... Pietro ricorda a GesĂč la sua promessa di spiegare loro la parabola del seminatore.(EMV 179,5). (Vedi Matteo 13, 10-11).
Vangelo di Matteo 13, 10-23
Mt 13, 10-23 : I discepoli si avvicinarono a GesĂč e gli dissero: "PerchĂ© parli loro in parabole? Egli rispose: "A voi Ăš dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma non a loro. A chi ha, sarĂ dato e avrĂ in abbondanza; a chi non ha, sarĂ tolto anche quello che ha. Parlo loro in parabole, perchĂ© guardano ma non vedono e ascoltano ma non sentono e non capiscono". CosĂŹ si compie per loro la profezia di Isaia: "Ascoltate, ma non comprenderete. Potete guardare, ma non vedrete. Il cuore di questo popolo si Ăš appesantito, Ăš diventato duro d'orecchi, ha chiuso gli occhi, perchĂ© i suoi occhi non vedano, i suoi orecchi non odano, il suo cuore non comprenda, non si converta - e io lo guarirĂČ. Ma quanto a voi, beati i vostri occhi, perchĂ© vedono, e le vostre orecchie, perchĂ© ascoltano. Amen, vi dico che molti profeti e uomini giusti hanno voluto vedere ciĂČ che voi vedete e non l'hanno visto, sentire ciĂČ che voi sentite e non l'hanno sentito.
Ascoltate dunque il significato della parabola del seminatore. Quando qualcuno ascolta la parola del Regno senza comprenderla, il Maligno viene a prendere ciĂČ che Ăš stato seminato nel suo cuore: egli Ăš il campo seminato sul ciglio della strada. Colui che ha ricevuto il seme su un terreno sassoso Ăš colui che ascolta la Parola e subito la riceve con gioia; ma non ha radici in sĂ©, Ăš l'uomo di un momento: quando arriva l'angoscia o la persecuzione a causa della Parola, subito inciampa. Colui che ha ricevuto il seme tra le spine Ăš colui che ascolta la Parola; ma le preoccupazioni del mondo e l'inganno delle ricchezze soffocano la Parola, che non porta frutto. Chi invece ha ricevuto il seme nel terreno buono Ăš colui che ascolta la Parola e la comprende: egli porta frutto al centuplo, o al sessanta per cento, o al trenta per cento".
Vangelo di Marco 4, 10-20
Mc 4, 10-20 : Quando fu solo, quelli che erano intorno a lui con i Dodici lo interrogarono sulle parabole. Egli disse loro: "A voi Ăš dato il mistero del regno di Dio; ma a quelli di fuori tutto Ăš presentato in forma di parabole. E cosĂŹ, come dice il profeta: "Possono guardare con tutti i loro occhi, ma non vedranno; possono ascoltare con tutti i loro orecchi, ma non capiranno; oppure si convertiranno e riceveranno il perdono".
Poi disse loro: "Non capite questa parabola? E come capirete tutte le parabole? Il seminatore semina la Parola. Ci sono quelli che stanno ai margini della strada dove viene seminata la Parola: quando la sentono, subito arriva Satana e porta via la Parola seminata in loro. Allo stesso modo, ci sono quelli che hanno ricevuto il seme in luoghi sassosi: quando sentono la Parola, la accolgono subito con gioia; ma non hanno radice in loro, sono persone di un momento; se arrivano angosce o persecuzioni a causa della Parola, subito inciampano. E ci sono altri che hanno ricevuto il seme nelle spine: questi ascoltano la Parola, ma le preoccupazioni del mondo, l'inganno delle ricchezze e tutte le altre concupiscenze li invadono e soffocano la Parola, che non porta frutto. Ci sono invece quelli che hanno ricevuto il seme nel terreno buono: ascoltano la Parola, l'accolgono e portano frutto: trenta, sessanta, cento, per uno".
Vangelo di Luca 8, 4-18
Lc 8, 4-18 : Mentre si radunavano grandi folle e la gente veniva a GesĂč da ogni cittĂ , egli raccontĂČ una parabola: "Il seminatore uscĂŹ a seminare e, mentre seminava, una parte cadde lungo la strada. I passanti lo calpestarono e gli uccelli del cielo lo mangiarono tutto. Cadde anche sulle pietre; crebbe e appassĂŹ, perchĂ© non aveva umiditĂ . Cadde anche tra i rovi e i rovi, crescendo, la soffocarono. Infine, una parte cadde nel terreno buono, e crebbe e portĂČ frutti centuplicati". Mentre diceva questo, alzĂČ la voce: "Chi ha orecchie per intendere, intenda!
I suoi discepoli gli chiesero cosa significasse questa parabola. Egli disse loro: "A voi Ăš dato di conoscere i misteri del regno di Dio, ma gli altri hanno solo parabole". CosĂŹ, come sta scritto: "Guardano ma non vedono, ascoltano ma non capiscono". Questo Ăš il significato della parabola. Il seme Ăš la parola di Dio. Poi arriva il diavolo e toglie la Parola dai loro cuori, per impedire che credano e si salvino. Ci sono quelli che stanno sulle pietre: quando ascoltano, accolgono la Parola con gioia; ma non hanno radici, credono per un momento e poi, nel momento della prova, si arrendono. Quelli che sono caduti nelle spine sono le persone che hanno ascoltato, ma sono soffocate lungo il cammino dalle preoccupazioni, dalle ricchezze e dai piaceri della vita, e non raggiungono la maturitĂ . E quelli che sono caduti sul terreno buono sono coloro che hanno ascoltato la Parola con cuore buono e generoso, che la conservano e portano frutto con la loro perseveranza. (...)
Fate attenzione a come ascoltate. Perché a chi ha, sarà dato; e a chi non ha, sarà tolto anche quello che pensa di avere".
Vangelo di Luca 10, 23-24
Lc 10, 23-24 : Poi si rivolse ai suoi discepoli e disse loro in particolare: "Beati gli occhi che vedono ciĂČ che voi vedete! PerchĂ© vi dico che molti profeti e re volevano vedere quello che voi vedete e non l'hanno visto, e ascoltare quello che voi ascoltate e non l'hanno ascoltato.
EMR 181.3-7 · Volume 3
«Ancora in questo bel tempo di grani che spigano, Io vi voglio proporre una parabola presa dai grani. Udite.
Il Regno dei Cieli Ăš simile ad un uomo che seminĂČ buon seme nel suo campo. Ma, mentre lâuomo e i suoi servi dormivano, venne un suo nemico e sparse seme di loglio sui solchi e poi se ne andĂČ. Nessuno sul principio si accorse di nulla. Venne lâinverno con le piogge e le brine, venne la fine di tebet e germogliĂČ il grano. Un verde tenero di foglioline appena spuntate. Parevano tutte uguali nella loro infanzia innocente. Venne scebat e poi adar e si formarono le piante e poi granirono le spighe. Si vide allora che il verde non era tutto grano ma anche loglio, ben avviticchiato coi suoi vilucchi sottili e tenaci agli steli del grano.
I servi del padrone andarono alla sua casa e dissero: âSignore, che seme hai seminato? Non era seme eletto, mondo da ogni altro seme che grano non fosse?â.
âCerto che lo era. Io ne ho scelto i chicchi tutti uguali di formazione. E avrei visto se vi fossero stati altri semiâ.
âE come allora Ăš nato tanto loglio fra il tuo grano?â.
Il padrone pensĂČ, poi disse: âQualche nemico mio mi ha fatto questo per farmi dannoâ.
I servi chiesero allora: âVuoi che andiamo fra i solchi e con pazienza liberiamo le spighe dal loglio, strappando questâultimo? Ordina e lo faremoâ.
Ma il padrone rispose: âNo. Potreste nel farlo estirpare anche il grano e quasi sicuramente offendere le spighe ancora tenerelle. Lasciate che lâuno e lâaltro stiano insieme fino alla mietitura. Allora io dirĂČ ai mietitori: âFalciate tutto insieme; poi, avanti di legare i covoni, ora che il seccume ha fatto friabili i vilucchi del loglio mentre piĂč robuste e dure sono le serrate spighe, scegliete il loglio dal grano e fatene fasci a parte. Li brucerete poi e faranno concime al suolo. Mentre il buon grano lo porterete nei granai e servirĂ ad ottimo pane con scorno del nemico, che avrĂ guadagnato solo di esser abbietto a Dio col suo livoreââ.
Ora riflettete fra voi quanto sovente avvenga e numerosa sia la semina del Nemico nei vostri cuori. E comprendete come occorra vigilare con pazienza e costanza per fare sĂŹ che poco loglio si mescoli al grano eletto. La sorte del loglio Ăš di ardere. Volete voi ardere o divenire cittadini del Regno? Voi dite che volete essere cittadini del Regno. Ebbene, sappiatelo essere. Il buon Dio vi dĂ la Parola. Il Nemico vigila per renderla nociva, poichĂ© farina di grano mescolata a farina di loglio dĂ pane amaro e nocivo al ventre. Sappiate col buon volere, se loglio Ăš nellâanima vostra, sceglierlo per gettarlo onde non essere indegni di Dio.
Andate, figli. La pace sia con voi».
181.4
La gente sfolla lentamente. Nellâorto restano gli otto apostoli piĂč Elia, suo fratello, la madre e il vecchio Isacco, che si pasce lâanima nel guardarsi il suo Salvatore.
«Venitemi intorno e udite. Vi spiego il senso completo della parabola, che ha due aspetti ancora, oltre quello detto alla folla.
Nel senso universale la parabola ha questa applicazione: il campo Ăš il mondo. Il buon seme sono i figli del Regno di Dio, seminati da Dio sul mondo in attesa di giungere al loro limite ed essere recisi dalla Falciatrice e portati al Padrone del mondo, perchĂ© li riponga nei suoi granai. Il loglio sono i figli del Maligno, sparsi a loro volta sul campo di Dio nellâintento di dare pena al Padrone del mondo e di nuocere anche alle spighe di Dio. Il Nemico di Dio li ha, per un sortilegio, seminati apposta, perchĂ© veramente il Diavolo snatura lâuomo fino a farne una sua creatura, e questa semina, per traviare altri che non ha potuto asservire altrimenti. La mietitura, anzi la formazione dei covoni e il trasporto degli stessi ai granai, Ăš la fine del mondo, e coloro che la compiono sono gli angeli. A loro Ăš ordinato di radunare le falciate creature e separare il grano dal loglio e, come nella parabola questo si brucia, cosĂŹ verranno bruciati nel fuoco eterno i dannati, allâUltimo Giudizio.
Il Figlio dellâuomo manderĂ a togliere dal suo Regno tutti gli operatori di scandali e di iniquitĂ . PerchĂ© allora il Regno sarĂ e in Terra e in Cielo, e fra i cittadini del Regno sulla Terra saranno mescolati molti figli del Nemico. Questi raggiungeranno, come Ăš detto[1] anche dai Profeti, la perfezione dello scandalo e dellâabominio in ogni ministero della Terra, e daranno fiera noia ai figli dello spirito. Nel Regno di Dio, nei Cieli, giĂ saranno stati espulsi i corrotti, perchĂ© corruzione non entra in Cielo. Ora dunque gli angeli del Signore, menando la falce fra le schiere dellâultimo raccolto, falceranno e separeranno il grano dal loglio e getteranno questo nella fornace ardente dove Ăš pianto e stridor di denti, portando invece i giusti, lâeletto grano, nella Gerusalemme eterna dove essi splenderanno come soli nel Regno del Padre mio e vostro.
181.5
Questo nel senso universale. Ma per voi ve ne Ăš un altro ancora, che risponde alle domande che piĂč volte, e specie da ieri sera, vi fate. Voi vi chiedete: âMa dunque fra la massa dei discepoli possono essere dei traditori?â, e fremete in cuor vostro di orrore e di paura. Ve ne possono essere. Ve ne sono certo.
Il seminatore sparge il buon seme. In questo caso, piĂč che spargere, si potrebbe dire: âcoglieâ. PerchĂ© il maestro, sia che sia Io o sia che fosse il Battista, aveva scelto i suoi discepoli. Come allora si sono traviati? No, anzi. Male ho detto dicendo âsemeâ i discepoli. Voi potreste capire male. DirĂČ allora âcampoâ. Tanti discepoli tanti campi, scelti dal maestro per costituire lâarea del Regno di Dio, i beni di Dio. Su essi il maestro si affatica per coltivarli, acciĂČ diano il cento per cento. Tutte le cure. Tutte. Con pazienza. Con amore. Con sapienza. Con fatica. Con costanza. Vede anche le loro tendenze malvagie. Le loro ariditĂ e le loro aviditĂ . Vede le loro testardaggini e le loro debolezze. Ma spera, spera sempre e corrobora la sua speranza con la preghiera e la penitenza, perchĂ© li vuole portare alla perfezione.
Ma i campi sono aperti. Non sono un chiuso giardino cinto da mura di fortezza, di cui sia padrone solo il maestro e in cui solo lui possa penetrare. Sono aperti. Messi al centro del mondo, fra il mondo, tutti li possono avvicinare, tutti vi possono penetrare. Tutti e tutto. Oh! non Ú il loglio solo il mal seme seminato! Il loglio potrebbe essere simbolo della leggerezza amara dello spirito del mondo. Ma vi nascono, gettati dal Nemico, tutti gli altri semi. Ecco le ortiche. Ecco le gramigne. Ecco le cuscute. Ecco i vilucchi. Ecco infine le cicute e i tossici. Perché? Perché? Che sono?
Le ortiche: gli spiriti pungenti, indomabili, che feriscono per sovrabbondanza di veleni e danno tanto disagio. Le gramigne: i parassiti che sfiniscono il maestro senza saper fare altro[2] che strisciare e succhiare, godendo del lavoro di lui e nuocendo ai volonterosi, che veramente trarrebbero maggior frutto se il maestro fosse non turbato e distratto dalle cure che esigono le gramigne. I vilucchi inerti che non si alzano da terra che fruendo degli altri. Le cuscute: tormento sulla via giĂ penosa del maestro e tormento ai discepoli fedeli che lo seguono. Si uncinano, si conficcano, lacerano, graffiano, mettono diffidenza e sofferenza. I tossici: i delinquenti fra i discepoli, coloro che giungono a tradire e a spegnere la vita come le cicute e le altre piante tossiche. Avete mai visto come sono belle coi loro fiorellini che poi divengono palline bianche, rosse, celeste-viola? Chi direbbe che quella corolla stellare, candida o appena rosata, col suo cuoricino dâoro, chi che quei coralli multicolori, tanto simili ad altri frutticini che sono la delizia degli uccelli e dei pargoli, possano, giunti a maturazione, dare morte? Nessuno. E gli innocenti ci cascano. Credono tutti buoni come loro⊠e ne colgono e muoiono.
Credono tutti buoni come loro! Oh! che veritĂ che sublima il maestro e che condanna il suo traditore! Come? La bontĂ non disarma? Non rende il malvolere innocuo? No. Non lo rende tale, perchĂ© lâuomo caduto preda del Nemico Ăš insensibile a tutto ciĂČ che Ăš superiore. E ogni superiore cosa cambia per lui aspetto. La bontĂ diviene debolezza che Ăš lecito calpestare e acuisce il suo malvolere come acuisce la voglia di sgozzare, in una fiera, il sentire lâodore del sangue. Anche il maestro Ăš sempre un innocente⊠e lascia che il suo traditore lo avveleni, perchĂ© non vuole e non puĂČ lasciar pensare agli altri[3] che un uomo giunga ad essere micidiale a chi Ăš innocente.
181.6
Nei discepoli, i campi del maestro, vengono i nemici. Sono tanti. Il primo Ăš Satana. Gli altri i suoi servi, ossia gli uomini, le passioni, il mondo e la carne. Ecco, ecco il discepolo piĂč facile ad essere percosso da essi perchĂ© non sta tutto presso al maestro, ma sta a cavaliere fra il maestro e il mondo. Non sa, non vuole separarsi tutto da ciĂČ che Ăš mondo, carne, passioni e demonio, per essere tutto di chi lo porta a Dio. Su questo spargono i loro semi e mondo e carne, e passioni e demonio. Lâoro, il potere, la donna, lâorgoglio, la paura di un mal giudizio del mondo e lo spirito di utilitarismo. âI grandi sono i piĂč forti. Ecco che io li servo per averli amiciâ. E si diventa delinquenti e dannati per queste misere cose!⊠PerchĂ© il maestro, che vede lâimperfezione del discepolo, anche se non vuole arrendersi al pensiero: âCostui sarĂ il mio uccisoreâ, non lo estirpa subito dalle sue file? Questo voi vi chiedete.
PerchĂ© Ăš inutile farlo. Se lo facesse non impedirebbe di averlo nemico, doppiamente e piĂč sveltamente nemico per la rabbia o il dolore di essere scoperto o di essere cacciato. Dolore. SĂŹ. PerchĂ© delle volte il cattivo discepolo non si avvede di essere tale. Ă tanto sottile lâopera demoniaca che egli non lâavverte. Si indemonia senza sospettare di essere soggetto a questa operazione. Rabbia. SĂŹ. Rabbia per essere conosciuto per quello che Ăš, quando egli non Ăš incosciente del lavoro di Satana e dei suoi adepti: gli uomini che tentano il debole nelle sue debolezze per levare dal mondo il santo che li offende, nelle loro malvagitĂ , con il paragone della sua bontĂ .
E allora il santo prega e si abbandona a Dio. âCiĂČ che Tu permetti si faccia, sia fattoâ, dice. Solo aggiunge questa clausola: âpurchĂ© serva al tuo fineâ. Il santo sa che verrĂ lâora in cui verranno espulsi dalle sue messi i logli malvagi. Da chi? Da Dio stesso, che non permette oltre di quanto Ăš utile al trionfo della sua volontĂ dâamore».
181.7
«Ma se Tu ammetti che sempre Ú Satana, e gli adepti di lui⊠mi sembra che la responsabilità del discepolo scemi», dice Matteo.
«Non te lo pensare. Se il Male esiste, esiste anche il Bene, ed esiste nellâuomo il discernimento e con esso la libertà ».
«Tu dici che Dio non permette oltre di quanto Ăš utile al trionfo della sua volontĂ dâamore[4]. Dunque anche questo errore Ăš utile, se Egli lo permette, e serve ad un trionfo di volontĂ divina», dice lâIscariota.
«E tu arguisci, come Matteo, che ciĂČ giustifica il delitto del discepolo. Dio aveva creato il leone senza ferocia e il serpente senza veleno. Ora lâuno Ăš feroce e lâaltro Ăš velenoso. Ma Dio li ha separati dallâuomo per ciĂČ. Medita su questo e applica. »
In questo bel periodo dell'anno, quando si formano le spighe di grano, vorrei suggerire una parabola presa in prestito dal chicco di grano. Ascoltatela. La parabola del grano e della zizzania Ăš raccontata brevemente in Matteo 13:24-30 (vedi sotto). In EMV 575,7 GesĂč ricorda a Giovanni e Giacomo questa parabola.
Alla fine del mese di Tebet, il grano germogliĂČ e si vide il verde tenero delle piccole erbacce che cominciavano a crescere. Alla fine del mese di Tebet: inizio di gennaio; Shebat corrisponde a gennaio/febbraio, Adar a febbraio/marzo. Si veda il calendario per i mesi e le spiegazioni qui riportate per l'anno.
Abbiamo poi visto che il verde non era solo il grano, ma che c'erano anche erbacce avvolte strettamente con i loro viticci sottili e tenaci intorno agli steli del grano. Il nome botanico del loglio Ăš Lolium, vicino al Loglio italiano usato da Maria Valtorta. Tuttavia, la Vulgata usa la parola Zizania (da cui deriva l'espressione semer la zizanie). In latino, questo termine puĂČ essere generico e designare un'erbaccia in accordo con il suo significato siriaco (Zizon) da cui deriva. Gli agronomi chiamano queste piante indesiderate e invasive "erbacce". Si veda il commento al capitolo 181 su maria-valtorta.org(Pro e contro Maria Valtorta, La disputa tra Mir et Gregori, pagina 189 e seguenti).
C'erano anche le erbacce che avvolgevano strettamente gli steli di grano, con i loro viticci sottili e tenaci. Tra le "erbacce" che GesĂč menziona in seguito, diverse piante hanno i viticci, come il convolvolo e la dodder, una pianta della Palestina. Comprendiamo che GesĂč ci chiede di non estirparle per paura di estirpare allo stesso tempo il buon grano.
Il nemico sta guardando per renderlo dannoso, perchĂ© la farina di grano mescolata con la farina di rovo fa un pane amaro che Ăš dannoso per l'intestino. (...) Ora tutti gli altri semi sono stati gettati dal nemico e stanno germogliando: ecco le ortiche, la gramigna, la dardana, il convolvolo, la cicuta e le erbe velenose. La robbia ha proprietĂ lassative e il convolvolo Ăš un blando purgante. La farina di loglio comune, mescolata in piccole quantitĂ alla farina di grano, impedisce l'azione del lievito. Per quanto riguarda i problemi intestinali menzionati da GesĂč, essi devono essere causati dalla robbia o dal convolvolo, o da un tipo di loglio diverso dal loglio comune, che a volte viene usato come pianta da foraggio.
Questi raggiungeranno, come annunciano i profeti, la perfezione dello scandalo e dell'abominio in tutta la loro attivitĂ terrena. Per esempio: Deuteronomio 9,27; 11,31.36; 12,11.
Deut 9, 27: Ricordati dei tuoi servi, Abramo, Isacco e Giacobbe; non guardare alla testardaggine di questo popolo, alla sua malvagitĂ e al suo peccato.
Non abbiamo trovato versetti convincenti negli altri riferimenti indicati.
Ecco dunque il significato universale: GesĂč aveva giĂ commentato il significato della Parabola nella sua catechesi del 27 ottobre 1943.
Ci si puĂČ chiedere: "Ma possono esserci dei traditori tra i discepoli? "Vedi il capitolo precedente, in EMV 180.8. Il tradimento di uno dei discepoli di Giovanni Battista, che portĂČ all'arresto del profeta, fece molto scalpore.
Tutti gli altri semi sono stati seminati lĂŹ dal nemico: ortiche, gramigna, erba di monte, convolvolo, cicuta ed erbe velenose. La drosera della Palestina (cuscuta palaestina) Ăš un parassita che circonda le piante con numerosi polloni. Vedere le notevoli conoscenze botaniche.
Avete mai visto quanto sono belle, con i loro fiorellini che diventano tante piccole palline bianche, rosse, blu-viola? Palline rosse: agrodolce (Solanum dulcamara). Si ritiene che le sue bacche provochino dolori addominali, vomito e mal di testa. Si trovano nell'Eurasia meridionale.
Palline blu-viola: Ăš il caso della corriera a foglie di mirto (Corriara myrtifolia). I suoi frutti blu-viola sono appetitosi, ma causano avvelenamento da alcol nelle mandrie che li mangiano. In certe condizioni possono essere fatali. Tuttavia, questa pianta Ăš comune solo nel Mediterraneo occidentale. Questo potrebbe essere il caso anche della bryonia dioica (Bryonia dioica). Pianta rampicante con viticci, puĂČ causare dermatiti di vario grado di irritazione a contatto con la pelle. L'ingestione di parti della pianta (bacche, radice) provoca vomito e diarrea e puĂČ avere conseguenze gravi (delirio, crampi, ecc.). Poche decine di bacche dal colore attraente sono sufficienti per uccidere un bambino.
Le persone buone credono che gli altri siano buoni come loro! Ah, che veritĂ che eleva il maestro e condanna chi lo tradisce! Durante la rilettura del dattiloscritto da parte di padre Migliorini, Maria Valtorta annotĂČ a questo punto: "Lavorare per redimere con bontĂ , lavorare senza speranze nĂ© illusioni, per puro desiderio di fare il proprio dovere fino in fondo, lavorare perchĂ© gli altri non si accorgano che quello Ăš un cattivo, perchĂ© non lo odino... Che lezione divina dĂ il Divino Maestro alle guide spirituali e a tutti i cristiani!".
"Dio non permette a nessuno di opporsi al trionfo della sua volontĂ amorosa piĂč di quanto sia utile". Su un foglio inserito nella copia dattiloscritta, Maria Valtorta scrive:
"Dio ha dato all'uomo l'intelletto per capire, la ragione per guidarsi come creatura ragionevole, la coscienza per consigliare, la legge per sapersi regolare, la libertĂ di meritare ciĂČ che vuole: Dio e la gloria, o l'inferno e la dannazione.
Inoltre, gli ha dato la grazia, o la predestinazione alla grazia, perché sia uno stimolo, o un mezzo, per elevare le cose sotto elencate a un livello capace di dargli un gusto santo per il soprannaturale e per Dio.
Ora, nell'uomo intelligente, ragionevole, cosciente, libero e soprattutto istruito nella Fede, conoscendo il suo ultimo fine e la Legge divina, ci devono essere solo le azioni che la Legge prescrive e la conoscenza del fine ci incita a praticare, anche se la ragione e la coscienza le indicano come buone per tutti, anche per chi non conosce la religione rivelata, al fine diottenere la ricompensa eterna che l'intelletto umano, tanto piĂč se illuminato dalla Grazia, Ăš infinitamente superiore a tutte le concezioni che un credente puĂČ immaginare.
Ma talvolta accade che l'uomo, agendo contro la ragione, trasformi la sua libertĂ in un giogo della piĂč crudele delle schiavitĂč: quella del diavolo e del peccato, preferendo il Male al Bene.
Anche se Dio permette all'uomo di fare ciĂČ che sceglie di sua spontanea volontĂ , per giudicarlo e confermarlo nella grazia o per giudicare che merita un castigo, nulla diminuisce la colpa dell'uomo. Infatti, se Ăš vero che l'uomo, su suggerimento di Dio o su istigazione di Satana, puĂČ fare il bene o il male, non Ăš meno vero che l'uomo deve seguire solo Dio e i suoi inviti d'amore, perchĂ© Ăš da lui che ha ricevuto tutti quei doni naturali, morali e soprannaturali capaci di renderlo figlio di Dio, erede del Regno".
Vangelo di Matteo 13, 23-30; 36-43
Mt 13, 23-30; Mt 13, 36-43: Colui che ha ricevuto il seme nel terreno buono Ăš colui che ascolta la Parola e la comprende: egli porta frutto in ragione di cento, o sessanta, o trenta a uno". E diede loro un'altra parabola: "Il regno dei cieli Ăš simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma mentre la gente dormiva, venne il suo nemico, seminĂČ la zizzania in mezzo al grano e se ne andĂČ. Quando lo stelo crebbe e produsse una spiga di grano, apparvero anche le erbacce. I servi del padrone vennero a dirgli: "Signore, non Ăš forse buon grano quello che hai seminato nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?". Egli rispose loro: "Ă stato un nemico a fare questo". I servi gli dissero: "Vuoi che andiamo a toglierla?". Rispose: "No, se togliete la zizzania, rischiate di sradicare anche il grano. Lasciateli crescere insieme fino al tempo della mietitura; e al tempo della mietitura dirĂČ ai mietitori: "Prima togliete la zizzania, legatela in fasci per bruciarla; quanto al grano, raccoglietelo per portarlo nel mio granaio"".
Poi lasciĂČ le folle e tornĂČ a casa. I suoi discepoli vennero da lui e gli dissero: "Spiegaci chiaramente la parabola della zizzania nel campo". Egli rispose loro: "Il Figlio dell'uomo Ăš colui che semina il buon seme; il campo Ăš il mondo; il buon seme sono i figli del Regno; la zizzania sono i figli del Maligno. Il nemico che ha seminato Ăš il diavolo; il raccolto Ăš la fine del mondo; i mietitori sono gli angeli. Come la zizzania viene portata via e gettata nel fuoco, cosĂŹ sarĂ alla fine del mondo. Il Figlio dell'uomo manderĂ i suoi angeli ed essi toglieranno dal suo regno tutti coloro che sono causa di inciampo e tutti coloro che fanno il male e li getteranno nella fornace, dove ci sarĂ pianto e stridore di denti. Allora i giusti risplenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchio ascolti!
EMR 184.3-5 · Volume 3
«Mi lasci stare qui?».
«Rimani. Racconteremo una bella parabola a Beniamino, e quelli che non sono bambini lâapplicheranno a loro stessi ed a Maria di Magdala. Udite.
In voi Ăš il dubbio sulla conversione di Maria al bene[1]. Nessun segno in lei dĂ un indice verso questo passo. Sfrontata e impudente ella, conscia del suo grado e del suo potere, ha osato sfidare la gente e venire persino sulla soglia della casa dove si piange per causa sua. Al rimprovero di Pietro risponde con una risata. Al mio sguardo che lâinvita con lâirrigidirsi superba. Voi forse avreste voluto, chi per amore verso Lazzaro, chi per amore verso di Me, che Io le parlassi direttamente, a lungo, soggiogandola col mio potere, mostrando la mia forza di Messia Salvatore. No. Non occorre tanto. Lâho detto[2] per unâaltra peccatrice molti mesi or sono. Le anime devono farsi da sĂ©. Io passo, getto il seme. Nel segreto il seme lavora. Lâanima va rispettata in questo suo lavoro. Se il primo seme non attecchisce se ne semina un altro, un altro⊠ritirandosi solo quando si hanno prove sicure della inutilitĂ del seminare. E si prega. La preghiera Ăš come la rugiada sulle zolle: le tiene morbide e nutrite, e il seme puĂČ germogliare. Non fai cosĂŹ tu, donna, con le tue verdure?
184.4 Ora ascoltate la parabola del lavoro di Dio nei cuori per fondarvi il suo regno. Perché ogni cuore Ú un piccolo regno di Dio sulla Terra. Dopo, oltre la morte, tutti questi piccoli regni si agglomerano in uno solo, nello smisurato, santo, eterno Regno dei Cieli.
Il regno di Dio nei cuori Ăš creato dal Seminatore divino. Egli viene al suo podere â lâuomo Ăš di Dio, perciĂČ ogni uomo Ăš inizialmente suo â e vi sparge il suo seme. Poi se ne va ad altri poderi, ad altri cuori. Si succedono i giorni alle notti e le notti ai giorni. I giorni portano sole o piogge, in questo caso raggi dâamore divino e effusione della divina sapienza che parla allo spirito. Le notti portano stelle e silenzio riposante: nel nostro caso richiami luminosi di Dio e silenzio per lo spirito perchĂ© lâanima si raccolga e mediti.
Il seme, in questo succedersi di provvidenze inavvertibili e potenti, si gonfia, si fende, mette radici, si abbarbica, getta fuori le prime fogliette, cresce. Tutto questo senza che lâuomo lo aiuti. La terra produce spontaneamente lâerba dal seme, poi lâerba si fortifica e sorregge la spiga che sorge, poi la spiga si alza, si gonfia, si indurisce, si fa bionda, dura, perfetta nel suo granire. Quando Ăš matura torna il seminatore e vi mette la falce, perchĂ© il tempo della perfezione Ăš venuto per quel seme. Di piĂč non potrebbe evolversi e per questo viene colto.
Nei cuori la mia parola fa lo stesso lavoro. Parlo dei cuori che accolgono il seme. Ma il lavoro Ăš lento. Bisogna non sciupare tutto con lâintempestivitĂ . Come Ăš faticoso al piccolo seme fendersi e conficcare le radici nella terra! Anche al duro e selvaggio cuore Ăš penoso questo lavoro. Deve aprirsi, lasciarsi frugare, accogliere cose nuove, faticare a nutrirle, apparire diverso perchĂ© coperto di umili ed utili cose e non piĂč dellâattraente, pomposo e inutile esuberante fiorire che lo copriva prima. Deve accontentarsi di lavorare con umiltĂ , senza attirare ammirazione, per lâutile dellâIdea divina. Deve spremere tutte le sue capacitĂ per crescere e fare spiga. Si deve arroventare dâamore per divenire grano. E quando, dopo avere superato rispetti umani tanto, tanto, tanto penosi; dopo aver faticato, sofferto ed essersi affezionato alla sua nuova veste, ecco che se ne deve spogliare con un taglio crudele. Dare tutto per avere tutto. Rimanere spoglia per essere rivestito in Cielo della stola dei santi. La vita del peccatore che diventa santo Ăš il piĂč lungo, eroico, glorioso combattimento. Io ve lo dico.
184.5 Comprendete da quanto vi ho detto che Ú giusto che Io agisca verso Maria come agisco. Ho forse agito diverso con te, Matteo?».
«No, mio Signore».
«E, dimmi il vero, ti ha piĂč persuaso la mia pazienza o le rampogne acerbe dei farisei?».
«La tua pazienza, tanto che sono qui. I farisei, coi loro sprezzi e i loro anatemi, mi facevano sprezzante, e per sprezzo facevo ancor piĂč male di quanto avevo fino allora fatto. Succede cosĂŹ. Ci si irrigidisce di piĂč quando, essendo in peccato, ci si sente trattare da peccatori. Ma quando in luogo di un insulto ci viene una carezza, si resta sbalorditi; poi si piange⊠e quando si piange lâarmatura del peccato si schiavarda e crolla. Si resta nudi davanti alla BontĂ e la si supplica, col cuore, di investirci di Sé».
«Hai detto bene.»
Maria Maddalena non sembra essersi convertita e GesĂč fa una parabola in questo contesto.
L'ho detto per un'altra peccatrice diversi mesi fa. Per Aglaé, la donna velata di Belle-Eau. Si veda EMV 79.6.
Vangelo di Marco 4, 26-32
Mc 4, 26-32 : Disse: "Il regno di Dio Ăš simile a un uomo che semina: notte e giorno, sia che dorma sia che si alzi, il seme germoglia e cresce, non sa come. Di sua iniziativa, la terra produce prima erba, poi una spiga di grano e infine una spiga piena di grano. E non appena il grano Ăš maturo, si mette la falce su di esso, perchĂ© Ăš arrivato il tempo del raccolto". E ha proseguito: "A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio? Quale parabola possiamo usare per rappresentarlo? Ă come un seme di senape: quando lo si semina, Ăš il piĂč piccolo di tutti i semi. Ma quando lo si semina, cresce e supera tutti gli ortaggi; e si estende con lunghi rami, cosĂŹ che gli uccelli del cielo possono fare il loro nido alla sua ombra".
EMR 184.8
EMR 188.6
Traduzione in corso
EMR 196.2-9 · Volume 3
GesĂč passeggia osservando JabĂ© che giuoca allegro con Giovanni e con i piĂč giovani. Anche lâIscariota, passata la sua stizza di ieri, Ăš allegro e giuoca. I piĂč anziani osservano e sorridono.
«Cosa dirà tua Madre di questo fanciullo?», chiede Bartolomeo.
«Io dico che dirĂ : âĂ molto esileâ», dice Tommaso.
«Oh! no! DirĂ : âPovero fanciullo!â», risponde Pietro.
«Ti dirĂ invece: âSono contenta che tu lo amiâ», obbietta Filippo.
«La Madre non ne avrebbe mai dubitato. Ma io credo che non parlerà . Se lo prenderà sul cuore», dice lo Zelote.
«E Tu, Maestro, che dici che dirà ?».
«FarĂ quello che voi dite. Ma molte cose, tutte anzi, le penserĂ e le dirĂ nel suo cuore, e nel baciarlo dirĂ solo: âChe tu sia benedetto!â, e lo curerĂ come fosse un uccellino caduto dal nido.
196.3
Un giorno, udite, mi raccontava di quando era una fanciullina. Non aveva ancora tre anni perchĂ© ancora non era nel Tempio, e il cuore le si frangeva dâamore dando, come fiore e uliva pigiati e franti nel torchio, tutti i suoi oli e i suoi profumi. E in un delirio dâamore diceva alla madre sua che voleva esser vergine per piacere di piĂč al Salvatore, ma che avrebbe voluto essere peccatrice per potere essere salvata, e quasi piangeva perchĂ© la madre non la capiva e non sapeva dirle come si puĂČ fare ad essere la âpuraâ e la âpeccatriceâ insieme. Le dette pace suo padre portandole un piccolo passero che egli aveva salvato mentre pericolava sullâorlo di una fontana. Le fece la parabola dellâuccellino[1], dicendo che Dio lâaveva salvata in anticipo e che perciĂČ Lei lo doveva benedire due volte. E la piccola Vergine di Dio, la grandissima Vergine Maria, esercitĂČ la sua prima maternitĂ spirituale su quel nidiace che Ella rese al volo quando fu forte, ma che non lasciĂČ mai piĂč lâorto di Nazaret, consolando coi suoi voli e coi suoi cinguettii la triste casa e i tristi cuori di Anna e Gioacchino dopo che Maria fu nel Tempio. MorĂŹ poco prima che spirasse Anna⊠Aveva finito il suo compitoâŠ
196.4
Mia Madre si era votata alla verginitĂ per lâamore. Ma aveva, essendo creatura perfetta, la maternitĂ nel sangue e nello spirito. PerchĂ© la donna Ăš fatta per essere madre, ed Ăš aberrazione quando Ăš sorda a questo sentimento, che Ăš amore di seconda potenzaâŠÂ».
Si sono accostati anche gli altri, piano piano.
«Cosa vuoi dire, Maestro, dicendo amore di seconda potenza?», chiede Giuda Taddeo.
«Fratello mio, vi sono molti amori e di diverse potenze. Vi Ăš lâamore di prima potenza: quello che si dĂ a Dio. Poi lâamore di seconda potenza: quello materno o paterno, perchĂ© se il primo Ăš tutto spirituale, questo Ăš per due parti spirituale e per una sola carnale. Vi si mescola, sĂŹ, il sentimento affettivo umano, ma vi predomina il superiore, perchĂ© un padre e una madre, sanamente e santamente tali, non danno solo cibo e carezze alla carne del figlio, ma anche nutrimento e amore alla mente e allo spirito della loro creatura. E tanto Ăš vero ciĂČ che dico, che chi si vota allâinfanzia, anche se unicamente per istruirla, finisce ad amarla come fosse sua carne».
«Io li amavo infatti molto i miei discepoli», dice Giovanni di Endor.
«Ho compreso che dovevi essere un buon maestro vedendo come ti comporti con Jabé».
Lâuomo di Endor si china e bacia la mano di GesĂč senza parlare.
«Continua, ti prego, la tua classificazione degli amori», prega lo Zelote.
«Vi Ăš lâamore per la compagna: amore di terza potenza perchĂ© fatto per metĂ â parlo sempre dei sani e santi amori â di spirito e per metĂ di carne. Lâuomo per la sposa Ăš un maestro e un padre, oltre che sposo; e la donna per lo sposo Ăš un angelo e una madre oltre che sposa. Questi sono i tre amori piĂč elevati».
196.5
«E lâamore del prossimo? Non sbagli? O lo hai dimenticato?», chiede lâIscariota.
Gli altri lo guardano stupiti e⊠feroci per lâosservazione. Ma GesĂč risponde placido:
«No, Giuda. Ma osserva. Dio va amato perchĂ© Ăš Dio, dunque non necessita nessuna spiegazione per persuadere a questo amore. Egli Ăš Colui che Ăš, ossia il Tutto; e lâuomo, il nulla che diviene parte[2] del Tutto per lâanima infusa dallâEterno â senza quella lâuomo sarebbe uno dei tanti animali bruti che vivono sulla terra o nelle acque o nellâaria â deve adorarlo per dovere e per meritare di sopravvivere nel Tutto, ossia per meritare di divenire parte del popolo santo[3] di Dio in Cielo, cittadino della Gerusalemme che non conoscerĂ profanazioni e distruzioni in eterno.
Lâamore dellâuomo, e specie della donna, alla prole, ha indicazione di comando nelle parole di Dio ad Adamo ed Eva dopo averli benedetti, vedendo di aver fatto âcosa buonaâ, in un lontano sesto giorno, il primo sesto giorno del creato. Disse loro: âCrescete e moltiplicatevi e riempite la TerraâŠâ.
Vedo la tua inespressa obbiezione e ti rispondo subito cosĂŹ: posto che nel creato avanti la colpa tutto era regolato e basato sullâamore, questo moltiplicarsi dei figli sarebbe stato amore, santo, puro, potente, perfetto. E Dio lo ha dato per primo comando allâuomo: âCrescete, moltiplicateviâ. âAmate perciĂČ, dopo di Me, i vostri figliâ. Lâamore quale ora Ăš, il generatore attuale dei figli, allora non era. La malizia non era e con essa non era lâesecrata fame del senso. Lâuomo amava la donna e la donna lâuomo, naturalmente, non naturalmente secondo natura quale noi lâintendiamo o, meglio, come voi uomini lâintendete, ma secondo natura di figli di Dio: soprannaturalmente[4].
Dolci, primi giorni dâamore fra i due che erano fratelli, perchĂ© nati da un Padre unico, e che pure erano sposi, e che nellâamarsi si guardavano con gli innocenti occhi di due gemelli nella cuna; e lâuomo provava lâamor di padre per la compagna âosso delle sue ossa e carne della sua carneâ, cosĂŹ come Ăš il figlio per un padre; e la donna conosceva la gioia dâesser figlia, ossia protetta da un amore ben alto, perchĂ© sentiva di avere in sĂ© qualcosa di quello splendido uomo che lâamava, con innocenza e angelico ardore, nei bei prati dellâEden!
Dopo, nellâordine dei comandi dati da Dio, con un sorriso, ai suoi pargoli diletti, viene quello che lo stesso Adamo, dotato per la Grazia di una intelligenza seconda solo a quella di Dio, decreta, parlando della compagna e di tutte le donne in lei, il decreto del pensiero di Dio, che si rifletteva netto sul terso specchio dello spirito di Adamo e fioriva in pensiero e in parola: âLâuomo lascerĂ suo padre e sua madre e si unirĂ alla sua moglie e i due saranno una carne solaâ.
Se non ci fossero stati i tre piloni dei tre amori sopraddetti, avrebbe potuto esserci lâamore di prossimo? No. Non avrebbe potuto esserci. Lâamore di Dio fa Dio amico e insegna lâamore. Chi non ama Dio, che Ăš buono, non puĂČ certo amare il prossimo, che in maggioranza Ăš difettoso. Se non ci fossero stati amor coniugale e paternitĂ nel mondo, non avrebbe potuto esserci prossimo, perchĂ© il prossimo Ăš fatto dei figli nati dagli uomini. Sei persuaso?».
«SÏ, Maestro. Non avevo riflettuto».
«à infatti difficile risalire alle sorgenti. Lâuomo Ăš ormai confitto da secoli e millenni nel fango, e quelle sorgenti sono talmente sulle cime! La prima, poi, Ăš una sorgente che viene da un abisso di altezza: Dio⊠Ma Io vi prendo per mano e vi conduco alle sorgenti. So dove sonoâŠÂ».
196.6
«E gli altri amori?», chiedono insieme Simone Zelote e lâuomo dâEndor.
«Il primo della seconda serie Ăš quello del prossimo. In realtĂ Ăš il quarto in potenza. Poi viene lâamore alla scienza. Indi lâamore al lavoro».
«E basta?».
«E basta».
«Ma vi sono molti altri amori!», esclama Giuda Iscariota.
«No. Vi sono altre fami. Ma non sono amori. Sono âdisamoriâ. Negano Dio, negano lâuomo. Non possono perciĂČ essere amori, perchĂ© sono negazioni e la negazione Ăš odio».
«Se io nego di acconsentire al male Ú odio?», chiede ancora Giuda Iscariota.
«Miseri noi! Ma sei piĂč cavilloso di uno scriba! Mi dici che hai? Ă lâaria fina di Giudea che ti pizzica i nervi come un crampo?», esclama Pietro.
«No. Mi piace istruirmi e avere molte idee, e chiare. Qui Ăš facile parlare per lâappunto con scribi. Non voglio rimanere a corto di argomenti».
«E credi di potere, in quel momento che ti occorre, tirare fuori la filaccia del colore richiesto dal sacco dove zavorri tutti questi cenci?», interroga Pietro.
«Cenci le parole del Maestro? Tu bestemmi!».
«Non mi fare lo scandalizzato. In bocca a Lui non sono cenci, ma una volta che vengono malmenate da noi lo divengono. Prova tu a dare un bisso prezioso in mano di un bambino⊠Dopo poco Ú uno sbrendolo sporco e lacerato. Quello che succede a noi⊠Ora se tu pretendi di pescare al momento buono il brandellino che ti serve, fra che Ú brandellino e fra che Ú sporco⊠uhm! non so che combinerai».
«Tu non ci pensare. Sono affari miei».
«Oh! staâ certo che non ci penso! Ne ho basta dei miei. E poi!⊠Mi contento che tu non faccia danno al Maestro. PerchĂ©, in questo caso, penserei anche agli affari tuoiâŠÂ».
«Quando farĂČ male lo farai. Ma non sarĂ mai, perchĂ© io so fare⊠Non sono un ignorante ioâŠÂ».
«Lo sono io, lo so. Ma, appunto perchĂ© lo so, non zavorro nulla per sventolarlo poi al momento buono. Ma mi raccomando a Dio, e Dio mi aiuterĂ per amore del suo Messia di cui io sono il servo piĂč infimo e piĂč fedele».
«Fedeli siamo tutti!», ribatte arrogante Giuda.
«Oh! cattivo! Perché offendi il padre mio? à vecchio, Ú buono. Non devi. Sei un cattivo uomo e mi fai paura», dice Jabé severo, rompendo il silenzio attento in cui era.
«E due!», esclama a bassa voce Giacomo di Zebedeo urtando col gomito Andrea. Ha parlato piano, ma lâIscariota ha sentito.
«Vedi, Maestro, se le parole dello stolto bambino di Magdala hanno lasciato un segno?», dice Giuda acceso di stizza.
196.7
«Ma non sarebbe piĂč bello continuare la lezione del Maestro anzichĂ© sembrare tanti capretti imbizziti?», chiede il pacifico Tommaso.
«Ma sĂŹ, Maestro. Parlaci ancora di tua Madre. Ă cosĂŹ luminosa la sua infanzia! Ci fa lâanima vergine per riflesso, ed io, povero peccatore, ne ho tanto bisogno!», esclama Matteo.
«Che vi devo dire? Sono tanti episodi, uno piĂč dolce dellâaltroâŠÂ».
«Lei te li ha narrati?».
«Qualcuno. Ma molti di piĂč Giuseppe, come il piĂč bel racconto a Me fanciullo, e anche Alfeo di Sara che, essendo di pochi anni piĂč vecchio di mia Madre, le fu amico nei brevi anni che Lei fu a Nazaret».
«Oh! raccontaâŠÂ», prega Giovanni.
Sono tutti in cerchio, seduti allâombra degli ulivi, con JabĂ© al centro che guarda fisso GesĂč come udisse una paradisiaca fiaba.
«Vi dirĂČ la lezione di castitĂ che diede mia Madre, pochi giorni avanti lâentrata nel Tempio, al suo piccolo amico e a molti altri.
Si era sposata quel giorno una fanciulla di Nazaret, parente di Sara, e anche Gioacchino ed Anna erano stati invitati alle nozze. Con essi la piccola Maria, che con altri bambini aveva lâincarico di gettare petali sfogliati sul cammino della sposa. Dicono che era bellissima, da piccina, e tutti se la contendevano dopo la festosa entrata della sposa. Era molto difficile vedere Maria perchĂ© Ella viveva molto in casa, amando una grotticella, che Lei chiama tuttora âdei suoi sponsaliâ, piĂč di ogni luogo. Quando perciĂČ era vista, bionda, rosea e gentile, era accasciata dalle carezze. La chiamavano âil fiore di Nazaretâ, oppure âla perla di Galileaâ, o anche âla pace di Dioâ a ricordo di un arcobaleno enorme venuto improvviso al suo primo vagito. Era ed Ăš infatti tutto questo e piĂč ancora. Ă il Fiore del Cielo e del creato, Ăš la Perla del Paradiso, Ăš la Pace di Dio⊠SĂŹ, la Pace. Io sono il Pacifico perchĂ© sono Figlio del Padre e figlio di Maria: la Pace infinita e la Pace soave.
Quel giorno tutti la volevano baciare e prendere in grembo. E Lei, schiva di baci e di contatti, disse con una gravitĂ gentile: âVe ne prego. Non mi sgualciteâ. Credettero parlasse della sua veste di lino, cinta di una fascia dâazzurro alla vita, ai piccoli polsi, al collo⊠oppure della ghirlandetta di fiorellini azzurri di cui Anna lâaveva incoronata per trattenerle a posto i riccioli lievi, e lâassicurarono che non le avrebbero sgualcita nĂ© veste nĂ© ghirlanda. Ma Lei, sicura, piccola donna di tre anni ritta fra un cerchio di adulti, disse seria: âNon penso a ciĂČ che si ripara. Parlo dellâanima mia. Ă di Dio. E non vuole esser toccata che da Dioâ. Le obbiettarono: âMa noi baciamo te, non la tua animaâ. Ed Essa: âIl mio corpo Ăš tempio dellâanima e vi Ăš sacerdote lo Spirito. Il popolo non Ăš ammesso nel recinto sacerdotale. Ve ne prego. Non entrate nel recinto di Dioâ.
Alfeo, che aveva allora oltre otto anni e che lâamava molto, fu colpito da questa risposta e il giorno dopo, trovandola presso la sua grotticella, intenta a cogliere fiori, le chiese: âMaria, quando sarai donna mi vorresti per sposo?â. Ancora in lui durava lâeffervescenza della festa nuziale a cui aveva assistito. Ed Ella: âIo ti amo molto. Ma non ti vedo come uomo. Ti dico un segreto. Io vedo solo lâanima dei viventi. Quella la amo molto, con tutto il cuore. Ma non vedo altro che Dio come âvero Viventeâ a cui potrĂČ dare me stessaâ.
Ecco un episodio».
«âVero Viventeâ!!! Ma sai che Ăš parola profonda!», esclama Bartolomeo.
E GesĂč, umilmente e con un sorriso: «Ella era la Madre della Sapienza».
«Era?⊠Ma non aveva tre anni?».
«Era. Io vivevo già in Lei, essendo Dio in Lei[5], dal suo concepimento, nella sua Unità e Trinità perfettissima».
196.8
«Ma, scusa se io colpevole oso parlare, ma Gioacchino ed Anna sapevano che Ella era la Vergine prescelta?», chiede Giuda Iscariota.
«Non lo sapevano».
«E allora come potĂ© dire Gioacchino che Dio lâaveva salvata in anticipo? CiĂČ non allude al suo privilegio sulla colpa?».
«Vi allude. Ma Gioacchino parlava per bocca di Dio, come tutti i profeti. Lui pure non comprese la sublime veritĂ soprannaturale che lo Spirito metteva sulle sue labbra. PerchĂ© era un giusto, Gioacchino. Tanto da meritare quella paternitĂ . Ed era un umile. Non vi Ăš infatti giustizia dove Ăš superbia. Lui era giusto ed umile. ConsolĂČ la Figlia per amor di padre. LâistruĂŹ per sapienza di sacerdote, chĂ© tale era essendo tutore dellâArca di Dio. La consacrĂČ come pontefice del titolo piĂč dolce: âLa Senza Macchiaâ. Un giorno verrĂ che un altro canuto pontefice dirĂ al mondo: âElla Ăš la Concepita senza Macchiaâ, e darĂ al mondo dei credenti questa veritĂ , come articolo di fede non impugnabile, perchĂ© nel mondo dâallora, sempre piĂč sprofondantesi in un grigiore nebbioso di eresie e di vizi, splenda, pienamente discoperta, la Tutta Bella di Dio, incoronata di stelle, vestita di raggi di luna meno puri di Lei e, sugli astri appoggiata, la Regina del Creato e dellâIncreato. PerchĂ© Dio-Re ha per Regina, nel suo Regno, Maria».
«Allora Gioacchino era profeta?».
«Era un giusto. La sua anima disse come unâeco ciĂČ che Dio diceva alla sua anima amata da Dio».
196.9
«Quando andiamo da questa Mamma, Signore?», chiede con occhi di desiderio Jabé.
«Questa sera. Che le dirai vedendola?».
«âTi saluto, Madre del Salvatoreâ. Va bene cosĂŹ?».
«Molto bene», conferma GesĂč accarezzandolo.
«Ma oggi non andremo al Tempio?», chiede Filippo.
«Prima di partire per Betania vi andremo. E tu starai buono qui. Non Ú vero?».
«SÏ, Signore».
La moglie di Giona, il conduttore dellâuliveto, che si Ăš accostata piano piano, dice: «PerchĂ© non lo porti? Ne ha desiderio il bambinoâŠÂ».
GesĂč la fissa con insistenza senza parlare.
La donna capisce e lo dice: «Ho capito! Ma devo avere ancora un piccolo mantello di Marco. Lo vado a cercare», e corre via lesta.
Jabé tira Giovanni per una manica: «Saranno severi i maestri?».
«Oh! no. Non avere paura. E poi non Ăš per oggi. In pochi giorni, con la Madre, sarai piĂč sapiente di un dottore», lo conforta Giovanni.
Gli altri sentono e sorridono delle apprensioni di Jabé.
«Ma chi lo presenterà come fosse il padre?», chiede Matteo.
«Io. à naturale! A meno⊠che lo voglia presentare il Maestro», dice Pietro.
«No, Simone. Io non lo farĂČ. Ti lascio questo onore».
«Grazie, Maestro. Ma⊠ci sarai anche Tu?».
«Certamente. Tutti ci saremo. Ă il ânostroâ bambinoâŠÂ».
Torna Maria di Giona con un mantello viola scuro, ancora buono. Ma che colore! Lei stessa lo dice: «Marco non me lo volle mai usare perché non gli piaceva il colore».
Sfido io! Ă atroce! E il povero JabĂ©, cosĂŹ olivastro come Ăš, sembra un annegato fra quel viola violento. Ma egli non si vede⊠e perciĂČ Ăš felice di quel mantello in cui puĂČ drappeggiarsi come un adulto⊠«Il pasto Ăš pronto, Maestro. La servente ha levato ora dallo spiedo lâagnello».
«Andiamo, allora».
E, scendendo dal luogo dove sono, entrano nella vasta cucina per il pasto.
Le raccontĂČ la parabola dell'uccellino: si veda il paradosso del "peccatore per amore" espresso dall'Immacolato e la parabola dell'uccellino: cfr. EMV 7.5.
Egli Ăš Colui che Ăš, cioĂš il Tutto; e l'uomo Ăš il nulla che diventa parte del Tutto grazie all'anima infusa in lui dall'Eterno. "Parte" Ăš stato corretto (secondo la spiegazione data nella nota a EMV 167.9) in "partecipante" su una copia dattiloscritta; si aggiunge a fondo pagina: "Se l'anima sa rimanere in stato di grazia, cosĂŹ deificata, non per identitĂ di sostanza, ma per elevazione all'ordine soprannaturale". "
Nota da EMV 167: "Pacco di Dio" sembra essere stato cambiato in pacco nato da Dio da una correzione poco chiara di Maria Valtorta su una copia dattiloscritta, alla quale ha aggiunto la seguente nota: "Alla parola pacco non si deve dare il significato di "parte di Dio" infusa in noi, ma di "trono", "sede" infusa o "spiritata" (dal "soffio vitale" di cui si parla in Genesi 2,7) da Dio, quindi cosa di Dio venuta da Dio nell'uomo". San Tommaso d'Aquino la chiama "una capacità di Dio" che Dio riempie di sé, affinché tutti possiamo partecipare alla sua vita divina".
Questa spiegazione di Maria Valtorta (e il testo diEMV 10.9) va tenuta presente ogni volta che l'opera parla dell'anima come "parte" o "particella" di Dio.
Essa puĂČ essere collegata alle note di EMV 4.6, EMV 54.5, EMV 165.4, EMV 170.4, EMV 365.16, EMV 444.4, EMV 463.4, EMV 524.7, EMV 537.11.
"Crescete e moltiplicatevi e riempite la terra...". "Secondo Genesi 1:28.
L'uomo amĂČ la donna e la donna amĂČ l'uomo, naturalmente, non naturalmente secondo la natura come la intendiamo noi, o meglio come la intendete voi uomini, ma secondo la natura dei figli di Dio: soprannaturalmente". "Soprannaturalmente": Maria Valtorta annota su una copia dattiloscritta: senza che il disordine della malizia si unisca o addirittura "si sostituisca" alle leggi ordinate di Dio, insite nella moltiplicazione e nel popolamento della terra. Aggiunge a margine: FinchĂ© l'uomo rimase in questo ordine, non nacque in lui il veleno della triplice concupiscenza che lo rese delirante, poi ribelle, infine decaduto.
L'uomo sentiva l'amore di un padre per il suo compagno "osso delle sue ossa e carne della sua carne", come un figlio per un padre. Secondo Genesi 2, 23.
"L'uomo lascerĂ suo padre e sua madre e si unirĂ a sua moglie e i due diventeranno una sola carne". "Secondo Genesi 2, 24.
Libro della Genesi 1, 28
Gn 1, 28: Dio li benedisse e disse loro: "Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, e abbiate dominio sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che si muove sulla terra".
Libro della Genesi 2, 23-24
Gn 2, 23-24 : E l'uomo disse: "Questa Ăš osso delle mie ossa e carne della mia carne! Questa sarĂ chiamata donna, perchĂ© Ăš stata tratta dall'uomo. PerciĂČ l'uomo lascerĂ suo padre e sua madre e si unirĂ a sua moglie e i due diventeranno una sola carne.
EMR 203.1-13 · Volume 3
GesĂč esce con i suoi da una casa prossima alle mura e credo sempre nel rione di Bezeta, perchĂ© per uscire dalle mura si deve ancora passare davanti alla casa di Giuseppe, che Ăš presso la porta che ho sentito definire âdi Erodeâ. La cittĂ Ăš semideserta nella sera placida e lunare. Comprendo che Ăš stata consumata la Pasqua in una delle case di Lazzaro, che perĂČ non Ăš per nulla la casa del Cenacolo. Questa Ăš proprio agli antipodi di quella. Una a nord, lâaltra a sud di Gerusalemme.
Sulla porta di casa GesĂč si accomiata, col suo garbo gentile, da Giovanni di Endor, che Egli lascia a custodia delle donne e
che ringrazia per questa custodia. Bacia Marjziam, che Ăš venuto anche lui sulla porta, e poi si avvia fuori della porta detta di Erode.
«Dove andiamo, Signore?».
«Venite con Me. Vi porto a coronare con una perla rara e desiderata la Pasqua. Per questo ho voluto stare con voi soli. I miei apostoli! Grazie, amici, del vostro grande amore per Me. Se poteste vedere come esso mi consola, voi restereste stupiti. Vedete, Io procedo fra continui attriti e delusioni. Delusioni per voi. Per Me, persuadetevene, non ho nessuna delusione, non essendomi concesso il dono di ignorare⊠Anche per questo vi consiglio a lasciarvi guidare da Me. Se Io permetto questo o quello, non ostacolatelo. Se Io non intervengo a porre fine ad una cosa, non pensatevi di farlo voi. Ogni cosa a suo tempo.
Abbiate fiducia in Me, su tutto».
Sono allâangolo nord-est della cerchia delle mura; lo girano e costeggiano il monte Moria fino al punto in cui, per un ponticello, possono valicare il Cedron.
«Andiamo al Getsemani?», chiede Giacomo dâAlfeo.
«No. PiĂč su. Sul monte degli Ulivi».
«Oh! sarà bello!», dice Giovanni.
«Sarebbe piaciuto anche al bambino», mormora Pietro.
«Oh! ci verrà molte altre volte! Era stanco. Ed Ú bambino.
Io voglio darvi una grande cosa, perchĂ© ormai Ăš giusto che voi lâabbiate».
203.2
Salgono fra gli ulivi, lasciando alla loro destra il Getsemani e elevandosi ancora, su per il monte, sino a raggiungerne la cresta su cui gli ulivi fanno un pettine frusciante.
GesĂč si ferma e dice: «Sostiamo⊠Miei cari, cari tanto, discepoli miei e miei continuatori in futuro, venite a Me vicino. Un giorno, e non uno solo, voi mi avete detto[1]: âInsegnaci a pregare come Tu preghi. Insegnaci come Giovanni lo insegnĂČ ai suoi, acciĂČ noi discepoli si possa pregare con le stesse parole del Maestroâ. Ed Io vi ho sempre risposto: âVi farĂČ questo quando vedrĂČ in voi un minimo di preparazione sufficiente, acciĂČ la preghiera non sia formula vana di parole umane, ma vera conversazione col Padreâ. A questo siamo giunti. Voi siete possessori di quanto basta per poter conoscere le parole degne di essere dette a Dio. E ve le voglio insegnare questa sera, nella pace e nellâamore che Ăš fra noi, nella pace e nellâamore di Dio e con Dio, perchĂ© noi abbiamo ubbidito al precetto pasquale, da veri israeliti, e al comando divino sulla caritĂ verso Dio e verso il prossimo.
203.3
Uno fra voi ha molto sofferto in questi giorni. Sofferto per un atto immeritato, e sofferto per lo sforzo fatto su se stesso per contenere lo sdegno che quellâatto aveva eccitato. SĂŹ, Simone di Giona, vieni qui. Non câĂš stato un fremito del tuo cuore onesto che mi sia stato ignoto, e non câĂš stata pena che Io non abbia condivisa con te. Io e i tuoi compagniâŠÂ».
«Ma Tu, Signore, sei stato ben piĂč offeso di me! E questa era per me una sofferenza piĂč⊠piĂč grande, no, piĂč sensibile⊠neppure⊠piĂč⊠piĂč⊠Ecco: che Giuda abbia avuto schifo di partecipare alla mia festa mi ha fatto male come uomo. Ma di vedere che Tu eri addolorato e offeso mi ha fatto male in un altro modo e ne ho sofferto il doppio⊠Io⊠non mi voglio vantare e fare bello usando le tue parole⊠Ma devo dire, e se faccio superbia dimmelo Tu, devo dire che ho sofferto con la mia anima⊠e fa piĂč male».
«Non Ăš superbia, Simone. Hai sofferto spiritualmente perchĂ© Simone di Giona, pescatore di Galilea, si sta mutando in Pietro di GesĂč, Maestro dello spirito, per cui anche i suoi discepoli divengono attivi e sapienti nello spirito. Ă per questo tuo progredire nella vita dello spirito, Ăš per questo vostro progredire che Io vi voglio questa sera insegnare lâorazione. Quanto siete mutati dalla sosta solitaria[2] in poi!».
«Tutti, Signore?», chiede Bartolomeo un poco incredulo.
«Comprendo ciĂČ che vuoi dire⊠Ma Io parlo a voi undici.
Non ad altriâŠÂ».
«Ma che ha Giuda di Simone, Maestro? Noi non lo comprendiamo piĂč⊠Pareva tanto cambiato, e ora, da quando abbiamo lasciato il lagoâŠÂ», dice desolato Andrea.
«Taci, fratello. La chiave del mistero ce lâho io! Ci si Ăš attaccato un pezzettino di BelzebĂč. Ă andato a cercarlo nella caverna di Endor per stupire e⊠e Ăš stato servito! Il Maestro lo ha detto quel giorno⊠A Gamala i diavoli sono entrati nei porci. A Endor i diavoli, usciti da quel disgraziato di Giovanni, sono entrati in lui⊠Si capisce che⊠si capisce⊠Lasciamelo dire, Maestro! Tanto Ăš qui, in gola, e se non lo dico non esce, e mi ci avvelenoâŠÂ».
«Simone, sii buono!».
«SĂŹ, Maestro⊠e ti assicuro che non farĂČ sgarbi a lui. Ma dico e penso che essendo Giuda un vizioso â tutti lo abbiamo capito â Ăš un poco affine al porco⊠e si capisce che i demoni scelgono volentieri i porci per i loro⊠cambi di dimora. Ecco, lâho detto».
«Tu dici che Ú cosÏ?», chiede Giacomo di Zebedeo.
«E che vuoi che altro sia? Non câĂš stata nessuna ragione per diventare cosĂŹ intrattabile. Peggio che allâAcqua Speciosa! E lĂ potevo pensare che era il luogo e la stagione che lo innervosivano. Ma oraâŠÂ».
203.4
«CâĂš unâaltra ragione, SimoneâŠÂ».
«Dilla, Maestro. Sono contento di ricredermi sul compagno».
«Giuda Ú geloso. à inquieto per gelosia».
«Geloso? Di chi? Non ha moglie e, anche lâavesse e fosse con le donne, io credo che nessuno di noi userebbe spregio al condiscepoloâŠÂ».
«à geloso di Me. Considera: Giuda si Ú alterato dopo Endor e dopo Esdrelon. Ossia quando ha visto che Io mi sono occupato di Giovanni e di Jabé. Ma ora che Giovanni, soprattutto Giovanni, verrà allontanato passando da Me a Isacco, vedrai che torna allegro e buono».
«E⊠bene! Non mi vorrai perĂČ dire che non Ăš preso da un demonietto. E soprattutto⊠No, lo dico! E soprattutto non mi vorrai dire che si Ăš migliorato in questi mesi. Ero geloso anche io lâanno scorso⊠Non avrei voluto nessuno piĂč di noi sei, i primi sei, lo ricordi? Ora, ora⊠lasciami invocare Dio una volta tanto a testimonio del mio pensiero. Ora dico che sono felice piĂč aumentano i discepoli intorno a Te. Oh! vorrei avere tutti gli uomini e portarli a Te e tutti i mezzi per poter sovvenire chi ne ha bisogno, perchĂ© la miseria non sia a nessuno di ostacolo per venire a Te. Dio vede se dico il vero. Ma perchĂ© sono cosĂŹ ora? PerchĂ© mi sono lasciato cambiare da Te. Lui⊠non Ăš cambiato. Anzi⊠Vaâ lĂ , Maestro⊠Un demonietto lo ha presoâŠÂ».
«Non lo dire. Non lo pensare. Prega perchĂ© guarisca. La gelosia Ăš una malattiaâŠÂ».
«Che al tuo fianco guarisce se uno lo vuole. Ah! lo sopporterĂČ, per Te⊠Ma che fatica!âŠÂ».
«Ti ho dato il premio per essa: il bambino. E ora ti insegno a pregareâŠÂ».
«Oh! sĂŹ, fratello. Parliamo di questo⊠e il mio omonimo sia ricordato solo come uno che ha bisogno di questo. Mi pare che ha giĂ il suo castigo. Non Ăš con noi in questâora!», dice Giuda Taddeo.
203.5
«Udite. Quando pregate dite cosĂŹ: âPadre nostro che sei nei Cieli, sia santificato il Nome tuo, venga il Regno tuo in Terra come lo Ăš in Cielo, e in Terra come in Cielo sia fatta la VolontĂ tua. DĂ cci oggi il nostro pane quotidiano, rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal Malignoâ».
GesĂč si Ăš alzato per dire la preghiera e tutti lo hanno imitato, attenti, commossi.
«Non occorre altro, amici miei. In queste parole Ăš chiuso come in un cerchio dâoro tutto quanto abbisogna allâuomo per lo spirito e per la carne e il sangue. Con questo chiedete ciĂČ che Ăš utile a quello e a questi. E se farete ciĂČ che chiedete, acquisterete la vita eterna. Ă una preghiera tanto perfetta che i marosi delle eresie e il corso dei secoli non lâintaccheranno. Il cristianesimo sarĂ spezzettato dal morso di Satana e molte parti della mia carne mistica verranno staccate, separate, facenti cellule a sĂ©, nel vano desiderio di crearsi a corpo perfetto come sarĂ il Corpo mistico del Cristo, ossia quello dato da tutti i fedeli uniti nella Chiesa apostolica che sarĂ , finchĂ© sarĂ la Terra, lâunica vera Chiesa. Ma queste particelle separate, prive perciĂČ dei doni che Io lascerĂČ alla Chiesa Madre per nutrire i miei figli, si chiameranno perĂČ sempre cristiane, avendo culto al Cristo, e sempre si ricorderanno, nel loro errore, di essere venute dal Cristo. Ebbene, esse pure pregheranno con questa universale preghiera. Ricordatevela bene. Meditatela continuamente. Applicatela alle vostre azioni. Non occorre altro per santificarsi. Se uno fosse solo, in un posto di pagani, senza chiese, senza libri, avrebbe giĂ tutto lo scibile da meditare in questa preghiera e una chiesa aperta nel suo cuore per questa preghiera.
Avrebbe una regola e una santificazione sicura.
203.6
âPadre nostroâ.
Io lo chiamo: âPadreâ. Padre Ăš del Verbo, Padre Ăš dellâIncarnato. CosĂŹ voglio lo chiamiate voi, perchĂ© voi siete uni con Me se voi in Me permanete. Un tempo era che lâuomo doveva gettarsi volto a terra per sospirare, fra i tremori dello spavento: âDio!â. Chi non crede in Me e nella mia parola ancora Ăš in questo tremore paralizzante⊠Osservate nel Tempio. Non Dio, ma anche il ricordo di Dio Ăš celato dietro triplice velo agli occhi dei fedeli. Separazioni di distanze, separazioni di velami, tutto Ăš stato preso e applicato per dire a chi prega: âTu sei fango. Egli Ăš Luce. Tu sei abbietto. Egli Ăš Santo. Tu sei schiavo. Egli Ăš Reâ. Ma ora!⊠Alzatevi! Accostatevi! Io sono il Sacerdote eterno. Io posso prendervi per mano e dire: âVeniteâ. Io posso afferrare le tende del velario e aprirle, spalancando lâinaccessibile luogo chiuso fino ad ora. Chiuso? PerchĂ©? Chiuso per la Colpa, sĂŹ. Ma ancor piĂč serrato dallâavvilito pensiero degli uomini. PerchĂ© chiuso, se Dio Ăš Amore, se Dio Ăš Padre? Io posso, Io devo, Io voglio portarvi non nella polvere, ma nellâazzurro; non lontani, ma vicini; non in veste di schiavi, ma di figli sul cuore di Dio.
âPadre! Padre!â, dite. E non stancatevi di dire questa parola. Non sapete che ogni volta che la dite il Cielo sfavilla per la gioia di Dio? Non diceste che questa, e con vero amore, fareste giĂ orazione gradita al Signore. âPadre! Padre mio!â, dicono i piccoli al padre loro. Ă la parola che dicono per prima: âMadre, padreâ. Voi siete i pargoli di Dio. Io vi ho generati dal vecchio uomo che eravate e che Io ho distrutto col mio amore per far nascere lâuomo nuovo, il cristiano. Chiamate dunque con la parola che per prima conoscono i pargoli, il Padre Ss. che Ăš nei Cieli.
203.7
âSia santificato il tuo Nomeâ.
Oh! Nome piĂč di ogni altro santo e soave, Nome che il terrore del colpevole vi ha insegnato a velare sotto un altro. No, non piĂč Adonai, non piĂč. Ă Dio. Ă il Dio che in un eccesso di amore ha creato lâUmanitĂ . LâUmanitĂ , dâora in poi, con le labbra mondate dal lavacro che Io preparo, lo chiami col suo Nome, riservandosi di comprendere con pienezza di sapienza il vero significato di questo Incomprensibile quando, fusa con Esso, lâUmanitĂ , nei suoi figli migliori, sarĂ assurta al Regno che Io sono venuto a stabilire[3].
203.8
âVenga il Regno tuo in Terra come in Cieloâ.
Desideratelo con tutte le vostre forze questo avvento. Sarebbe la gioia sulla Terra se esso venisse. Il Regno di Dio nei cuori, nelle famiglie, fra i cittadini, fra le nazioni. Soffrite, faticate, sacrificatevi per questo Regno. Sia la Terra uno specchio che riflette nei singoli la vita dei Cieli. VerrĂ . Un giorno tutto questo verrĂ . Secoli e secoli di lacrime e sangue, di errori, di persecuzioni, di caligine rotta da sprazzi di luce irraggianti dal Faro mistico della mia Chiesa â che, se barca Ăš, e non verrĂ sommersa, Ăš anche scogliera incrollabile ad ogni maroso, e alta terrĂ la Luce, la mia Luce, la Luce di Dio â precederanno il momento in cui la Terra possederĂ il Regno di Dio. E sarĂ allora come il fiammeggiare intenso di un astro che, raggiunto il perfetto del suo esistere, si disgrega, fiore smisurato dei giardini eterei, per esalare in un rutilante palpito la sua esistenza e il suo amore ai piedi del suo Creatore. Ma venire verrĂ . E poi sarĂ il Regno perfetto, beato, eterno del Cielo.
203.9
âE in Terra come in Cielo sia fatta la tua VolontĂ â.
Lâannullamento della volontĂ propria in quella di un altro si puĂČ fare solamente quando si Ăš raggiunto il perfetto amore verso quella creatura. Lâannullamento della volontĂ propria in quella di Dio si puĂČ fare solo quando si Ăš raggiunto il possesso delle teologali virtĂč in forma eroica. In Cielo, dove tutto Ăš senza difetti, si fa la volontĂ di Dio. Sappiate, voi, figli del Cielo, fare ciĂČ che in Cielo si fa.
203.10
âDacci il nostro pane quotidianoâ.
Quando sarete nel Cielo vi nutrirete soltanto di Dio. La beatitudine sarĂ il vostro cibo. Ma qui ancora abbisognate di pane. E siete i pargoli di Dio. Giusto dunque dire: âPadre, dacci il paneâ.
Avete timore di non essere ascoltati? Oh, no! Considerate. Se uno di voi ha un amico e, accorgendosi di essere privo di pane per sfamare un altro amico o un parente, giunto da lui sulla fine della seconda vigilia, va ad esso dicendo: âAmico, prestami tre pani perchĂ© mâĂš venuto un ospite e non ho che dargli da mangiareâ, puĂČ mai sentirsi rispondere dal di dentro della casa: âNon mi dare noia perchĂ© ho giĂ chiuso lâuscio e assicurati i battenti e i miei figli dormono giĂ al mio fianco. Non posso alzarmi e darti quanto vuoiâ? No. Se egli si Ăš rivolto ad un vero amico e se insiste, avrĂ ciĂČ che chiede. Lâavrebbe anche se colui a cui si Ăš rivolto fosse un amico poco buono. Lo avrebbe per la sua insistenza, perchĂ© il richiesto di tal favore, pur di non essere piĂč importunato, si affretterĂ a dargliene quanti ne vuole. Ma voi, pregando il Padre, non vi rivolgete ad un amico della Terra, ma vi rivolgete allâAmico perfetto che Ăš il Padre del Cielo. PerciĂČ Io vi dico: âChiedete e vi sarĂ dato, cercate e troverete, picchiate e vi sarĂ apertoâ. Infatti a chi chiede viene dato, chi cerca finisce col trovare, e a chi bussa si apre la porta.
Chi fra i figli degli uomini si vede porre in mano un sasso se chiede al proprio padre un pane? E chi si vede dare un serpente al posto di un pesce arrostito? Delinquente sarebbe quel padre se cosĂŹ facesse alla propria prole. GiĂ lâho detto[4] e lo ripeto per persuadervi a sensi di bontĂ e di fiducia. Come dunque uno di sana mente non darebbe uno scorpione al posto di un uovo, con quale maggiore bontĂ non vi darĂ Dio ciĂČ che chiedete! PoichĂ© Egli Ăš buono, mentre voi, piĂč o meno, malvagi siete. Chiedete dunque con amore umile e figliale il vostro pane al Padre.
203.11
âRimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitoriâ.
Vi sono i debiti materiali e quelli spirituali. Vi sono anche i debiti morali. Ă debito materiale la moneta o la merce che avuta in prestito va restituita. Ă debito morale la stima carpita e non resa e lâamore voluto e non dato. Ă debito spirituale lâubbidienza a Dio dal quale molto si esigerebbe salvo dare ben poco, e lâamore verso di Lui. Egli ci ama e va amato, cosĂŹ come va amata una madre, una moglie, un figlio da cui si esigono tante cose. Lâegoista vuole avere e non dĂ . Ma lâegoista Ăš agli antipodi del Cielo. Abbiamo debiti con tutti. Da Dio al parente, da questo allâamico, dallâamico al prossimo, dal prossimo al servo e allo schiavo, essendo tutti esseri come noi. Guai a chi non perdona! Non sarĂ perdonato. Dio non puĂČ, per giustizia, condonare il debito dellâuomo a Lui Ss. se lâuomo non perdona al suo simile.
203.12
âNon ci indurre in tentazione, ma liberaci dal Malignoâ.
Lâuomo che non ha sentito il bisogno di spartire con noi la cena di Pasqua mi ha chiesto, or Ăš men di un anno: âCome? Tu hai chiesto di non essere tentato e di essere aiutato, nella tentazione, contro la stessa?â. Eravamo noi due soli⊠e ho risposto[5]. Eravamo poi in quattro, in una solitaria plaga, ed ho risposto ancora. Ma non Ăš ancora servito, perchĂ© in uno spirito tetragono occorre fare breccia demolendo la mala fortezza della sua caparbietĂ . E perciĂČ lo dirĂČ ancora una, dieci, cento volte, fino a che tutto sarĂ compiuto.
Ma voi, non corazzati di infelici dottrine e di ancora piĂč infelici passioni, vogliate pregare cosĂŹ. Pregate con umiltĂ perchĂ© Dio impedisca le tentazioni. Oh! lâumiltĂ ! Conoscersi per quello che si Ăš! Senza avvilirsi, ma conoscersi. Dire: âPotrei cedere anche se non mi sembra poterlo fare, perchĂ© io sono un giudice imperfetto di me stesso. PerciĂČ, Padre mio, dĂ mmi, possibilmente, libertĂ dalle tentazioni col tenermi tanto vicino a Te da non permettere al Maligno di nuocermiâ. PerchĂ©, ricordatelo, non Ăš Dio che tenta al Male, ma Ăš il Male che tenta. Pregate il Padre perchĂ© sorregga la vostra debolezza al punto che essa non possa essere indotta in tentazione dal Maligno.
203.13
Ho detto, miei diletti. Questa Ăš la mia seconda Pasqua fra voi. Lo scorso anno spezzammo soltanto il pane e lâagnello. Questâanno vi dono la preghiera. Altri doni avrĂČ per le altre mie Pasque fra voi, acciĂČ, quando Io sarĂČ andato dove il Padre vuole, voi abbiate un ricordo di Me, Agnello, in ogni festa dellâagnello mosaico. Alzatevi e andiamo. Rientreremo in cittĂ allâaurora. Anzi, domani tu, Simone, e tu, fratello mio (indica Giuda), andrete a prendere le donne e il bambino. Tu, Simone di Giona, e voi altri, starete con Me finchĂ© costoro tornano. Poi andremo insieme a Betania».
E scendono fino al Getsemani nella cui casa entrano per il riposo.
Lezione sul Padre Nostro. Rimandiamo l'intero capitolo, perchĂ© lungo il percorso GesĂč insiste sul grande dono che sta facendo ai suoi apostoli.
Me lo ha detto, per esempio, in EMV 62.2 | EMV 119.10 | EMV 149.3.
Il mio omonimo: Giuda e Jude sono lo stesso nome, anche se i francesi hanno usato forme diverse.
EMR 205.3-7 · Volume 3
«Udite. à una bella parabola che vi guiderà con la sua luce in tanti casi.
Un uomo aveva due figli. Il maggiore era serio, lavoratore, affezionato, ubbidiente. Il secondo era intelligente piĂč del maggiore â che in veritĂ era un poco ottuso e si lasciava guidare per non avere da affaticarsi a decidere da sĂ© â ma in compenso era anche ribelle, svagato, amante del lusso e del piacere, dissipatore e ozioso. Lâintelligenza Ăš un grande dono di Dio. Ma Ăš un dono che va usato saggiamente. Altrimenti Ăš come certi farmachi i quali, usati in mal modo, non sanano ma uccidono. Il padre â era nel suo diritto e nel suo dovere â lo richiamava a vita piĂč saggia. Ma senza alcun utile, tolto quello di averne male risposte e un maggior irrigidimento del figlio nelle proprie cattive idee.
Infine un giorno, dopo una disputa piĂč fiera, il figlio minore disse: âDĂ mmi la mia parte dei beni. CosĂŹ non sentirĂČ piĂč i tuoi rimproveri e i lagni del fratello. Ognuno il suo e sia finito tuttoâ. âGuardaâ, rispose il padre, âche presto sarai rovinato. Che farai allora? Pensa che io non sarĂČ ingiusto in favore di te e non riprenderĂČ un picciolo a tuo fratello per darlo a teâ. âNon ti chiederĂČ nulla. Staâ sicuro. DĂ mmi la mia parteâ.
Il padre fece stimare le terre e le cose preziose e, visto che denaro e gioielli facevano tanto quanto le terre, dette al maggiore i campi e i vigneti, le mandre e gli ulivi, e al minore il denaro e i gioielli, che il giovane vendette subito mutando tutto in denaro. E fatto questo, in pochi giorni, se ne andĂČ in lontano paese dove visse da gran signore, scialacquando tutto il suo in bagordi di ogni specie, facendosi credere un figlio di re perchĂ© si vergognava di dire: âsono campagnoloâ, rinnegando perciĂČ il padre suo. Festini, amici e amiche, vesti, vini, giuoco⊠vita dissoluta⊠Presto vide scemare la sostanza e venire avanti la miseria. E con la miseria, a farla piĂč grave, venne nel paese una grande carestia che dette fondo ai resti della sostanza.
205.4
Avrebbe potuto andare dal padre. Ma era superbo e non volle. AndĂČ allora da un riccone del paese, giĂ suo amico nei tempi buoni, e lo pregĂČ dicendo: âAccoglimi fra i tuoi servi in ricordo di quando godesti delle mie dovizieâ. Vedete voi come Ăš stolto lâuomo! Preferisce mettersi sotto la frusta di un padrone anzichĂ© dire ad un padre: âPerdono! Ho sbagliato!â. Quel giovane aveva imparato tante cose inutili con la sua intelligenza aperta, ma non aveva voluto imparare il detto[1] dellâEcclesiastico: âQuanto Ăš infame colui che abbandona il padre suo e quanto Ăš maledetto da Dio chi fa inquietare la madreâ. Era intelligente ma non sapiente.
Lâuomo a cui si era rivolto, in cambio del molto che aveva goduto dal giovane stolto, mise questo stolto di guardia ai porci â perchĂ© si era in paese pagano e vi erano molti porci â e lo mandĂČ a pasturare nei suoi possessi le mandre dei porci. Lurido, stracciato, puzzolente, affamato â perchĂ© il cibo era scarso per tutti i servi e specie per gli infimi, e lui, straniero mandriano di porci e deriso, era ritenuto tale â vedeva i porci satollarsi delle ghiande e sospirava: âPotessi almeno io pure empirmi il ventre di questi frutti! Ma sono troppo amari! Neppure la fame me li fa parere buoniâ. E piangeva pensando ai ricchi festini da satrapo fatti poco tempo prima fra risa, canti, danze⊠e pensava poi agli onesti pranzi ben nutriti della sua casa lontana, alle porzioni che il padre faceva a tutti imparzialmente, serbando per sĂ© sempre il meno, lieto di vedere il sano appetito dei suoi figli⊠e pensava anche alle parti fatte ai servi da quel giusto, e sospirava: âI garzoni di mio padre, anche i piĂč infimi, hanno pane in abbondanza⊠e io qui muoio di fameâŠâ. Un lungo lavoro di riflessione, una lunga lotta per strozzare la superbiaâŠ
205.5
Infine venne il giorno che, rinato nellâumiltĂ e nella sapienza, sorse in piedi e disse: âIo vado dal padre mio! Ă stolto questo orgoglio che mi fa prigione. E di che? PerchĂ© soffrire e nel corpo e piĂč nel cuore mentre posso avere perdono e sollievo? Vado dal padre mio. Ă detto. Che gli dirĂČ? Ma quello che Ăš nato qui dentro, in questa abbiezione, fra queste lordure, fra i morsi della fame! Gli dirĂČ: âPadre, ho peccato contro il Cielo e contro di te, non sono piĂč degno di essere chiamato tuo figlio; trattami perciĂČ come lâinfimo dei tuoi garzoni, ma sopportami sotto il tuo tetto. Che io ti veda passareâŠâ. Non potrĂČ dirgli: ââŠperchĂ© ti amoâ. Non lo crederebbe. Ma lo dirĂ la mia vita, ed egli lo comprenderĂ , e prima di morire mi benedirĂ ancora⊠Oh! lo spero. PerchĂ© mio padre mi amaâ. E, tornato la sera in paese, si licenziĂČ dal padrone e mendicando per via tornĂČ a casa sua.
Ecco i campi paterni⊠e la casa⊠e il padre che dirigeva i lavori, invecchiato, scarnito dal dolore, ma sempre buono⊠Il colpevole, guardando quella rovina causata da lui, si fermĂČ intimorito⊠ma il padre, girando lâocchio, lo vide e gli corse incontro, perchĂ© era ancora lontano, e raggiuntolo gli gettĂČ le braccia al collo e lo baciĂČ. Solo il padre aveva riconosciuto in quel mendicante avvilito la sua creatura e solo lui aveva avuto un movimento di amore. Il figlio, stretto fra quelle braccia, con il capo sulla spalla paterna, mormorĂČ fra i singhiozzi: âPadre, lascia che io mi getti ai tuoi piediâ. âNo, figlio mio! Non ai piedi. Sul mio cuore, che ha tanto sofferto della tua assenza e che ha bisogno di rivivere col sentire il tuo calore sul mio pettoâ. E il figlio, piangendo piĂč forte, disse: âOh! padre mio! Io ho peccato contro il Cielo e contro di te, non sono piĂč degno di essere chiamato da te: figlio. Ma permettimi di vivere fra i tuoi servi, sotto il tuo tetto, vedendoti, mangiando il tuo pane, servendoti, bevendo il tuo alito. Ad ogni boccone di pane, ad ogni tuo respiro si riformerĂ il mio cuore tanto corrotto e diverrĂČ onestoâŠâ. Ma il padre, tenendolo sempre abbracciato, lo condusse verso i servi, che si erano ammucchiati in distanza e che osservavano, e disse loro: âPresto, portate qui la veste piĂč bella e catini di acque odorose, lavatelo, profumatelo, rivestitelo, mettetegli dei calzari nuovi e un anello al dito. Poi prendete un vitello ingrassato e ammazzatelo. E si prepari un banchetto. PerchĂ© questo figlio mio era morto ed ora Ăš risuscitato, era perduto ed Ăš stato ritrovato. Io voglio che ora lui pure ritrovi il suo semplice amore di pargolo; e il mio amore e la festa della casa per il suo ritorno glielo devono dare. Deve capire che egli Ăš sempre per me il caro bambino ultimo nato, quale era nella infanzia sua lontana, quando mi camminava al fianco facendomi beato col suo sorriso e il suo balbettioâ. E cosĂŹ fecero i servi.
205.6
Il figlio maggiore era in campagna e non seppe nulla fino al suo ritorno. A sera, venendo verso casa, la vide luminosa di lumi e udĂŹ suoni di strumenti e danze uscire da essa. ChiamĂČ un servo che correva indaffarato e gli disse: âChe avviene?â. E il servo rispose: âĂ tornato tuo fratello! Tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso perchĂ© ha riavuto il figlio e sano, guarito dal suo grande male, ed ha ordinato banchetto. Non si attende che te per cominciareâ. Ma il primogenito, in collera perchĂ© gli pareva ingiustizia tanta festa per il minore, che oltre che minore era stato cattivo, non volle entrare e anzi fece per allontanarsi da casa.
Ma il padre, avvertito di questo, corse fuori e lo raggiunse tentando di convincerlo e pregandolo di non amareggiargli la sua gioia. Il primogenito rispose al padre suo: âE vuoi che io non sia inquieto? Tu fai ingiustizia e spregio al tuo primogenito. Io da quando ho potuto lavorare ti ho servito, e sono molti anni. Io non ho mai trasgredito ad un tuo comando, neppure ad un tuo desiderio. Io ti sono sempre stato vicino e ti ho amato per due per farti guarire dalla piaga fatta da mio fratello. E tu non mi hai dato neppure un capretto per godermelo cogli amici. Questo, che ti ha offeso, che ti ha abbandonato, che Ăš stato infingardo e dissipatore e che torna ora perchĂ© Ăš spinto dalla fame, tu lo onori e per lui ammazzi il vitello piĂč bello. Vale la pena essere lavoratori e senza vizi! Questo non me lo dovevi fare!â.
Il padre disse allora stringendoselo al seno: âOh! figlio mio! E puoi credere che io non ti ami perchĂ© non stendo un velo di festa sulle tue azioni? Le tue azioni sono sante di loro, e il mondo ti loda per esse. Ma questo tuo fratello, invece, ha bisogno di essere rialzato nella stima del mondo e nella stima sua stessa. E credi tu che io non ti ami perchĂ© non ti do un premio visibile? Ma mattina e sera e in ogni mio alito e pensiero tu sei presente al mio cuore, e ad ogni attimo io ti benedico. Tu hai il premio continuo di essere sempre con me, e tutto quanto Ăš mio Ăš tuo. Ma era giusto banchettare e fare festa per questo tuo fratello, che era morto ed Ăš risuscitato al Bene, che era perduto ed Ăš stato ritornato al nostro amoreâ. E il primogenito si arrese.
205.7
CosĂŹ, amici miei, succede nella Casa del Padre. E chi si sa uguale al figlio minore della parabola pensi pure che, se lo imita nellâandare al Padre, il Padre gli dice: âNon ai miei piedi. Ma sul mio cuore, che ha sofferto della tua assenza e che ora Ăš beato per il tuo ritornoâ. Chi Ăš in condizioni di figlio primogenito e senza colpa verso il Padre, non sia geloso della gioia paterna, ma ne prenda parte, dando amore al fratello redento.»
Libro del Siracide 3, 16
Si 3, 16 : Chi abbandona suo padre Ăš come un bestemmiatore; chi provoca sua madre all'ira Ăš maledetto dal Signore.
Vangelo di Luca 15, 11-32
Lc 15, 11-32 : GesĂč disse ancora: "Un uomo aveva due figli. Il piĂč giovane disse al padre: "Padre, dammi la mia parte di ricchezza". E il padre divise i suoi beni tra loro. Pochi giorni dopo, il figlio minore raccolse tutto ciĂČ che aveva e partĂŹ per un paese lontano, dove sperperĂČ la sua fortuna conducendo una vita disordinata. Aveva speso tutto, quando in quel paese si verificĂČ una grande carestia e cominciĂČ a trovarsi nel bisogno. AndĂČ a lavorare per un abitante di quel paese, che lo mandĂČ a curare i maiali nei suoi campi. Avrebbe voluto riempirsi la pancia con i baccelli che i maiali mangiavano, ma nessuno gli dava nulla.
Allora rientrĂČ in se stesso e si disse: "Quanti lavoratori di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerĂČ, andrĂČ da mio padre e gli dirĂČ: "Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te. Non sono piĂč degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi operai". CosĂŹ si alzĂČ e andĂČ da suo padre. Mentre era ancora lontano, il padre lo vide e ne ebbe compassione; corse, gli si gettĂČ al collo e lo riempĂŹ di baci. Il figlio gli disse: "Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te. Non sono piĂč degno di essere chiamato tuo figlio". Ma il padre disse ai suoi servi: "Presto, portate la veste piĂč bella per vestirlo, mettetegli un anello al dito e dei sandali ai piedi, andate a prendere il vitello grasso, uccidetelo, mangiamo e facciamo festa, perchĂ© mio figlio, che vedete era morto, Ăš tornato in vita; era perduto ed Ăš stato ritrovato". E cominciarono a banchettare.
Ma il figlio maggiore era fuori nei campi. Quando tornĂČ e fu vicino alla casa, sentĂŹ musica e danze. ChiamĂČ uno dei servi e chiese cosa stesse succedendo. Il servo rispose: "Tuo fratello Ăš arrivato e tuo padre ha ucciso il vitello grasso, perchĂ© ha trovato tuo fratello in buona salute". Allora il figlio maggiore si arrabbiĂČ e si rifiutĂČ di entrare. Suo padre uscĂŹ per pregarlo. Ma egli rispose al padre: "Sono stato al tuo servizio per tanti anni senza mai trasgredire i tuoi ordini, e non mi hai mai dato un capretto da mangiare con i miei amici. Ma quando questo tuo figlio Ăš tornato dopo aver divorato i tuoi beni con le prostitute, hai fatto uccidere il vitello grasso per lui!". Il padre rispose: "Tu, figlio mio, sei sempre con me e tutto ciĂČ che Ăš mio Ăš tuo". C'era bisogno di fare festa e di rallegrarsi; perchĂ© questo tuo fratello era morto ed Ăš tornato in vita; era perduto ed Ăš stato ritrovato!"".
EMR 216.2-4 · Volume 3
GesĂč va dunque per le messi. La giornata Ăš calda. La zona deserta. Non si vede un uomo per i campi. Solo spighe mature e alberi qua e lĂ . Sole, grani, uccelli, lucertole, ciuffi verdi e fermi nellâaria tranquilla: ecco ciĂČ che Ăš intorno a GesĂč. Ai due estremi della via maestra che percorre GesĂč, nastro polveroso e abbacinante fra il mareggiare dei grani, Ăš da una parte un paesello, dallâaltra una fattoria. Niente altro.
Tutti procedono in silenzio, accaldati. Si sono levati i mantelli, ma certo soffrono ugualmente sotto le vesti di lana, anche se leggere. Solo GesĂč, i due cugini e Giuda Iscariota, sono vestiti di lino o di canapa. Certo la veste di GesĂč e dellâIscariota sono di lino bianco; le altre dei figli di Alfeo, per la loro compattezza, mi sembrano piĂč pesanti del lino e sono anche tinte in un colore avorio carico, proprio come lo ha la canapa non imbiancata. Gli altri sono come al solito e vanno asciugandosi il sudore col lino che fa da velo al capo.
Raggiungono un gruppetto di alberi ad un crocevia. Si fermano a quellâombra salutare e bevono avidi dalle loro fiaschette.
«à calda come fosse levata dal fuoco», brontola Pietro.
«Ci fosse almeno un ruscello! Ma niente, niente!», sospira Bartolomeo. «Fra poco non ne ho piĂč».
«Quasi dico che Ú meglio la montagna», geme Giacomo di Zebedeo congestionato dal calore.
«Meglio di tutto Ú la barca. Fresca, riposante, pulita, ah!». Il cuore di Pietro va verso il suo lago e la sua barca.
«Avete ragione tutti. Ma i peccatori sono in montagna come al piano. Se non ci avessero cacciato dallâAcqua Speciosa e perseguitato alle calcagna, sarei venuto qui fra tebet e scebat. Ma presto saremo lungo la marina. Lâaria Ăš lĂ temperata dal vento del largo», conforta GesĂč.
«Eh! ci vuole. Qui si sembra lucci morenti. Ma come fanno ad essere cosĂŹ belli i grani se non câĂš acqua?», chiede Pietro.
«Ci sono acque sotterranee. Mantengono umido il terreno», spiega GesĂč.
«Era meglio se erano di sopra, anzichĂ© disotto. Che me ne faccio se sono disotto? Non sono una radice io!», dice dâimpeto Pietro mentre tutti ridono.
Ma poi Giuda Taddeo si fa serio e dice: «à egoista il suolo come lo sono gli animi, ed Ăš arido ugualmente. Se ci lasciavano sostare a quel paese e passare il sabato cosĂŹ, si sarebbe avuto ombra, acqua, riposo. Ma ci hanno cacciatiâŠÂ».
«Anche cibo si avrebbe avuto. Ma neanche quello. Io ho fame. Ci fossero delle frutta! Ma le piante da frutta sono vicine alle case. E chi ci va? Se sono tutti dellâumore di quelli lĂ âŠÂ», dice Tommaso accennando al paese lasciato alle spalle, a oriente.
«Prendi il mio cibo. Io non ho mai molta fame», dice lo Zelote.
«Prendete anche il mio», dice GesĂč. «Chi si sente piĂč affamato mangi».
Ma messe insieme le cibarie di GesĂč, dello Zelote e di Natanaele, appaiono molto pochine, e lâocchio sgomento di Tommaso e dei giovani lo dice. Ma tacciono sbocconcellando le microscopiche parti.
Lo Zelote, paziente, va verso un punto dove un filare verde sul terreno arso fa supporre esistere dellâumidore. Vi Ăš infatti un filo dâacqua in fondo ad un greto, proprio un filo destinato a scomparire fra breve. DĂ un grido ai lontani perchĂ© vengano a quel ristoro, e tutti vanno, di corsa, seguendo lâombra saltuaria di un filare di piante poste sullâargine del torrentello semiasciutto, e lĂ possono rinfrescarsi i piedi polverosi, lavarsi il viso sudato, e prima ancora empire le ormai vuote fiaschette e poi lasciarle nellâacqua, lĂ dove Ăš ombra, per averle piĂč fresche.
Si siedono ai piedi di un albero e sonnecchiano stanchi.
216.3
GesĂč li guarda con amore e compassione e crolla il capo.
Lo vede in quellâatto lo Zelote, che Ăš andato ancora a bere, e gli chiede: «Che hai, Maestro?».
GesĂč si alza, va dallo Zelote e circondandolo con un braccio lo porta seco verso un altro albero dicendo: «Che ho? Mi affliggo per la vostra stanchezza. Se non sapessi ciĂČ che Io sto facendo di voi, non mi darei pace di darvi tanti disagi».
«Disagi? No, Maestro! Ă la nostra gioia. Tutto si annulla nel venire con Te. Siamo tutti felici, credilo. Non câĂš rimpianto, non câĂšâŠÂ».
«Taci, Simone. LâumanitĂ grida anche nei buoni. E non avete torto, umanamente parlando, di gridare. Vi ho levato alle vostre case, alle famiglie, agli interessi, e voi siete venuti pensando che ben altro fosse il seguirmi⊠Ma il vostro gridare di ora, il vostro interno gridare, si placherĂ un giorno, e allora capirete che sarĂ stato bello venire per nebbie e fango, per polvere e solleone, perseguitati, assetati, stanchi, senza cibo, dietro al Maestro perseguitato, disamato, calunniato⊠e piĂč, piĂč ancora. Tutto vi parrĂ bello allora. PerchĂ© allora avrete un altro pensiero, e tutto vedrete in unâaltra luce. E mi benedirete di avervi condotto per la mia via difficileâŠÂ».
«Sei triste, Maestro. E il mondo giustifica la tua tristezza. Ma noi no. Noi siamo tutti contentiâŠÂ».
«Tutti? Ne sei sicuro?».
«Pensi diverso Tu?».
«SÏ, Simone. Diverso. Tu sei sempre contento. Tu hai capito.
Molti altri no. Vedi quelli che dormono? Sai quanti pensieri rimuginano anche nel sonno? E tutti quelli che sono fra i discepoli? Credi tu che saranno fedeli finchĂ© tutto sarĂ compiuto? Guarda, facciamo questo vecchio giuoco che certo hai fatto tu pure da bambino (e GesĂč coglie un tondo soffione che si erge fra i sassi e che ha raggiunto la perfetta maturazione. Lo porta delicatamente alla bocca, soffia e il soffione si dissolve in minuscoli ombrellini che se ne vanno per lâaria, vagando col loro fiocchetto in alto retto sul manico minuscolo). Vedi? Guarda⊠Quanti me ne sono ricaduti in grembo come innamorati di Me? Contali⊠Sono ventitrĂ©. Erano almeno tre volte tanti. E gli altri? Guarda. Chi vaga ancora, chi Ăš giĂ caduto come per pesantezza, chi orgoglioso sale, superbo del suo pennacchio dâargento, chi cade nella fanghiglia che abbiamo fatto con le nostre fiaschette. Solo⊠Guarda, guarda!⊠Anche dei ventitrĂ© che mi erano sulle ginocchia, sette se ne sono andati. Ă bastato quel calabrone col suo volo per farli volare via!⊠Di che temevano? O di che sono stati sedotti? Forse del pungiglione o forse dei bei colori neri e gialli, dellâaspetto leggiadro, delle ali iridescenti⊠Se ne sono andati⊠Dietro ad una menzognera bellezza⊠Simone, cosĂŹ sarĂ dei miei discepoli. Chi per irrequietezza, chi per incostanza, chi per pesantezza, chi per orgoglio, chi per leggerezza, chi per appetito di fango, chi per paura e chi per ingenuitĂ , se ne andranno. Credi tu che tutti quelli che ora mi dicono: âVengo con Teâ Io li troverĂČ, nellâora decisiva della mia missione, al mio fianco? Erano piĂč di settanta certo i pennacchietti del soffione che il Padre mio creĂČ⊠e ora sul mio grembo ce ne sono solo sette, perchĂ© altri se ne sono andati per questa onda di vento che ha fatto dire di sĂŹ agli steli piĂč sottili. CosĂŹ sarĂ . E penso a che lotte sono in voi per essermi fedeliâŠ
216.4
Vieni, Simone. Andiamo a guardare quelle libellule che danzano sullâacqua. A meno che tu preferisca riposare».
«No, Maestro. Le tue parole mi hanno contristato. Ma io spero che il lebbroso guarito, lâuomo perseguitato al quale Tu hai dato riabilitazione, il solitario al quale Tu hai donato compagnia, il nostalgico di affetti al quale Tu hai aperto il Cielo e il mondo perchĂ© trovasse e desse amore, non ti abbandonerĂ âŠÂ»
AndrĂ©, Filippo, Giacomo di Alfeo, Giuda e Giovanni non parlano in questo episodio, ma sono presenti per tutto il capitolo. Gli apostoli si lamentano del caldo, della sete e della fame, e GesĂč finisce per spiegare loro che un giorno saranno felici di aver vissuto quel periodo; poi racconta la parabola del dente di leone per parlare dellâinfedeltĂ dei discepoli. Simone lo Zelota Ăš messo molto in risalto, poichĂ© Ăš lui a dialogare con Cristo.
Se non ci avessero cacciati dalla Belle Eau e se non ci fossero stati sempre alle calcagna, sarei venuto qui tra Tebet e Shebat. Allâinizio di gennaio. I discepoli cacciati dalla «Belle Eau», una proprietĂ di Lazzaro sulle rive del Giordano, cfr. EMV 133,5-7, quando gli apostoli vengono a conoscenza della minaccia. Vengono cacciati in EMV 137, in particolare in EMV 137.5.