Note della parola chiave

Personaggi anonimi

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Comfort di lettura

EMR 212.1.4 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Tutta Jutta è corsa incontro a Gesù con i fiori selvaggi delle sue pendici e con le primizie delle sue colture, oltre che col sorriso dei suoi bambini e le benedizioni dei suoi cittadini. E prima ancora che Gesù possa mettere piede nel paese, è circondato da questi buoni che, avvisati da Giuda di Keriot e da Giovanni mandati avanti, sono corsi con quanto hanno trovato di meglio per fare onore al Salvatore, e soprattutto col loro amore.

Gesù non fa che benedire col gesto e con la parola questa gente adulta o fanciulla, che gli si stringe addosso baciandogli la veste e le mani e che gli pone sulle braccia i poppanti perché Egli li benedica con un bacio. La prima a farlo è Sara, che gli mette sul cuore quello splendido puttino di dieci mesi che è ormai Jesai.

L’amore ostacola l’andare tanto è irruente, eppure è come un’onda che solleva. Io credo che Gesù proceda più portato da quest’onda che dai propri piedi, e certo il suo Cuore è portato ben in alto, nel sereno, dalla gioia che gli dà questo amore. Ha il volto rifulgente dei momenti di più viva gioia d’Uomo-Dio. Non il potente volto dallo sguardo magnetico delle ore di miracolo, né il volto maestoso di quando manifesta la sua unione continua col Padre, e neppure quello severo di quando reprime una colpa. Tutti rifulgenti di diverse luci, ma questa d’ora è la luce delle ore di distensione di tutto il suo io, assalito da tante parti, costretto a sorvegliare sempre ogni minimo gesto o parola sua o di altri, avvolto in tutti i tranelli del mondo che, come una malefica ragnatela, gettano i loro fili satanici intorno alla divina Farfalla dell’Uomo-Dio, sperando paralizzarne il volo e imprigionarne lo spirito perché non salvi il mondo; imbavagliarne la parola perché non ammaestri le supreme e colpevoli ignoranze della Terra; legarne le mani perché non santifichino, le sue mani di Sacerdote eterno, gli uomini che demonio e carne hanno depravati; velarne gli occhi perché la perfezione del suo sguardo, che è calamita, che è perdono, che è amore, che è fascino che vince ogni resistenza che non sia una resistenza di perfetto satana, non attirino a Sé i cuori. (...)

212.4 Gesù entra a Jutta e viene condotto nella piazza del mercato e, da questa, alla povera casuccia dove Isacco languì per trent’anni. Gli spiegano: «Qui veniamo a parlare di Te e a pregare come in una sinagoga, la più vera. Perché qui ti abbiamo cominciato a conoscere, e qui le preghiere di un santo ti hanno chiamato a noi. Entra. Vedi come abbiamo disposto».

La casetta, solo l’anno prima fatta di tre buchetti di stanze – la prima quella in cui Isacco infermo mendicava, la seconda un ripostiglio e la terza una cucinetta che dava sul cortile – sono divenute un unico ambiente e in esso sono panche per chi si raduna in esso. Nel cortile, in una baracchetta, sono state messe le poche masserizie di Isacco come tante reliquie; e il rispetto di quelli di Jutta ha reso meno desolato il cortile, mettendovi delle piante arrampicanti che ora, coi loro fiori, coprono la rustica staccionata e fanno un principio di pergolato, camminando su corde stese a rete sul cortile, all’altezza del tetto basso.

Gesù li elogia e dice: «Qui possiamo sostare. Vi prego solo di ospitare le donne e il bambino».

«Oh! Maestro nostro! Questo non sarà mai! Qui verremo con Te, e Tu ci parlerai, ma Tu e i tuoi siete ospiti nostri. Concedici la benedizione di ospitare Te e i servi di Dio. Solo ci spiace che essi non siano quante sono le case…».

Gesù acconsente ed esce dalla casetta andando nella casa di Sara, che non cede a nessuno il suo diritto di ospitare per il pasto Gesù e i suoi…

Annotazione

Sarah (...) mette sul suo cuore questo splendido amorino di dieci mesi, che ora è Jesai. Cfr. EMV 76,9-11.

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EMR 215.5-7 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

« Ed ora entriamo in Betginna. Tu, proprio tu, Filippo, che mi guardi così implorante, andrai con Andrea per il paese. Noi sosteremo, intanto che voi andate, presso la fontana o nella piazza del paese».

«Oh! Signore! Non ci mandare soli! Vieni anche Tu!», pregano i due.

«Andate, ho detto. L’ubbidienza vi sarà più di aiuto che la mia muta presenza».

215.3

…E dunque Filippo e Andrea vanno, a caso, per il paese finché trovano un molto minuscolo albergo, più stallazzo che albergo, e dentro vi sono dei sensali che contrattano agnelli con dei pastori. Entrano e si fermano interdetti nel mezzo del cortile circondato da portici molto rustici.

Accorre l’albergatore: «Che volete? Alloggio?».

I due si consultano con lo sguardo, uno sguardo molto sbigottito. Molto probabilmente, di quanto avevano prefisso di dire non trovano più neppure una parola. Ma è proprio Andrea che si riprende per primo e risponde: «Sì, alloggio per noi e per il Rabbi di Israele».

«Quale rabbi? Ce ne sono tanti! Ma sono molto signori. Non vengono in paesi di poveri a portare la loro sapienza ai poveri. Sono i poveri che devono andare da loro, e ancora è grazia se ci sopportano vicino!».

«Il Rabbi di Israele è uno solo. Ed Egli viene proprio a portare la Buona Novella ai poveri, e più poveri e più peccatori sono e più li cerca e li avvicina», risponde dolcemente Andrea.

«Ma allora non farà denaro!».

«Non ne cerca delle ricchezze. È povero e buono. La sua giornata è piena quando può salvare un’anima», risponde ancora Andrea.

«Hum! È la prima volta che sento che un rabbi è buono e povero. Il Battista è povero ma è severo. Tutti gli altri sono severi e ricchi, avidi come sanguisughe. Avete udito voi? Venite qui, voi che girate il mondo. Questi uomini dicono che c’è un maestro povero, buono, che viene a cercare i poveri e i peccatori».

«Ah! deve essere quello che veste di bianco come un essenita. L’ho visto anche tempo fa a Gerico», dice un sensale.

«No. Quello è solo. Deve essere quello di cui parlava Toma, perché si era trovato per caso a parlare di lui con dei pastori del Libano», risponde un alto pastore nerboruto.

«Sì, proprio! E viene fin qui se era sul Libano! Per i tuoi occhi di gatto!», esclama un altro.

Mentre l’oste parla e ascolta con i suoi clienti, i due apostoli sono rimasti lì, in mezzo al cortile, come due pioli.

215.4

Infine un uomo dice: «Ehi! voi! Venite qui! Chi è? Da dove viene questo che dite?».

«È Gesù di Giuseppe, di Nazaret», dice serio Filippo, e sta come chi attende di essere schernito.

Ma Andrea aggiunge: «È il predetto Messia. Io ve ne scongiuro, per il vostro bene, ascoltatelo. Voi avete nominato il Battista. Ebbene, io ero con lui, e lui ci indicò Gesù che passava dicendo: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”. Quando Gesù scese al battesimo nel Giordano, si aprirono i Cieli e una Voce gridò: “Ecco il mio Figlio diletto nel quale Io mi sono compiaciuto”, e l’Amore di Dio scese come una colomba a splendere sul suo capo».

«Lo vedi? È proprio il Nazareno! Ma dite un poco, voi che vi dite suoi amici…».

«Amici no, apostoli, discepoli siamo, e mandati da Lui per annunciarne l’arrivo, perché chi ha bisogno di salvezza vada a Lui», corregge Andrea.

«Va bene. Ma dite un poco. È proprio come lo dicono alcuni, ossia un santo più santo del Battista, o è un demonio come lo dicono gli altri? Voi che ci state insieme, perché se siete discepoli ci starete insieme, dite un poco e con sincerità. È vero che è lussurioso e crapulone? Che ama le meretrici e i pubblicani? Che è negromante e nella notte evoca gli spiriti per sapere i segreti dei cuori?».

«Ma perché chiedi a questi uomini questo? Chiedi piuttosto se è vero che è buono. Questi due se ne avranno a male e se ne andranno dicendo al Rabbi le nostre male ragioni e ne saremo maledetti. Non si sa mai!… Dio o diavolo che sia, è sempre meglio trattarlo bene».

Questa volta è Filippo che parla: «Vi possiamo rispondere con sincerità, perché nulla di brutto è da tenere occulto. Egli, il Maestro nostro, è il Santo fra i santi. La sua giornata passa nelle fatiche dell’ammaestramento. Instancabile va di luogo in luogo, cercando i cuori. La sua notte la passa pregando per noi. Non sdegna la tavola e l’amicizia, ma non per utile proprio bensì per avvicinare chi altrimenti sarebbe non accostabile. Non respinge pubblicani e meretrici. Ma solo per redimerli. Segna la sua via di miracoli di redenzioni e di miracoli sulle malattie. Gli ubbidiscono i venti ed il mare. Ma non ha bisogno di alcuno per operare prodigi, né di evocare spiriti per conoscere i cuori».

«E come può?… Hai detto che gli ubbidiscono i venti ed il mare. Ma sono cose senza ragione. Come può comandare loro?», chiede l’oste.

«Rispondimi, uomo: secondo te è più difficile comandare al vento e al mare, o alla morte?».

«Per Geové! Ma alla morte non si comanda! Al mare si può buttare dell’olio, si può opporre le vele, si può, saggiamente, non andare su esso. Al vento si possono opporre i serrami delle porte. Ma la morte non si comanda. Non c’è olio che la calmi. Non c’è vela che, messa alla nostra navicella, la faccia tanto rapida da distanziare la morte. E non ci sono serrami per essa. Quando vuol venire passa, anche se son dati i chiavistelli. Eh! nessuno comanda a questa regina!».

«Eppure il Maestro nostro la comanda. Non solo quando è vicina. Ma anche quando ha già preso. Un giovane di Naim era per essere messo nella bocca orrenda del sepolcro, ed Egli disse: “Io te lo dico: alzati!” e il giovane tornò vivo. Naim non è fra gli iperborei. Potete andare e vedere».

«Ma così? Alla presenza di tutti?».

«Sulla via, alla presenza di tutta Naim».

215.5

Oste e clienti si guardano in silenzio. Poi l’oste dice: «Ma le farà per gli amici, eh! quelle cose lì?».

«No, uomo. Per tutti quelli che credono in Lui e non ad essi soli. È la Pietà sulla Terra, credilo. Nessuno si volge a Lui per niente. Udite, voi tutti. Non vi è alcuno fra voi che soffra e pianga per malattie di famiglia, per dubbi, per rimorsi, per tentazioni, per ignoranze? Rivolgetevi a Gesù, il Messia della Buona Novella. Egli è qui, oggi. Domani sarà altrove. Non lasciate passare senza utile la Grazia del Signore che passa», dice Filippo che si è sempre fatto più sicuro.

L’oste si arruffa i capelli, apre e chiude la bocca, si tormenta le frange della cintura… infine dice: «Io provo!… Ho una figlia. Fino alla scorsa estate stava bene. Poi divenne lunatica. Sta come una belva muta in un angolo, sempre lì, e a fatica la madre la può vestire e imboccare. I medici dicono che le si è arso il cervello per troppo sole, altri per un triste amore. Il popolo dice che è indemoniata. Ma come, se è una giovinetta mai uscita di qui?! Dove lo ha preso questo demonio? Che dice il tuo Maestro? Che il demonio può prendere anche un innocente?».

Filippo risponde sicuro: «Sì, per tormentare i parenti e portarli in disperazione».

«E… Lui li guarisce i lunatici? Devo sperare?».

«Devi credere», dice svelto Andrea. E racconta il miracolo dei geraseni terminando: «Se quelli, che erano legione in cuori di peccatori, fuggirono così, come non fuggirà quello penetrato a forza nel cuore giovinetto? Io te lo dico, uomo: a chi spera in Lui l’impossibile diviene facile come il respirare. Io ho visto le opere del mio Signore e testimonio del suo potere».

«Oh! allora chi di voi lo va a chiamare?».

«Io stesso, uomo. Attendimi tosto». E Andrea va lesto, mentre Filippo resta a parlare.

215.6

Quando Andrea vede Gesù, fermo sotto un androne per fuggire il sole implacabile che empie la piazzetta del paese, gli corre incontro dicendo: «Vieni, vieni, Maestro. La figlia dell’alberghiere è lunatica. Il padre ti implora la sua guarigione».

«Ma mi conosceva?».

«No, Maestro. Abbiamo cercato di farti conoscere…».

«E lo avete fatto. Quando uno giunge a credere che Io possa guarire un male senza rimedio, è già avanti nella fede. E voi avevate paura di non sapere fare. Che avete detto?».

«Non te lo saprei neppur dire. Abbiamo detto quello che pensiamo di Te e le tue opere. Soprattutto abbiamo detto che Tu sei l’Amore e la Pietà. Ti conosce così male il mondo!!!».

«Ma voi mi conoscete bene. E questo basta».

215.7

Il piccolo albergo è raggiunto. Tutti i clienti sono sulla porta, curiosi, e in mezzo con Filippo è l’oste che continua a monologare fra sé.

Quando vede Gesù gli corre incontro: «Maestro, Signore, Gesù… io… io credo, io credo tanto che Tu sei Tu, che sai tutto, che vedi tutto, che conosci tutto, che puoi tutto, tanto lo credo che ti dico: abbi pietà della mia figlia benché io abbia molte colpe sul cuore. Non sulla mia creatura il castigo per essere stato disonesto nel mio mestiere. Non sarò più esoso, lo giuro. Tu vedi il mio cuore col suo passato e col suo pensiero di ora. Perdono e pietà, Maestro, ed io parlerò di Te a tutti che vengono qui nella mia casa…». L’uomo è in ginocchio.

Gesù gli dice: «Alzati e persevera nei sentimenti di ora.

Conducimi da tua figlia».

«È in una stalla, Signore. L’afa fa di lei una ancor più malata. E non vuole uscire».

«Non importa. Andrò Io da lei. Non è l’afa. È che il demonio mi sente venire».

Entrano nel cortile e da esso in una stalla oscura, e tutti gli altri dietro.

La fanciulla, spettinata, sparuta, si agita nell’angolo più oscuro e come vede Gesù urla: «Indietro, indietro! Non mi disturbare. Tu sei il Cristo del Signore, io un tuo percosso. Lasciami stare. Perché sempre vieni sui miei passi?».

«Esci da costei. Vattene. Lo voglio. Rendi a Dio la tua preda e taci!».

Un urlo straziante, uno scatto, un afflosciarsi di corpo sulla paglia… e poi, calme, tristi, stupite, le domande: «Dove sono? Perché qui? Chi sono costoro?», e l’invocazione: «Mamma!» della giovinetta che si vergogna d’essere senza velo, con una veste lacerata, davanti agli occhi di molti estranei.

«Oh! Signore eterno! Ma è guarita!…»; e, strano a vedersi nel rubicondo e colorito oste, un pianto da bambino… È felice, e piange non sapendo che baciare le mani di Gesù, mentre la madre piange, fra la corona degli stupiti figlioletti, e bacia la sua primogenita liberata dal demonio.

I presenti sono tutti un vocio e altri accorrono per vedere il prodigio. La corte è piena.

«Resta, Signore. Viene la sera. Sosta sotto il mio tetto».

«Siamo in tredici, uomo».

«Foste anche trecento sarebbe nulla. So ciò che vuoi dire.

Ma Samuele avido e disonesto è morto, Signore. È andato via anche il mio demonio. Ora c’è il nuovo Samuele. E farà ancora l’alberghiere. Ma da santo. Vieni, vieni con me, che ti onori come un re, come un dio. Quale sei. Oh! benedetto il sole di oggi che mi ti ha portato»…

Annotazione

Hai citato Giovanni Battista. Ebbene, io ero con lui ed è stato lui a indicarci Gesù che passava, dicendo: «Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo». » Quando Gesù scese al Giordano per farsi battezzare, i cieli si aprirono e una voce gridò: «Ecco il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto», e l’amore di Dio scese sotto forma di colomba per risplendere sul suo capo. Cfr. EMV 45.

Stavano per gettare un giovane di Naim nelle orribili fauci della tomba, quando egli ordinò: «Te lo dico: alzati!», e il giovane tornò in vita. Naim non è in capo al mondo. Potete andare a vedere. Cfr. EMV 189.

Racconta poi il miracolo dei Geraseni. Cfr. EMV 186 o la parola chiave «gli indemoniati di Gerasa».

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EMR 218.2-5 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

↗

Citazione

Va sicuro sino ad un piccolo sobborgo rurale dove gli ortolani coltivano verdure per la città. I campicelli e gli orti sono regolari e ben curati, e donne ed uomini li coltivano e stanno versando acqua nei solchi, estraendola dai pozzi a fatica di braccia, oppure col vecchio e cigolante sistema delle secchie sollevate da un povero asinello che bendato gira intorno al pozzo. Ma non dicono nulla. Gesù saluta: «Pace a voi». Ma la gente rimane, se non ostile, indifferente.

«Signore, qui si corre pericolo di morire di fame. Non capiscono il tuo saluto. Ora provo io», dice Tommaso. E abborda il primo ortolano che vede dicendo: «Costa cara la tua verdura?».

«Non più di quella delle altre ortaglie. Cara o non cara, a seconda di come è grassa la borsa».

«Ben detto. Ma come vedi io non muoio di inedia. Sono grasso e colorito anche senza le tue verdure. Segno che la mia borsa è una buona mammella. Breve: siamo in tredici e possiamo comperare. Cosa ci vendi?».

«Uova, verdure, mandorle primaticce e mele che sono vizze per vecchiaia, ulive… Ciò che vuoi».

«Dàmmi delle uova, delle mele e pane, per tutti».

«Pane non ne ho. In città ne trovi».

«Ho fame ora, non fame fra un’ora. Non lo credo che non hai pane».

«Non ne ho. La donna lo sta facendo. Ma vedi là quel vecchio? Lui ne ha molto sempre, perché essendo più sulla strada ne è spesso richiesto dai pellegrini. Vai da Anania e chiedine. Ora ti porto le uova. Ma guarda che costano un denaro la coppia».

«Ladro! Le tue galline sgravano forse uova d’oro?».

«No. Ma non è bello essere in mezzo al fetore del pollame, e per nulla non ci si sta. E poi, non siete giudei? Pagate».

«Tientele. Sei bell’e pagato», e Tommaso gli volta le spalle.

«Ehi! uomo! Vieni. Te le do per meno. Tre al denaro».

«Neanche quattro. Bevile e ti si annodino nella gola».

«Vieni. Senti. Che mi vuoi dare?». L’ortolano insegue Tommaso.

«Nulla. Non le voglio più. Volevo fare uno spuntino prima di andare in città. Ma è meglio così. Non perderò voce e appetito per cantare le storie del re e per fare un buon pasto all’albergo».

«Te le do per un didramma la coppia».

«Auf! Sei peggio di un tafano. Dàmmi le tue uova. E fresche. Se no torno indietro e ti faccio il muso più giallo di quanto non l’hai», e Tommaso va e torna con almeno due dozzine d’uova nel lembo del mantello. «Visto? Le spese le faccio io d’ora in poi, in questo paese di ladri. So come trattarli. Vengono pieni di denaro a comperare da noi, per le loro donne, e i bracciali non sono mai grossi abbastanza, e tirano sul prezzo a intere giornate. Mi vendico.

218.3

Ora andiamo da quell’altro scorpione. Vieni, Pietro. E tu, Giovanni, tieni le uova».

Vanno dal vecchio, che ha l’orto lungo la via maestra che dal nord, costeggiando le case del sobborgo, conduce alla città. Una bella via ben selciata, certo opera romana. La porta della città nel lato orientale è ormai vicina, e oltre di essa si vede che la via prosegue diritta e veramente artistica, mutata in un duplice porticato ombroso, retto da colonne marmoree, all’ombra fresca del quale la gente cammina lasciando il centro della via agli asini, cammelli, carri e cavalli.

«Salute! Ci vendi del pane?», chiede Tommaso.

Il vecchio o non sente o non vuol sentire. Veramente il cigolio del bindolo è tale che può creare confusione.

Pietro perde la pazienza e urla: «Ferma il tuo Sansone! Almeno prenderà fiato per non morire sotto i miei occhi. E ascoltaci!».

L’uomo ferma il ciuco e guarda storto il suo interlocutore, ma Pietro lo disarma dicendo: «Eh! non è giusto mettere il nome di Sansone ad un ciuco? Se sei filisteo ti deve piacere perché è offesa a Sansone[1]. Se sei d’Israele ti deve piacere perché ricorda una sconfitta filistea. Vedi perciò…».

«Sono filisteo e me ne vanto».

«Fai bene. Ti vanterò anche io se ci dai del pane».

«Ma non sei giudeo?».

«Sono cristiano».

«Che luogo è?».

«Non un luogo. È una persona. E io sono di quella persona».

«Sei schiavo suo?».

«Sono libero più di ogni altro uomo, perché chi è di quella persona non dipende più che da Dio».

«Dici il vero? Neanche da Cesare?».

«Puah! Cosa è Cesare rispetto a Colui che io seguo e al quale appartengo, e nel nome del quale ti chiedo un pane?».

«Ma dove è questo potente?».

«Quell’uomo là, che guarda qui e sorride. È il Cristo, il Messia. Non ne hai mai sentito parlare?».

«Sì. Il re d’Israele. Vincerà Roma?».

«Roma? Ma tutto il mondo e anche l’Inferno».

«E voi ne siete i generali? Così vestiti? Forse per sfuggire alle persecuzioni dei perfidi giudei».

«Sì e no. Ma dàmmi del pane e mentre mangiamo ti spiegherò».

«Pane? Ma anche acqua, anche vino e sedili, all’ombra, per te e il compagno e per il tuo Messia. Chiamalo».

E Pietro sgambetta lesto verso Gesù: «Vieni, vieni. Ci dà quello che vogliamo, quel vecchio filisteo. Credo però che ti assalirà di domande… Gli ho detto chi sei,… su per giù gliel’ho detto. Ma è ben disposto».

218.4

Vanno tutti nell’ortaglia, dove l’uomo ha già sistemato panche intorno ad un tavolo grezzo messo sotto una folta pergola di vite.

«La pace a te, Anania. Ti fiorisca la terra per la tua carità e ti dia pingue frutto».

«Grazie. A te pace. Siedi, sedete. Anibé! Nubi! Pane, vino, acqua. Subito», ordina il vecchio a due donne africane certo, perché una è assolutamente nera dalle grosse labbra e capelli crespi, l’altra è molto scura benché di tipo più europeo. E il vecchio spiega: «Le figlie delle schiave di mia moglie. Lei è morta e morte quelle che erano venute con lei. Ma le figlie sono rimaste. Alto e basso Nilo. Mia moglie era di là. Proibito, eh? Ma io non me ne curo. Non sono d’Israele, e le donne di razza inferiore sono mansuete».

«Non sei d’Israele?».

«Lo sono per forza, perché Israele ci è sul collo come un giogo. Ma… Tu sei israelita e ti offendi di questo che dico?…».

«No. Non mi offendo. Vorrei solo che tu ascoltassi la voce di Dio».

«Non parla a noi».

«Tu lo dici. Io ti parlo, ed è la sua voce».

«Ma Tu sei il Re di Israele».

Le donne, che stanno arrivando con pane, acqua, vino e che sentono parlare di «re», si fermano interdette guardando il giovane biondo, sorridente, dignitoso, che il padrone chiama «re», e poi fanno per ritirarsi, quasi strisciando per il rispetto.

«Grazie, donne. E pace anche a voi». Poi, rivolto al vecchio:

«Sono giovani… Puoi pure continuare il tuo lavoro».

«No. La terra è bagnata e può aspettare. Parla un poco.

Anibé, stacca l’asino e ricoveralo. E tu, Nubi, rovescia le ultime secchie, e poi… Ti fermi, Signore?».

«Non ti disturbare oltre. Mi basta prendere un poco di cibo e poi entro in Ascalona».

«Non mi disturbo. Va’ pure in città. Ma a sera vieni. Spezzeremo il pane e divideremo il sale. Presto, voi! Tu al pane, tu chiama Geteo che uccida un capretto e preparalo per la sera. Andate». E le due donne se ne vanno senza parlare.

218.5

«Sicché Tu sei re? Ma le armi? Erode è crudele, in ogni suo ramo. Ci ha ricostruito Ascalona. Ma per gloria sua. E ora!… Ma Tu le vergogne di Israele le sai più di me. Come farai?».

«Non ho che l’arma che viene da Dio».

«La spada di Davide?».

«La spada della mia parola».

«Oh! povero illuso! Si spunterà e perderà il filo sul bronzo dei cuori».

«Lo credi? Io non miro ad un regno del mondo. Per voi tutti Io miro al Regno dei Cieli».

«Noi tutti? Anche io, filisteo? Anche le mie schiave?».

«Tutti. Tu e loro. E fino per il più selvaggio che è al centro delle foreste africane».

«Vuoi fare un regno così grande? Perché lo chiami dei Cieli?

Potresti chiamarlo: regno della Terra».

«No. Non errare nel comprendere. Il mio è il Regno del vero Dio. Dio è in Cielo. Perciò è Regno del Cielo. Ogni uomo è un’anima vestita di corpo, e l’anima non può vivere che nei Cieli. Io vi voglio curare l’anima, levarne gli errori e gli asti, condurla a Dio attraverso la bontà e l’amore».

«Questo mi piace molto. Gli altri, io a Gerusalemme non vado, ma so che gli altri d’Israele da secoli non parlano così. Sicché Tu non ci odi?».

«Non odio nessuno».

Il vecchio pensa… poi chiede: «E le due schiave hanno anche loro anima come voi d’Israele?».

«Certamente. Non sono belve catturate. Sono creature infelici. Vanno amate. Le ami tu?».

«Non le tratto male. Voglio ubbidienza, ma non uso la frusta e le nutro bene. Bestia mal nutrita non lavora, si dice. Ma anche l’uomo malnutrito non è un buon affare. E poi sono nate in casa. Le ho viste piccole. Ora restano loro sole, perché io sono molto vecchio, sai? Quasi ottanta. Loro e Geteo sono il resto della mia casa di un tempo. Mi sono affezionato come a mobili miei. Mi chiuderanno gli occhi…».

«E poi?».

«E poi… Mah! Non lo so. Andranno a servire, e la casa si disferà. Mi spiace. L’ho fatta ricca col mio lavoro. Questa terra tornerà sabbiosa, sterile… Questa vigna… L’abbiamo piantata io e la moglie. E quel roseto… Egiziano, Signore. L’odore della mia sposa sento in lui… Mi pare un figlio… il figlio unico che è sepolto, farina ormai, ai suoi piedi… Dolori… Meglio morire giovani e non vedere questo e la morte che viene avanti…».

«Il tuo figlio non è morto e non la moglie. Sopravvive il loro spirito. Morta è la carne. La morte non deve spaurire. È vita la morte a chi spera in Dio e vive da giusto. Pensaci… Io vado in città. Tornerò questa sera e ti chiederò quel portico per dormire coi miei».

«No, Signore. Ho molte camere vuote. Te le offro». Giuda mette sul tavolo delle monete.

«No. Non le voglio. Sono di questa terra a voi invisa. Ma forse sono meglio di quelli che ci dominano. Addio, Signore».

«Pace a te, Anania».

Le due schiave insieme a Geteo, un nerboruto e anziano contadino, sono accorse a vederlo partire. «Pace anche a voi. Siate buoni. Addio», e Gesù sfiora i capelli crespi di Nubi e quelli lucidi e tesi di Anibé, sorride all’uomo e se ne va.

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